Complicato o complesso?

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complicato‘Come riesci a fare il tuo lavoro? Ascoltare ogni giorno tutte quelle persone che ti parlano dei loro problemi, ricordarti tutto, riuscire ad aiutarle deve essere una cosa complicata!’.

Oppure: ‘ Si, dottore, fare quello che mi dice sembra una bella cosa. Solo credo che per me farlo sia complicato!’

Coloro che mi seguono, sanno della mia ‘battaglia’ per l’uso appropriato delle parole con le quali descriviamo la nostra vita, dal momento che credo, e ne sono sempre più convinto, che il modo in cui raccontiamo le cose plasmi le cose stesse. Dall’attenzione che riservo alle parole, mie e delle persone con cui lavoro, è nata questa riflessione, una riflessione sul mio lavoro e sul rapporto che si costruisce con la persona che mi si siede davanti. Tornando all’inizio, molti definiscono il mio lavoro complicato. Eppure complicato non credo che sia il termine più adatto a descrivere quello che succede in terapia. Il mio lavoro è complicato? Oppure è ‘solo’ complesso?

Ma come, direte, questi due termini non sono sinonimi? Apparentemente molto vicini, in realtà questi due termini non indicano specificamente la stessa cosa. Complicata è una realtà che, benché contorta, siamo in grado di prevedere nelle sue conseguenze, della quale possiamo immaginare un esito, che presenta delle soluzioni possibili ed immaginabili e alla quale ad alcune premesse corrispondono alcune derivazioni. Complesso, invece, ha a che fare con la possibilità che tutte le conseguenze siano ipoteticamente possibili data una situazione di base, che ci siano dei risultati che non possiamo ragionevolmente prevedere  indicare. Proviamo a fare degli esempi che ci aiutino a capire la differenza: riparare una macchina è complicato, crescere un figlio è complesso. Riparare una macchina ha a che fare con un lavoro (a me ignoto, sia chiaro!) che produce delle conseguenze prevedibili. Se ho problemi al cambio, agendo sui meccanismi dei quali il cambio è costituito, ragionevolmente mi aspetto un esito: che il cambio funzioni. Crescere un figlio è complesso perché non è un processo così lineare e preciso. Per quanto io possa impegnarmi per crescerlo ‘bene’, ci sono una serie di fattori e di variabili intervenienti che possono avere conseguenze non previste e non prevedibili che rendono qualsiasi tipo di esito ugualmente probabile. Se potessimo riassumerlo con un’immagine, sarebbe così:

 complex-and-complicated

Nelle complessità interviene qualcosa che nel complicato non interviene: la non prevedibilità. Se realtà complicate sono grosso modo prevedibili, i sistemi complessi non hanno questa caratteristica: sono difficilmente prevedibili, data una premessa non necessariamente avremo le conseguenze attese, non sono ripetibili. Aggiustare una macchina abbiamo visto come sia complicato. Riuscire a fare le previsioni del tempo è, invece, complesso. Presi in considerazione un insieme di dati (temperatura, vento, pressione atmosferica, ecc.), che costituiscono le premesse, è pressoché impossibile fare previsioni del tempo affidabili sul lungo periodo, visto che i fattori che entrano in gioco sono elevatissimi e che qualsiasi fattore può riverberare le sue conseguenze su tutti gli altri fattori andandoli a modificare. Immaginate quanto la complessità possa aumentare nel momento in cui l’oggetto con cui ci stiamo relazionando non è un anticiclone ma una persona che ha, oltretutto, la capacità di riflettere su stessa ed è consapevole di quello che sta portando avanti.

Per questo dico che le relazioni tra persone non sono complicate: sono complesse. Seguire una persona in terapia non è complicato, è complesso. Aggiungerei che è molto complesso, proprio per la serie di variabili che entrano in gioco. Per questo motivo e con queste premesse non posso approcciare realtà così diverse con lo stesso stile mentale. Una realtà complessa costringe a considerare con attenzione aspetti ai quali non si presta attenzione in una realtà complicata: in terapia non mi posso aspettare come andrà a finire. Posso lavorare verso una direzione, ma nulla mi può far pensare che quella direzione verrà intrapresa e quella meta raggiunta. Posso e devo immaginare le conseguenze di quello che sto facendo, ma quello che poi succederà lo saprò nel momento stesso in cui è successo. E le conseguenze di questo cambiamento, saranno comprensibili solo alla luce di quello che avverrà più avanti, in una continua catena di cambiamenti, correzioni, errori che costituiscono la base della nostra stessa esistenza.

Spero mi abbiate seguito fino a questo punto, perché consapevole che quello che sto facendo non è un discorso semplice, e comprendo che quello che dico possa sembrare arduo. Ma credo che faccia la differenza porre attenzione sui termini che utilizziamo, perché da essi dipende il racconto della realtà che ci costruiamo. Il punto è che troppo spesso sottovalutiamo come la nostra capacità narrativa influisca sul nostro stesso mondo, come possa modificare la nostra percezione e come questa sia influenzabile a partire dal modo che scegliamo per narrarla.  Sono, in altri termini, consapevole che sia un discorso molto complicato.

O molto complesso?  

A presto…

Fabrizio Boninu

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