Cosa resta di Freud?

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87Avete mai sentito parlare (o letto) di ‘Psicopatologia della vita quotidiana‘? È un testo scritto da Sigmund Freud e pubblicato nel 1901. Il libro è particolarmente leggibile, pur affrontando un tema complesso, ed è fondamentalmente una serie di esempi tratti dalla vita quotidiana che Freud cerca di significare alla luce della sua (all’epoca) nuovissima teoria sul comportamento umano. Credo sia uno dei testi più ‘godibili’ di Freud, ma mi rendo conto che pochissimi l’hanno letto, anche tra colleghi, e che molti non l’hanno mai sentito nominare. E mi chiedo allora cosa rimanga dell’impianto freudiano, cosa rimanga della teorizzazione del capostipite di tutti noi, padre fondatore della nostra disciplina.
Insomma, cosa rappresenta Freud per uno psicologo ‘moderno’, uno psicologo 2.0, uno psicologo che ha a che fare con strumenti e realtà (privacy, post, blog…) che il padre della nostra disciplina non avrebbe neanche mai potuto immaginare? Come reagirebbe se leggesse quello che più di un secolo dopo scrivono i suoi figli professionali? Iniziando da me, posso dire che ho con Freud un rapporto ambivalente, di amore e odio. Amore perché, come per ogni padre, è a lui che dobbiamo la nostra stessa esistenza, ma sopratutto è a lui che dobbiamo il rivolgimento dell’attenzione dell’uomo verso se stesso, la riflessione che iniziò sul più grande mistero della natura: noi stessi.

Fu lui che portò un capovolgimento di prospettiva immenso nei confronti dell’uomo, introducendo in ognuno di noi una parte insondabile, l’inconscio, a noi stessi ignoto e per noi stessi fuori portata. E fu lui che ipotizzò questa ‘lotta’ tra diverse istanze, presenti contemporaneamente in ognuno di noi. La guerra, da esterna, fu interiorizzata in noi. È stata una rivoluzione copernicana nel modo di intendere la persona, il singolo, ognuno di noi, portatore non consapevole di istanze a lui stesso sconosciute. Questa teorizzazione si è riverberata in tutta la cultura occidentale, modificandone la visione. Al di là delle singole teorizzazioni, comunque rivoluzionarie all’epoca, è questo l’elemento a mio avviso più dirompente dell’impianto freudiano.

D’altro canto, come tutti i padri putativi e figurati, è stata anche una figura ingombrante, un punto di riferimento che, con le sue teorie, ha profondamente condizionato il dibattito per decenni, teorie spesso caratterizzate da una vena che oggi diremmo sessista, con le sue celeberrime teorizzazioni sull’invidia del pene per esempio, che non ho mai capito perché non ci fosse un complesso di invidia dell’utero, giusto per bilanciare le invidie, dando per scontato che solo una donna potesse invidiare un uomo e non il suo contrario risentendo, in questo, nell’accettazione di uno degli stereotipi più duri a morire anche oggi. Questa parzialità si ridimensiona considerando i tempi nei quali queste teorie nacquero, e non si può chiedere certo un salto di paradigma così marcato ad una sola persona; per capire la rivoluzionarietà delle sue idee basti pensare come, nel 2018, sia ancora insito in molti l’idea della superiorità maschile rispetto a quella femminile.

Detto questo, credo che il pregio maggiore di Freud possa essere riassunto nella sua capacità di relativizzare il male assoluto e parcellizzarlo in ognuno di noi. In altri termini, Freud fu rivoluzionario nella capacità che ebbe di portare il male (termine da intendere nella sua accezione più ampia: problemi, malattie, difficoltà) da categorie assolute e lontane verso ognuno di noi. Non esisteva il ‘malato mentale’ dell’iconografia classica, matto, legato, completamente avulso dall’ordinarietà delle persone normali e sane. Viceversa instillava il dubbio che un piccolo ‘matto’ abitasse ognuno di noi, relativizzava le differenze, apriva la porta su una serie di domande ancora molto scomode rispetto alle differenze tra ognuno di noi. Ancora distrusse, credo definitivamente, l’iconografia sopravvissuta fino all’inizio del Novecento della figura del bambino-angelo, il bambino asessuato e angelico che nelle società occidentali si continuava a proporre, contrapponendovi la visione secondo la quale i bambini potevano essere egocentrici, egoistici, coi loro desideri, un loro istinto di piacere e finanche una loro acerba sessualità.

Potremmo discutere all’infinito su come anche questa visione del bambino potesse risentire della considerazione piuttosto bassa che all’epoca si aveva dell’infanzia, categoria che acquistò un suo rilievo e una sua dignità nel secondo dopoguerra (e solo nei paesi occidentali). Ma se lo facessimo, ripeteremmo l’errore di guardare con occhi odierni quello che all’epoca era semplicemente rivoluzionario. È indubbio che il nuovo ritratto che ne fece Freud modificò in maniera permanente l’idea che dell’infanzia avevano gli adulti, anche in questo introducendo un elemento di rottura, un ‘male relativo’ in ogni bambino. Gli sviluppi di una teorizazione così ampia, ovviamente, non potevano che attecchire col tempo e ci sono voluti decenni di reinterpretazioni, di dibattito, di scontri e di nuove riletture per arrivare alla consapevolezza che abbiamo adesso su noi stessi, consapevolezza che neanche adesso può considerarsi arrivata, ma ancora del tutto in costruzione.

Cosa dobbiamo allora al nostro padre professionale? Credo che una riflessione sul ruolo che ricopre sia sempre doverosa, alla luce della rivoluzione che compì più di un secolo fa. E credo che sia solo conoscendo le proprie radici, in questo caso professionali, che si possa riuscire a guardare meglio al futuro. Per questo invito chiunque a leggere le sue opere e a cercare di informarsi sulla sua teorizzazione. Sopratutto miei colleghi che bollano troppo frettolosamente come sorpassate le sue costruzioni. Conoscendole, infatti, è possibile farsi un’idea di dove la riflessione psicologica abbia assunto i connotati di un sapere a sé stante e credo possa risultare più chiara la direzione nella quale si vuole (professionalmente) tendere.

Ora, naturalmente non so come avrebbe reagito Freud al contesto nel quale un suo collega si muove oggi con mail, messaggi, Facebook, blog, ma credo che, da bravo precursore dei tempi quale è stato, si sarebbe avventurato nel mondo del digitale. Nonostante il tempo intercorso tra la nascita del suo modello e oggi, credo sia doveroso tributargli il riconoscimento dell’importanza che il suo apporto ha consentito di dare alla nascita della psicologia così come la conosciamo oggi. 

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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One Response to “Cosa resta di Freud?”

  1. Manuela Says:

    Concordo sul fatto che Freud abbia mesi in discussione la visione di Piaget(per citarne uno) , definendo il bambino “perverso polimorfo”. Credo che in questi termini sia racchiuso un po’ tutto l’universo freudiano che cerca di farci capire che la vita psichica, complessa, inizi dall’infanzia e anche prima di essa e non con l’adultita’. Il bambino ha pieno diritto di essere ascoltato e non considerato un essere privo di comprensione, perché non ancora sviluppato psichicamente. Ciò che l’aduto sarà, dipende da come ha vissuto l’infanzia. Credo che anche non abbracciando l’orientamento psicoanalitico freudiano, sia diventato di uso comune, tra noi psicoterapeuti, parlare e considerare una “parte bambina” e una “parte adulta”, a volte usandole come sinonimi di “parte razionale” e “parte.emotiva”.
    Credo anche che l’inconscio o qualunque sia il termine che si vuole usare per descrivere questa parte dell’apparato psichico, sia qualcosa che affascina tanto perché rimane sempre una fonte di mistero inesauribile. Inconscio misterioso e temuto, perché ciò che non si conosce, attira, ma fa anche paura. Insomma, l’ambivalenza credo faccia parte della teorizzazione freudiana.

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