La responsabilità

Psicologia, Società… Nessun Commento »

responsabilitàMi sono reso conto che spesso, nei miei post ma anche quando lavoro, parlo di responsabilità, di prendersi la responsabilità, di avere la responsabilità di guidare le proprie scelte, le proprie decisioni, la propria vita. Le parole, e anche questo è un mio leitmotiv abbastanza ricorrente, hanno un peso e costituiscono l’impalcatura attraverso la quale costruiamo e creiamo la realtà all’interno della quale ci muoviamo. Per questo mi è sembrata doverosa una riflessione sul termine stesso: responsabilità. Cosa vuol dire essere responsabili? In che modo ci si può prendere la responsabilità? Come per tutte le cose, credo sia meglio partire dall’inizio, dal significato del termine. Secondo la definizione dell’enciclopedia Treccani, la parola responsabilità deriva dal latino responsum «risposta» e sarebbe la capacità di rispondere dei propri comportamenti, rendendone ragione e accettandone le conseguenze. Cercando la stessa parola su Google, abbiamo questa definizione: ‘congruenza con un impegno assunto o con un comportamento, in quanto importa e sottintende l’accettazione di ogni conseguenza, specie dal punto di vista della sanzione morale e giuridica: assumersi, addossarsi, prendersi la responsabilità di un’azione; una grande, una grave responsabilità; mi assumo per intero la responsabilità; non voglio alcuna responsabilità’.

Queste prime definizioni riescono a darci un’idea generale di cosa sia, nel senso comune, la responsabilità e il significato è contenuto nell’etimologia stessa della parola. Responsabilità è parola formata da altre due parole: responso (risposta appunto in latino) e abilità. La responsabilità sarebbe dunque l’abilità di dare risposta, la capacità di rimandare il perché della propria azione, l’idea di riuscire a rispondere delle conseguenze dei propri atti. Ecco un primo punto: rimandare a chi? A chi si deve rispondere delle proprie azioni? Generalmente ci si immagina che il primo al quale si debba rendere questa risposta sia l’altro ed è per l’altro che ci si prende la responsabilità di quello che si è fatto, sia che la cosa fatta abbia valenza positiva sia che la cosa fatta abbia valenza negativa. Se, giocando a pallone, rompessi il vetro di una finestra, il pensiero immediato sarebbe prendermi (o non prendermi, naturalmente!) la responsabilità rispetto agli altri di quello che ho fatto. Se fossi ancora a scuola e prendessi un bel voto, il primo pensiero, probabilmente, sarebbe di immaginare cosa penseranno gli altri quando sapranno che ho preso un voto così bello. La responsabilità sembra acquistare senso compiuto quando la si relaziona agli altri quando, cioè, si pensa alle conseguenze di quell’azione e alla capacità di rispondere di quell’azione in relazione al vissuto degli altri.

Questo, però, è solo un primo passo nella riflessione. Se è vero che nell’accezione immediata il riferimento è agli altri, all’esterno, si può, nello stesso tempo, parlare di responsabilità nei confronti di sé stessi? Si può essere responsabili nei confronti di quello che è la propria storia, la personale esperienza e il proprio vissuto? La risposta dovrebbe essere si, ma non sempre è quello che viene in mente quando si tratta questo tema, dal momento che la responsabilità la si immagina, come abbiamo appena detto, in relazione agli altri.

Credo sia necessario rivalutare la dimensione personale della responsabilità e iniziare a pensarla non più come solo in relazione all’altro, ma prendendo come punto di partenza sé stessi. La responsabilità di sé è la capacita di rispondere in primo luogo a noi stessi, l’abilità di capire il perché di quel comportamento, di quell’azione a partire, ripeto, da noi stessi. E in qualche modo di non pensare che l’unica responsabilità sia da riferire al mondo esterno. Questo processo non è automatico, anzi: non siamo abituati a pensare di dover chiarire innanzitutto a noi stessi il perché di quello che facciamo, sentire di avere l’abilità di risposta in primo luogo a noi, convinti, come siamo, che gli unici verso i quali siamo responsabili siano gli altri. Solo recuperando questa dimensione saremo veramente più responsabili. Anche con gli altri. Perché considerare questa prospettiva non vuol dire negare l’altra, anzi. Essere responsabili in primis per sé stessi non vuol dire non esserlo rispetto agli altri. Le due dimensione non sono contrapposte ma profondamente integrabili. Nel momento in cui io sono responsabile di quello che faccio (o penso o credo, ecc), non posso necessariamente che esserlo anche per l’altro perché conscio che quello che ho fatto rappresenta me stesso. Se parto da me, cercando di assumermi la responsabilità di capire cosa mi rappresenti di quello che faccio, avrò la possibilità di essere altrettanto responsabile anche nei confronti dell’altro. Se invece penso alla mia responsabilità partendo da quello che credo si aspetti l’altro, potrei anche portare avanti delle azioni (o delle idee o delle convinzioni) che non so quanto mi rappresentino, correndo il rischio di essere solo apparentemente responsabile di quello che sto portando avanti.

Questa presa di responsabilità nei confronti prima di sé stessi che dell’esterno è particolarmente importante perché segna un ideale passaggio dall’attribuire il perché di quello che facciamo dall’esterno all’interno di noi. Come detto, se pongo il focus della responsabilità all’esterno, allora crederò di dover essere responsabile per quello che gli altri si aspettano da me; ma potrei non essere del tutto in sintonia con quello che in realtà penso. Se pongo il focus all’interno di me stesso, non potrò non essere responsabile di quello che porto avanti.

Come detto fin qua sembra un discorso tutto sommato semplice. Ma esistono situazioni nelle quali la responsabilità del singolo e quella collettiva non sono facilmente districabili. Un esempio che possa fare intuire la complessità di quello su cui stiamo ragionando potrebbe essere questo: immaginiamo un soldato tedesco in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Quel soldato è responsabile di quello che avviene intorno a lui? Se poniamo il focus al suo esterno possiamo dire che c’è una guerra in corso, o che lui non prende le decisioni ma esegue soltanto gli ordini, che la situazione generale è ben più complessa e così via. Se poniamo il focus della responsabilità al suo interno, non possiamo dire nulla di tutto questo, perché quel soldato è nelle condizioni di comprendere quello che sta succedendo attorno a lui. È responsabile? Naturalmente so che è un quesito estremamente complesso, ma il modo in cui immaginate di rispondere lascia intravedere come vi poniate rispetto all’idea di responsabilità. Senza semplificare troppo, perché l’esempio costruito non lo consentirebbe, il soldato avrebbe potuto fare qualunque cosa per rifiutarsi di fare quello che sta facendo. Finanche non diventare un soldato. Invece si trova lì, di guardia, e suppongo si possa affermare che abbia già parte della responsabilità di costruire quello che sta succedendo attorno a lui. Anche perché, e ne sono sempre più convinto, le cose dipendono in grandissima misura da ognuno di noi. Tornando all’esempio, quello che è successo durante la Seconda Guerra Mondiale non è qualcosa comparso dal nulla, ma un processo costruito da milioni di singoli comportamenti, singole responsabilità rivolte verso lo stesso obiettivo e allineate nella stessa direzione. Ogni singola persona è stata responsabile di quello che è stato costruito, ma la maggior parte ne attribuiva all’esterno le cause. I cittadini tedeschi sono stati responsabili alla stregua di un soldato? Già questo singolo esempio può essere utile per rivelarci la complessità e l’intreccio di piani (personale, sociale, fisico ed emotivo) che il tema necessariamente comporta.

Tornando al nostro tema, rivolgere il focus attentivo al nostro interno, piuttosto che all’esterno, è decisamente articolato perché, come appena accennato, implica prendersi in toto la responsabilità del nostro agito/vissuto senza la possibilità di poter addossare agli altri le conseguenze di quello che succede nella nostra vita. Ed è questo l’aspetto che più mette in difficoltà ognuno di noi, sentirsi costruttori attivi di quello che è la vita nella quale ci muoviamo. Ed è per questo che possiamo vivere in maniera consolatoria l’attribuire ad altri le responsabilità delle cose ‘brutte’ che ci succedono. 

Ma forse mi sto dilungando troppo in questa riflessione: ho sicuramente la responsabilità di essere prolisso e scrivere post lunghi, ma vi lascio quella di avermi seguito fino a questo punto.

Se voleste prendervi anche quella di dirmi che ne pensate, sapete come fare!

A presto…

Fabrizio Boninu

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Perché io valgo

Emozioni, Psicologia, Società… 1 Comment »

frustrazioneIl titolo di questo post vi suona sicuramente familiare. Insieme a migliaia di altre frasi e slogan che da anni e per anni vengono ripetuti quasi quotidianamente, anche questo è uno di quelli che, volenti o nolenti, è entrato a far parte del nostro linguaggio. Che avvenga tramite tv, Internet, radio, manifesti, foto, è un dato di fatto che ormai molti marchi siano identificabili solamente con la frase che viene ripetuta ad ogni spot. Siamo talmente bombardati da messaggi che ormai è necessario che il consumatore identifichi la marca immediatamente. Il più delle volte questa identificazione avviene, appunto, tramite una frase, ma non è l’unico metodo: può essere un simbolo grafico oppure un suono (penso, per esempio, alle pubblicità di BMW o di Audi che terminano sempre con una sorta di brevissimo jingle). Nulla di nuovo, penserete: sono gli slogan pubblicitari, piccole frasi che condensano, in poche parole, l’essenza del prodotto che devono reclamizzare. Devono (o dovrebbero) essere brevi e facilmente ricordabili, devono essere chiari e comprensibili immediatamente per imprimersi nella mente di chi, come noi, ogni giorno, viene subissato da una serie di stimolazioni visive, uditive e tattili.

Non molto tempo fa gli slogan avevano a che fare con il prodotto stesso, ed esaltavano alcune caratteristiche del prodotto rispetto ai concorrenti. Ricorderete slogan famosissimi come ‘Altissima, Purissima, Levissima‘, o lo slogan della ‘scarpa che respira‘. Ben presto i pubblicitari si sono resi conto che per far presa su un mercato sempre più competitivo, la spinta all’acquisto doveva trasferirsi da fattori contingenti, come per esempio la qualità o la differenza rispetto ai concorrenti del prodotto, a caratteristiche più emozionali, più istintuali. Per questo si è arrivati a slogan sempre più emotivi, slogan che cercavano di fare presa sulla sensazione nell’avere o nell’usare un determinato prodotto. Si è arrivati, così, a frasi che non fanno più riferimento a caratteristiche del prodotto o a differenze rispetto alla concorrenza, ma che cercano appunto di veicolare l’emozione associata all’uso di quel tipo di bene: penso a slogan celeberrimi come ‘no Martini, no party‘, ‘dove c’è Barilla, c’è casa‘, ‘Just do it‘ fino al celeberrimo ‘think different‘ di Apple. 

Dove voglio arrivare, vi starete chiedendo. Il punto, ovviamente, non sono gli slogan: sono sempre esistiti come parte identificativa della campagna pubblicitaria che ci veniva proposta. Gli slogan, però, si sono ulteriormente evoluti in una deriva sempre più egoistica, sempre più individualistica, e sono proposti come leva per forzare la nostra fame di onnipotenza, di potere, lisciando emozionalmente il pelo al nostro egocentrismo. Pensiamo al messaggio di una notissima marca di prodotti di cosmetica, che qualche anno fa coniò lo slogan ‘perché io valgo‘, slogan associato a modelle famosissime e bellissime. Ho sempre pensato che uno slogan del genere fosse controproducente perché il messaggio era facilmente fraintendibile da tutte le persone che, vedendo lo spot con uno slogan di questo tipo, e non essendo top-model famosissime come le testimonial, si sarebbero sentite escluse, da una comunicazione il cui sottotesto poteva essere ‘mentre voi no, non valete’. Ed evidentemente anche i pubblicitari si resero conto del sottomessaggio passato, perché lo slogan fu poi cambiato in un più generico ‘perché voi valete‘. Ma non è il solo esempio.

Una notissima catena che vende prodotti tecnologici usa, dal 2014, lo slogan ‘voglio il mondo‘. E potrei farvene altri. Come ‘impossibile è niente‘. Ecco, io credo che questo tipo di slogan sia profondamente insidioso. Credo lo sia per persone adulte, ma ancora più complesso per le menti e i cuori dei ragazzi che hanno più difficoltà ad analizzare e rendersi conto della ambivalenza di messaggi di questo tipo. Qualcuno di voi potrebbe obiettare a questo punto, come queste siano solamente frasi, che non si dovrebbe dare così tanta importanza ad un aspetto così marginale come uno slogan pubblicitario. Potrebbe essere vero. È solo una frase dopotutto, non può essere così dannosa. Ma il punto è che non è solo una frase. Sono tante frasi. E sono ripetute migliaia di volte al giorno, instillando in noi, piano piano ma con costanza, l’idea di dover aver tutto, che non ci sia nulla di impossibile, che noi valiamo e perciò nulla ci potrà essere negato. D’altronde noi vogliamo il mondo. Mettiamo, invece, per assurdo, che il mondo non possa essere nostro. Cresciuti e iperstimolati con l’idea che dobbiamo avere tutto, perché valiamo solo in virtù delle cose che possediamo, come reagirà il nostro piccolo io che magari non è così convinto del suo valore? Come reagirà il nostro amor proprio quando si accorgerà di non poter ottenere il mondo e si dovrà accontentare di qualcosa di decisamente meno? Come ne uscirà la nostra immagine personale quando ci accorgeremo di non ottenere che un millesimo di quello che, per diritto pubblicitario instillato in anni di bombardamento, riteniamo ci appartenga di diritto? Quanta paura avremo che gli altri si accorgano di quanto poco valiamo perché non siamo riusciti ad ottenere quel mondo promesso? Ecco, credo che tutte queste domande possano circolare, non consapevoli né esplicitate, dentro di noi provocando un senso di malessere per ogni meta (imposta!) che non riusciamo a raggiungere. Come dicevo prima, questo è ancora più difficoltoso per i bambini e i ragazzi che possiedono meno strumenti per comprendere quante pressioni vengano esercitate per trasformali in perfetti consumatori prima che persone. Ed è questo che mi inquieta, questa continua rincorsa non più a solo a comprare, ma a diventare padroni, bramare, volere e valere in base a quello che compriamoo. Questa onnipotenza ipertrofica avrà l’amaro risveglio nel momento in cui passerà dal magico mondo pubblicitario, dove tutto è facile, veloce, accessibile (ma anche pulito, bello, liscio, giovane e perfetto) al mondo reale, ben più complesso di quello dipinto.

Donald Winnicot, celeberrimo pediatra e psicanalista inglese, descrivendo lo sviluppo del bambino, parlava di onnipotenza soggettiva per descrivere la fase nella quale il bimbo molto piccolo ha solo sé stesso come riferimento, e vive all’interno di una realtà percepita come costruita da lui e nel quale è creatore del suo mondo. In questa fase il bambino, essendo creatore di questo mondo, è fondamentalmente come un dio, e supera questa fase nel momento in cui si rende conto che il mondo non è suo, ma è una realtà condivisa con altri, ognuno dei quali portatore dei propri bisogni. Questa fase di sviluppo viene (o dovrebbe essere) superata con l’integrazione dell’altro e delle sue esigenze nel mondo.

In questo gli slogan compiono il salto regressivo del quale vi parlavo, nel momento in cui solleticano sempre più profondamente le istanze egoistiche di ciascuno di noi nell’assicurare i propri bisogni, non prendendo in considerazione quelli degli altri.

Su questo punto invito a prestare particolare attenzione, affinché messaggi di questo tipo non riescano più ad agire senza la nostra consapevolezza. Sarà un grande momento evolutivo quello nel quale ci scontreremo/incontreremo con la nostra impossibilità di avere il mondo. La nostra solleticata onnipotenza farà i conti con la realtà, potendone, forse, finalmente prenderne le misure. E riuscendo a prendere anche le misure di sè stessi, dei propri desideri, delle proprie aspirazioni, del proprio valore, della paura di non averne. Arrivando a comprendere, infine, quanto valiamo. A prescindere dal fatto che ce lo ricordino solo per comprare uno shampoo. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Violenza sulle donne: una testimonianza diretta

Famiglia, Psicologia, Società… Nessun Commento »

74de2-violenza-sulle-donneIl post di oggi è dedicato ad un tema sempre più dibattuto, soprattutto in questi ultimi tempi di fatti ancora più efferati e violenti, fatti nei quali insufficienti sembrano le parole delle dirette protagoniste. Sto parlando di violenza sulle donne. Il tema è presente nel dibattito dell’opinione pubblica e su molti media: ne parlano giornali, tv, internet dando la parola ad esperti, o presunti tali, che disquisiscono su cosa sia meglio o no fare, o dibattono su casi di cronaca nera dei quali, magari, non hanno nessuna conoscenza diretta. Più rare sono le parole di chi quella violenza l’ha subita sulla propria pelle riuscendo, con difficoltà, a trovare il modo per riuscire a descriverla. Angela, la protagonista di questa storia, ha generosamente deciso di condividere la sua esperienza con tutti noi, con l’augurio che possa servire alle tante persone che, come lei, si trovano o si sono trovate in una situazione analoga.

Salve Angela, innanzitutto benvenuta. Puoi dirci qualcosa di più su di lei? 

Partirei da uno stato d’animo: il senso della progressiva perdita della mia identità, come una donna che andava dissolvendo la propria essenza e che per questo alternava sensazioni di paura e di colpa.

Vuole raccontarci come vi siete conosciuti con il suo ex compagno?

Eravamo compagni di classe alle scuole superiori. Ma restammo soltanto amici durante quegli anni e poi ci perdemmo di vista. Ci incontrammo nuovamente, dopo un mio percorso di studi all’estero, quando eravamo studenti universitari.

Come è stata la vostra vita di coppia?

La nostra vita di coppia cominciò in una modalità non proprio convenzionale, nel senso che in realtà avevamo avuto la nostra prima figlia e ci sposammo senza formare in effetti una famiglia. Ho cresciuto da sola mia figlia per circa tre anni.

Quando ha iniziato ad avvertire che le cose stessero cambiando tra voi?

Eravamo ancora fidanzati, giovani ma non ragazzini. Fu quando mi resi conto che fu sconvolto al pensiero che avremmo avuto un figlio, letteralmente impreparato al ruolo di padre. Iniziò la nostra più grave divergenza inerente una decisione che mi sentii di prendere unilateralmente in assoluta libertà, come donna e come madre. Ma dopo un primo suo allontanamento, vista la mia scelta irremovibile di tenere mia figlia, tornò da me convincendomi delle sue buone intenzioni di non lasciarmi sola. Ero molto innamorata e fui felice di poter garantire a mia figlia anche la presenza di suo padre. 

Che succedeva nella vostra vita e nella vostra famiglia?

Nei mesi a seguire e durante i primi anni di vita della bambina cominciò a manifestare una certa instabilità comportamentale, e tanta, tanta insofferenza nei miei confronti. Si arrabbiava sempre più spesso e diventava via via più duro e anaffettivo, contraddittorio nelle parole e nelle azioni. Gli esternai le mie preoccupazioni circa il nostro rapporto e l’influsso dannoso del suo atteggiamento anche nei confronti della nostra bambina, ma lui mi rassicurava che la sua instabilità era dovuta al fatto che non eravamo ancora autonomi economicamente. Quando cominciammo a vivere insieme mi resi conto che mentiva spesso e, con grande preoccupazione, realizzai che quelli che avevo ritenuto potessero essere dei normali difetti caratteriali si rivelarono in realtà degli eccessi che mi incutevano sempre più paura: urlava spesso, mi insultava, non aveva gestione dei suoi impulsi quando si arrabbiava. Diventò aggressivo fino a schiaffeggiarmi, spingermi fino a farmi cadere per terra. Capitava anche che trovandomi per terra mi colpisse con dei calci insultandomi senza alcun controllo, anche in presenza della bambina.

Cosa ha fatto?

Un giorno in cui accadde che fu più aggressivo e violento del solito nei miei confronti, in presenza della bambina, mi recai alla caserma dei Carabinieri vicina alla nostra abitazione per raccontare l’accaduto. Non ebbi ancora il coraggio di denunciarlo, ma il maresciallo stilò un rapporto e mi rassicurò che lo avrebbe ammonito. Lo informai che mi sarei allontanata dalla nostra casa, dove ci eravamo trasferiti pochi mesi prima, per recarmi all’estero dalla famiglia di mia sorella dove mi sarei sentita al sicuro e avrei avuto modo di riflettere su quale direzione prendere per il mio bene e, soprattutto, per il benessere psicologico di mia figlia, nei confronti della quale sentivo una grande responsabilità educativa e di tutela.

I vostri genitori e, in genere, la famiglia allargata che ruolo ha giocato in quello che accadeva? Erano al corrente di ciò che stava succedendo tra voi?

I miei familiari avevano avuto modo di sentire alcune delle sue urla ed offese nei miei confronti e non mancarono di esternarmi inizialmente le loro perplessità circa la sua mancanza di rispetto verso di me e in seguito la loro preoccupazione circa la totale mancanza di autocontrollo quando si arrabbiava con me per futili motivi. Ma riusciva, in loro presenza, a limitarsi alle urla e alle aggressioni verbali. Le aggressioni fisiche avvenivano sempre quando si trovava da solo con me o, qualche volta, in presenza di nostra figlia. Poi si allontanò affettivamente dalla mia famiglia, fino a spezzare ogni legame con essi. Con me parlava dei miei familiari con disprezzo ed ingiurie nei loro confronti. Capii più tardi che i suoi erano al corrente del “cattivo carattere” di mio marito, soprattutto sua madre e i fratelli, i quali non sono mai intervenuti in mia difesa, nonostante sapessero e spesso avessero udito, senza mai riflettere sul fatto che il loro intervento poteva essere d’aiuto anche per il loro fratello.

Ha mai sporto denuncia nei confronti del suo compagno? Cosa è successo nel caso?

Fu dopo il nostro trasferimento in una città del nord che mi resi conto che i problemi erano dovuti a delle sue componenti caratteriali e disturbi della personalità che andavano sempre peggiorando. Sporsi denuncia dopo che fece male a me e ai nostri due figli di 11 e 4 anni. A me personalmente causò, con una violenta spinta, un politrauma cranico e una frattura all’osso sacrale. Mia figlia, la maggiore, mi vide distesa per terra priva di sensi. Fu lei a interessarsi chiamando immediatamente il 118 e la polizia. Dopo essermi un po’ ripresa dalle ferite fisiche e morali, lo denunciai. In quel periodo (sia prima che dopo la denuncia), non ci fu alcun suo interesse né per me, né verso i nostri figli. Non è facile sporgere denuncia. Costa tanta sofferenza, forza e coraggio. Credo di esserci riuscita per amore e senso di responsabilità per la tutela dei miei figli, prima che per me stessa. Ma, seppure possa apparire paradossale, ero convinta che forse avrei potuto offrire una possibilità a mio marito di riflettere sulla sua condotta, di realizzare finalmente tutto il male che aveva fatto a me e ai miei figli, di scuotere la sua coscienza. Oggi sono più che mai convinta che le donne che subiscono violenza dai loro partner, non fanno alcun dono ad essi non denunciandoli. Si tratta anche della prima urgente forma di tutela per i figli, oltre che per se stesse.

A suo avviso qual è stato il momento in cui ha realizzato che le cose dovessero cambiare?

Non c’è un momento solo in cui pensi che le cose debbano “cambiare”. E, nel contempo, non è che vedi prospettive, pensi che sarebbe un miracolo se solo riuscissi a fuggire. Ogni altra alternativa ti pare per forza migliore, qualunque essa sia. Pensi solo che devi attendere il momento buono per fuggire, scappare. E’ come un buio tunnel in cui corri, corri, tenendo per mano i figli. Qualunque spiraglio diventa una porta che tenti di aprire. Se non è quella buona corri ancora, senza perdere tempo. Lui non accettava la separazione, era impensabile. Ma, nel contempo, distruggeva tutto e tutti noi. A ogni mio tentativo di aiutarlo era come se anziché aggrapparsi a me tirandosi su, mi trascinasse nel baratro con lui. Non si metteva in discussione: Ero diventata il contenitore di tutti i suoi mali. Tutto ciò che gli accadeva di negativo lo destabilizzava terribilmente. Non accettava di dover fronteggiare dei problemi, perfino i capricci dei nostri bambini erano motivo di forte stress per lui, con reazioni aggressive abnormi. Vivevo riflettendo su questa sua condotta, prestando la massima attenzione a non provocarlo minimamente, ad evitare ogni possibile litigio per il bene dei figli. Essi non mi hanno mai sentito rivolgermi al loro padre con una parola offensiva. Ma mi resi conto che non era più possibile vivere col cuore in gola, chiamandolo alla sera al cellulare per monitorare il suo umore e sapere come aspettarsi che rientri a casa, in modo da consigliare anche ai figli come comportarsi, perché lui non si irritasse. Posso dire che i fatti più significativi, che maggiormente mi hanno consapevolizzata che dovevo reagire e rifiutare quel tipo di violenze psicologiche, fisiche ed economiche, sono stati i maltrattamenti verso i figli e il mio stato di salute psico-emotivo sempre più fragile. Dovevo riuscire a controllare la mia paura di lui, il mio terrore e la disperazione nel vedere i miei figli esposti a dei comportamenti insani del loro padre. Non avrei mai voluto che mia figlia un giorno avesse cercato una figura maschile come quella di suo padre, né mai avrei potuto essere complice di una stessa modalità di comportamento maschile verso la propria donna, da parte di mio figlio, allora un bambino. Dovevo fermare questa spirale prima che fosse troppo tardi.

Cosa è successo?

Accadevano numerosi fatti che mi persuadevano sempre di più che, accanto a dei suoi tratti caratteriali molto negativi, c’erano anche sentimenti di cattiveria, insensibilità. Dopo aver picchiato i figli, e dopo offese e ingiurie terribili, sia verso di loro che verso di me in loro presenza, non mostrava mai ripensamento, pentimento e sofferenza per quanto aveva fatto o detto. Mai un ravvedimento. Intravedevo dei sentimenti, anzi complessi, di superiorità perfino in famiglia. Aveva un altissimo concetto di sé. Mi sentivo una formica ai piedi di una montagna che mi schiacciava sempre di più con la sua sola ombra. Mi capitava di aspettare che i figli fossero a scuola per tentare di parlare con lui, di ragionare, di fargli capire che non poteva fare finta che nulla fosse accaduto. Gli chiedevo se si rendesse conto di ciò che aveva fatto, ma, nel vedere i risultati disastrosi, il ripetersi dei suoi scatti d’ira, in quanto non dovevo assolutamente fare riemergere problemi che secondo lui erano già risolti, prudenzialmente e impaurita mi allontanavo. Finiva sempre col dire che la responsabilità era tutta mia. Ho tentato di aiutarlo indirizzandolo verso uno specialista, uno psicoterapeuta. Lui stesso mi chiese aiuto due volte, impaurito da ciò che egli stesso era capace di fare. Ma la prima volta tornò dicendomi che la specialista gli disse che non aveva bisogno di alcuna terapia psicologia. La seconda fu da uno psichiatra molto bravo e noto nella nostra città. Da lui vi si recò più volte, ma si rifiutò di tornarci dopo che anch’io mi ci recai con lui, su richiesta del medico. Emerse che non aveva mai esternato di avere problemi in famiglia, ma solo al lavoro. Dovetti dire al dottore che eravamo sull’orlo della separazione. Quando dovetti rispondere con sincerità alle domande postemi, si infuriò e urlò volgarità nei miei confronti anche vicino a lui. Lo stesso medico mi disse che aveva capito, e che veramente non mi restava altro da fare che separarmi. Più tardi riferì al mio avvocato che mentre io mi mettevo in discussione, lui era rigido, con un atteggiamento molto ostile e accusatorio nei miei confronti e che non sapeva autogestirsi nelle reazioni. Mi disse che era preoccupato per l’incolumità mia e dei nostri figli.

Si è mai chiesta perché sia successo questo nella sua vita di coppia?

Si, infinite volte, ma nel passato. E, purtroppo, tendevo a colpevolizzarmi. Oggi direi che è successo perché è ciò che succede nelle stesse situazioni in cui la donna è molto innamorata, e forse anche un po’ ingenua nel credere di farcela, con l’amore, a cambiare l’uomo che ti fa del male. Ma non posso generalizzare. Forse l’unico comun denominatore in questi casi è la buona fede di noi donne, il valore della famiglia, la speranza che tutto possa, gradualmente risolversi. Ma sentirsi sempre in colpa è solo dannoso. Sono uomini che hanno una doppia personalità, che prendono possesso della donna e della sua vita, come un oggetto. Quando li vedi buoni e affettuosi sono così diversi dall’altro sé che ci credi o ci vuoi credere che stia cambiando, questa volta. Sono uomini che agli altri appaiono innamoratissimi, responsabili padri di famiglia. Poi, a casa, ti spaventi nel vedere nel cestino della spazzatura quella rosa in argento che ti aveva regalato (uno dei suoi pochi regali), piegata e danneggiata. L’avevi cercata, avevi chiesto a lui se l’avesse vista, spostata. Ti guarda e ti dice stupito che no, che senso avrebbe avuto spostarla? Vedi che quando si arrabbia toglie la fede e la lascia nella vetrina in soggiorno per mesi. Trovi fotografie dei figli coi tuoi parenti strappate. Cartoline dei parenti anche queste strappate, nascoste nei cassetti. Durante le vacanze estive, ti tiene lontana dai parenti, ti isola. Chi ti vuole bene è da lui odiato, e ha tutti i difetti di questo mondo. E tu sei una stupida, una cretina, una che non vale niente e che non avrebbe fatto niente nella vita, se non fosse per lui che t’ha “raccolta”. Sono uomini che sperano di convincerti, a furia di gridartelo, che sei uno schifo e non vali niente. 

Che rapporti ha attualmente col suo ex compagno e che rapporti ha lui con i vostri figli?

Non ho un vero “rapporto”. Ha avuto una condanna dal Tribunale di un anno e otto mesi, per maltrattamenti in famiglia e abuso dei mezzi di correzione. Serba in sé un profondo rancore nei miei confronti e della nostra figlia maggiore. Con lei non ha alcun rapporto da oltre otto anni, da quando era appena adolescente. Ha verso di lei un totale rifiuto. E lei ha dichiarato anche al giudice, in tribunale, di non avere mai avuto un padre. Faccio sforzi da equilibrista nel gestire il suo rapporto con il figlio minore. Non è facile, in quanto il loro è un rapporto altalenante, discontinuo, alternato da lunghi periodi senza frequentazione tra di loro ad altri brevi periodi in cui si vedono. Si sta perdendo, lentamente, anche il figlio minore, con atteggiamenti che rientrano ancora nel maltrattamento psicologico.

Si è sentita protetta, aiutata dalle istituzioni preposte dopo la denuncia dei maltrattamenti e delle lesioni? Come ha superato tale difficile e dolorosa esperienza?

Comincio dalla seconda domanda. E’stato importante per me capire cosa mi fosse successo. Ho ripercorso tutto il mio cammino con lui, riletto decine di volte tutte le lettere che mi aveva inviato da fidanzati. Vedevo, rileggendo, delle avvisaglie della sua personalità che non ero riuscita a intravedere allora, che avrebbero potuto farmi riflettere. Ho scritto tanto, tanti pensieri, per riuscire a convivere con il dolore che avevo nell’anima. Cercavo con disperazione e fiducia nel contempo, le modalità più consone alla ricomposizione del mio io frantumato, a partire dalla lettura del mio stato d’animo e delle mie emozioni, del mio dolore. Questo percorso è stato dolorosissimo, ma essenziale. Questo dolore interiore è molto più dilaniante di un dolore fisico. Ma ho imparato a non avere paura di osservarlo, per potermi curare non solo “da” esso, ma “con” esso. Ho imparato anche ad avere rispetto della mia storia, della quale nulla era da buttare. Nulla di essa era spazzatura. Tutto doveva essere compreso in un bagaglio umano e dignitoso. Scrivevo come se dovessi consigliare a un’amica come farsi forza, come andare avanti con coraggio. Volevo guardare in faccia il dolore senza paura, per non imprigionarlo in me. Quando non si è capaci di odiare, nonostante tutto, si ha il coraggio di toccare le proprie ferite, di accarezzarle e di ricomporre i pezzi lesi della propria personalità, della propria dignità di donna e di madre. 

Ho avuto il grande sostegno morale e materiale dei miei familiari, seppure vivono, purtroppo, lontano da noi. Mi ha aiutata tantissimo mia sorella medico. Mi ha aiutata tanto anche documentarmi sulla personalità di questi mariti, partner. E’ stata oltremodo interessante e d’aiuto la lettura dell’articolo “Violenza in famiglia e disturbi psichici”, di Dott. Domenico Chindemi (Magistrato di Cassazione) e Dott.ssa Valeria Cardile; il libro “Donne che amano troppo”, della psicologa americana Dott.ssa Robin Norwood e, più recentemente, l’articolo del Dott. Giuseppe Raspadori: “Tribunale per minorenni: una giustizia priva di confini, dedicato al silenzio delle madri a cui il dolore toglie anche la dignità della parola”. Quest’ultimo è inerente un altro percorso che sto attualmente vivendo, inteso a tutela del mio figlio minore, ma con gravi errori giudiziari che dovrebbero essere riconosciuti e colmati da regolamentazioni più consone ai casi di violenza in famiglia e modalità di affido che dovrebbero essere intraprese senza indugio alcuno, come detta fermamente la stessa Convenzione di Istanbul. 

Ho dovuto imparare ad avere cura di me stessa. Non ho avuto alcun particolare aiuto morale e psicologico dalle autorità, dalle istituzioni, né consigli su indirizzi di istituzioni preposte all’aiuto delle donne nella nostra città. Non ho incontrato in esse persone preparate nel campo di questi eventi di violenza domestica. Ho riscontrato frequenti contraddizioni e perfino considerazioni maschiliste anche in ambito giudiziario e dalle autorità istituzionali. Sulla base della mia personale esperienza, posso dire che la donna è lasciata sola dalle istituzioni nel suo percorso doloroso. Devo ammettere, però, che l’unica persona ad aver dimostrato particolare perspicacia nel capire la personalità del mio ex marito e la psicologia degli uomini maltrattanti è stato il Pubblico Ministero. Ma non è riuscito in pieno a passare la sua dettagliata analisi, introduttiva alla sua richiesta di condanna al giudice, in Tribunale. Però a me ha fatto bene, moralmente e psicologicamente. Per quanto ho potuto sperimentare, l’iter giudiziario nelle aule dei tribunali, molto burocratico e freddo, non è uno scenario idoneo alla presa di coscienza di una necessaria informazione e formazione per l’aspetto psicologico e doloroso dei maltrattamenti in famiglia. Noi donne maltrattate potremmo dire tanto, essere loro d’aiuto perché siano in grado di aiutarci effettivamente.

Com’è stato l’iter giudiziario?

Lunghissimo. E’ durato per più di sei anni. Senza alcuna regolamentazione delle frequenze tra padre e figlio (la maggiore non l’ha mai più cercata), nessuna ammonizione, nulla. 

Le udienze sono state rimandate numerose volte, per un frequente turnover dei giudici, per errori di notifica, o su richiesta dei suoi avvocati, o per assenza dell’imputato. Questo sistema giudiziario farraginoso determinava un sempre maggiore senso di ansia in me e in mia figlia, influendo negativamente sulla nostra qualità della vita, come se ci trovassimo in una strada di cui non vedevamo la fine. Tutte sensazioni ed emozioni che ho esternato ai giudici e al mio avvocato. Ha inciso molto anche il fatto che, non avendo i mezzi per pagare un avvocato, ho dovuto ricorrere al gratuito patrocinio.

Quali pensieri le vengono in mente in relazione al terribile fenomeno del femminicidio, così attuale nelle nostre cronache quotidiane?

Ogni volta che sento di una donna vittima della violenza di un uomo, spesso fino a morirne, penso che è stata solo per fortuna che anch’io non sia finita nelle cronache tra le vittime del femminicidio. Sento anche, ovviamente, un forte senso di pietà umana. Ogni donna che muore per mano di violenza del proprio uomo, è mia sorella. Nel contempo, provo un sentimento di impotenza, nella piena consapevolezza di come le esposizioni di questi fatti di cronaca sui giornali, le inadeguate e superficiali risposte delle sentenze dei tribunali e la solitudine delle donne vittime sopravvissute ma gravemente segnate anche fisicamente per la vita, non solo non costituiscano prevenzione, ma addirittura favoriscano pericolosamente la spirale della violenza di genere e quindi del femminicidio. C’è tanta letteratura sulla prevenzione del fenomeno. Ci fanno scuola le convenzioni internazionali circa la tutela dei diritti delle donne. Bisognerebbe cambiare mentalità, a cominciare dall’immagine della donna imposta dai media, dalle pubblicità offensive verso la dignità delle donna, troppo spesso rappresentata come mero oggetto erotico. Si dovrebbe sentire maggiore responsabilità verso la formazione delle nuove generazioni per un nuovo concetto di rispetto per la donna. Senza questo rispetto non c’è civiltà, non c’è democrazia, non c’è parità di genere. 

Nel giugno del 2012, nel corso della 2° Sessione del Consiglio dei Diritti Umani, l’Onu condannava così l’Italia: “La violenza sulle donne in Italia resta un problema grave, risolverlo è un obbligo internazionale è un crimine di Stato, fate di più.”. Ciò a seguito delle pesanti osservazioni all’Italia di Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite, in un Rapporto tematico annuale del 2012 sugli omicidi basati sul genere, ed il Rapporto sulla violenza sulle donne in Italia. Il Rapporto contiene dati, osservazioni e raccomandazioni alle istituzioni italiane in materia di violenza sulle donne. 

L’ONU denuncia: “Femminicidio e violenza sulle donne sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita – ha detto Manjoo a Ginevra -. In Italia, sono stati fatti sforzi da parte del Governo, attraverso l’adozione di leggi e politiche, incluso il Piano di Azione Nazionale contro la violenza”, riconosce, “questi risultati non hanno però portato a una diminuzione di femminicidi o tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine (…) In Italia c’è l’incapacità di riconoscere alle donne posizioni e ruoli pari agli uomini e l’incapacità a rispondere con strumenti adeguati a proteggere le vittime. In un contesto sociale patriarcale, dove la violenza domestica non viene sempre percepita come un crimine e le risposte dello Stato non sono appropriate e sufficienti”.

Nell’appena trascorso 2015, dopo due anni e mezzo dalla ratifica della Convenzione di Istanbul, l’Onu ha ammonito ancora una volta l’Italia per non avere fatto abbastanza per ridurre la violenza di genere.

Noi donne non dobbiamo mollare, sono certa che riusciremo a scuotere le coscienze.

So che è difficile generalizzare, e ne sono consapevole ancora di più in situazioni di questo tipo, ma ripensando a quello che è successo cosa suggerirebbe alle persone che si trovano in una situazione simile?

Suggerirei di pensare guardando in avanti. Di fronte a voi c’è l’altra sponda. Dietro l’abisso. Ci fosse anche un oceano che vi separa da quella sponda di salvezza, credete in voi. Se avete dei figli, teneteveli stretti, abbracciati, trattenete il respiro, tenete bene gli occhi aperti e fate il salto più lungo che potete. Vi meraviglierete di scoprire di avere le ali. Quelle dell’amore, per il quale le distanze non hanno misura. E’ possibile una vita migliore, in cui potrete affrontare ogni problema con un’autostima che non verrà più minata. Parlate delle violenze subite coi parenti, con gli amici più cari e fidati, non chiudete tutto dentro voi stessi, altrimenti diventerà sempre più difficile essere consapevoli di vivere una storia che non è normale. Documentatevi, chiedete aiuto a degli esperti sensibili al problema, che purtroppo è molto diffuso. Consultatevi con delle associazioni per la difesa della donna, a gruppi di mutuo aiuto. Cominciate un percorso di liberazione interiore da un laccio che inevitabilmente ha interrotto la vostra vera esistenza, tenendovi in apnea. Non sentitevi in colpa. Non perdetevi nel rancore, nell’odio. Sarebbero sentimenti che vi terrebbero ancora legati al vostro partner. Aver scelto di sposare o di convivere con l’uomo che amavate non è una colpa. Ci sono dinamiche che in una coppia si manifestano soltanto con la convivenza e, fortunatamente o sfortunatamente, è con essa che riusciamo, via via, a capire dolorosamente in che spirale insana ci si trova a vivere. Siate libere come mai prima. Uscite, camminate, frequentate le persone che veramente vi fanno stare bene. Ricominciate a fare delle scelte per il vostro benessere. Ascoltatevi respirare, ascoltate la vostra anima e vogliate bene a voi stesse. Abbiate cura amorevole di voi. Fate della vostra fragilità un punto di forza nella vita e per la vita. Scrivete a voi stesse di essere rinate.

 

Per il momento ci fermiamo qua. Ringrazio di cuore Angela per la generosità con la quale ha accettato le mie domande che sono doppiamente impegnative, sia perché ripercorrono un’esperienza così dolorosa, sia perché condivise in contesti pubblici come il blog e il sito. Sono consapevole della delicatezza del tema e qualsiasi intervento è ben accetto. Chiunque volesse partecipare alla discussione è invitato a farlo, tenendo sempre presente il rispetto dovuto in vicende così complesse. Qualora preferiste contattarmi in privato potete farlo alla mia mail fabrizioboninu@gmail.com.  

A presto…

Fabrizio Boninu

 

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La morte differente: Oriente e Occidente

Psicologia, Società… 3 Comments »

cimitero giapponeseRecentemente sono stato in Giappone. Per un occidentale il primo impatto è spiazzante ed è come trovarsi in un altro mondo, un posto completamente diverso sotto molti punti di vista e alcuni luoghi, come Tokyo, sembrano nel futuro. La curiosità, parte del bagaglio essenziale di ogni mio viaggio (e della mia vita in realtà!), è stata molto solleticata nel confronto con una cultura tanto diversa

Uno degli aspetti che più mi colpiva, è che vedevo continuamente in ogni piccolo paesino che attraversavo nei lunghi spostamenti in treno, è la differenza esistente con noi nel rapporto che hanno con la morte. Piccola premessa: in Giappone la consuetudine è quella di cremare i morti. I cimiteri sono generalmente molto piccoli e ‘spartani’ rispetto ai nostri. Detto questo, e tenuto conto delle imposizioni che in molti paesi europei si ebbero per motivi igienico sanitari dopo le riforme ottocentesche napoleoniche (il cosiddetto editto di Saint Cloud), salta all’occhio come la cultura occidentale e quella giapponese differiscano nel rapporto con la morte: semplicemente noi tendiamo ad isolarla e nasconderla. In Europa il suo massimo simbolo, il cimitero, è spesso fisicamente separato dal resto della città. L’unica eccezione la abbiamo nei cimiteri storici, ma il fatto che siano in piena città è dovuto alla crescita delle città che, col tempo, li hanno inglobati. A parte questi casi, da noi il cimitero è un’entità estranea alla città. Nella nostra cultura la morte è temuta, è spaventosa ed è tenuta lontano a livello psicologico e fisico. Tendiamo a non parlare di morte, tendiamo a cercare di rinviare il più possibile l’idea che sia un aspetto della vita che possa coinvolgerci. E, come dicevo, lo stesso luogo che rappresenta la morte ha queste caratteristiche: i cimiteri sono spesso circondati da mura molto alte, che lo separano anche visivamente dalla vita quotidiana. Per riuscire a vederlo dentro non rimane altro che entrarci e questo spetta solo alle persone toccate recentemente da un lutto. Tutti gli altri possono continuare a far finta di non sapere/vedere/sentire cosa ci sia dentro quelle mura.  

In Giappone, invece, i cimiteri si trovano all’interno delle aree urbane. Non sono circondati da mura, spesso non c’è neanche una rete che li divida dalle abitazioni intorno. Già, hanno abitazioni affianco. Per noi è inconcepibile abitare vicino ad un cimitero a meno che, appunto, il cimitero non sia storico e si trovi all’interno della città. In Giappone è invece la norma, e molte case sorgono in prossimità dei cimiteri. Questa differenza è il segno tangibile del diverso atteggiamento nei confronti della morte. Nel mondo giapponese la morte è semplicemente una esperienza che fa parte della vita stessa. La morte è entrata, inevitabilmente se si pensa alle tragedie spesso di dimensioni immani che costellano la storia del paese, penso per esempio allo tsunami del 2011, nella vita quotidiana del cittadino giapponese. Ed anziché relegare e nascondere questa esperienza la includono nella loro realtà.

Poter fare queste riflessioni ha avuto una valenza profondamente educativa nel farmi comprendere che alla morte, per quanto spesso esperienza dolorosa, ci si possa avvicinare in maniera differente. La morte fa parte della vita, la definisce e la ricomprende, la delimita dandole, in ultima analisi, senso. Probabilmente se non morissimo, desiderio insito in ognuno di noi, la nostra stessa vita avrebbe un significato completamente diverso rispetto quello che ha ora. Noi occidentali, spesso impegnati nella rincorsa di un’eterna giovinezza che altro non è se non l’idea di poter vivere per sempre, non potendo sconfiggere la morte né, spesso, affrontarla come idea, abbiamo semplicemente deciso di farla ‘sparire’. Vince una sorta di rimozione collettiva, rimane un’idea con la quale abbiamo difficoltà a relazionarci. Nel momento in cui questa esperienza entra nella nostra vita, ci scopre impreparati, incapaci di dare forma e parola alle emozioni che stiamo vivendo e incapaci di comunicare questa difficoltà a noi stessi e a coloro che ci stanno accanto.

La consapevolezza di questa censura, di questa rimozione può costituire il punto di partenza per una riflessione che ci faccia comprendere quanto sia necessario fare un lavoro di inclusione con una realtà, la morte, che altre culture sono state in grado di comprendere ed includere nella loro esperienza di vita.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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INIZIATIVE: SETTIMANA DEL BENESSERE PSICOLOGICO

Argomenti vari, Iniziative, Società… Nessun Commento »

psicologiDal 02 all’08 Novembre si svolgerà nelle provincie di Cagliari e Carbonia-Iglesias, promossa dall’ordine degli Psicologi della Regione Sardegna, la Settimana del Benessere Psicologico. L’iniziativa, come ogni anno, propone una serie di eventi (seminari, workshop, conferenze, studi aperti) che permettono di avvicinare le persone ad una professione, quella dello psicologo e dello psicoterapeuta, spesso percepite come lontane e distanti. Si terranno, quindi, una serie di dibattiti, seminari, e aperture di studi con la finalità di avvicinare la nostra professione alle persone che ne sono interessate.

Ho aderito per il terzo anno consecutivo a questo progetto, convinto della bontà di un’iniziativa che permette ad un sempre maggiore numero di persone di conoscere più da vicino il mio lavoro. Il contributo che ho pensato di dare è di offrire un colloquio di consulenza gratuito a coloro che ne fossero interessati (bambini, adolescenti, adulti, coppie e famiglie). Chi volesse approfittare dell’iniziativa può contattarmi tramite:

Telefono: 392 0008369

Mail: fabrizioboninu@gmail.com

I colloqui si svolgeranno, previo appuntamento, presso i miei studi:

Piazza Salento, 7 CAGLIARI (da lunedì 02.11.15 a giovedì 05.11.15)

Via Roma angolo piazza Marmilla, CARBONIA (venerdì 06.11.15)

Per maggiori informazioni, potete visitare il sito www.lopsicologovirtuale.it o il blog fabrizioboninu.blog.tiscali.it

Tutti coloro i quali volessero un elenco completo delle iniziative che si svolgeranno durante l’intera settimana può cliccare su Calendario Eventi Settimana del Benessere Psicologico. Sarete reindirizzati sulla pagina del sito dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna all’interno della quale troverete, divise giorno per giorno, l’elenco completo delle iniziative che sono state programmate durante tutta la settimana.

Spero che in tanti possiate avvalervi delle iniziative proposte. 

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Un vaccino per leoni

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vaccini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono un genitore che ha scelto consapevolmente di non vaccinare i propri figli. La libertà di scelta per la salute è un diritto democratico irrinunciabile. Chiedo pertanto all’Azienda Sanitaria, all’assessore alla salute, dottoressa Donata Borgonovo Re, al presidente Ugo Rossi e a tutto il consiglio provinciale di rispettare il diritto alla tutela della salute e di non demonizzare coloro che hanno fatto questa scelta consapevolmente, assumendosi le proprie responsabilità. Non voglio entrare in polemica su quanto viene scritto in questi giorni a riguardo, ma penso che, se è vero che stanno tornando alcune malattie, non sia per il mancato vaccino dei bambini, ma forse per altre cause, una delle quali, forse potrebbe essere l’incontrollata flusso di migranti, i quali non credo siano stati tutti accuratamente sottoposti ad una profilassi per le vaccinazioni.

Andrea Leoni

Questa lettera è comparsa qualche giorno fa in un giornale locale di Trento. La lettera è ben scritta, non apertamente offensiva, con tanti forse. Eppure sento il retrogusto amaro, un disgusto poco classificabile, ed è lo stesso sottile disagio che provo ogni volta che le persone utilizzano la frase ‘io non sono razzista/omofobo/intollerante, però…’ Però. Quattro lettere e un accento non dovrebbero essere così disturbanti mi dico. In questa lettera, la neanche tanto velata punta di intolleranza compare nel momento in cui si attribuisce agli immigrati la recrudescenza di alcune malattie ricomparse in Italia. Parla di responsabilità, di scelte, ma paradossalmente non se ne assume nessuna scaricando, sempre con tanti forse, alcune patologie ad una categoria che, da sempre, ma oggi più che mai, paga per i nostri mali sociali.

Fatemi fare un inciso: esiste da tempo un ragionamento circa l’opportunità o meno di far vaccinare i propri figli. Molti genitori, stante la possibilità che i vaccini non garantiscano un’affidabilità del 100%, rifiutano di far vaccinare i propri figli. Questa scelta sta portando alla ricomparsa di malattie considerate ormai debellate. A Giugno di quest’anno, in Spagna, comparve la notizia che un bambino era stato ricoverato in ospedale per difterite. Era dal 1987 che in Spagna non si avevano ricoveri per questa malattia. Comprendo le paure legate alla salute dei propri figli, e capisco che l’obiettivo di un genitore dovrebbe essere quello di fare il meglio per la salute del proprio bambino. Temo, però, che il dibattito sui vaccini, come purtroppo accade per molti altri temi, si stia spostando sempre più dal terreno della considerazione razionale dei dati al terreno, molto più scivoloso e insidioso, delle credenze, dei ‘sentito dire’, delle fazioni, degli studi senza nessuna conferma che, forti della paura che inducono in molti, propinano dei rimedi che sono spesso peggiori del male da curare. E temo che la paura e il timore non siano abili consiglieri, in questo come in nessun caso. (Vi consiglio, in merito alla paura che diventa ossessione per i figli,  il bellissimo film Hungry Hearts).

Premesso questo, ma tornando al tema, la lettera è l’emblema della discriminazione elegante, il sunto del ‘si, però’, di tutti coloro che ‘non guardate me, guardate che le cause del vostro male stanno da un’altra parte’, nel continuo rimbalzo del ‘io faccio le mie scelte, non osate criticarle, e non guardate me se quelle scelte hanno conseguenze anche per voi’. La lettera parla di consapevolezza e responsabilità, non avendone e non volendone assumere nessuna. Non sono i nostri bambini a diffondere malattie, saranno quelli arrivati da chissà dove, nati e cresciuti in chissà quali condizioni, che vengono qua a renderci le cose ancora più difficili (sembrano gli untori di manzoniana memoria). Come si può pensare poi che un bambino nato e cresciuto in un paese sanitariamente stabile come il nostro, possa portare malattie? 

Vorrei che si informasse il signor Leoni che, per quanto ben vestito e circondato di comodità, senza nessun trasbordo su un gommone con altre centinaia di persone, pregando che la barca non si rovesci, anche un bambino nato in Italia può non solo contrarre ma anche diffondere queste malattie.

Vorrei ricordare al signor Leoni che i virus e i batteri, ben più evoluti di noi da questo punto di vista, non fanno distinzione tra residenti e immigrati, non chiedono la carta d’identità prima di infettare qualcuno e non si informano sulle condizioni sanitarie del paese nel quale l’ammalato si trova.

Vorrei precisare al signor Leoni che si, ha ragione, le condizioni sanitarie attraverso le quali si muovono queste persone sono disastrose, ma contrapporre la NOSTRA salute con la LORO salute, non aumenterà la probabilità di affrontare al meglio il problema.

Vorrei chiarire al signor Leoni che queste persone fuggono da paesi in guerra, o da paesi in condizioni disastrose, dove non solo spesso non esiste una sanità, ma neanche un diritto alla vita. 

Vorrei dire al signor Leoni che è del tutto pretestuoso accampare delle libertà per i propri figli, stabilendo che (forse) non possano fungere da vettori di contagio per altre persone, decretando indirettamente un diritto alla salute da preservare solo in alcuni casi (i nostri) nei confronti di tutti gli altri. 

Vorrei anche ribadire al signor Leoni che lui non si assume la piena responsabilità: lui si assume, come tutti i genitori, il rischio di fare delle scelte nei confronti dei figli. Come lui, altri genitori, che non possono assumersi nessuna responsabilità ma solo rischi pesantissimi perché non esistono alternative, ‘decidono’ di imbarcarsi verso viaggi terribili, che spesso terminano con morti orribili, con i propri figli. E vorrei che tenesse presente che questi genitori a volte si assumono la terribile responsabilità di far partire i loro figli da soli pur di non farli crescere nelle stesse condizioni in cui sono cresciuti loro.

Ecco io vorrei dire al signor Leoni tutte queste cose. E mi scuserà se utilizzo il suo esempio per parlare con i tanti leoni da tastiera che sempre con più difficoltà tengono a bada la loro intolleranza, a tutti questi leoni senza coraggio che hanno deciso di puntare il dito contro qualcuno, ostinandosi a chiudere gli occhi, le orecchie e il cuore di fronte al dramma che stiamo vivendo in diretta tutti i giorni. Lo vorrei dire a tutte quelle persone nel cuore delle quali urla sempre più forte l’egoismo per la paura della presunta perdita di pochi, piccoli privilegi e che si sentono minacciati da un massa di persone sempre più disperata e affamata.

Vorrei dirlo anche ai leoni peggiori, quelli mascherati da agnelli tolleranti e comprensivi, quelli che ‘io non sono razzista, però’, con il suo corrispettivo 2.0 ‘io farei una distinzione tra immigrati e profughi’, quelli che inneggiano alle sparate becere e populiste del politico di turno che, cavalcando le paure e le angosce di tutti noi, indicano l’immigrazione come la fonte di tutti i mali. 

Prevengo già le critiche che mi sono state rivolte decine di volte. Non voglio fare il buonista, immagino che l’accoglienza e la gestione di questi flussi sia cosa complicata. A differenza delle sempre più facili ricette sentite,  non so che cosa ci sia da fare, non ho quelle facili soluzioni care ai leoni spaventati. So solo che respingerli in massa o rimpatriarli nei loro paesi di origine, non farli sbarcare, lasciarli in mare, non mi sembrano grandi soluzioni. Come non mi sembra una grande soluzione accusarli, forse, della ricomparsa di alcune malattie (vedi la temibilissima scabbia). Sono sicuro che anche se gli dessimo fuoco, come tanti pietosi leoni propongono, nascerebbero dei comitati di protesta che urlerebbero a squarciagola ‘benzina agli italiani’.

Cari leoni, anziché puntare la zampa sull’altro, provate ad assumervi sul serio la vostra responsabilità, e a rivolgere quel dito verso di voi: magari riuscirete a scoprire cosa vi spaventa, cosa vi atterrisce e terrorizza. E non sarete costretti a fare branco per sentirvi più forti e spalleggiati. E ricordate che il leone più aggressivo è quello che ha più paura. Scrivere su Facebook ‘diamogli fuoco’ o gioire per un naufragio non vi rende simpatici: svela quanto terrore abbiate. E la paura è direttamente proporzionale alle idiozie che pubblicate e condividete. Comprendo non sia facile, ma urlare dietro alle ‘colpe’ dell’altro vi porterà sempre più lontano da voi stessi.

Questo è quello che volevo scrivere ai tanti leoni da tastiera che ho la fortuna di incontrare. Tutti gli altri mi scuseranno ma sentivo il bisogno di rimarcare alcune cose e condividere alcuni pensieri che da tempo, e con sempre più insistenza, agitano il mio cuore, sconvolto di fronte ad immagini sempre più abominevoli. 

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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#Iononriparo (2)

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just-love

–  Attaccare continuamente l’autoconsapevolezza del reprobo, tramite l’istigazione alla confusione, all’incertezza e all’insicurezza, la promozione di ogni dinamica di autosqualifica e l’imposizione di immagini degradate precostituite. Si lede in questo modo nelle persone omosessuali un diritto umano cruciale: quello di potersi valorizzare nelle forme affettive amorose che più corrispondono alla propria autenticità. Si impedisce al diverso di esprimersi alla pari con gli altri: è la strada maestra per raggiungere anche tutti gli altri obiettivi. In questo modo si impedisce al deviante – e ai suoi familiari – ogni alternativa esistenziale, sociale, etica e prima ancora psicologica. Egli deve vedere davanti a sé solo la distruzione di ogni prospettiva e del futuro, una completa mancanza di speranza e di senso, perdendo ogni sfiducia e aspettativa di bene.

–  Impedire in tutti modi che il soggetto elabori una visione alternativa positiva di sé e della propria affettività: ogni tecnica deve essere impiegata per rendere il soggetto incapace di operare un distacco dalla visione negativa in cui è cresciuto. Egli deve trovarsi così senza punti di riferimento, bandito e disprezzato dalla comunità di appartenenza, squalificato eticamente e psicologicamente e dunque leso nel proprio Sé. Deve arrivare ad autoaccusarsi di negare i valori di correttezza, di seguire le leggi di Dio, della natura, dell’ordine fecondo del mondo.

– Sottoporre le persone omosessuali – e la loro famiglie – a predizioni negative catastrofiche, imputando loro un destino maligno e infelice; e lanciare profezie di sventura perché fatalmente sia avverino. D’altronde, è facile fare profezie negative sul triste destino degli oppressi, perché distruggere le possibilità è assai più facile che costruirne. Ecco perché in questi testi c’è un’insistenza drammatica sulla disperazione e la negatività di ogni cosa che riguarda il gay, così come una massificazione deterministica. Perché se venisse fuori che tante sono le possibilità e le forme di vita, allora vorrebbe dire che differenti sono i destini che le persone omosessuali possono avere. E, dunque, è possibile sottrarsi al percorso nefasto che si vorrebbe loro imporre come destino. Addirittura, è possibile vivere serenamente. Che fine farebbero, allora, le minacce alle profezie apocalittiche così facilmente sollecitate? [1]

Divisione, contrapposizione, espulsione, istigazione, patologizzazione sono solo alcune delle caratteristiche di questo tipo di teorie che basano il loro successo sulla divisione tra una (presunta) normalità da perseguire e un’anormalità da colpire e ostracizzare. Questo bisogno di etichettamento porta a non considerare la storia dell’individuo, le sofferenze che, spesso per la colpevole repressione sociale che ancora circonda le scelte sessuali individuali, caratterizzano la sua vita e anzi, approfittando di questa debolezza e di questo bisogno di (presunta) normalità, cerca di instillare il bisogno di accettazione nel paziente insistendo su quanto potrebbe essere migliore una scelta sessuale che sia socialmente approvata e non repressa ed ostacolata e come questo potrebbe significare minore sofferenza per il soggetto stesso. Quest’ultimo, affidandosi e fidandosi del suo terapeuta, ritiene che una scelta di questo tipo possa essere preferibile e possa evitare alcune sofferenze sebbene sia una scelta che  si accompagna alla repressione e al rinnegare i propri istinti più naturali, più ‘normali’ proprio perché innati

É contro questo tipo di deriva patologizzante che ci siamo impegnati, mettendoci anche la faccia, per ribadire la scorrettezza di questo tipo di pratiche. Pressioni di questo tipo sono profondamente scorrette qualunque sia il tema, dal momento che il terapeuta non ha il compito di dire al suo paziente cosa debba fare/essere, quanto di cercare di capire con lui quali scelte siano più adatte nella sua vita.  E, non dimentichiamolo, costituisce una violazione profonda del Codice Deontologico degli Psicologi il quale, all’articolo 3, sancisce come lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale.

Insomma ancora una volta il rispetto della persona che ci si siede davanti dovrebbe venire prima di tutte le nostre considerazioni personali, morali o religiose che siano. Questa attenzione è premessa per me indispensabile per svolgere con correttezza e attenzione il delicato lavoro che abbiamo scelto di portare avanti. 

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure commentando il post.  

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Rigliano, P., Ciliberto, J., Ferrari, F. (2012), Curare i gay?, Raffaello Cortina Editore, Milano, pp. 170-172

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#Iononriparo (1)

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just-loveQualche tempo fa io e la mia collega Carla Sale Musio, aderendo alla campagna nazionale di sensibilizzazione sul tema, abbiamo pubblicato la foto con la scritta #iononriparo. Molti contatti ci hanno chiesto cosa volesse dire quel cartello, a cosa si riferisse e cosa non riparassimo. La maggior parte delle persone pensava fosse legato al fatto che ‘non ripariamo i matti’, e che semplicemente aiutiamo le persone ma non le aggiustiamo. Sicuramente è vero che, nel senso letterale del termine, non ‘ripariamo’ nessuno, ma in realtà il focus di quella campagna era molto più specifico e si riferiva alla netta contrarietà che noi, e moltissimi altri colleghi, nutriamo nei confronti delle cosiddette teorie riparative nei confronti dell’omosessualità. Grazie a questa foto, mi sono reso conto che poche persone conoscono queste posizioni e sarebbe forse il caso di cercare di capire cosa siano e su quali princìpi si basino. Le cosiddette teorie riparative, dette anche terapie di conversione, sono terapie che hanno come finalità la negazione dell’orientamento sessuale dell’individuo e il suo riorientamento verso una sessualità percepita come normale, quindi sostanzialmente ed esclusivamente la sessualità eterosessuale. Le terapie di conversione basano la loro efficacia sulla repressione del proprio desiderio primario per l’assecondamento di un desiderio sessuale considerato più ‘normale’ o socialmente accettato. Gran parte di queste teorie sono sostenute da psicologi o terapeuti fortemente legati ad organizzazioni religiose, ottica che necessariamente altera da principio il lavoro con la persona omosessuale. Queste posizioni sono fortemente osteggiate dalle associazioni di psicologi e psichiatri, sia americani che europei, in quanto forzerebbero la terapia con il paziente verso esiti imposti socialmente e contribuirebbero all’associazione omosessualità=malattia, associazione rinnegata da tempo da tutte le più importanti organizzazioni internazionali di psicologi, nonché dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. 

Quali sono i princìpi sui quali queste teorie si basano? Quali sono le premesse che fondano questa classificazione tra una sessualità ‘accettata’ e una invece inaccettabile e da modificare? Questo lavoro è basato sulla disanima fatta nel testo Curare i gay?(in fondo al post, come sempre, trovate tutti i riferimenti bibliografici) che ha provato a classificare i presupposti metodologici dei quali questo tipo di teorie si fa forte:

– Contrapporre in modo rigido identità maschile e femminile, dentro l’unico ordine naturale possibile, quello eterosessuale. Dunque tutto ciò che si discosta da questo schema binario non può che essere patologia o peccato, più spesso tutti e due.

– Sottoporre l’omosessualità di cui il soggetto è malato a ogni sorta di denigrazione e squalifica – psicologica, etica, religiosa – e precludere al soggetto stesso ogni bene e valore in cui pure il soggetto crede e che gli viene imputato di negare per definizione a priori.

– Contrapporre in modo insanabile il bene e il male, secondo una logica “tutto o nulla”.

– Espellere l’omosessualità dall’Ordine dell’umanità: essa non esiste se non come patologia, chi vuole farne un’identità si contrappone ai principi e alle forme eterne in cui si incarna il progetto di Dio per l’umanità.

– Legittimare, non condannandolo, l’odio sociale, il disprezzo fino all’ostracismo, fino agli attacchi fisici – a partire dalla riprovazione fino all’espulsione da parte della propria famiglia; se il deviante è soggetto all’isolamento e all’emarginazione, che implica la mancanza di ogni supporto, questo è una conseguenza del suo essere. 

– Instaurare un vero e proprio processo di patologizzazione basato sulla disumanizzazione delle persone omosessuali, per arrivare a contestarne l’esistenza. Tale processo si svolge attraverso varie tappe: separare “gli omosessuali” da “i normali”; indicarne le tappe di una progressiva degenerazione; evidenziarne i segni patologici affinché i sani possano esercitare il proprio acume diagnostico; eliminare tutto ciò che contrasta con questa visione, fino a leggerne i segni positivi come contro reazione compensatore fraudolenta; costruire una visione catastrofica deterministica del loro destino; evitare sempre di analizzare il contesto in cui diversi sono costretti a vivere. Viene instaurato un circolo vizioso autogiustificantesi: dal metaforico si passa al corpo e poi al simbolico e quindi al comportamento. Dal disordine del desiderio si passa alla immoralità del comportamento, al danno provocato al proprio fisico, rintracciando in esso i segni che dicono la morbosa malvagità del gay, e poi di nuovo si giunge alla condanna psicologico-morale, stabilita definitivamente in sede etico-religiosa: i gay sono moralmente disonesti perché oggettivamente disordinati.

– Strutturare così un perfetto meccanismo di circolarità paranoica, che genera generalizzazione (“tutti gli omosessuali sono uguali”, cioè malati, ma anche “tutti i gay sono uguali”, cioè perversi), personalizzazione (ciò che vedo dei comportamenti è proprio come la persona è), insensatezza (per essere così devono per forza avere qualcosa di sbagliato), deresponsabilizzazione (se sono così è solo colpa loro). Quando si fa fatica a trovare ciò che si cerca, lo si suppone, e allora scatta il delirio di riferimento e di persecuzione: è il grande complotto della lobby gay, la congiura degli insospettabili corrotti contro gli innocenti.

 

– CONTINUA –

[1] Rigliano, P., Ciliberto, J., Ferrari, F. (2012), Curare i gay?, Raffaello Cortina Editore, Milano, pp. 170-172

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Ipersemplificare la realtà

Psicologia, Società… Nessun Commento »

semplificareIl sottotitolo di questo post potrebbe essere ‘viaggio al centro di una realtà più facile’. Una delle tendenze che ho notato maggiormente, nel mondo virtuale ma non solo, è come tutto venga semplificato in maniera incredibile. Di qualunque cosa si tratti, di qualunque cosa si parli, di qualunque cosa si discuta, le posizioni degli interlocutori si polarizzano sulla semplificazione estrema, su un buono e su un cattivo, su un giusto e sbagliato, anche quando si tratta di realtà ben più complesse. Come mai avviene tutto questo? Che bisogno abbiamo di questo movimento? Una delle prime spiegazioni che mi viene in mente riguarda il fatto che forse proprio ora abbiamo idea della complessità della realtà che ci circonda. Mi spiego meglio: siamo nel momento storico in cui abbiamo la maggiore disponibilità di informazioni che l’uomo abbia mai avuto. Non so se tutto sia disponibile online, ma è vero che un enorme numero di informazioni è disponibile per chiunque.

Il vero problema in questa mole di informazioni diventa, semmai, quello di vagliare la validità o meno di queste informazioni. Se è vero che i nuovi media, come i social network, hanno fornito una massa di informazioni in più, che l’uomo non ha mai avuto a disposizione, è anche vero che è diventato ancora più complicato cercare di interpretare questa quantità enorme di informazioni, cercare di capirne il senso e conseguentemente capire il nostro senso rispetto a quello che veniamo a sapere. Fare questo non è assolutamente facile, ne semplice, anzi.

La difficoltà percepita nel maneggiare ed interpretare queste informazioni rinforza la tendenza a sfrondare il più possibile la realtà da quegli elementi che non comprendiamo per non aumentare ancora di più la possibile confusione interpretativa. Questo lavoro di sfoltimento comporta necessariamente la problematicità di stabilire che cosa sia o che cosa non sia realistico, che cosa sia o che cosa non sia veritiero. Inevitabilmente questo comporta la necessità di semplificare quello che abbiamo capito essere troppo complesso. Ad esempio considerare l’Euro in tutta la sua complessità è molto più ostico rispetto al dire che l’Euro è colpevole di tutti i mali nei quali ci troviamo. Che, se ci si sofferma a pensare, sarebbe come affermare che il maggior numero di feriti per armi da taglio dipenda dal fatto che ci sono troppi coltelli in giro.

Questo disorientamento informativo porta ad una ipersemplificazione della realtà perché le persone non sentono più di avere gli strumenti, nel mare magnum delle informazioni disponibili, per accettare il livello di complessità che la realtà ha ormai mostrato. Inoltre è molto più protettivo per noi pensare di conoscere (e padroneggiare) la realtà nella quale ci troviamo. Questo, credo, è ciò che avviene: più informazioni abbiamo, più abbiamo bisogno di semplificare quello che ci vien detto dovendo sacrificare, sull’altare della comprensione, la complessità della realtà all’interno della quale ci muoviamo. Più ci addentriamo nella conoscenza, più ci addentriamo nel sapere che cosa succede, più ci addentriamo e capiamo qual è appunto la complessità di tutto ciò che ci circonda, più abbiamo bisogno di negare questa complessità.

La prospettiva da preferire, per quanto ovviamente più difficile, sarebbe appunto quella  della complessità: è fuorviante pensare che esista un’unica causa per spiegare quello che ci circonda, è complicato capire dove possa collocarsi il ‘colpevole’ o la ‘vittima’, dove si collochi il buono e dove il cattivo in molti ambiti della nostra vita quotidiana. E’, invece, apparentemente più semplice, ma credo meno esaustivo, concentrarci su chi sia il buono da tifare o il cattivo da stigmatizzare, dove sia il giusto e dove sia lo sbagliato, cosa sia da mettere sugli altari e cosa gettare nella polvere.

L’ottica della complessità è per me assolutamente necessaria per cercare di capire quella che è la sovrapposizione di diversi livelli della realtà che ci circonda. La soluzione non è quella di semplificare le informazioni che riceviamo perché questo movimento solo apparentemente ci aiuta nella comprensione di cosa sta succedendo intorno a noi. Semplificare può essere rassicurante, ma non ci consente di leggere la natura di ciò che ci circonda. Il fatto che la complessità comporti uno sforzo maggiore per comprendere sarà alla lunga ben più appagante che tifare quello che abbiamo eletto il buono (o il cattivo naturalmente!).

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Come avere figli educati?

Bambini, Emozioni, Psicologia, Società… Nessun Commento »

Come avere figli educatiIl post di oggi riporta un articolo del Corriere della Sera che cerca di individuare quale sia la strategia migliore per avere figli più educati: è meglio premiarli o sgridarli? Meglio metterli in punizione o lodare il comportamento corretto? Non è una differenza di poco conto se ci si pensa, perché il metodo educativo basato sulle punizioni si basa sull’intimorire il bimbo sulla reazione al comportamento sbagliato, mentre elogiare un comportamento corretto fa leva sul rinforzo positivo ad un comportamento ‘buono’. Nell’articolo si propende per il privilegiare l’elogio piuttosto che la punizione. Questa tendenza viene chiamata «terapia di interazione tra genitori e figli» ma, più semplicemente, è la tendenza, propugnata da una parte degli psicologi infantili, ad accantonare le punizioni (per lo meno quelle troppo drastiche) e a privilegiare elogi e abbracci. In pratica, l’imperativo per i genitori è: non fissatevi sui comportamenti ‘cattivi’ ma valorizzate quelli ‘buoni’

Secondo lo psicologo Timothy Verduin, docente di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza all’Università di New York, sarebbe meglio che questi elogi venissero accompagnati da manifestazioni fisiche di affetto (una carezza, un abbraccio…) che avrebbero lo scopo di accompagnare e rinsaldare il legame tra genitori e figli. Questa è la ricetta per avere figli educati? In realtà, l’articolo riporta quelle che sono le ‘evidenze empiriche’ di ogni genitore: a volte semplicemente parlare non serve a molto, sopratutto se il bambino è piccolo. Cercare di far comprendere solo col dialogo a volte non sembra dare i risultati sperati, e i genitori si trovano costretti ad alzare la voce. E’ un comportamento basato sulla punizione anche se stabilisce comunque una regola all’interno della famiglia e presuppone che sia contenitiva rispetto ad una totale assenza di regole o ad una liceità apparente per tutto. Le regole in qualche modo ordinano il mondo per quanto sembrino dolorose da rispettare. 

Per il rispetto delle regole stesse vale il principio che sarebbe meglio l’elogio piuttosto che la punizione. Come riportato nell’articolo, infatti, il castigo è un’arte, e molto difficile» spiega lo psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet. Che illustra il metodo: «Bisogna prima di tutto capire qual è la comunicazione implicita contenuta nella trasgressione della regola: nella violazione di un patto c’è sempre, nel bambino, una speranza di potersi affrancare, di crescere. Se capiamo questo suo desiderio e lo aiutiamo a realizzarlo non ripeterà il comportamento scorretto. E ancora: La sanzione non deve mortificare ma aiutare a crescere. Per esempio, se la trasgressione sta nel non apparecchiare la tavola, si potrebbe far frequentare al bimbo un corso di cucina, per sviluppare una competenza legata al cattivo comportamento». L’arte del castigo, insomma: «La punizione – nota Charmet – è un momento educativo molto alto: il bambino che trasgredisce non si aspetta di provare un dolore fisico o morale come conseguenza della sua azione, ma vuole vedere quale sarà la reazione degli adulti al suo superare i limiti fissati» Ecco perché il «buon» castigo conclude lo psicoterapeuta, «richiede tempo e astuzia». E non deve essere una sculacciata, «o un togliere ai figli i soldi, le uscite o l’uso del computer». Sì al castigo allora, ma con intelligenza.

L’aspetto importante è cercare di capire cosa il bambino sta cercando di comunicarci con il suo infrangere le regole. Non si tratta di cose molto lontane dalla realtà come si può vedere. Basta applicare buonsenso e giudizio. E cuore. Capisco che molti di voi potrebbero obiettare alla frequenza del corso di cucina, ma ci sono veramente tanti metodi per ottenere lo stesso risultato. Quello che posso suggerire è il coinvolgimento: una soluzione che veda coinvolti i genitori (per vicinanza, per spiegazione, per comprensione…) avrà risultati sicuramente più duraturi di una semplice punizione per privazione (‘non usi il pc, non usi più i giochi’, ecc.)

Intanto qui il link all’articolo:

L’articolo è di Giulia Ziino.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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L’eterocentrismo: le sentinelle in piedi

Primo piano, Psicologia, Società… 1 Comment »

L'eterocentrismo le sentinelle in piediLa riflessione di oggi parte da una fenomeno abbastanza recente ma che sta incontrando una discreta rilevanza mediatica: le cosiddette sentinelle in piedi. Il 5 Ottobre abbiamo assistito alla nuova manifestazione, in diverse piazze d’Italia, dei rappresentanti di questa associazione. Ma chi sono le sentinelle in piedi e qual è il loro obiettivo? Come riporta il sito nazionale sentinelle in piedi è una resistenza di cittadini che vigila su quanto accade nella società e sulle azioni di chi legifera denunciando ogni occasione in cui si cerca di distruggere l’uomo e la civiltà. Ritti, silenti e fermi vegliamo per la libertà d’espressione e per la tutela della famiglia naturale fondata sull’unione tra uomo e donna.
La nostra è una rete apartitica e aconfessionale: con noi vegliano donne, uomini, bambini, anziani, operai, avvocati, insegnanti, impiegati, cattolici, musulmani, ortodossi, persone di qualunque orientamento sessuale, perché la libertà d’espressione non ha religione o appartenenza politica, ci riguarda tutti e ci interessa tutti.
[1]

Cosa significhi nella loro visione distruggere l’uomo e la civiltà è facilmente riassumibile: sono contrari a qualunque tipo di unione che non sia tra uomo e donna. La loro è una visione prettamente eterocentrica, fondata sull’idea che l’unione eterosessuale sia l’unica possibile e da tutelare a discapito di qualunque altra forma relazionale. Come qualunque ‘centrismo’ anche questo è basato sul presupposto che la propria posizione sia migliore delle altre. Mossi dall’intento di voler preservare la famiglia ‘naturale’ (sulla ridefinizione dell’aggettivo naturale in una società come la nostra ci sarebbe da scrivere un trattato!), le sentinelle in piedi lottano perché altre persone non godano degli stessi diritti civili dei quali gode una famiglia eterosessuale. Sono sempre più convinto del fatto che, se una mobilitazione è contro i diritti di qualcun’altro, abbia come presupposti delle premesse discutibili.

Il ‘centrismo’ più famoso, in psicologia, è sicuramente l’egocentrismo. Userò le parole di Claudio Foti, psicologo e psicoterapeuta, per descrivere cosa sia l’egocentrismo e tracciare un parallelismo tra i due ‘centrismi’ citati:

l’egocentrismo non coincide con l’affermazione sana del Sé, anzi l’egocentrismo rivela un qualche fallimento nel processo di integrazione e di espansione del Sé. L’atteggiamento egocentrico del soggetto con carenze narcisistiche, che rincorre conferme e puntelli esterni alla propria grandiosità immaginaria, rivela un deficit di autostima, un’incompiutezza profonda della soggettività, una mancanza di autonomia vitale. Le cause profonde del suddetto deficit va ricercata peraltro nella frustrazione traumatica di alcuni bisogni di valorizzazione e di integrazione del Sé che non sono state soddisfatte nell’infanzia.

(…) L’atteggiamento egocentrico del soggetto alla ricerca avida di gratificazioni immediate per sé, insensibile agli interessi delle persone che gli stanno a fianco rinvia ad una debolezza del sé. L’Ego del soggetto egocentrico non è un’ego forte, ricco e vitale, bensì un Ego impoverito dall’incapacità di trarre soddisfazione da quelle dimensioni dell’esistenza che presuppongono il rispetto per l’altro. Questo soggetto non riesce a percepire e ad integrare bisogni fondamentali, che lo spingerebbero a valorizzare la dimensione relazionale e comunicativa dell’essere umano, una dimensione che implica la sensibilità e la capacità di identificazione nei confronti dell’altro. [2]

L’eterocentrismo, così come l’egocentrismo, si accompagna al ritenere come degna di comprensione e accettabile solamente la propria idea di realtà e, nel caso specifico, a non ritenere accettabile l’idea che esistano altre realtà familiari, altre idee di famiglia, altre idee di amore che non sottraggono, ma anzi aggiungono complessità ad una dimensione, la vita relazionale, nello stesso tempo privata e sociale, intima e pubblica. E credo sia chiaro, inoltre, come questa visione ego/eterocentrica non lasci spazio alcuno alla dimensione relazionale, alla sensibilità e alla capacità di identificazione con l’altro. Ammantati da un apparente savoir-faire silente, le sentinelle in piedi portano avanti un messaggio univoco e discriminatorio: la mia realtà è migliore della tua! Come per l’egocentrismo, anche l’eterocentrismo così estremizzato non può non essere indice di debolezza, di intransigenza, di rigidità di visione, un monolite che non lascia spazio a dubbi, alle domande, all’altro. La visione eterocentrica è, in’ultima analisi, profondamente egoistica nella prospettiva monodimensionale che persegue. 

Ogni ampliamento dei diritti non dovrebbe essere vissuto come un pericolo, non dovrebbe mobilitare sentinelle che veglino, non dovrebbe semplicemente costituire motivo di scontro. Se viene vissuto in questo modo, sarebbe interessante chiedersi il perché del senso di minaccia avvertito dall’altro, il motivo di tanta rigidità e di tanta chiusura. Probabilmente aiuterebbe a far luce sulla necessità di tanta intransigenza.

Spero arrivi un momento nel quale le sentinelle, continuando a leggere (magari anche libri che confutino tesi diverse rispetto a quelle nelle quali credono!), possano finalmente mettersi sedute e godersi l’evoluzione della società senza sentirsi minacciate. Se poi da silenti diventassero dialoganti sarà fatto un passo in più per cercare di superare lo scoglio di egocentrismo che preclude la vista di ogni posizione diversa dalla propria.

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] www.sentinelleinpiedi.it

[2] Centro Studi Hansel e Gretel (2008), Adultocentrismo: il mondo dominato dagli adulti, Sie Editore, Torino, pp. 8-9

 

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Freud e la finestra rotta

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Freud e la finestra rottaCerte insufficienze delle nostre prestazioni psichiche (…) e certe azioni che appaiono non intenzionali, risultano, se si applica loro il metodo dell’indagine psicoanalitica, come ben motivate e determinate da motivi ignoti alla coscienza.

Sigmund Freud

Psicopatologia della vita quotidiana

 

 

Premessa: avete mai sentito parlare della teoria delle finestre rotte? La teoria delle finestre rotte ha un’applicazione in ambito urbanistico e sostiene che in un ambiente urbano dove vi siano delle trascuratezze (una finestra rotta appunto o qualunque altra cosa percepibile come degrado) queste, se non riparate in tempi brevi, finiranno per attirare altro degrado (altre finestre rotte, tag sui muri, vandalizzazioni di altro tipo) e innescherà una spirale degradante per l’edificio o più in generale per il quartiere nel quale tutto questo avviene.

Seconda premessa: nell’opera di Sigmund Freud Psicopatologia della vita quotidiana (1901), l’autore si prodiga, con tantissimi esempi pratici, di cercare di spiegare come molte delle cose che facciamo quotidianamente (lapsus verbali, dimenticanze, atti mancati ecc) non siano frutto del caso o della distrazione ma che in esse interverrebbero forze psichiche inconsce che non ci fanno ‘sbagliare’ per nulla ma che anzi tutti quegli atti siano dotati di un senso molto profondo se solo ci prendessimo la briga di analizzarli.

Queste premesse mi servivano sia perché anche io credo che incuria chiami incuria sia perché ritengo verosimile che dietro alla trascuratezza si nasconda altro. L’intuizione di Freud è applicabile anche al modo in cui viviamo: la trascuratezza dell’ambiente nel quale viviamo può essere un grande segnale di forze psichiche non consapevoli. Se una persona avesse la casa particolarmente trascurata, ad un livello superficiale potremmo semplicemente dire che è disordinato o disorganizzato. Se volessimo andare più in la nell’analisi, una trascuratezza marcata potrebbe essere indice di tante cose ben più complesse:

  • la persona potrebbe avere poca stima di sé, per esempio, ‘non meritare’ (per i motivi più disparati e personali) una casa pulita e/o ordinata ed essere dunque costretto ad espiare questa sua indegnità nel caos;
  • la trascuratezza potrebbe essere un modo per dire quanto ci si considera poco indipendenti, quanto non si reputi possibile prendersi cura di se stessi e del proprio ambiente da soli, potrebbe, in questo senso, essere la richiesta di aiuto che si fa agli altri di intervenire (confermando, però, ancora una volta la propria dipendenza dall’altro);
  • altra ipotesi possibile è che la trascuratezza sia un vero e proprio segno di depressione: la persona pensa di non avere valore, di non contare nulla e che nulla di quello che faccia nella sua vita possa cambiare le cose. Se la mia vita non ha senso a chi importa se la mia casa è curata o no?

Queste osservazioni sulla persona sono secondo me estensibili anche a livello sociale più ampio. Ed eccoci allo scopo di questo post: amando profondamente la regione nella quale abito, la Sardegna, non posso non rimanere stupefatto dall’incuria, dalla negligenza, dalla trascuratezza, dalla sporcizia vista e percepita a molti livelli: strade colme di immondizia, presumibilmente gettata anche da macchine in corsa, spiagge scempiate da mozziconi, lattine, bottiglie, ecc. Ritenendo i miei conterranei parte in causa preponderante di questa incuria (difficilmente un turista abbandona un materasso a bordo strada!) mi sono chiesto quale sia la causa di tutto ciò. Ignoranza? Troppo semplice. Incuria? Non mi spiego come allora ci sia per molti versi una cura maniacale del proprio giardino e un totale disinteresse per le condizioni della strada di fronte allo stesso giardino.

No, ho sempre pensato che dovessero esserci spiegazioni più complesse. Incuria, abbiamo detto, genera incuria: se gli altri, è l’estremizzazione del pensiero, non si curano minimamente della spiaggia e spengono le sigarette lasciandone tra la sabbia i mozziconi, perché io me ne dovrei occupare? Perché dovrei assumermi una responsabilità che altri rifiutano di prendere? L’emulazione è, purtroppo, dietro l’angolo e questo fa si che al degrado se ne aggiunga altro. Anche l’egoismo gioca un ruolo preminente: il mio benessere viene prima di quello di tutti gli altri. Se a me viene comodo lasciare il mozzicone nella sabbia, a chi importa che ad altre persone potrebbe dar fastidio?

Inoltre, in accordo con quanto ipotizzato da Freud, devo ritenere ci sia un motivo più profondo che possa spiegare il modo in cui ci comportiamo. Le possibilità sono diverse e tutte, a mio avviso, plausibili:

  • siamo una regione profondamente depressa che non crede più in se stessa? A chi può interessare la pulizia delle strade se non percepiamo neanche il nostro futuro?
  • Oppure stiamo gridando, come in tante altre occasioni, che non siamo in grado di badare e curare noi stessi sperando che qualcuno ci salvi dalle nostre stesse mani?
  • Ci stiamo dicendo, complici le continue sparate sul fatto che viviamo in un paradiso terrestre, che non meritiamo questo paradiso e che faremo di tutto per essere scacciati indegnamente da esso come novelli Adamo ed Eva?  

Forse il mio è un ragionare di testa perché il mio cuore ha continuato a lagnarsi per tutta l’estate. Sto provando in ogni modo a capire, sto cercando da tempo una spiegazione, vorrei che qualcuno mi aiutasse a comprendere questo: c’è un motivo per cui siamo così trasandati? C’è un motivo per cui accettiamo tutto questo come se fosse inscritto nel nostro DNA?

Io ci sto provando, ma ognuna delle spiegazioni lascia l’amaro in bocca. Se qualcuno riuscisse a farmi capire come può ognuno di noi sopportare il degrado spicciolo che ci circonda gli sarei eternamente grato. Gliene sarebbe grato anche il mio cuore e forse riuscirebbe a farmi passare la prossima estate con meno inquietudine.  

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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La morte ai tempi di Facebook

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La morte ai tempi di FacebookUna nuova morte ‘famosa’ scuote il mondo reale e, di conseguenza, il mondo virtuale. L’ultimo episodio riguarda il famosissimo attore Robin Williams scomparso lo scorso 11 Agosto. Dal giorno in questione, come in moltissime altre occasioni del genere, sui social network abbiamo assistito al florilegio dei più vari stati: citazioni famose dai film interpretati dall’attore, immagini degli stessi film, immagini dei film con le frasi più rappresentative, appassionati stati dove si viene messi al corrente di quale film è stato più importante per la persona che lo posta.

Lungi da me l’idea di pensare che esista un modo giusto o sbagliato per celebrare la scomparsa di qualcuno, noto, però, un punto che mi colpisce: questa condivisione continua, questa sorta di incapacità a fermarsi un attimo e cercare di capire cosa veramente la scomparsa di una persona che giudichiamo tanto importante ha provocato in noi, testimonia ancora una volta di più sia la nostra incertezza a maneggiare un tabù come la morte, sia la nostra profonda difficoltà nel riuscire a contenere le nostre stesse emozioni. Non c’è quasi interruzione tra ciò che avviene e il modo in cui viene condiviso, nessun momento nel quale la persona possa pensare a cosa ciò che sta accadendo sta provocando in lui.  Se ci fermassimo a pensare, credo che avremmo modo di sentire davvero quello che ci sta passando per la mente (e per il cuore!).

Questa continua rincorsa ad essere più veloci degli altri a commentare, più rapidi nel condividere status, più originali degli altri nello scrivere cose sulla nostra bacheca, mi porta a ritenere che più che contattare l’emozione per quello che sta avvenendo, stiamo cercando di allontanarla, di condividerla, di ‘scaricarla’, delegando alla spartizione con gli altri il peso stesso della nostra emozione.

Questo è comprensibile: una morte, per quanto possiamo pensare sia quella di una persona ‘lontana’ e non conosciuta, è invece molto dolorosa quando abbiamo la sensazione che quella persona ci abbia accompagnato in tanti rilevanti momenti della nostra vita, partecipandovi ed entrandovi a far parte a tutti gli effetti. Una persona che, come in questo caso, può averci fatto ridere, fatto piangere, fatto riflettere, fatto star male, una persona che, a sua insaputa (o forse per niente a sua insaputa!) ha partecipato alla vita di milioni di persone. Il dolore, per quanto appunto non sia una persona presente (dovremmo veramente iniziare a ridefinire i termini che utilizziamo quotidianamente!) è sentito, il dispiacere per la perdita della persona è forte perché percepito come perdita di qualcosa anche nostro.

Tutto questo, anziché farci fermare un attimo, attiva spesso, di contro, una reazione opposta: buttare fuori, scacciare, allontanare. Questo accade anche alla morte di persone conosciute personalmente, quando il funerale stesso diventa occasione per mettere assieme i dolori, per far sì che ognuno possa partecipare e condividere il dolore con gli altri.

Nell’era dei social network questa tendenza molto comune, la condivisione del dolore, è cambiata in maniera paradossale: è diventata una rincorsa, come dicevo prima, a mostrare agli altri quanto l’evento ci abbia colpito ma, il momento stesso in cui lo mostriamo è il momento in cui abbiamo più difficoltà ad entrare in contatto con ciò che sentiamo: ‘l’esposizione’ è l’istante di maggiore distanza dall’emozione provata. Non ci lasciamo che poco spazio per riflettere, per sentire cosa sia stato a provocare quel dolore. Nulla di tutto questo appunto, tutto è pubblico, tutto già dato in pasto a Facebook, tutto già espulso nel fiume di milioni di altri post che segnalano la ormai universale incapacità a fermarci a vivere privatamente un momento di dolore.

Questo è il punto da cui ripartire secondo me: il nostro dolore. Prima di mostrarlo in un post su Facebook, proviamo a fare quello che ci costa di più: condividerlo con noi stessi. Proviamo a stare su quello che proviamo, a cercare di capire il senso di quel dispiacere per la morte dell’attore famoso.

Credo sia uno dei pochi modi attraverso il quale un’esperienza dolorosa può trasformarsi in qualcosa di diverso e insegnarci aspetti nuovi di noi stessi. Altrimenti il rischio è che sembri solo l’ennesima occasione per mostrare agli altri ciò che in realtà abbiamo difficoltà a sentire.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Sudoku e cruciverba aprono la mente?

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Sudoku e cruciverba aprono la menteQuesto è il periodo dell’anno nel quale abbiamo la possibilità di usarle più spesso: mi riferisco alle riviste di cruciverba, rebus, sudoku, ecc che spuntano (e vendono) soprattutto d’estate. Molti le considerano degli innocui passatempi ma forse dovremmo iniziare a considerarle non più un semplice giochino ma un vero e proprio modo per nutrire la mente.

Secondo la ricerca svolta dalla Washington University di San Louis pubblicato su Psychology and Aging giocare o sottoporre il proprio cervello a compiti di problem solving potrebbe portare a riuscire a superare la chiusura mentale spesso associata all’età, preservando l’efficienza intellettiva e disponendo verso nuove esperienze, a tutto vantaggio della salute generale e dell’aspettativa di vita. Lo studio è stato condotto su un gruppo di 183 partecipanti, età media 77 anni, e cercava di testare come potesse influire sullo sviluppo intellettuale svolgere alcune di queste attività mentali. Il risultato è stato abbastanza sorprendente e per certi versi confortante: le persone anziane che si erano ‘sottoposte’ alle 15 ore settimanali richieste per l’esperimento, alla fine dell’esperimento stesso rispetto al gruppo di controllo, sono risultati mentalmente più aperti a nuove modalità di ragionamento, dimostrando per la prima volta che un trattamento non farmacologico può mutare i tratti di personalità di un anziano, da sempre ritenuti congelati e immutabili.

risultati sono stati sorprendenti perché si sono ottenuti dei miglioramenti nelle cosiddette malattie senili senza il bisogno di ricorrere a farmaci. Nell’articolo si cita una di queste malattie tipicamente senili, la pseudodemenza depressiva, che porta le persone di una certa età, in assenza di danni fisiologici  o cerebrali, ad iniziare a ragionare con una eccessiva lentezza, o con un’apatia di fondo che può portare anche all’allentamento o all’evitamento delle relazioni. Tenere in allenamento il proprio cervello può avere effetti positivi per l’intero tono dell’umore e può far evitare l’insorgenza di manifestazioni così problematiche. Considerando, poi, che il risultato è stato ottenuto senza l’ausilio di farmaci, la cura sembra ancora più positiva. Le persone che si erano sottoposte all’esperimento soffrivano meno di insorgenze di questo tipo anche se non è chiaro, bisognerebbe fare uno studio a parte, se questo sia dovuto al fatto che i soggetti hanno solo allenato il cervello oppure perché dovevano interagire con gli altri partecipanti nelle lezioni di training che erano tenuti a frequentare. Probabilmente, ed io propendo per una spiegazione multifattoriale, entrambi i fattori hanno concorso al raggiungimento di questo risultato. 

Quello che mi sembra interessante sottolineare di questo studio, ed è un aspetto ormai confermato da parecchi altri studi di questo tipo, è come tenere la mente allenata e attiva possa in qualche modo allontanare una serie di problemi o di patologie che invece caratterizzano menti più ‘sedentarie’. Come l’allenamento di un muscolo porta al suo sviluppo, allo stesso modo accade con l’allenamento del nostro cervello.  Questo fatto è dimostrato empiricamente da altri studi come quello svolto dalla California University di Berkeley che ha dimostrato, tramite l’uso della PET (tomografia a emissione di positroni) comenel cervello di chi ha sempre svolto attività cognitive stimolanti come leggere o anche solo fare parole crociate ci sono meno placche di amiloide, la sostanza che rappresentano le stimmate della malattia di Alzheimer. Insomma, non ci rimane altro da fare che allenarlo il più possibile cercando di essere attivi e curiosi nei confronti della realtà che ci circonda. Se poi volete aggiungere sudoku o cruciverba, fate voi!

Cliccate qui per il link all’articolo.

L’articolo è del Corriere della Sera firmato da Cesare Peccarisi.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu 

P.s.: quello della foto è un vero schema di Sudoku. Se voleste cimentarvi a risolverlo ed iniziare ad allenarvi…

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Facebook e il pregiudizio di conferma (2)

Internet, Psicologia, Società… 1 Comment »

Facebook e il pregiudizio di conferma (2)Ora, senza entrare nel merito della questione in sé, se io penso che il sale faccia male, tenderò a dar credito a tutte quelle posizioni che confermano la mia posizione di partenza piuttosto che a falsificare la mia posizione di partenza. Cercherò siti, pagine, blog che mi rimandino indietro l’esattezza della mia posizione, cioè che il sale faccia male. Non penserò minimamente di dover tentare di falsificare questa idea con ipotesi contrarie o idee opposte. Alimenterò il mio pensiero cercando negli altri conferme di quello che già penso rispetto agli effetti del sale. Ora dato che uno dei massimi pregi della rete è quello di avere livellato molto il ‘peso relativo’ dei contributi di ciascuno di noi, dal momento che permette a chiunque di postare o condividere stati che non sono testati o vagliati, questo provoca una frammentazione delle posizioni che permette quasi a chiunque di trovare, per quanto particolare possa essere, la condivisione di una posizione rispetto a qualcosa. Se io penso che, per assurdo, respirare faccia male, sono quasi sicuro di trovare qualcuno con cui condividere questa posizione.

Il fatto che possa trovare qualcuno che la pensa come me, e che magari condivide documenti di un qualche tipo che sostengono che respirare faccia male, non farà altro che, paradossalmente, dare ossigeno alla mia teoria e polarizzarla ulteriormente verso la convinzione che sia vera. Se volessi essere ‘scientifico’, dovrei falsificare la mia posizione, cercando prove che, al contrario, dimostrino come respirare sia vitale. Ma questo porta a selezionare, nel mare magnum delle informazioni di tutti i generi che circolano su internet senza alcun vaglio, quelle posizioni che tendono a confermare le nostre posizioni di partenza piuttosto che a smentirle. Abbiamo visto che il nostro modo di ragionare ci porta ad aver bisogno di conferme piuttosto che di smentite, di ragione piuttosto che di torto. Ed è per questo che, spesso con assoluta buona fede, finiamo per alimentare un circolo vizioso enorme di notizie, quanto meno da verificare, che non ci raccontano la realtà dei fatti, ma ci spingono a schierarci per una squadra piuttosto che per un’altra. E qua torno ad un tema a me caro: la polarizzazione delle posizioni nelle discussioni su internet.

Ho affrontato il tema in un altro post, Perché siamo così aggressivi su internet, pubblicato l’11 settembre 2012. In quel post sostenevo come la mancata mediazione dello strumento informatico, il fatto cioè di non interagire faccia a faccia con una persona ‘reale’, portasse ad essere più estremi nei commenti o nelle risposte. Alla base credo ci sia questa tendenza a polarizzarsi in classi confermanti piuttosto che falsificanti. Sono amante del calcio? Al diavolo tutto quello che non mi parla di calcio. Sono amante degli animali? Al diavolo qualsiasi cosa non mi confermi la giustezza del mio amore. Sono amante della carne? Al diavolo qualsiasi posizione mi faccia pensare se mangiarla o meno. E le posizioni tendono ad estremizzarsi, scollandosi da qualunque possibilità di conciliazione. Se ci pensate, è in parte quello che spesso succede anche all’interno dei partiti politici. Anche in questo caso si assiste ad una estremizzazione delle posizioni, non di rado proprio su internet o sui social network, che difficilmente poi può portare ad una ricomposizione delle differenze per privilegiare le somiglianze che si hanno.

C’è la possibilità di fermare, o perlomeno rallentare questa polarizzazione? Credo che una delle soluzioni sia la consapevolezza di quello che succede. Essere consci del fatto che abbiamo sempre più bisogno di sentirci squadra, piuttosto che persone, la dice lunga sul percorso da fare. L’altra possibile soluzione è quello di approcciare anche e soprattutto alle nostre convinzioni con uno spirito critico. E’ preferibile discutere che confermare, per quanto difficile sembri all’inizio. Solo la consapevolezza del modo nel quale costruiamo, talvolta inconsapevolmente, le nostre convinzioni, può permetterci di scardinare questa tendenza alla conferma. Non è una cambio di prospettiva facile ma la falsificazione della quale parlavamo è la strada obbligata per uscire dall’autoreferenzialità nella quale sembriamo avere sempre più bisogno di chiuderci. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

Per chi fosse interessato al tema:

Bressanini, P. (2010), Pane e bugie, Edizioni Chiarelettere, Milano

Wikipedia: Bias di conferma

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