Cosa NON fare con l’ansia (1)

Emozioni, Psicologia 2 Comments »

ansiaUna delle richieste che spesso portano i pazienti in studio, riguarda quella che è considerata come uno dei più grandi nemici dell’uomo: l’ansia. L’ansia è descritta come elemento particolarmente sgradevole della vita delle persone ed è sicuramente vero che, a livelli alti, può rendere problematica la quotidianità. L’ansia è subdola perché si manifesta in forme e tratti diversi: per alcune persone può, per esempio, dare luogo ad una difficoltà nelle interazioni sociali, per altre può avere conseguenze nella vita lavorativa; in alcuni si manifesta con sintomi fisici (tremore, rossore,…) altri possono non manifestare nessun tipo di sintomo dal punto di vista fisico. Data la poliedricità con la quale si manifesta, è spesso difficile capire cosa la singola persona intenda usando il termine ‘ansia’. Il primo passo che compio insieme al paziente che porta questa richiesta, è quello di cercare di vagliare e comprendere cosa intenda utilizzando il termine ansia e come, per lei, si manifesti.

Generalmente, con questo termine si descrive uno stato di forte preoccupazione, che può essere dovuta o a stimoli specifici oppure a cause non individuabili con precisione. Nel primo caso l’ansia è più ‘controllabile’, dato che il soggetto potrà eventualmente evitare contatti od esposizione alla singola causa; nel secondo caso il discorso diventa decisamente più complesso, dal momento che il soggetto non si sente tranquillo in molte occasioni o con diversi stimoli. In questo secondo caso, l’ansia potrebbe interferire con la vita quotidiana, rendendola di fatto più complessa. Ovviamente, se accettiamo la premessa di cui abbiamo parlato prima e cioè che l’ansia possa manifestarsi in singoli modi nei diversi individui, non si può certo standardizzare un approccio, un trattamento generico. La richiesta andrebbe attentamente valutata e altrettanta attenzione sarebbe necessario riservare, a mio avviso, al significato che l’ansia ricopre all’interno della vita dell’individuo.

Come tutte le problematiche che una persona presenta, anche l’ansia non è una tematica che riguarda solo il singolo; assume invece rilevanza relazionale dal momento che la persona con quel disagio manifesterà la propria difficoltà all’interno di un contesto di relazione: potrà, per esempio, richiedere l’appoggio delle persone più care per fronteggiare la situazione. Da personale, la prospettiva si sposta sul piano relazionale. Le persone che circondano il nostro soggetto in questione, con le loro reazioni o le loro risposte, possono elicitare una serie di comportamenti che hanno la possibilità di aiutarlo o metterlo in difficoltà. La riflessione riguarda proprio questi comportamenti: quali sono quelli che possono aiutare e quali quelli che invece sono di ben poco aiuto in un caso di ansia (ma, secondo me, utili in generale)? L’attenzione andrà su alcuni aspetti che, pur comprendendone le motivazioni, sono secondo me poco utili e funzionali.

Minimizzare: sicuramente una delle prime cose che sarebbe meglio non fare con una persona che ha provato ansia, sarebbe quella di minimizzare quello che la persona sta provando. Frasi come ‘non è nulla’, ‘vedrai che passa’, ‘non ti può preoccupare questa cosa, non è grave…’ sono frasi che non aiutano molto la persona. Possiamo presupporre che, di contro, aiutino la persona che li pronuncia, dato che consente di non confrontarsi con la frustrazione di non poter essere utile, ma questo sarebbe decisamente un altro discorso. Infatti sentir minimizzare la propria sofferenza è sempre molto doloroso, e assolutamente non rassicurante, tanto più che l’ansia e il panico danno un forte senso di perdita di controllo e vengono sempre vissuti come gravi e spaventosi da parte li chi di prova. (…) [1]

La minimizzazione di un’emozione o di una condizione psicologica non gioca mai molto d’aiuto. La persona che sta provando ansia sentirà che quello che sta provando non è compreso, accettato dall’altro il cui unico sforzo sembrerà quello di attutire l’emozione. 

Intanto perché chi ci prova, a non pensarci, due volte su tre non ci riesce. Quella volta che ce la si fa, poi, si pagherà con gli interessi alla prima occasione: (…) l’ansia è esattamente l’espressione di pensieri non pensati ed emozioni non provate, che in quanto disturbanti sono state chiuse ermeticamente da qualche parte.

Se accettiamo la premessa che l’ansia sia la manifestazione di pensieri non pensati, pensieri cioè del quale lo stesso soggetto è all’oscuro, minimizzare diventerebbe parte dello stesso processo, ovvero la restituzione del mondo esterno che si comporterebbe nello stesso modo: non riconoscendo l’importanza di quello che sta avvenendo. Cosa sarebbe necessario fare allora? Se si volesse fare qualcosa di buono per qualcuno che si trova nel pieno di un attacco di ansia, lo si dovrebbe al contrario invitare a pensare, a stare dentro, a trovare le parole: quanto più si potrà parlare con il vocabolario, – a fatica, arrendendosi ai ‘non lo so’, odiando l’idea di doverlo fare – tanto che ci sarà bisogno di farlo attraverso l’ansia, lasciando parlare il corpo. La cosa migliore da fare, anziché spostare l’attenzione da quello che sta succedendo, sarebbe esattamente il contrario: portare l’attenzione su quello che il nostro corpo, tramite l’ansia, ci sta dicendo. Se prestassimo maggiore attenzione, anziché pensare a quanto poco importante sia quello che sta succedendo, ne potremmo trarre indubbio vantaggio. È un processo difficoltoso, dal momento che, in automatico, siamo portati a fare il contrario, siamo portati a cercare di allontanarci da quello che ci fa star male, ad eluderlo ed evitarlo. Se è un processo comprensibile, non è, però, funzionale, dato che sposta il focus dell’attenzione su un altro piano: da ‘cosa sento’ a ‘cosa faccio’, dal sentire all’agire. Questo passaggio non permette di comprendere cosa l’ansia significhi né cosa ci stia dicendo su noi stessi;

– CONTINUA IN UN PROSSIMO ARTICOLO –

 [1] Andreoli, S. (2016), Mamma, ho l’ansia, Bur, Milano, pp. 238-243

Che ne pensate?

P.s.: Alessandro, questo post è dedicato a te! Non potrai più chiedermi quando pubblico qualcosa di nuovo:)

A presto…

Fabrizio Boninu

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L’ansia è un cortocircuito cerebrale?

Psicologia, Società… 2 Comments »

L'ansia è un cortocircuito cerebraleVi segnalo un interessante articolo che tratta il tema dell’ansia (Repubblica, 02.08.2011). Secondo lo studio, condotto dall’Irccs Medea di San Vito al Tagliamento, in collaborazione con le università di Udine e di Verona alla base del disturbo ci sarebbe un deficit di collegamento comunicazionale tra due aree del cervello che non dialogherebbero appunto, tra di loro. nel momento in cui avviene questo si ingenererebbe nel cervello una sorta di panico che farebbe entrare in crisi il cervello. E noi di conseguenza! Le aree che si troverebbero implicate in questo processo sono le aree parietali e callosali posteriori dell’emisfero destro che sarebbero implicate nella percezione sociale e al riconoscimento del proprio corpo nello spazio. Non vi nascondo quanto mi affascinino queste scoperte, quanto mi piacciano queste infinite porte che stiamo aprendo nel cervello umano.

Credo, naturalmente, che questo tipo di spiegazioni sia del tutto insufficiente per spiegare un fenomeno più complesso e, per sua natura stessa, sociale. Nel momento stesso in cui una realtà è dotata della capacità di auto-osservarsi, entra in gioco una complessità di fattori, una molteplicità di combinazioni che rendono queste spiegazioni deficitarie da vari punti di vista. Tralascia, soprattutto, il valore che quel malessere provoca all’individuo. E questo rende necessariamente lo sguardo dell’ansia dal punto di vista ‘chimico’ uno sguardo parziale. Certo, se questo tipo di conoscenze potessero permettere passi avanti nella conoscenza dei meccanismi che sottostanno al nostro funzionamento non potrebbero che essere salutate con entusiasmo. Il rischio è che, però, si cerchi più una disfunzione e una cura corrispondente che ignorano, come detto, il senso che il malessere ha nella vita dell’individuo che ne soffre. Sono piani paralleli di indagine e per entrambi una polarizzazione eccessiva verso i rispettivi estremi non possono giovare alla comprensione della complessità di una realtà così sfaccettata. 

Intanto, eccovi il link.

L’articolo è a firma di Flavio Bini.

A presto…

Fabrizio

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Rischi ambientali? Danni psicologici…

Psicologia, Società… 1 Comment »

Rischi ambientali Danni psicologici...Proprio nel momento in cui siamo col fiato sospeso per le note vicende della nave Concordia, e sulla possibilità che questo naufragio provochi dei pesanti danni ambientali, vi riporto il link di un articolo apparso sul Corriere della Sera. Riporta i risultati di uno studio condotto da Thomas Doherty e Susan Clayton. I due, psicologi, rispettivamente del Department of Counseling Psychology e del Department of Psychology del College of Wooster, Stati Uniti, cercano di tracciare un parallelo tra gli effetti del cambiamento climatico e alcune reazioni psicologiche degli individui tra i quali, vengono citate reazioni depressive e disturbo post traumatico da stress. Questi disturbi sarebbero legati ai continui allarmi che vengono ripetuti nei mezzi di comunicazione legati ad un estremizzarsi delle condizioni climatiche. I due psicologi arrivano ad ipotizzare che possa sussistere una relazione tra i comportamenti violenti e il numero delle possibili aggressioni. Lo studio evidenzierebbe la presenza di due gruppi il cui comportamento è molto differente. Da una parte coloro che si allarmano molto a notizie di questo genere, dall’altro coloro che, invece, sembrano del tutto restie a preoccuparsi per notizie del genere. Credo sia il continuum della stessa condizione per cui più veniamo bombardati di notizie di questo tipo, meno ce ne preoccupiamo per una sorta di desensibilizzazione.

Questo aspetto viene chiamato amnesia ambientale generazionale. Credo che il problema stia tutto nell’uso della mole di informazioni che ogni giorno ci raggiungono. Se i mass media dovessero semplicemente riferire le notizie, non ci sarebbe nulla da dire. Il fatto, invece, che calchino la mano sempre di più e in maniera sempre più allarmante spettacolarizzando qualunque cosa, non può che, alla fine, ripercuotersi sul nostro senso di sicurezza. Ma credo che la mia sia una nota inutile perché, come sanno bene, la paura vende. E incrementa l’audience. E i nostri spacciatori di paura, che di audience vivono, sono sempre all’opera!

Intanto eccovi il link:

http://www.corriere.it/salute/11_luglio_15/danno-ambientale-psicologico-di-diodoro_97bf00c2-aba8-11e0-a665-5070e23b7a33.shtml

L’articolo è del Corriere della Sera (15.07.11) ed è a firma di Danilo Di Diodoro.

A presto…

Fabrizio

 

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Ansia e dintorni…

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Ansia e dintorni...“Ciao Fabrizio, volevo approfittare del tuo blog per farti una domanda su un problema che è stato presente per svariati anni della mia vita sportiva agonistica e che ora riguarda alcuni dei miei allievi. Questa è l’ansia da prestazione credo, una tensione ingombrante e difficile da ignorare che comincia a presentarsi nelle ore successive alla gara e spesso disgraziatamente trova il suo apice durante la stessa prestazione, invalidandola irrimediabilmente, nonostante magari la preparazione fisica sia uguale, se non più alta, di quella dei relativi avversari.
Mi rendo conto anche che sia una cosa molto soggettiva in quanto alcuni non sembrano aver mai conosciuto ansia da gara,se non quel minimo che si dovrebbe provare normalmente e che in alcuni casi può anche essere utile.
Vorrei da te un consiglio su ciò che potrei dire o fare per alleviare nei miei allievi questa scomoda presenza, visto che io in tanti anni ho dovuto conviverci senza mai riuscire a vanificarne gli effetti, se non in poche occasioni.
Ti ringrazio :-)”

Approfitto della domanda di Atlante79 per parlare di un argomento che gode di sempre maggiore attenzione: l’ansia da prestazione. Questa si presenta subdolamente proprio nel momento in cui è richiesta la prestazione e, facendoci concentrare su aspetti che nulla hanno a che fare con la prova stessa, ci distolgono non facendoci raggiungere il risultato atteso. Possiamo così notare come si inneschi un circolo vizioso per cui, una volta provata quella sensazione non piacevole, ogni qual volta ci troviamo in una situazione simile temiamo possano insorgere gli stessi sintomi.

Questi sintomi sono vari e possono essere di natura psichica (paura, senso di inadeguatezza,… ) oppure fisici (sudorazione, tachicardia, senso di soffocamento…)

Diciamo che l’ansia da prestazione, specificamente quella sportiva ma non solo, può insorgere in concomitanza di fattori quali: bassa autostima, paura del confronto con gli altri, alte aspettative sulla propria prestazione.

Il tema andrebbe approfondito con la persona che ne soffre. Come si manifesta di solito nei tuoi atleti? Uno dei consigli che ti posso dare è quello di far concentrare l’atleta sulla prestazione. In allenamento prova a far pensare loro di essere soli, di modo che in gara non siano schiacciati dalla paura del confronto con gli altri atleti o dalla paura di deludere le aspettative degli altri. Cerca di farli concentrare sulla tecnica che stanno eseguendo nel movimento di modo che, stando attenti alla tecnica stessa, possano porre meno attenzione alla prestazione e alle sue conseguenze. Posso suggerirti un’altra mossa: dato che l’hai vissuto in prima persona, pensa a quello che avresti voluto sentire dirti in quei frangenti: magari aiuterai una persona a non innescare lo stesso circolo vizioso.

Fammi sapere come va e se questi piccoli accorgimenti possono risultarti utili!

A presto…

Fabrizio

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