Back to Black

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Back to BlackEccoci di fronte all’ennesimo giovane caduto per mano (sembra) di problemi con dipendenza da sostanze. Solo che questo caduto è famoso. E si chiama Amy. Mi riferisco, ovviamente, alla morte della cantante Amy Winehouse, deceduta il 23 luglio scorso. In realtà, sarebbe la classica cronaca di una morte del tutto annunciata stando alle continue dichiarazioni/filmati/interviste che la ritraevano sempre brilla o non in grado di reggersi in piedi in qualche occasione pubblica. Un modello autodistruttivo trattato con una certa ambiguità dai mass media: da una parte additata per il suo non riuscire ad essere mai a posto, dall’altro vagamente esaltata per il suo stile di vita molto rock che, ad un artista, si perdona sempre. Sarà pur stata una morte annunciata eppure l’ho sentita come una morte dolorosa. Non credo di essere stato un suo grande fan, a parte dei suoi pezzi più famosi, eppure la sua morte mi ha toccato. Penso ad una vita spezzata, all’impossibilità di reagire ed uscire da una spirale autodistruttiva che prende sempre più, che impedisce alla persona di vedersi come nient’altro.

E la cosa che mi ha, forse, più colpito in questa vicenda sono stati i commenti letti o sentiti. Frasi del tipo “era solo un ubriacona, nulla di diverso da tante altre“, “una persona con quel talento che si riduceva a questo”, “aveva tutto e si è distrutta la vita”, “ha sprecato un dono meraviglioso”, fino al tragico “in fondo se l’è cercata” mi sono sembrati la classica ciliegina su una torta. Su una torta indigesta, però. Che cosa rispondere a frasi così qualunquiste? Che, forse, non aveva tutto? Che, forse, doveva stordirsi così tanto proprio perché sentiva che le mancasse qualcosa? E che, magari, quel qualcosa fosse molto importante? Più di tutti i soldi e il successo che poteva avere. Ma, si sa, il metro di tutto è quello. Il successo. Il denaro. Come può una persona che ha raggiunto tutto questo, avere problemi? Non può. E infatti i problemi “se li cerca”. E al diavolo tutti i possibili problemi personali, relazionali, emotivi che una persona potrebbe avere. Neanche si può pensare che la disperazione, anche quella ricca e famosa, possa impedirci di scorgere il ‘dono’ con cui siamo nati.

Credo che il fatto di vedere queste persone spesso sui giornali o sulle tv ci faccia pensare di conoscerli quasi personalmente. E, come se li conoscessimo bene, ci fa emettere giudizi impietosi su vicende di cui, in fondo, non sappiamo nulla. Percepiamo solo la superficie e, in base allo scintillio, giudichiamo il resto.

La verità è che non conosciamo niente. E, nel non sapere, forse è meglio tacere.

Potremmo solo rispettare la fine di una persona di 27 anni.Che, forse, non aveva tutto.

A presto…

Fabrizio

 

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12 Responses to “Back to Black”

  1. stefania Says:

    ma quindi l’amore e gli affetti superano la fama e il denaro???
    non penso che le persone che abbiano fatto certi commenti ritengano di conoscere la cantante solo per averla vista sui giornali, penso piuttosto che si creda che i soldi riescano a colmare qualsiasi mancanza. Ma questa morte credo sia l’esempio di come non ci sia pensiero più sbagliato.
    un bacione

  2. Maria Grazia Rubanu Says:

    Finalmente leggo qualcosa di diverso sulla vita/morte di una ragazza di 27 anni: una cantante “maledetta” che è entrata ufficialmente a far parte del “club dei 27″ insieme a tutti gli altri membri della “gioventù bruciata” come Jim Morrison, Jimi Hendrix, Brian Jones, Janis Joplin, Kurt Cobain…
    é difficile, evidentemente andare oltre la fama e il successo e vedere le persone, i ragazzi, giovani dalla vita difficile, troppo difficile per essere vissuta a lungo. è più semplice pensare che se la sono cercata, che forse alla vita non ci tenevano abbastanza. Si può pensare ad Amy come ad una ragazza sofferente, che non è riuscita a trovare alternative al proprio modo di vivere, alla ricerca di paradisi artificiali per sfuggire ad un inferno interiore?

  3. b3lli22ima Says:

    d’accordissimo con tutto!!!

  4. Roby Says:

    bravo Fabrizio hai toccato il nocciolo della questione.. siamo stati fregati a tal punto dai meccanismi che reggono la società moderna che percepiamo il denaro come il fine delle nostre azioni quotidiane, ed allo stesso tempo il mezzo indispensabile per poter vivere una vita piena e felice. Siamo ostaggi di monete e banconote, una schiavitù non scritta ma imposta da un sistema che non permette a nessuno di sottrarsi. Ed ecco dunque che chi non produce ricchezza diventa un perfetto inutile, del quale però sono ampiamente ammissibili i problemi personali o le debolezze, mentre chi invece trova le carte giuste per il successo (economico) automaticamente e magicamente egli diviene invincibile. Ma tante storie ci dicono che non è così: fai bene a dire che è una triste storia quella di Amy Winehouse, molto triste! Triste per come sono state raccontate le sue vicende in vita prima, e dopo la sua morte poi.. Triste per come appare assurdo il fatto di essere capaci tanto di cose straordinarie quanto di quelle più stupide.. Ma ciò che tocca il fondo in vicende come questa è l’assoluta ignoranza della gente, l’insensibilità generale che disarma ancor più delle brutte storie che con incredibile facilità discutiamo ogni giorno. Abbiamo sempre bisogno del mostro in prima pagina per scaricare la nostra ipocrisia quotidiana e sentirci così un pò più sollevati riguardo ai nostri difetti.. Ciò che posso dire di questa ragazza è ben poco, dato che siamo abituati a conoscere bene la star e molto meno l’essere umano che si cela dietro.. dunque mi limiterò ad una critica al PERSONAGGIO Amy Winehouse, critica estesa a tutto il mondo dello showbiz: tutti abbiamo dei problemi, non tutti la bravura o la volontà di affrontarli nel modo migliore.. ma quando si diventa personaggio di successo non si acquista solo il prestigio, bensì anche (e soprattutto!)delle responsabilità pesanti.. e cioè quelle verso il proprio pubblico e non solo.. ecco, se non si sentiva in dovere di farlo per se stessa, avrebbe dovuto perlomeno farlo per i tantissimi giovani la cui religione è spesso quella di credere nei propri miti.

  5. Francesca Says:

    Sai Fabrizio, mi riconosco perfettamente nel tuo stato d’animo… anch’io, pur non essendo una sua fan, per quanto ammirando il suo talento, ho provato una sensazione di profonda tristezza nell’apprendere della sua morte. Un dolore molto simile a quello che ho provato quando è morto Pantani… (Ma quante Amy Winehouse e quanti Pantani sconosciuti ci sono al mondo!) Ciò che lascia sgomenti è la fragilità di persone come loro, la mancanza di strumenti interiori che assicurino loro il giusto equilibrio per affrontare i drammi personali e gli eventi di natura straordinaria, come il successo e il denaro, capaci di stravolgere la vita in tutti i sensi. Cosa si può dire di più? Che tristezza…

  6. Blog Admin Says:

    Quello che ho pensato anche io..Le stesse parole hai saputo scriverle benissimo. Amy voleva tutto quello che vuole una donna normale, un marito ed una famiglia, era più tradizionalista di quello che i giornali vogliono far credere. Ai ben pensati ed agli omologati che si sentono forti ed inattacabili da eventi nefasti relaivi a depressioni o altro, dico solo di fare attenzione, perche’ i momenti depressivi arrivano per tutti e le ragioni sono molteplici: c’e’ chi si droga, chi tenta disperatamente di farsi picchiare fuori da un bar, chi mangia a dismisura. La mente umana è imperfetta. Ho visto manager e impiegati modello entrare in depressione e assumere psicofarmaci. Mi asterrei dal dare giudizi, non eravamo nella sua testa. Dispiace questa morte, perchè quando il mondo riconosce il talento e la sensibilità di una persona, vederla scomparire all’improvviso destabilizza, perchè si spera sempre possano accadere cose belle, mentre la realtà va sempre nella direzione opposta…

  7. Manu Says:

    io quando ho sentito i commenti di certe persone,ho semplicemente risposto che comunque era morta una ragazza di 27 anni,che sicuramente,anche se ricca,famosa e brava,non era felice.bacio

  8. Stefano Says:

    Ogni morte è dolorosa. Non riesco a prender posizione con quanto scritto. Non riesco a definire “povera” la Amy, o “stupida”, come altri affermano. Il suo disagio, è simile a quello di tantissime altre persone. Quindi sarebbe facile la somma : disagio + vita dissoluta = morte. e potrebbe dare una spiegazione verso l’indulgenza ma…ma… non mi è facile. Il disagio non lo scegli, la vita dissoluta si. Come Lei, ieri è stato beccato l’attore Jonathan Rhys Meyers, quello di Match Point per capirci. Bello, Ricco, Famoso… e disagiato ? E che cacchio, e quelli che sono Brutti, Poveri, sconosciuti e Disagiati allora ??? Unica spiegazione che trovo, la probabile mancanza di amore, dentro di loro, intorno a loro.

  9. fabrizioboninu Says:

    Non avevo intenzione di essere indulgente verso la vita vissuta dalla Winehouse, ne tanto meno farne un esempio di “sfortuna” o di “sorte avversa” per quello che le è successo. Semplicemente volevo far notare come, malgrado le fantastiche carte la vita le avesse dato, non è riuscita a risollevarsi dalle dipendenze che, forse, l’hanno portata alla morte.
    Non è questione di indulgenza. E’ questione di comprensione. Per lei, come per tutte le persone lontano dai riflettori e dalle macchine fotografiche, che non riescono a convivere con i propri fantasmi. E, forse, la vita dissoluta che uno si sceglie serve per coprire il disagio che invece, ha scelto te.

  10. Stefano Says:

    Certo Fabrizio, so cosa intendevi, ed il mio commento era “generale” non di risposta. Però, però : ” E, forse, la vita dissoluta che uno si sceglie serve per coprire il disagio che invece, ha scelto te.”… Se così fosse, un risultato lo dovrebbe aver ottenuto, forse. Cioè quello di far dire a chi, scelto dal disagio, resiste e non butta via la vita, nonostante faccia il bagno in una tinozza e non con i manici d’oro. Questo è l’insegnamento più grande che dovremmo trarre. Allora io non ho una black voice che incanta e trascina plateee, ma santocazzo, resisto e mi dico bravo.

  11. fabrizioboninu Says:

    E fai bene a dirti bravo! E te lo direi anch’io! Necessariamente chi ha condizioni di vita peggiori e, oltre al disagio, ha anche, che so, il problema di arrivare a fine mese merita tutto il mio rispetto. Il mio discorso era più improntato al rispetto della vita/morte altrui senza facili e veloci giudizi. Non è il tuo caso, Stefano, ma la semplificazione con cui ho sentito liquidare la morte di una persona mi fa sempre effetto. Che avesse una black voice o no.

  12. gloria Says:

    Neppure la quasi certezza di una morte annunciata è servita a colmare il VUOTO nella vita di chi apparentmente aveva tutto per essere felice, in una società in cui tutto ha un unico metro di misura: il DIO DENARO.
    La morte di una giovane donna ricca, famosa, che in ogni modo ha cercato di autodistruggersi gridando al mondo il suo disagio, non può nella massa che provocare quasi un sentimento di piacere non celato. In fondo se l’è cercata! è il commento più facile.
    Mentre la vita di Amy facile sicuro non è stata e così quella di tanti comuni mortali che percorrono il suo stesso viale.
    Urge una profonda riflessione sul malessere dilagante che spesso attanaglia le vite di molti, troppi, famosi e no.
    E soprattutto urge capire perchè siamo così distratti da riuscire a non vedere ciò che ci circonda.
    gloria

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