Un caso clinico: la storia di Lucio

Adolescenza, Bambini, Emozioni, Psicologia Scrivi un commento

nathanQualche mese fa, mi contatta un ragazzo che vuole prendere un appuntamento. Mi dice che ha trovato il mio nome su internet, leggendo di psicologia, e che gli piace il modo in cui parlo delle cose e ne scrivo. Fissiamo un appuntamento. A prima vista, non sembra abbia particolari difficoltà a condurre la sua vita. È laureato da diverso tempo, ha fatto un’esperienza di qualche anno fuori casa, è fidanzato con una ragazza. Insomma, appare come un ragazzo come tanti. Come tanti altri suoi coetanei (Lucio ha 25 anni), si ritrova in difficoltà a capire quello che vorrebbe fare nella vita. Come tanti si ritrova, dopo diversi anni nei quali tutto sembrava pre-impostato ed ordinato ed una strada era in qualche modo tracciata, in difficoltà su quello che vorrebbe costruire e sui progetti che vorrebbe portare avanti.

Il dilemma non riguarda solo cosa ma anche il dove: pensano e riflettono sulla scelta di rimanere in Italia, e se Italia deve essere, specificamente dove, oppure se andare all’estero e tentare, come molti altri prima di loro, di costruirsi una vita più lontano. Inizialmente questo è il punto qualificante della richiesta di terapia: cercare un aiuto nel capire cosa fare della propria vita. Col tempo della terapia, emergono le peculiarità, le specificità della storia di questo ragazzo-come-tanti: il ragazzo-come-tanti in questione, per esempio, ha un’ottima fantasia, scrive e inventa diversi racconti. Il ragazzo-come-tanti  è molto sensibile, ha una capacità di immedesimazione negli altri particolarmente spiccata. Il ragazzo-come-tanti è un ragazzo che ha subito, fin dalle scuole elementari e per la durata intera delle scuole medie, diversi episodi di bullismo, ad opera dei suoi coetanei, perché era ‘diverso’, non si adeguava a quelli che erano gli standard dei coetanei dell’epoca, non si vestiva come loro, non si interessava alle cose che interessavano loro, non si omologava. E quando, odiando la sua differenza, ha provato ad omologarsi a quello che gli altri si aspettavano da lui, è stato ancora più deriso, schernito perché visibilmente fuori norma per i canoni imperanti. E si è odiato anche lui, per essersi imposto un modo che non era suo. Lo stesso ragazzo-come-tanti non è riuscito a trovare, nel frattempo, figure adulte che comprendessero la gravità di quello che succedeva, adulti competenti che riuscissero a supportare il suo percorso ed affiancarlo nella sua crescita, e che non fossero mossi semplicemente dalla volontà di sdrammatizzare quello che Lucio raccontava ogni giorno di più nella sua vita

Il ragazzo-come-tanti in questione ha allora imparato una lezione abbastanza fastidiosa: per andare d’accordo con gli altri, ed essere accettati, talvolta non è sufficiente adeguarsi. Lui, però, è riuscito a ritornare sui suoi passi, convinto che, se neanche la finzione di essere quello che non era funzionava per essere accettato dai coetanei, tanto valeva ritornare a vestire i propri panni, cercando di difendere la sua originalità, cercando di rimarcare le sue peculiarità, cercando di evidenziare le sue differenze. Tutto questo però ha avuto un costo, dal momento che distinguersi dagli altri e difendere la propria originalità, ha un prezzo in termini di sofferenza psicologica. Questo è ancora più vero durante l’adolescenza, perché rimarcare la propria autonomia, soprattutto in una fase di passaggio come l’adolescenza, può farci sentire  la difficoltà di gestire la differenza con gli altri. Questo costo può presentare il suo conto nel momento in cui ci rende particolarmente vulnerabili e indecisi riguardo alle nostre scelte, al percorso di vita che vogliamo intraprendere. Se per tutta la vita ci hanno fatto credere (e noi abbiamo creduto, naturalmente) che le nostre scelte fossero ‘strane’, non fossero quelle di tutti gli altri, non fossero quelle giuste, giunti all’età adulta come faremo a rovesciare questa equazione e a non dubitare delle nostre possibilità? Il dubbio che quello che facciamo sia giusto è fortemente instillato dentro di noi. Nella sua vita Lucio non ha trovato persone che riuscissero ad aiutarlo a capovolgere questa prospettiva. Gli adulti intorno a lui erano preoccupati a minimizzare quello che succedeva, a non rendersene conto oppure a cercare di distrarlo (‘lasciali perdere e pensa ad altro’ è un grande classico della (non) pedagogia).

E arriviamo a Lucio oggi, la fase di vita nella quale l’ex-ragazzo-come-tanti, nel frattempo diventato uomo, si trova a vivere, una fase nella quale molte delle cose che gli vengono in mente o molte delle cose che possa pensare di costruire, non sembrano essere la cosa giusta, non sembrano quelle adatte. Come aiutarlo a ricostruire la fiducia in sè stesso? Come dimenticare tutte le volte nelle quali ha dubitato di quello che sentiva/provava perché il mondo circostante ne rimarcava la diversità? La ricostruzione della propria autostima non può che partire, a mio parere, dall’idea che non possa né debba esserci dimenticanza. Il punto non è dimenticare quello che è stato, ma comprenderlo e integrarlo in quello che siamo diventati. Lucio non dovrebbe dimenticare il dolore per la non accettazione, la difficoltà di sentirsi bene con gli altri (e con sé stesso), non dovrebbe dimenticare la paura che ogni cosa che facesse provocasse il biasimo di coloro che aveva intorno. Lucio dovrebbe ripartire da li, dando voce al dolore provato, ammettendo quanto sia stato difficile avere a che fare con tutto questo e quanto fosse frustrante non trovare nessuno che comprendesse quello che stava avvenendo.

Solo arrivando all’integrazione del passato nel presente, possiamo provare ad arricchire quel capitolo che, in caso contrario, rischia di rimanere aperto in un doloroso presente nel quale tutto quello che facciamo può essere messo in discussione e considerato come inutile o vano. Fare pace con il proprio passato non significa semplicemente rivangarlo in eterno. Significa comprendere il valore che anche esperienze dolorose hanno avuto sulla nostra vita. Significa afferrare il perché di quello che è successo, le cause di quel dolore e non far finta che non esistano, non cercare di archiviarle ma, appunto, accoglierle e ricomprenderle in quello che siamo diventati. Solo da questa comprensione può partire la capacità di fronteggiare il mondo attuale.

Non è facile, ne sono consapevole. È la strada più impervia nella comprensione di sé stessi. Ma è anche uno dei pochi modi per non perpetuare, nei confronti di noi stessi, la stessa mancanza di ascolto che abbiamo subito in altre età della nostra vita. Non lasciando agli altri il complesso compito di fare questo al posto nostro.

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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