FILM: Stelle sulla terra

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Qualche tempo fa ho visto un film particolarmente bello ed indicato per coloro che si vogliano occupare di disturbi dell’apprendimento. Il titolo del film è Stelle sulla terra (Taare Zameen Par) ed è diretto dal regista indiano Aamir Khan. Il film racconta la storia di Ishaan, un bimbo di otto anni, che ha un rapporto complicato con la scuola e, in generale, con quasi tutte le persone che lo circondano, che non capiscono perché si ostini ad essere così poco amabile. La verità è che Ishaan è affetto da DSA, disturbo specifico di apprendimento, ma senza nessuna diagnosi specifica. Non compreso e deriso per la sua difficoltà, Ishaan si trova a vivere un’esperienza scolastica altamente frustrante. Il bimbo infatti, non riuscendo a comprendere cosa viene spiegato e fatto a scuola, rimane molto indietro rispetto ai compagni e gli insegnanti, poco attenti alle sue esigenze, si chiedono perché non possa essere come gli altri. Ovviamente, ricevendo questo stimolo dagli adulti, anche i suoi compagni lo prendono in giro. Le difficoltà di Ishaan non sono limitate al contesto scolastico: anche all’interno della sua famiglia non gode di molta comprensione se non da parte della mamma, che però non riesce a capire come comportarsi con lui. Il padre è particolarmente severo ed è molto arrabbiato per il fatto che non sia ‘perfetto’ come il fratello maggiore. Questo continuo paragone non fa che accentuare le difficoltà di Ishaan anziché essere stimolo per la sua crescita. Questa rimarcata polarizzazione tra i due fratelli (fratello grande=buono, fratello piccolo=cattivo) è ulteriore fonte di frustrazione e quindi di rabbia del bimbo. Oltretutto viene spesso colpevolizzato perché la madre, per seguirne l’educazione, è stata costretta a lasciare il suo lavoro. Gli adulti attorno a lui non si rendono conto della difficoltà del bambino e non cercano di attuare delle strategie che possano aiutarlo a ridurla. L’ennesimo episodio nel quale il bimbo viene rimproverato, è causa della sua fuga da scuola. Questo episodio determina una reazione particolarmente dura da parte dei genitori che decidono di mandarlo in un collegio dove pensano che i metodi coercitivi applicati avranno una buona influenza sulla sua educazione.

Il bambino reagisce malissimo a questa novità. Non prende bene il cambio di scuola  l’allontanamento dalla sua famiglia. Inizialmente l’esperienza in collegio è spaventosa: Ishaan non riesce a legare con nessuno dei suoi nuovi compagni ad eccezione di Rajan, ragazzo con un handicap fisico ma anche miglior alunno della classe. Anche in collegio ha rapporti scarsi e conflittuali con gli insegnanti che lo giudicano stupido.

In un contesto nel quale le regole sono diventate ancora più ferree, Ishaan si sente ancora più trascurato e reagisce isolandosi sempre di più, non riuscendo a comprendere quale possa essere la strategia migliore per rapportarsi con gli altri e con la nuova realtà che lo circonda. Le cose sembrano destinate a peggiorare quando all’interno della scuola arriva un nuovo insegnante il maestro Ram Shankar Nikumbh. Da subito il maestro sembra molto più sensibile e molto più attento alle esigenze dei suoi alunni. Non preoccupato unicamente del rispetto delle regole, il suo metodo educativo sembra finalizzato a stimolare la fantasia e la creatività dei suoi alunni per quanto questo metodo sia inizialmente malvisto dei suoi colleghi e dalle autorità scolastiche. L’inizio del rapporto con Ishaan è molto complicato e il bimbo, forte delle esperienze particolarmente negative con gli altri insegnanti, si tiene a distanza anche dall’attività del nuovo maestro. Ma l’attenzione e la costanza di quest’ultimo iniziano, lentamente, a fare breccia nel cuore del bambino che si sente per la prima volta compreso e accettato per quello che è e non screditato per quello che gli altri si aspettano sia. Assistiamo così alla costruzione di un rapporto meraviglioso basato sulla fiducia e sulla comprensione capendo più avanti nel film il motivo per il quale il maestro sia così bravo. Mi fermo qua per non svelarvi troppo della trama. Spero di avervi incuriosito abbastanza per guardarlo.

Il film è interessante perché fornisce una perfetta rappresentazione delle conseguenze che possono subentrare nel momento in cui l’esperienza scolastica diventi particolarmente frustrante per un bambino. Le varie strategie che gli adulti intorno a lui cercano di attuare si rivelano profondamente fallimentari perché ognuno di loro parte da ciò che il bambino DEVE fare senza minimamente preoccuparsi di ciò che il bambino sia. Nessuna persona può essere collaborativa, fiduciosa e aperta nel momento in cui si sente intimamente rifiutata, esclusa e non accettata. Se gli adulti intorno a lui deridono, prendono in giro, marcano in continuazione la sua incapacità di stare al passo con gli altri o di non essere bravo come gli altri, aumentano questo divario spingendo il bambino all’isolamento. Necessariamente, all’isolamento e alla non accettazione seguirà la rabbia. E da qui comportamenti etichettati come devianti.

La grande scoperta avviene nel momento in cui ci si avvicina al bimbo partendo da noi stessi, dal bambino che noi stessi siamo stati, dalle esperienze che abbiamo vissuto, non dimenticando quanto può essere frustrante, quanto può far arrabbiare l’essere ignorati dagli adulti che ci circondano. Solo partendo da noi riusciamo a contattare l’altro. Solo se noi facciamo esperienza di ciò che l’altro prova possiamo comprendere i suoi sentimenti. In questo senso uno degli episodi più rappresentativi avviene quando il maestro fa sperimentare al padre di Ishaan cosa significhi la frustrazione di non saper eseguire un compito riuscendo per la prima volta a fargli intuire l’esperienza del figlio. Solo partendo da questo contatto con noi stessi e da questa sensibilità è possibile trovare la chiave di volta per comunicare con Ishaan, e finalmente aiutarlo a superare le sue difficoltà, riuscendo a far finalmente emergere le sue risorse e le sue abilità.

Spero, come detto, di avervi incuriosito abbastanza. Consiglio a tutti i genitori che hanno figli in età scolare, sia con disturbi di apprendimento che senza disturbi di apprendimento, la visione di questo film che costituisce un utile strumento per cercare di avvicinarsi ad un approccio più comprensivo e sensibile al mondo dei più piccoli.

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369).  

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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FILM: Still Alice

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Still AliceCosa sono i ricordi e quanto questi influiscono nel definire chi siamo? Cosa succederebbe se li perdessimo? Se le nostre esperienze sono quello che ci rende tali, cosa ne sarebbe di noi nel momento in cui queste, gradualmente, scompaiono?  Cosa accade quando a tutto questo si aggiunge la consapevolezza dell’inesorabilità del declino cognitivo? Sono alcune delle domande venutemi in mente guardando un bellissimo film, Still Alice, diretto da Richard Glatzer e da Wash Westmoreland, interpretato, nel ruolo della protagonista Alice, da Julianne Moore, che grazie alla sua interpretazione vinse l’Oscar come miglior attrice protagonista. 

Tra le altre cose Richard Glatzer, uno dei registi, ebbe esperienza diretta di cosa poteva implicare questa degenerazione, dato che gli venne diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) durante la lavorazione del film ed è infine morto per le complicazioni della malattia nel marzo del 2015. Il film racconta la storia di Alice, donna determinata, insegnante di linguistica alla Columbia University, una donna che ha costruito tutta sé stessa sul piano intellettivo e cognitivo. Alice ha anche una famiglia, un marito e tre figli Anna, Tom e Lydia. Ed in questa vita all’apparenza perfetta, è la stessa Alice che inizia a rendersi conto di come ci sia qualcosa che non va. Il tutto inizia apparentemente in maniera casuale, dimenticando, come capita a molti di noi, un termine o una parola, e proprio lei, che ha fatto della sua vita una continua ricerca delle nostre doti cognitive, soprattutto per quanto concerne il linguaggio, e quindi la capacità comunicativa delle persone, si trova a dover sperimentare cosa succeda quando una malattia degenerativa dapprima modifichi e poi distrugga del tutto le nostre capacità mnemoniche e, con esse, la nostra intera vita. 

Pur avendo solo 50 anni, infatti, Alice è portatrice di un patrimonio genetico che la espone all’insorgenza precoce del morbo di Alzheimer, una forma di demenza invalidante e particolarmente compromissiva per la vita dell’individuo. Assistiamo così all’inesorabile decadimento intellettuale di una donna prima nel pieno possesso della sua vita. La progressione è sempre più rapida e dimenticare un termine si accompagna al disorientamento spaziale e temporale, al mancato riconoscimento delle cose e delle persone. La veloce discesa nel mondo della patologia aumenta lo scollamento della vita di Alice da quella dei suoi familiari.

Come tutte le malattie, infatti, anche il morbo di Alzheimer ha una fortissima componente relazionale, dal momento che non colpisce la singola persona, ma si ripercuote sulla vita delle persone vicine, provocando conseguenze sulla relazioni sociali dell’individuo il quale, sempre più velocemente, con la perdita della capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio, perde qualunque autonomia. I contraccolpi di questa riorganizzazione sono molto evidenti nella vita della famiglia di Alice

L’iniziale amore e comprensione per quello che le succede, lascia spazio anche ad incomprensioni, egoismi e rabbia, in un oscillare profondamente umano di grandezza e piccolezza, aspetti che caratterizzano il modo in cui spesso affrontiamo le fasi altalenanti della nostra vita. 

Il film è esemplificativo per la capacità che ha di introdurci nella complessità e difficoltà della vita di una famiglia ‘normale’ nella quale le piccole beghe tra sorelle e i trasferimenti per la carriera lasciano il posto ad un vero e proprio dramma, al rovesciamento di ruoli, alla necessaria riorganizzazione familiare dovuta alla malattia. Mi ha personalmente permesso di focalizzare l’attenzione sul dramma che le persone colpite dal morbo di Alzheimer devono sopportare, lo sfaldamento di ogni loro ricordo, il frantumarsi di ogni autonomia, di ogni piccola certezza di tutti quei singoli punti di riferimento che le persone costruiscono con fatica per orienterai all’interno della loro stessa vita. Il film descrive bene la mancanza di capacità di messa a fuoco del senso della vita dell’individuo, l’impossibilità di una consapevolezza di se stessi che viene a sfumare dolorosamente in un continuo presente mai trattenuto. Una patologia che solo in Italia colpisce circa 500.000 persone e le loro famiglie e che, dato l’allungarsi medio della vita degli individui, è destinato a colpire un sempre maggior numero di persone, una malattia per la quale a tutt’oggi non c’è alcun tipo di cura, una patologia della quale, mi accorgo, sapevo troppo poco. Questa, secondo me, è la grandezza di un film: non lasciare indifferente lo spettatore e spingere l’attenzione di chi guarda verso il tema proposto. E Still Alice credo sia in grado di farlo.

Come sempre chi l’avesse visto e volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure commentando il post. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

 

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FILM: Requiem for a dream

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Requiem-for-a-Dream-Wallpaper-Il film del quale voglio parlarvi oggi è uno dei film più descrittivi di quello che è la dipendenza in ogni suo aspetto. Requiem for a dream (2000) diretto da Darren Aronofsky, è la lenta discesa di ognuno dei quattro personaggi principali nella sua personale dipendenza. Il titolo è abbastanza esplicativo di quello che verrà mostrato: il requiem per ogni sogno, per ogni speranza e per ogni illusione delle persone che mostra. I protagonisti sono la signora Sara Goldfarb (Ellen Burstyn) madre e casalinga, completamente e totalmente dipendente dalla sua televisione e dal figlio Harry (Jared Leto), unico scopo della sua vita. Harry, a sua volta tossicodipendente, è molto legato all’amico Tyrone (Marlon Wayans) e alla fidanzata Marion (Jennifer Connelly), tossicodipendenti a loro volta.

Ognuno dei protagonisti si lega alla dipendenza dell’altro e ha come obiettivo il proprio riscatto, che persegue con ogni mezzo fino all’autodistruzione, al requiem del titolo per il sogno di farcela. Il film è secondo me perfetto per descrivere non solo la dipendenza, quanto l’alienazione, sia nei confronti degli altri che nei confronti di se stessi, che il mancato riconoscimento di queste debolezze porta a non affrontare.

La madre, Sara, è del tutto presa dalla realtà fittizia dei suoi programmi televisivi, dai continui gesti stereotipati che scandiscono il passaggio del tempo in una routine quotidiana ormai insignificante, mentre coltiva la speranza e il desiderio di partecipare al suo programma preferito e, tramite questo, avere il suo personale riscatto da una vita solitaria nella quale non le è rimasto nulla dopo la morte del marito. In vista della ipotetica partecipazione ad uno dei suoi programmi tv, Sara coltiva una vera e propria ossessione per il suo aspetto fisico, volendo rientrare in un abito che non indossava più da tanto tempo. Questo obiettivo assurge a diventare idolo della sua stessa esistenza, unico e inutile scopo di una vita vuota. Per ottenere l’agognato risultato, si rivolge ad un medico che le fa assumere (e sviluppare un’altra dipendenza) delle anfetamine, farmaci anoressizzanti.

Nessuna delle amiche della donna interviene, nessuna (ma questo accade di continuo nel film tra i diversi personaggi) si rapporta con la persona reale quanto con le aspettative che hanno nei confronti dell’altro. L’alienazione è ben descritta dal rapporto che Sara ha con il medico che ne segue la dieta: in nessuna occasione la degna di uno sguardo: il loro rapporto è dato semplicemente dalla compilazione della ricetta per le pillole.

La relazione di Sara col figlio Harry è sullo stesso piano: alienante. Sara non sembra chiedersi mai chi sia/cosa faccia il figlio ma proietta su di lui i suoi desideri (che lavori, che trovi una fidanzata, che abbia una vita ‘normale’); a sua volta il figlio non si rende conto dell’alienazione della mamma nel suo isolamento, mirando semplicemente a farla felice cercando di comprarle una televisione migliore. Non esiste nessuna famiglia, non c’è una relazione: il loro è l’incontro di debolezze, speranze e desideri che si proiettano sull’altro. La ragazza di Harry, Marion è un altro esempio di come la famiglia sia del tutto assente: proviene da una famiglia benestante (che non compare mai nel film) il cui unico scopo è mantenerla e pagarle le cure da uno psichiatra. Anche lo psichiatra, così come il medico che segue la mamma Sara, è una figura misera in questo quadro, un approfittatore delle debolezze altrui. Harry e l’amico Tyrone hanno come unico scopo quello di riuscire a diventare spacciatori sempre più grandi e affrancarsi da una vita fallimentare diventando ricchi (vedi le fantasie risarcitorie ricorrenti di Tyrone con la madre e le sue promesse che ‘ce l’avrebbe fatta’). 

Il risultato, ovviamente, sarà di tutt’altro tipo: una lenta discesa nell’inferno personale di ciascuno di loro, una totale incapacità di accettare i propri limiti e le proprie possibilità, un continuo stordirsi con tutto (droga, tv, sesso…) qualunque cosa permetta loro di allontanarsi da quello che sono e possa far sognare realtà che non esistono, vite degne di nota, possibilità di riscatto nate e cresciute dall’essere qualcun’altro piuttosto che riuscire a partire da se stessi.

Questa scissione tra chi si è e cosa si vorrebbe essere è data anche a livello visivo dall’uso che il regista fa del cosiddetto split screen, la divisione in due diverse inquadrature dello schermo. I protagonisti sono spesso scissi tra una realtà immaginaria e consolatoria e una verità che non accettano e che rifuggono. Un continuo alternarsi tra vita reale e speranza, tra mondo concreto e illusione che trova il suo apice nei deliri della madre ridicolizzata dal suo scintillante alter-ego televisivo e totalmente frastornata dalle sue paure nel mondo reale, del tutto in balia della sua separazione, incapace di permettere un dialogo tra le sue varie anime che acquistano spessore e che arrivano a scontrarsi frontalmente.

Il film è diviso in tre episodi intitolati Summer (estate), Autumn (autunno) e Winter (inverno). L’inverno è l’inverno delle anime, anime diventate completamente fredde, completamente sorde a se stesse, impegnate nella ricerca di qualcosa o di qualcuno esterno loro che possa far sentire il senso della propria vita che si avverte perduto. All’inverno non segue nessuna primavera, nessun risveglio, nessuna rinascita. La lenta discesa è compiuta, l’alienazione è arrivata all’apice: ognuno di loro non ha più idea di chi sia ne del proprio senso. Un film assolutamente cupo, nelle atmosfere, nella fotografia, nelle luci, nella splendida colonna sonora, un film crudo su cosa siano le dipendenze (emblematico, in questo senso, il fatto che lo spaccio avvenga all’interno di un supermercato, moderno luogo delle nostre molteplici dipendenze, quali esse siano: alimentari, igieniche, ludiche…).

Un film estremo che spinge a riflettere sulla dipendenza, sulle diverse forme di dipendenza e su come queste abbiano la capacità di allontanarci da noi stessi, nel portare il baricentro del nostro equilibrio sempre più lontano fino a farci crollare, fino a farci collassare in un inverno perenne.

Qualora l’aveste visto e voleste farmi sapere la vostra opinione, lasciate un commento o scrivetemi (fabrizioboninu@gmail.com)

A presto…

Fabrizio Boninu

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Un sapore di ruggine e ossa

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Un sapore di ruggine e ossaIl film che voglio raccontarvi oggi si intitola Un sapore di ruggine e ossa (2012) diretto dal regista francese Jacques Audiard, e che ha come interpreti principali Marion Cotillard nel ruolo di Stephanie e Matthias Schoenaerts in quello di Alain. Il film narra sostanzialmente due cose: la disabilità e l’incontro. Stephanie fa l’addestratrice di orche in un parco tematico mentre Alain conduce la sua vita alla ricerca di una sistemazione. Tanto la prima sembra organizzata quanto il secondo sembra allo sbando. La vita di Alain è ‘complicata’ notevolmente dalla presenza di un figlio, al quale il padre non sembra riuscire a dare una sistemazione, sia fisica che affettiva nella sua vita. In realtà, e lo vedremo nel corso di tutto il film, Alain ha difficoltà a relazionarsi col figlio che, obbligandolo a fare il genitore, a fare, in ultima analisi l’adulto, lo costringe a vedere una parte di sé col quale non sembra in grado di interagire. Questo lo porta a non cercare un modo stabile per sostenersi, a dipendere dagli altri, soprattutto la sorella che assume un ruolo materno in questo suo ‘accudire’ il fratello. In uno dei diversi lavori che Alain si trova costretto a fare per sopravvivere, incontra Stephanie. L’incontro sembra, per la diversità dei due, destinato a non poter durare, e infatti i due si perdono di vista.

Ma un fatto spariglierà le carte delle loro vite. Durante un incidente in vasca con le orche, Stephanie perde entrambe le gambe. Assistiamo al passaggio doloroso della presa di coscienza dei propri limiti e dei limiti delle persone che in un cambiamento così drastico possono non reggere e trovarsi impreparati ad affrontare il cambiamento. Il fidanzato di Stephanie, per esempio,incapace di fronteggiare questo cambiamento, la lascia e lei si ritrova, ancora più sola, a non riuscire ad andare avanti. Riscopre allora l’incontro casuale con Alain. Si vedono, ed in questo frangente l’apparente mancanza di sensibilità di Alain svolge una funzione di primaria importanza. Stephanie non riesce più a vedere se stessa come una persona ‘normale’, ma come una persona menomata incapace di avere una vita comune. Alain, rude e brusco nell’approcciare al suo handicap, la costringe ad agire e a pensare a se stessa come una persona prima che ad un portatore di handicap. Stephanie all’interno dell’ottica della commiserazione della sua situazione viene trascinata nella normalità da Alain che la coinvolge in tutto quello che fa. Semplicemente rivolgendole delle domande, la costringe a pensare alla nuova sé stessa, a non poter semplicemente rimpiangere una vita precedente ma a dover decidere cosa fare della sua vita attuale. Molto simbolico, in questo, il suo primo bagno nel mare, la ripresa di una vita precedente (lavorava nell’acqua) ma anche e soprattutto la nuova rinascita nella nuova condizione. “Vuoi nuotare?”, le chiede mentre lei è combattuta se farlo oppure no. Alain la costringe in qualche misura a fare prima di poter pensare di non essere in grado di farlo.

Alain riesce i questo modo a fare conciliare Stephanie con la sua nuova vita. Bisogna prestare attenzione al movimento inverso, di come Stephanie riesca, di contro, a conciliare Alain con la sua vita adulta, offrendogli la possibilità di prendersi la responsabilità di una relazione e di una vita adulta. Che passa, inevitabilmente anche attraverso momenti di tensione con la vecchia vita, rappresentata soprattutto dal figlio. Ed è solo quando rischia di perderlo che capisce il valore che ha per lui e l’impossibilità di lasciarlo andare e di fallire definitivamente come adulto, lo porta a combattere con tutte le sue forze per scardinare la situazione.

Ed è solo nel momento della consapevolezza del valore delle scelte in atto che i protagonisti possono pensare di diventare una famiglia. Un film molto bello, che consiglio di vedere anche e sopratutto perché, attraverso scelte mosse non dal facile pietismo che spesso circonda il tema dell’handicap, permette una riflessione su cosa voglia dire incontrarsi superando le proprie difficoltà, fisiche od emotive che siano.

Nel caso lo vedeste, o lo aveste già visto, fatemi sapere che ne pensate.

A presto…
Fabrizio
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The tree of life FILM

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The tree of life FILMIl post di oggi riguarda un film molto bello visto ultimamente: The tree of life (l’albero della vita) del regista Terrence Malick (2011). Il film narra la storia della famiglia O’Brien, una famiglia media americana. Questa famiglia è composta dai genitori e da tre figli maschi.
I membri si trovano a dover fare i conti con le storie e i fantasmi stessi della propria famiglia. Già da subito intuiamo come il padre rivesta una funzione genitoriale assolutamente autoritaria, nel quale il potere è dato dall’asservimento dei figli a quello che è il suo modo di intendere la vita. La figura del padre ha un che di tragico dal momento che non sembra essere in grado di relazionarsi coi figli in altra maniera che non sia quella del rispetto o dell’imposizione di regole. Il momento nel quale il primogenito lo abbraccia e lui non sa come comportarsi è veramente molto indicativa della sua incapacità ad uscire dal ruolo del padre educatore. Altro esempio: il figlio maggiore suona il piano e questa è una delle passioni del padre. Anche in questo caso sembra più la proiezione sui figli di un proprio desiderio piuttosto che una passione del figlio. La tematica è molto interessante: quanto è pericoloso che i genitori proiettino sui figli i loro desideri e le loro aspettative? Quanto questo non permette di accogliere i reali interessi dei figli?
La famiglia viene sconvolta da un lutto. Non voglio rovinarvi la trama quindi non aggiungerò altro. Posso solo sottolineare come questo momento sia un momento di disvelamento per il padre stesso che, rendendosi conto del peso che alcune sue scelte hanno avuto sugli altri membri della famiglia, si accusa di essere causa dell’evento luttuoso stesso, e si accorge di come la sua colpa è l’aver fatto provare vergogna ma che fondamentalmente quella era la sua vergogna. Il meccanismo di disvelamento è basato sulla proiezione di quelli che sono i suoi sentimenti e che lui sente di aver attribuito all’altro. Possiamo renderci conto che quest’uomo non è incapace di amare: ama nel modo in cui probabilmente anche a lui è stato insegnato ad amare. Sembra un uomo innamorato dei suoi figli e comunica loro il suo amore anche se sembra incapace di lanci di affetto che non siano punitivi, educativi o pedagogici. Costantemente teso a cercare di far capire ai figli come ci voglia una grande volontà per farsi strada nella vita e come se si vuole avere successo non si possa essere troppo buoni. Il suo sembra un desiderio di rivalsa, di riscatto dell’uomo che si costruisce da solo che fa di se stesso ciò che vuole e che non ha bisogno degli altri. Sembra allora incarnare l’archetipo dell’homo homini lupus, dell’uomo che deve farsi largo a forza in una vita cattiva e piena di dolore, nel quale il proprio futuro lo si costruisce a discapito di ciò che avviene. Il simbolo di una vita in cui sopravvive il più forte e che sottomette il più debole.

D’altro canto abbiamo invece la figura della madre. Silenziosa, amorevole, comprensiva, accogliente. L’alter ego perfetto del marito. Quanto lui è severo, tanto lei è comprensiva. Quanto più lui è orientato ad una meta, tanto più lei sembra essere in balia dell’amore per i suoi figli. Il gioco, naturalmente, è un gioco delle parti. Parti nelle quali più il padre sembra assurgere al ruolo della regola tanto più la madre sembra obbedire alle regole di un amore incondizionato. Questa separazione, questa polarizzazione sembra in qualche modo disorientare i figli, soprattutto il maggiore che, spesso sgridato dal padre per come dovrebbe essere e invece non è, gli assicura di assomigliare più a lui che alla madre. In questa polarizzazione possiamo leggere tutte le idiosincrasie delle nostre famiglie nelle quali i ruoli e le aspettative sembrano giocare un ruolo superiore alla persona stessa.

Il film è, per me, particolarmente interessante perché riesce ad unire la realtà del microcosmo familiare che fin qui vi ho descritto, con il macrocosmo della vita stessa. Con una serie di bellissime immagini  viene rappresentata la nascita e l’evoluzione della vita sulla terra, la stessa vita che, con tutti i suoi problemi, tutti i non detti, tutto l’amore e tutta l’incapacità di esprimerlo, la piccola famiglia O’Brien simboleggia. Un inarrestabile albero della vita che inesorabilmente cresce, cambia, muta, costruisce e disfa ogni singola cosa. Un albero della vita al quale, presi a guardare il nostro piccolo orticello, spesso non ci rendiamo conto di appartenere. Un albero della vita che lega e unisce destini di persone apparentemente distanti come i genitori della famiglia O’Brien. Un albero della vita che, nel bene e nel male, forse lega e unisce i destini di tutti noi.
A presto…
Fabrizio
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… e ora parliamo di Kevin

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... e ora parliamo di KevinIl film del quale voglio parlarvi oggi è un film molto duro sulla famiglia. Si intitola …e ora parliamo di Kevin (2011)è della regista Lynne Ramsay ed magistralmente interpretato da Tilda Swinton e da John C. Reilly nei panni dei genitori del Kevin del titolo, loro primogenito. Il film, come dicevo è un film sulla famiglia ma non per la tutta la famiglia. Racconta della discesa all’inferno dei protagonisti, del lento sfaldamento di una famiglia alle prese con un dramma che diventa, piano piano, più grande di lei. Il film è spiazzante e spiazzante lo è anche nella sequenza temporale dato che non è lineare nello svolgimento, procede per salti con continui rimandi al passato e altrettanti ritorni al presente. Ci viene, in questo modo, presentata la storia della famiglia fin dalla sua origine, la coppia genitoriale. Le scene iniziali del film sono ambientate nella famosa battaglia della Tomatina, la battaglia dei pomodori, che si svolge in estate nella cittadina di Bunol, in Spagna. La luce delle scene è così particolare da far risaltare il colore rosso dei pomodori e renderlo uguale al colore del sangue. Questa caratteristica mi ha colpito molto perché, fateci caso, un oggetto con lo stesso colore, o comunque lo stesso rosso, compare in quasi tutte le scene del film. E’ come se si volesse sottolineare, anche cromaticamente, come il sangue, inteso anche come legame di sangue, sia presente dall’inizio alla fine della storia rappresentata. 
Sostanzialmente il film ruota attorno al rapporto tra il primogenito e il resto della famiglia. Fin dalla nascita sembra essere la madre il membro più spiazzato dall’arrivo del bimbo. Questo si traduce in un rapporto problematico madre/figlio e in una ridefinizione dei ruoli all’interno della coppia dei genitori: da una parte la madre non riesce ad avere, se non con difficoltà, nessun contatto fisico col bimbo e sembra incapace di gestire il rapporto con lui mentre il padre sembra essere molto più vicino e attento a questa esigenza del piccolo. Osservando la madre, si ha l’impressione che abbia più paura che trasporto verso il piccolo. Questa mancanza di contatto e di relazione le fa, in breve perdere il controllo della situazione. Ogni cosa, anche la più piccola e la più quotidiana, è fonte di scontri  e di tensioni e questo, anziché rinsaldare la coppia genitoriale, la divide in ruoli di ‘buono’ e ‘cattivo’ che sembrano essere totalmente parziali. La mancanza di relazione, quindi, non coinvolge solo madre e figlio ma anche i genitori. E’ come se in tutti i membri della famiglia mancasse la capacità di comunicare apertamente, come se tutto dovesse essere sepolto sotto una coltre di finta indifferenza e finta mancanza di problematicità, aspetto che porta a sottovalutare e a non comprendere appieno la situazione nella sua complessità. Una scena emblematica è, per me, quella nella quale, all’ennesimo comportamento del figlio, la madre, innervosita, gli da uno strattone e gli provoca un livido. Il bimbo, al ritorno del padre, non dice nulla, inventa una bugia per spiegare il livido e rafforza una complicità con la madre basata sulla menzogna e non sulla possibilità di parlare.
Nel film viene descritta molto bene questa dimensione, questa incapacità comunicativa che, nello sforzo di cercare di far si che le cose sembrino il più normale possibile, allontana sempre di più tutti i componenti della famiglia. Il fatto di avere un bambino piccolo spinge il padre a proporre il trasferimento dalla città di New York alla campagna, contro il volere della moglie. Anche qua la domanda naturale che potrebbe sorgere è: è possibile che tra loro non abbiano parlato prima, per cercare di capire cosa sarebbe successo alla nascita di un figlio? Questo è il punto nodale, che sta a monte anche rispetto alla nascita di Kevin ed è la modalità di relazione della quale Kevin stesso è vittima. Ancora la nascita della secondogenita provoca una serie di episodi che non attivano una forte funzione genitoriale, ma che, al contrario, spaventano e sembrano rendere ancora più inadeguati i rapporti tra i genitori e i figli. Crescendo il figlio diventa sempre più apertamente problematico, ma questo non porta una generale ridefinizione della famiglia che appare ancora più incapace e ancora meno disposta ad accettare e riconoscere la gravità della situazione.Naturalmente, lo ribadisco, dal mio punto di vista, non c’è un membro malato e altri membri sani: è tutto il sistema familiare ad essere problematico, anche se poi, fisicamente, è solo uno di loro quello che appare ‘disturbato’, ed è il membro che agisce questo disagio che, però accomuna tutti loro. Il disturbo arriva ad un epilogo del quale non vi svelo nulla per non rovinare la trama.
Rimane, a mio avviso, pur essendo duro e disturbante, un film interessante che pone degli interrogativi: quanto siamo responsabili per le cose che avvengono in chi cresciamo? Quanto siamo disposti a non vedere pensando di proteggerci da una sofferenza che è solo rimandata? Nel film, per esempio, viene mostrata la crudeltà di Kevin nei confronti degli animali. Può essere considerato un segnale da prendere in considerazione nel valutare il disagio di un adolescente? Chi si accanisce contro animali può, in seguito, essere pericoloso anche per le persone che lo circondano? Naturalmente il film non fornisce risposte. Crea più dubbi, interrogativi che costringono necessariamente a riflettere sul nostro ruolo, sulle nostre relazioni, sulla nostra capacità di comunicare.
Domande che spesso nascono a posteriori ma che dovremmo imparare a farci prima. Se non avete visto il film, penso che questa frase risulti abbastanza incomprensibile. Spero anche di avervi incuriosito abbastanza per spingervi a guardarlo.
Nel caso lo vedeste, fatemi sapere che ne pensate.
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Fabrizio Boninu
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C.R.A.Z.Y.

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C.R.A.Z.Y.Il film che voglio raccontarvi oggi, come al solito spunto di riflessioni, in questo caso sulla famiglia si intitola C.R.A.Z.Y. del regista Jean-Marc Vallée (2006). Il titolo è un gioco di parole tra le iniziale dei 5 figli della famiglia e la parola crazy (pazzo). Il film narra la storia della famiglia Beaulieu, una famiglia composta da due genitori e cinque figli maschi. Il protagonista tra loro è Zachary un ragazzo che si scontra non sol con la sua identità sessuale ma anche e soprattutto con l’omofobia del padre. Il regista è molto attento ad evidenziare i passaggi che portano sempre più in alto lo scontro tra Zachary e il padre. Fin dalle prime battute si intuisce la caratteristica di Zachary quando, con la madre che ha appena avuto il quinto figlio maschio, desidera spingere il passeggino del fratello. Il padre da subito si oppone alla manifestazione di questi comportamenti e, da bravo intollerante, deve attribuire all’esterno la causa di quello che non comprende, non gli piace e giudica sbagliato. La moglie è il bersaglio perfetto per questo tipo di critica e continua a rinfacciarle che se il figlio è così deve pur essere colpa di qualcuno e che la colpa, in buona sostanza, è sua. Si intravede però, in tutto il film l’incapacità del padre di confrontarsi con questo tipo di realtà.

In questo gioco delle parti,come spesso accade, la madre sembra molto più comprensiva ed asseconda i desideri del figlio cercandone di capire la motivazione piuttosto che giudicando e proibendo. In diverse scene viene sottolineato questo aspetto. Appena il padre va via di casa per lavoro la madre permette al figlio di fare cose che in presenza del padre gli sono proibite. In una famiglia questa polarizzazione tra un genitore altamente permissivo e uno altamente punito non è da considerare una buona strategia perché potrebbe disorientare il figlio tra continui permessi e negazioni. Potrebbe poi, implicitamente, dare un grande potere al figlio che, inserendosi tra dinamiche di coppia (mamma me lo concede, papà no, posso rendere evidente questo aspetto e indurli a litigare!) può portare a fratture o incomprensioni tra i due genitori.

Tornando al film la descrizione della situazione in casa è fatta con una sottile ironia che rende il film molto godibile. In una scena Zachary piccolo sente, durante i litigi tra il padre e la madre che il padre continua a ripetere che è colpa sua se il figlio è ‘moscio’. In seguito vedremo Zachary , inginocchiato ai piedi del letto della sua camera che prega Dio di non farlo essere moscio. Il film prosegue con la descrizione della crescita del ragazzo attorniato da questa paura e dall’ansia che questo gli mette. Soffre infatti, di enuresi notturna, fatto che testimonia inequivocabilmente che Zachary si porta dietro qualche ansia, mal’unica sua preoccupazione, fatta sua da quello che sente spesso dire al padre, è la paura di cosa potrebbero pensare gli altri se lo venissero a sapere. L’adolescenza porta la ribellione nei confronti del padre e le prime risse con i suoi coetanei. La figura del padre è goffamente ridicola nell’ondeggiare tra le somiglianze con lui (quando il figlio si picchia, attività ‘maschile’) oppure le somiglianze con la madre (quando fa qualcosa che non rientra tra i canoni maschili del padre). L’ambivalenza tra l’accettazione di alcuni aspetti e il rifiuto di altri, testimonia,più che la diversità di Zachary, l’incapacità del genitore di accettare la cosa e di poterla ricomprendere tra le cose accettabili. Nella famiglia, su questo, manca completamente il dialogo e tutto sembra passare per non detti, per allusioni di cui non si può mai esplicitare nulla.

Fondamentalmente un bel film che permette di cogliere l’impossibilità di crescere senza dialogo. Come al solito, se doveste vederlo, o l’aveste già visto, fatemi sapere che ne pensate.

A presto…
Fabrizio
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This is England

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This is EnglandIl film di cui vi voglio parlare oggi illustra in maniera emblematica come un ragazzo, tranquillo e pacato, possa trasformarsi nel perfetto esempio di un piccolo razzista intollerante ‘grazie’ alle compagnie che frequenta e alla mancanza di una guida adulta che possa fargli capire meglio il peso delle scelte effettuate. Mi riferisco a This is England (2006), del regista Shane Meadows. Il film ruota intorno alle vicende del protagonista Shaun, 12 anni.  Shaun ha perso il padre nella guerra delle isole Falkland ed abita con la madre in un anonimo quartiere di villette a schiera nella periferia di una città inglese. Shaun non gode di molta popolarità nella scuola che frequenta: è vittima della derisione dei suoi compagni per come si comporta o per come si veste. Dopo uno di questi litigi, nel quale è costretto a fuggire, Shaun incontra un gruppo di ragazzi più grandi. Il gruppo, vero protagonista del film, è composto da vari personaggi e condensano i vari stili dell’epoca in cui il film è ambientato. Il peso che il gruppo ha sulla storia di Shaun è molto rilevante e credo descriva bene il ruolo che il gruppo dei pari gioca in un momento così delicato com’è quello dell’adolescenza. Shaun si sente, probabilmente per la prima volta in vita sua, rispettato ed accettato e diventa una sorta di mascotte del gruppo che, in realtà, è costituito da persone più grandi di lui. La mamma non reagisce molto bene a queste nuove amicizie, pretende di conoscere i membri del gruppo e riesce in qualche misura a fidarsi di loro. E’ interessante notare questo passaggio perché denota diversi passaggi: da una parte la madre sente di ‘dover’ accettare il cambiamento che sta avvenendo nelle amicizie del figlio, dall’altro credo possa ben esplicitare il sollievo che un genitore solo si trova a dover affrontare al momento della crescita di un figlio e come può sentirsi sollevata dall’essere l’unico punto di riferimento per il figlio adolescente.
L’apparente equilibrio viene rotto dalla ricomparsa di un membro del gruppo, Combo, finito in carcere ed entrato in contatto con idee naziste. Questo ritorno provoca il disfacimento del gruppo ed origina una serie di interrogativi sull’essere dentro o fuori del gruppo. Anche questo passaggio è molto importante. Sottolinea la rilevanza del gruppo nella costruzione dell’identità sociale durante l’adolescenza.
L’appartenenza ad un gruppo con idee forti e condivise, qualunque esse siano, funge spesso da protezione e da paravento per molte delle debolezze che si percepiscono nel momento del cambiamento adolescenziale. Questo porta ad aderirvi incondizionatamente e cementa e fortifica l’appartenenza al gruppo. Questo spiega anche la radicalizzazione delle posizioni espresse durante l’adolescenza. Ovviamente la diversità di pensiero e di opinione non può essere tollerata, pena la morte del gruppo stesso e questo avviene anche nel film dove il nuovo leader del gruppo chiede apertamente a tutti chi è dentro e chi è fuori. Shaun, che ha bisogno del senso di appartenenza e accettazione che il gruppo gli fornisce, aderendovi viene coinvolto in una serie di episodi violenti e razzisti. Per questo credo che Combo possa essere simbolicamente considerato l’alter ego in negativo del gruppo. Così come, in una prima fase, il gruppo dei pari svolge per Shaun un ruolo di accettazione e comprensione, in seguito lo stesso gruppo (con qualche defezione), capitanato questa volta da Combo, finisce per esprimere tutti gli ideali di rifiuto e incomprensione dell’altro. Questi nuovi e pessimi ideali fanno presa su Shaun e sulla sua visione del mondo e, innestandosi su sentimenti di rabbia e di frustrazione, sfociano in atteggiamenti oppositori e antagonisti. Nel caso del piccolo protagonista del film si innestano specificamente sulla rabbia e sul rancore che Shaun prova per la prematura scomparsa del padre. E così, per un malinteso senso di onore e rispetto per la morte in guerra dell’uomo, Shaun si ritrova ad assistere ad episodi di violenza ed intolleranza che porteranno ad un epilogo tragico e doloroso, nel quale le generiche questioni di razza si tradurranno nella brutale violenza all’indirizzo di un membro del gruppo. Insomma un film doloroso e amaro che getta uno sguardo su quell’età di passaggio, sul peso degli amici, sul ruolo del confronto che, se non accompagnati, possono fare di questa età di passaggio un’età problematica come spesso avviene.
Un’ultima nota: il titolo, tradotto in italiano, significa questa è L’Inghilterra. La realtà che descrive, invece, credo non sia più solo una questione inglese ma quantomeno occidentale, e potrebbe adattarsi a segnalare il disagio diffuso negli adolescenti delle civiltà europee e nordamericane. Un fenomeno ben più diffuso di quanto il titolo faccia intendere.
Come sempre, nel caso doveste vederlo, fatemi sapere che ne pensate.
A presto…
Fabrizio
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Animal kingdome

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Animal kingdomeIl film che voglio raccontarvi oggi è un film che narra le vicende di una famiglia molto particolare. Si intitola Animal kingdome (2010) del regista David Michod. Il film racconta la storia di Joshua, detto “J” Cody. Il ragazzo, diciassettenne, perde la madre per un overdose e chiama la nonna materna ad occuparsi della situazione. La nonna lo porta in casa sua dove vive con gli altri tre suoi figli, zii di Joshua. L’unico particolare che vi aggiungo è che la famiglia sembra dedita alla criminalità per vivere e sembrano molto ambigui i rapporti tra i membri della famiglia stessa. La famiglia è organizzata all’interno di una confusione e di una ambiguità che colpiscono. Gli zii sembrano, infatti, sebbene tutti e tre adulti, ancora molto figli della signora e sembrano essere tutti in un rapporto di parità tra loro. Anche il rapporto tra la madre e figli sembra essere particolare, morboso. Per buona parte del film non viene spiegato dove sia il padre.

Vi riporto questo film perché credo possa rappresentare molto bene, ovviamente con un esito, quello criminale, che non sempre è scontato in situazioni di questo tipo, quanto possano essere problematiche quelle famiglie nella quale la confusività (comunicativa, relazionale, di ruoli, di funzioni) sembra pervadere tutti i livelli. Diverse scene contengono messaggi assolutamente incongruenti tra loro. Ho già accennato, per esempio, al fatto che questa famiglia sia dedita al crimine. In una scena assistiamo ad un diverbio molto acceso, sul fatto che dopo essere andato in bagno, uno degli zii non si sia lavato le mani. Quali regole funzionano? Solo quelle della famiglia stessa? In una scena successiva li vediamo mentre fumano all’interno di un locale pubblico. Sembra allora che questa famiglia abbia in qualche maniera costruito delle sue regole. E fin qui non ci sarebbe nulla di male dal momento che ogni sistema familiare è portatore di una sua visione e di sue regole. La discrepanza è rintracciabile nel momento in cui le regole della famiglia sembrano assolutamente slegate dal contesto nella quale la famiglia vive o, comunque, slegate dal contesto sociale generale. Questo provoca una sorta di autoreferenzialità assolutamente sconcertante. L’incongruenza di cui parlo viene accentuata da moltissimi episodi all’interno del film: i tre figli della donna si picchiano tra loro quasi fossero ragazzini e la madre li sgrida proprio come se fossero piccoli. Sembra una fotografia congelata di tempi ormai passati. Ma che per questa famiglia sono tragicamente il presente. Oppure le reazioni della donna, quando un amico dei tre viene ucciso dalla polizia. La madre cerca di consolare il figlio che piange proprio come farebbe se lui fosse un bambino.

Anche il racconto della donna su come la figlia (madre di J) sia uscita fuori dalla famiglia assume contorni particolari. La donna spiega come abbia lasciato la figlia per una regola non rispettata in un gioco a carte in cui i giocatori erano ubriachi. Lo racconta con una incongruenza totale tra il modo in cui il racconto avviene e il fatto in sé. Come se stesse parlando di  sciocchezze e non della sua stessa figlia. Questo sistema, nella sua autoreferenzialità, è del tutto isolato dall’esterno. Non solo hanno regole loro, ma nessuno di loro sembra avere una relazione con altre persone. Anzi, nel momento in cui l’esterno entra in casa, il sistema familiare si attiva affinché possa ben presto lasciarlo. Qualunque tentativo del mondo esterno di entrare viene bloccato. Naturalmente vale anche il contrario e viene bloccato nello stesso modo anche qualunque tentativo di uscire da questa famiglia. E in quest’ottica, quella di non poter uscire, di non poter avere autonomia, quel patto non scritto per cui o si sta dentro o si muore, che leggo anche la morte dell’unica figlia uscita di casa, la mamma di J. Perché non sopravvive? Perché estromessa dal suo clan? E la sua morte è forse il modo per far rientrare il figlio e ‘lavare’ così la colpa di essere uscita? 

E la fine è altrettanto tragica di quanto fin qui raccontato. La famiglia non salva e, anzi, porta J a legarsi, in qualche modo in maniera indissolubile con i suoi zii. Ripeto, è un film molto disturbante, violento. Può infastidire molto, quindi ne consiglio la visione solo se si tiene conto della tematica trattata. Credo sia un esempio, un pessimo esempio, di come il mancato confronto, l’interazione e la mediazione di regole, di prospettive diverse, possano portare alla follia di una visione che tutto giustifica e tutto consente. Anche se tutto questo ha come teatro e avviene per la propria famiglia.

A presto…
Fabrizio
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Hunger games

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Hunger gamesIl film del quale voglio parlarvi in questo post è Hunger Games (Gary Ross, 2012) ed è il primo episodio di una trilogia basata sui romanzi della scrittrice Suzanne Collins. Il film in questione fu bollato (non vi nascondo anche dal sottoscritto), come l’ennesima trilogia commerciale destinata ad un pubblico di adolescenti o post adolescenti. In realtà avendolo visto, mi sono decisamente dovuto ricredere sia sul contenuto, sia sul messaggio implicito del film. La trama per chi non la conoscesse è questa: il mondo come lo conosciamo oggi non esiste più. L’angolo di mondo che vediamo è una sorta di mondo postapocalittico, ripiombato in una specie di moderno medioevo. Si intuisce che il paese in questione siano gli Stati Uniti dato che la città in cui si svolge la vicenda è una non precisata Capitol City. La città è attorniata da 12 distretti, ribellatisi e sconfitti che ora, per punizione, versano ciascuno ogni anno un tributo umano: un ragazzo e una ragazza che, estratti a sorte si devono sfidare tra loro finché uno solo non uscirà vincitore e diventerà il vincitore appunto degli Hunger Games, trasformandosi in un eroe per la comunità dal quale proviene. La trama apparentemente semplice, è in realtà secondo me particolarmente simbolica e molto precisa nel descrivere quello che avviene ora in qualsiasi reality show vada in onda. Il riferimento che mi viene più immediato è con il meccanismo del reality show più famoso, il Grande Fratello. Sostanzialmente questo tipo di gioco è basato sul privilegiare tutti gli aspetti più bassi e deleteri delle persone: opportunismo, cinismo, narcisismo, sprezzo dei rapporti, trasformismo, doppiogiochismo, false alleanze e false amicizie basate essenzialmente sul durare di più nel gioco, un gioco che viene venduto come pulito ma che in realtà viene, per motivi di trama, montato e pilotato dagli autori a seconda di ciò che il pubblico chiede. Questo avviene anche nel film, dove, la storia d’amore tra i due protagonisti sembra costruita essenzialmente per fini ‘commerciali’.

Ma le analogie non finiscono qua. Tutta la preparazione, soprattutto quella in cui vengono costruiti dei veri e propri personaggi ad uso e consumo del pubblico, sembra quella di altri reality. Altro aspetto: i bambini nella società del film, imitano ciò che vedono nell’Hunger Games, compresi gli aspetti più deleteri. Non è quello che succede anche nella nostra società? Anche per noi sembra si privilegino i comportamenti più infimi purché portino ad un qualche risultato, e le cronache politiche di questi tempi testimoniano di quanto quest’uso e costume sia ormai diffuso. Ancora l’assoluta vacuità della società che sta intorno alla costruzione del meccanismo del gioco, interessata solamente ai vestiti e agli abiti e dimentica di quella che sarà la sorte delle persone che si accingono a partecipare al gioco stesso. Non vi suona familiare? Perfino la casa in cui vivono durante il training di allenamento nel film ricorda la casa ipermodaiola, ma sempre terribilmente artificiale, che caratterizza ogni edizione del Grande Fratello. Insomma un mondo che sembra futuro e lontano ma che, se lo si osserva con occhi appena diversi, non sembra molto diverso da quello nel quale, purtroppo, siano pienamente immersi anche noi.

E in tutto questo la frase che mi ha più colpito è quando il presidente Snow, vecchio protagonista, spiega al burattinaio del gioco, Seneca, per quale motivo venga organizzato tutto questo spettacolo anziché prendere semplicemente dei ragazzi e ucciderli per rappresaglia. Lo scopo, spiega il vecchio con disincantato cinismo, è quello di lasciare una speranza, far si che le persone nei vari distretti, tutti apparentemente molto poveri e schiacciati economicamente dalla ricca città (altra analogia col mondo di oggi?) perseguano l’idea che possano cavarsela, possano diventare conosciuti e degli eroi semplicemente per aver partecipato ed essere sopravvissuti ad un gioco. Non è lo stesso meccanismo perverso e voyeuristico che anima i vari reality, nei quali le persone diventano famose per il semplice fatto di esserci? Ed è davvero un peccato che il meccanismo col quale ci sente importanti sia totalmente artefatto e basato sul motto latino mors tua vita mea.

Credo che meritiamo qualcosa di più che pensare che schiacciare l’altro sia l’unico modo per diventare qualcuno nella vita. E credo anche che non  si possano depositare le nostre speranze semplicemente sull’idea di diventare famosi per il semplice fatto di comparire. Tanto meno di diventare famosi a scapito di qualcun altro. E’ necessario riflettere su quanto questo meccanismo apparentemente innocuo e semplice stia stritolando, senza che ce ne accorgiamo, la nostra stessa capacità di pensare le relazioni con gli altri. Insomma, un film che consideravo una semplice operazione commerciale si è, inaspettatamente, rivelato un ottimo spunto di riflessione. 

Nel caso lo vedeste, o lo aveste già visto, fatemi sapere che ne pensate.

A presto…

Fabrizio

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La guerra di Mario

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La guerra di MarioIl post di oggi tratta di un film intitolato La guerra di Mario (2005) del regista Antonio Capuano. Il film narra la storia del piccolo Mario, nove anni, bambino che proviene da uno dei quartieri più problematici di Napoli, Ponticelli, che viene portato via alla famiglia nel quale è nato e affidato dai servizi sociali e dal Tribunale dei Minori ad un’altra famiglia. La mamma naturale, Nunzia, ha altri sei figli, convive con un uomo del quale si intuisce che uno dei linguaggi preferiti sia quello violento. Il film è giocato sui contrasti a cominciare dal contesto di origine e quello affidatario del bambino. Tanto la famiglia di origine di Mario sembra popolare e povera di strumenti, quanto quella affidataria appare borghese e ricca di vari stimoli. Il film si concentra essenzialmente sull’inserimento del ragazzo nel nuovo contesto, un inserimento che, data la distanza con il luogo d’origine, non sembra per niente facile. I genitori affidatari sono Giulia e Sandro. Se Giulia sembra completamente assorbita dal ruolo di madre e cerca di andare incontro a Mario in tutti i modi, Sandro invece ha difficoltà a relazionarsi con lui, non riesce a parlarci e anche Mario non sembra desideroso di farlo. L’impressione è che la coppia cerchi in lui un collante per il loro rapporto e che Mario, invece che assolvere a questo compito, si infili nelle crepe della loro storia e che, frapponendosi tra loro, crei una distanza non più colmabile. I ruoli sembrano giocare una funzione fondamentale per tutti loro: Giulia vuole essere la madre perfetta, la madre che con le sue mille attenzioni, può far recuperare tutte le infinite privazioni che il bambino sembra avere subito nella sua giovane vita. Sandro, convinto che Mario sia cresciuto in un contesto che lo ha segnato, prova ad avvicinarsi a lui ma con la convinzione che il piccolo ormai non possa più cambiare. Mario rimane li, solo, come spesso si vede nel film, con il suo unico amico Mimmo un cane che trova per strada. Il destino del piccolo sembra, perciò, passargli sopra attraverso le molte figure che si avvicendano nella sua vita: i genitori naturali, quelli affidatari, la scuola, i servizi sociali e il tribunale. Come spesso avviene in queste storie, soprattutto nel caso di giovani problematici, le origini sembrano essere una colpa difficilmente espiabile. Mario, nel film, vive nel frattempo tutta una sua guerra interna, non dichiarata e non cessata, nella quale non si capisce se racconti cose che ha vissuto o che ha solo sentito raccontare. Questo non fa differenza perché quella guerra e quei ricordi sono dolorosamente reali per lui. Dolorosamente reali per una persona che dice di aver dovuto bere latte e polvere da sparo per essere svezzata.

All’interno di questa guerra, interna ed esterna a Mario, forse solo Giulia si accorge di quanto il bambino non abbia bisogno di essere educato ma di essere accolto. Accolto in una vita nuova, in una nuova famiglia, in un nuovo mondo che sembra volerlo inquadrare senza neanche guardarlo.

La cosa che mi colpisce, e che viene evidenziata tutte le volte che Mario attraversa la strada, è come non riesca a distinguere il rosso dal verde nei semafori. Forse è daltonico, ma nessuno sembra accorgersi di questo. Ed è facile vedere l’alta simbologia di questo aspetto, in una storia in cui nessuno sembra essere in grado di vedere il colore delle persone che gli stanno intorno.

Il film apre una finestra su un mondo doloroso e incerto, in cui non sembrano esistere premesse o conclusioni facili, in cui non sembrano possibili scorciatoie o rapide soluzioni. Un mondo dove sembra vero quello che dice Giulia: l’unica libertà è l’intelligenza solo che è difficile stabilirne i limiti.

Un film molto bello che consiglio a chiunque voglia dare un’occhiata a cosa può voler significare accogliere un bimbo nella propria vita.


A presto…

Fabrizio

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Il calamaro e la balena…

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Il calamaro e la balena...Il film che vi voglio raccontare oggi ha un titolo curioso e particolare: Il calamaro e la balena. Il film è del regista Noah Baumbach (2005). Racconta la storia di una famiglia composta da due genitori e due figli maschi che, apparentemente perfetta, viene sconvolta dalla improvvisa separazione dei genitori. Il motivo della separazione dei genitori ha una funzione fondamentale nello scatenare alcune dinamiche della vita familiare stessa: la madre inizia ad avere più successo del padre nel lavoro. Entrambi hanno pubblicato dei libri, ma se il lavoro del padre non sembra riscuotere più molto successo, la pubblicazione della madre invece lo è. Ovviamente, questo sembra il pretesto per dichiarare la fine di una storia che sembrava ormai finita da tempo. La cosa che incuriosisce e che rende interessante il film, sono tutti i meccanismi che vengono utilizzati da entrambi i genitori per cercare di non guardare in faccia la realtà del cambiamento che sta interessando la loro famiglia. Da una parte la donna, che accusa il marito di non essere più stato lo stesso dopo la fine del suo successo creativo. Dall’altro lui accusa la madre di aver ‘distrutto la famiglia’ prendendo una decisione del quale entrambi sembravano consapevoli. In mezzo i figli che, come in ogni buona separazione conflittuale che si rispetti, vengono utilizzati dai genitori come pedine su una scacchiera, e chiamati a schierarsi con l’uno o con l’altro genitore. Il primogenito si schiera col ‘povero’ padre mentre il secondogenito con la madre. Il secondogenito è interessante nella collocazione del film: inizia a mettere in atto azioni sempre più provocatorie man mano che la separazione dei genitori assume contorni sempre più conflittuali. In realtà i suoi atti sembrano più che altro grida di dolore che nessuno sembra in grado di ascoltare. Potrete notare come, in queste scene, il ragazzo sia sempre da solo e non sembri esserci nessuno in grado di avvertire il suo richiamo. In tutto questo la strategia migliore del padre sembra quella di cercare di costruire una sorta di doppione della ex-casa di famiglia che consenta ai figli di vivere al meglio un cambiamento che lui per primo, non sembra in grado di gestire. L’emblema del film è rappresentato dal gatto che è costretto a fare la spola tra una casa e l’altra fino a quando, alla prima occasione fugge da entrambe. Una fuga che il primogenito sembra non riuscire ad attuare.
Insomma, un bel film che vi consiglio di guardare, un film che riesce a descrivere lo sconvolgimento e le strategie che caratterizzano i membri di una famiglia che si trova a vivere un cambiamento del quale avrebbe fatto volentieri a meno ma che non sembrava più rinviabile. Una famiglia che attraversa un momento di passaggio non dissimile da quello che tante famiglie si trovano, per varie ragioni, a dover affrontare. Un film che riesce a descrivere l’inevitabile passaggio che la fine di una relazione può comportare. Un film che potrebbe descrivere, in uno dei personaggi, qualcuno che conoscete in realtà!


A presto…
Fabrizio

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Revolutionary Road

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Revolutionary RoadIl film di cui voglio parlarvi oggi si intitola Revolutionary Road del regista Sam Mendes (2008). Il film è una bellissima e dolente descrizione della vita di due coniugi April (Kate Winslet) e Jack (Leonardo Di Caprio). Lei, come intravediamo all’inizio del film, è un attrice, mentre lui, impiegato in una grossa azienda e innamorato della moglie, sembra assecondare le passioni di April. La famiglia, i due hanno due bambine, si trasferisce in una casa che sembra la perfetta incarnazione del sogno medio borghese americano: bianca, col prato ben tenuto e il vialetto. Man mano che il sogno sembra concretizzarsi per la coppia, scopriamo che forse il sogno non è di entrambi ma che anzi April si trova sempre più costretta a stare all’interno di un modello che non la rappresenta per niente. Inizia una sorta di lotta per la definizione delle regole dove più Frank sembra rincorrere il sogno della sistemazione, più April si sente sopraffatta da questa normalità, dalla quale invece vorrebbe sfuggire. Se c’è stato un momento nel quale April ha pensato di poter condividere il sogno del marito, tocca poi a Frank l’intenzione di fare come propone la moglie. April ha, infatti, un sogno: convincere il marito a trasferirsi a Parigi dove lei potrebbe lavorare mentre lui potrebbe prendere un periodo di aspettativa. Il piano è’rivoluzionario’ per il periodo nel quale il film è ambientato (siamo intorno agli anni ’60): la mogie lavora, il marito no. Frank sembra condividere il piano della moglie nonostante i loro perfetti vicini di casa, complimentandosi con loro della loro decisione, ci facciano capire poi cosa pensassero realmente. In questo sprazzo di felicità, in un momento di passione, April rimane incinta del terzo figlio. Questo scombussola tutti i piani e allontana gradualmente ma inesorabilmente i due coniugi che tendono ad irrigidirsi sulle loro posizioni e a riuscire a comunicare tra loro sempre meno. Entrambi sembrano a disagio col sogno coltivato dall’altro ed entrambi si rifugiano in rapporti fugaci esterni alla coppia. La distanza è tanto più proporzionale alla consapevezza che i due progetti di vita si stanno discostando. Colpisce come, in una delle scene più drammatiche del film, sia il personaggio del ‘pazzo’ che, facendosi carico del peso di poter dire ciò che tutti pensano ad alta voce. Riesce, infatti, a superare le ipocrisie e i manierismi che la società coltiva per cercare di proteggerci ma che, in realtà, servono a mascherare le difficoltà di questa famiglia. John, il figlio disturbato del loro agente immobiliare, nella scena cui accennavo, fa loro un discorso che potrebbe essere un trattato di terapia familiare: dice a Frank che forse il motivo per cui ha messo incinta April era la paura del fatto di poter seguire il sogno di April stessa e che entrambi si meritano l’uno con l’altro tanto Frank con le sue paure, quanto April con la sua incapacità di seguire fino in fondo i suoi sogni. Nel momento in cui viene rotto il velo dell’ipocrisia, niente può più tornare a posto soprattutto se la soluzione sembra essere il ritorno ad un formalismo di facciata che non sembra ormai rappresentare più nessuno. Non vi voglio rovinare il finale. Ma una delle ultime scene è emblematica di come certe macchie, vitali, vadano a distruggere la perfezione formale di un salotto immacolato.

Insomma un film molto bello, al quale la bravura dei protagonisti aggiunge un valore in più. Un film che fa riflettere sul come la mancanza di dialogo e lo scostamento dai sogni, aspetti dei quali tutti sembrano essere consapevoli, non può essere superato con una magnifica facciata. Una magnifica facciata può essere mantenuta solo a costo della fine del dialogo come ci fa intuire il marito dell’agente immobiliare che abbassa il volume del suo apparecchio acustico per non sentire la moglie.

Può forse essere questa una fine migliore?

A presto…
Fabrizio

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Diario di una schiappa

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Diario di una schiappaIl film che vi racconto oggi è una commedia che ci fa entrare direttamente nel ‘magico’mondo della preadolescenza e dei suoi molteplici riti di passaggio. Si intitola Diario di una schiappa(2010), è del regista Thor Freudenthal ed è basato sul libro di Jeff Kinney. Fondamentalmente il film racconta la vita di un ragazzo, Greg, che si trova a dover fronteggiare il passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie. Il film tratta con una irresistibile ironia di fondo, tutti i più importanti temi di quell’età: le prime ‘conquiste amorose’, o meglio i primi scontri/incontri con l’altro, le prime consapevolezze sulle funzioni e sull’immagine sociale e, quindi, tutte le tematiche correlate come l’accettazione o l’esclusione, la desiderabilità sociale o il rifiuto, le cose ‘giuste’ e quelle ‘sbagliate’ da fare. Ancora i primi screzi nella famiglia, i primi casini con gli amici, e tutto quello che vorremmo fare per far si che tutte le cose a cui teniamo a quell’età andassero bene ma che, in realtà, si rivelano dei totali disastri. Molte tematiche sono affrontate particolarmente bene sopratutto il clima competitivo che si può instaurare all’interno dell’ambiente scolastico. Le dinamiche di gruppo, con i loro continui capovolgimenti di ruolo e con i continui aggiustamenti, i riti collettivi che tutti condividono e che nessuno sembra essere in grado di sovvertire, le dinamiche di inclusione ed esclusione dai gruppi secondo meccanismi apparentemente indecifrabili. Insomma realtà con le quali a tutti noi, penso, sia capitato in qualche modo di avere a che fare. Credo che, per le tematiche affrontate, possa essere un film molto utile da vedere con i propri figli adolescenti perché, tramite la condivisione, permette di fare delle riflessioni con loro di alcuni degli aspetti che caratterizzano la loro età.

La forza del film sta nella capacità di affrontare questi temi con un’ironia e una leggerezza che riesce a mascherare e, forse a farci dimenticare, quanto questi temi siano, o siano stati importanti, nella nostra formazione. Chi di noi può non identificarsi in qualcuna delle mille peripezie che si svolgono all’interno della scuola? O può non riconoscersi in uno degli aspetti dei protagonisti del film? Insomma, come al solito non vi svelo altro per non rovinarvi la trama ma spero di avervi incuriosito abbastanza per spingervi a vederlo.

Naturalmente, nel caso lo vedeste, fatemi sapere che cosa ne pensate.


A presto…
Fabrizio
 
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Quasi amici

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Quasi amiciVi parlo di un film che ho visto da poco al cinema. Si intitola Quasi amici ed è dei registi  Olivier Nakache e Éric Toledano (2011). Il film narra la vicenda di un ricco tetraplegico Philippe e del suo originale aiutante Driss. Fin dalle prime battute colpisce come il tema della disabilità sia affrontato con una vena ironica che la normalizza e la rende apparentemente più gestibile. Già dal primo incontro tra i due protagonisti capiamo come la possibilità di rapportarsi vada oltre gli stereotipi che entrambi potrebbero avere l’uno sull’altro. Da una parte il ricco Philippe, bloccato dentro ad un corpo che non gli consente di essere autonomo, che potrebbe avere tutto ma che non può fare assolutamente nulla senza che qualcuno lo aiuti, dall’altra Driss apparentemente libero di muoversi per il mondo come meglio crede, ma anche lui prigioniero, ad un altro livello, di stereotipi e pregiudizi di cui lui stesso è vittima nei suoi confronti. L’incontro viene fin da subito caratterizzato da una forte vena ironica, che permette all’inizio di sottolineare la distanza tra i due e la totale e completa diversità dei loro mondi di appartenenza. E la comicità di alcune scene è data da questa lontananza culturale e sociale: tanto Philippe è sofisticato ed abituato al bello, tanto Driss è pratico e concreto. La bellezza del film sta, secondo me, in una storia apparentemente semplice nel quale due mondi, lontanissimi, iniziano ad incontrarsi nel momento in cui tutti sembrano trattarsi non più come ‘ruoli’ ma come persone. Allora Driss non è il nullafacente che vuole solo l’assegno di disoccupazione, ma una persona vitale e attiva che riesce a relazionarsi con tutti e a parlare apertamente delle cose senza tanti giri di parole. E la sua non è mancanza di rispetto, è accettazione, forse totale di Philippe. Philippe, d’altro canto, non è solo il tetraplegico: è un uomo che aveva delle passioni (tra tutte il parapendio e le auto sportive), è un padre, è un vedovo, può innamorarsi. E così via questa ‘complessizzazione’ sembra coinvolgere tutti i protagonisti del film che, apparentemente monodimensionali e rispondenti ad un’unica caratteristica iniziano a diventare, se ci prendiamo la briga di volerli conoscere, complessi e strutturati come neanche ci immaginavamo potessero essere. Un film apparentemente sull’handicap si trasforma velocemente nell’affresco di un mondo nel quale, non fermandosi a guardare le persone solo per come appaiono, si può recuperare tutta un’umanità, una solidarietà ed una vicinanza con l’altro. Un mondo nel quale le distanza sono soprattutto mentali e possono essere abbattute nel momento in cui invece di avere a che fare con l’idea dell’altro ci si relaziona con chi si ha di fronte. E solo nel momento in cui avviene questo che ci si può conoscere ed è un processo che coinvolge tutti i protagonisti del film: non solo Philippe e Driss, ma anche Yvonne, l’assistente personale di Philippe, il giardiniere che si lascia andare nel ballo organizzato nel giorno del compleanno di Philippe e così via. Tutti i personaggi escono dal ruolo che li caratterizzava nella nostra percezione e acquistano complessità, profondità, umanità. Non solo solo ‘l’handicappato’ o ‘il nero’ e quando ci accorgiamo di quello che sta succedendo siamo anche noi coinvolti nel processo di conoscenza dell’altro e non nella conoscenza dello stereotipo. L’aspetto che rimane può essere, allora, quello di considerare il fatto di provare a guardare alle persone per come le abbiamo davanti cercando di mettere a tacere tutte le semplificazioni che possono essere legate al ruolo o alla funzione di quella persona stessa. Forse è un percorso più difficile, ma potenzialmente molto più ripagante.

Insomma un film con un messaggio molto bello che vi consiglio di vedere. Fatemi sapere che ne pensate!

A presto…

Fabrizio

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