Il terapeuta riparatore

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Il terapeuta riparatoreIl post di oggi è dedicato all’analisi di una figura purtroppo diffusa in terapia: quello del terapeuta riparatore. Il terapeuta riparatore è il terapeuta che, dimenticandosi la necessaria distanza dalla vita dell’individuo con cui si trova a lavorare, si schiera per una soluzione e, forte della sua posizione all’interno della terapia stessa, spinge affinché il paziente attui la soluzione da lui suggerita. Questo tipo di situazione è molto più frequente di quanto non sembri, soprattutto per situazioni che richiederebbe una maggiore apertura mentale e una maggiore capacità collaborativa del terapeuta come per esempio, quelle terapie per le quali la persona, sentendo molto forte e toccante vivere la sua omosessualità, chiede al terapeuta di guarirlo. L’aspetto più pericoloso avviene quando il terapeuta prende per buona e cerca di soddisfare questa richiesta. Questo tipo di situazioni sono, secondo me esecrabili per due ordini di motivi: innanzitutto la terapia non si svolge correttamente, dato il peso che le convinzioni, sociali, morali o religiose del terapeuta stesso, in una parola le sue convinzioni personali, vengono adoperate ed utilizzate per stabilire arbitrariamente ciò che è giusto oppure no per la vita di un altro individuo; in secondo luogo ratifica e prosegue, in una vera e propria spirale auto perpetuante, lo stereotipo per cui stili di vita bollati a lungo come non ‘normali’ siano vere e proprie malattie, quando l’omosessualità da ormai 39 anni, è stata derubricata definitivamente anche dai manuali diagnostici che noi professionisti utilizziamo nella nostra pratica clinica.

Eppure, nonostante queste premesse, è possibile trovare professionisti che pensano sia possibile curare quella che non è una malattia, assecondando più i desideri reconditi del terapeuta piuttosto che riuscendo ad accogliere quelle che sono le istanza più intime di accettazione e di rispetto che il paziente va cercando, e anzi, disconoscendole e disconfermandole ancora una volta. Vi riporto, a questo proposito, un brano tratto da un testo che affronta molto bene il punto di vista del quale stiamo parlando:

Dopo la derubricazione dell’omosessualità  come diagnosi clinica, il DSM-IV del 1974 (il manuale diagnostico usato per fare le diagnosi) prevedeva la nuova categoria dell'”omosessualità egodistonica”: il disagio e la sofferenza rispetto al proprio orientamento sessuale venivano considerati un disturbo psichiatrico. Questa categoria clinica venne in seguito rimossa nel 1987, quando si comprese che l’egodistonia può far parte del percorso evolutivo di un individuo omosessuale in un contesto eterosessista. Proprio sul concetto di egodistonia si soffermano i terapeuti riparativi. Questi permangono impermeabili alle numerose ricerche e dichiarazioni delle associazioni dei professionisti della salute mentale. Le cosiddette ‘terapie di conversione’ sono residui del paradigma patologico (…), secondo cui gli ‘omosessuali non gay’, coloro i quali non riescono a conciliare l’orientamento sessuale con il sistema di valori, possono cambiare il loro orientamento sessuale. E’ il vecchio concetto di egodistonia rispolverato, insostenibile alla luce delle oramai assodate acquisizioni scientifiche e deontologicamente impraticabile a fronte dei pesanti effetti sulla salute mentale dei soggetti che vi si rivolgono. In questo tipo di trattamento direttivo-suggestivo il terapeuta rinuncia alla sua posizione di neutralità, di chi interroga e si interroga insieme al paziente, diventando mero esecutore della richiesta e propugnatore di norme morali e religiose.” [1]

Credo che il massimo che possiamo dare alle persone con le quali abbiamo la fortuna di lavorare, sia accoglierle e rispettarle. Comprenderle più che cambiarle. Ascoltarle più che curarle. Non è semplicemente una proposta di buon senso, visto che anche deontologicamente non potremmo imporci, ne imporre la nostra volontà o le nostre convinzioni sui nostri pazienti. Può essere vero che ci siano temi coi quali può non piacere lavorare ma, in questo caso, sta alla professionalità del terapeuta riconoscerlo ed esplicitare al paziente stesso la sua inidoneità per lavorare su quella tematica. Chiunque voglia curare ciò che non è in grado di rispettare non è semplicemente in grado di fare questo mestiere, perché è la prima persona a non avere conoscenza di se stessa.

E se una persona non è in grado di essere chiara con se stessa come può aiutarne un’altra?

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

[1] Chiari, C., Borghi, L. (2009), Psicologia dell’omosessualità, Carocci, Roma, pp. 173-174

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5 Responses to “Il terapeuta riparatore”

  1. Bri Says:

    …..” su ascoltarle più che curarle” non mi trovi d’accordo, altrimenti potrebbero scegliere un prete, non un terapeuta. Trovo sia importante che la persona con disagio trovi la propria dimensione e accettazione di sè e dei proprio problemi e fragilità. Trovo invece semplicistico e un tantino forzato..una sorta di buonismo ovvio e scontato, questo tuo parteggiare per il paziente anzichè per il terapeuta..riparatore o meno che sia. La vostravprofessione fa danni in quantità, ormai è risaputo, purtroppo….e forse, dal punto di vista di chi inizia ad esercitare, occorre subito che si smarchi da quella parte cialtrona e dannosa e oramai smascherata che si annida nelle vostre file…..io comunque, da quella romantica ed eterna paziente quale sono, continuo a credere che qualcosa di buono ci sia, nella psicanalisi e in alcuni che la esercitano.

  2. fabrizioboninu Says:

    Salve Bri, innanzitutto benvenuta! Venendo al punto, non credo stessi parteggiando per il paziente, quanto per una giusta distanza del terapeuta da quelli che sono i bisogni propri e quelli che invece sono i bisogni del paziente. Se la persona che si affida al professionista non viene accolta e non viene supportata, ma si pensa semplicemente che, per varie convinzioni, debba essere curata, allora non credo che il terapeuta stia facendo bene il mestiere che ha scelto di fare. Naturalmente sono d’accordo con lei nella convinzione che ‘qualcosa di buono ci sia’ ( non farei questo mestiere altrimenti!) e anzi mi impegno perché questo emerga, ma continuo a pensare che il qualcosa di buono non possa essere cambiare arbitrariamente l’altro, adeguandolo a quelli che sono più i bisogni del terapeuta piuttosto che quelli del paziente.

  3. Bri Says:

    Salve Fabrizio, mi sembra sia già grave che lei ritenga ci siano .così tanti “terapeuti riparatori” da doverne prendere le distanze con questo articolo. Continuo a dire che lei mi sembra un ingenuo, dal momento che per prendere queste distanze mette proprio il dito su una piaga che forse poteva anche passare inosservata all’utenza. Mi spiego con un esempio: come posso fare io, che mi appresto per un disagio, a sceglierenun terapeuta adeguato, ora che so, attraverso il suo articolo, che tanti, troppi terapeuti, non sanno distinguere tra se stessi ed il paziente che hanno davanti, dal momento che potrebbero mettere in primo piano le loro priorità e cercare di curare invece che accogliere? Come farò ad accorgermi cosa sta accadendo della mia terapia? Come posso avere i mezzi per accorgermi se il terapeuta mi sta curando..o curando adeguatamente??? Sarebbe assurdo, da parte di un ortopedico dichiarare che troppe braccia rotte vengono riattaccate storte, e che quindi si stia attenti agli ortopedici, a meno che non si chiamino ( nome e cognome) . Quando ci si rompe un braccio si va a farselo ingessare, dando per scontato che ce lo ingessino dritto. E non mi risponda, la prego, dicendo che non si può fare un paragone tra braccia e cervello…altrimenti sarebbe lei ad avere sbagliato professione….

  4. fabrizioboninu Says:

    Salve Bri, no, non le avrei risposto (anche se non mi avesse pregato) che non si può fare un paragone tra braccia e cervello, quindi suppongo che non abbia sbagliato a fare la mia professione. Ci sono delle cose nella sua risposta che mi fanno sorgere alcune domande: mi chiede come fare ad a accorgersi se il terapeuta la sta curando adeguatamente. Scusi la franchezza ma lei in terapia dov’è? Non si accorge se un terapeuta é un buon terapeuta, se sta accogliendo le sue richieste e le sta facendo fare un percorso? Si fida così ciecamente dell’altro che non pensa a dove la stia portando? Non può farsi domande? Può chiedersi se le cose con un terapeuta siano o meno migliorate? Può farsi un’idea della qualità della relazione che lei è il suo terapeuta state portando avanti? Naturalmente spero di non essere frainteso, non sto affermano che lei debba avere gli strumenti per capire cosa stia facendo un terapeuta, ma in una relazione così stretta, così intima se vogliamo, non ci si può non rendere conto di quale tipo di relazione si sta costruendo. Credo faccia parte di una consapevolezza che necessariamente il paziente deve avere. Io non ho affermato che ci siano tanti terapeuti riparatori,sostengo che il voler cambiare le vite degli altri, forti della posizione che si ricopre in terapia, sia un rischio concreto. Ho molta fiducia nel lavoro dei miei colleghi, e non mi sembra di essere ingenuo nel segnalare un possibile problema della relazione terapeutica. Quale sarebbe l’alternativa? Fare finta che questo non esista? Sarebbe un atteggiamento lontano dalla scelta di consapevolezza che credo di avere in mente per la mia professione.

  5. fabrizioboninu Says:

    Salve Federico, benvenuto. Guardi l’unico scandalo di questa sua mail è la scortesia del tono che usa. E’ a conoscenza del fatto che scrivere tutto in maiuscolo equivale ad urlare? E ancora sostiene che io nasconda informazioni. Le sembra che se volessi nascondere informazioni creerei un blog pubblico? O pubblicherei il suo commento? Ma veniamo a noi. Capisco la spinosità dell’argomento, e sono a conoscenza del fatto che molti miei (ben più illustri) colleghi hanno sostenuto la curabilità dell’omosessualità (con risultati che definire discutibili è un puro eufemismo). Non conosco le loro motivazioni, anche se per molti di loro giocò un ruolo rilevante la fede o l’età. Elizabeth Moberly era teologa per esempio. Parliamo di come una realtà personale venga traslata su questioni sociali. Ben altro numero di colleghi ha di fatto smentito una volta per tutte questo delirio patologizzante, depennando definitivamente l’omosessualità nel 1973 (41 anni fa) quando l’American Psychiatric Association rimosse l’omosessualità dal DSM (il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), negando così la sua precedente definizione di omosessualità come disordine mentale (fonte Wikipedia).
    Tutto il resto sono illazioni non più approvate dalla comunità scientifica. Lei è naturalmente libero di credere ciò che vuole, ma la differenza tra me e lei è che io non voglio imporre le mie risposte su quella che è la vita di un’altra persona per cui l’unica cosa che mi sento di fare è provare un profondo rispetto. E stia pur certo che nessuna mia risposta influenzerà le scelte delle persone che ho la fortuna di incontrare nel mio lavoro. Grazie per l’intervento!

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