L’ansia è un cortocircuito cerebrale?

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L'ansia è un cortocircuito cerebraleVi segnalo un interessante articolo che tratta il tema dell’ansia (Repubblica, 02.08.2011). Secondo lo studio, condotto dall’Irccs Medea di San Vito al Tagliamento, in collaborazione con le università di Udine e di Verona alla base del disturbo ci sarebbe un deficit di collegamento comunicazionale tra due aree del cervello che non dialogherebbero appunto, tra di loro. nel momento in cui avviene questo si ingenererebbe nel cervello una sorta di panico che farebbe entrare in crisi il cervello. E noi di conseguenza! Le aree che si troverebbero implicate in questo processo sono le aree parietali e callosali posteriori dell’emisfero destro che sarebbero implicate nella percezione sociale e al riconoscimento del proprio corpo nello spazio. Non vi nascondo quanto mi affascinino queste scoperte, quanto mi piacciano queste infinite porte che stiamo aprendo nel cervello umano.

Credo, naturalmente, che questo tipo di spiegazioni sia del tutto insufficiente per spiegare un fenomeno più complesso e, per sua natura stessa, sociale. Nel momento stesso in cui una realtà è dotata della capacità di auto-osservarsi, entra in gioco una complessità di fattori, una molteplicità di combinazioni che rendono queste spiegazioni deficitarie da vari punti di vista. Tralascia, soprattutto, il valore che quel malessere provoca all’individuo. E questo rende necessariamente lo sguardo dell’ansia dal punto di vista ‘chimico’ uno sguardo parziale. Certo, se questo tipo di conoscenze potessero permettere passi avanti nella conoscenza dei meccanismi che sottostanno al nostro funzionamento non potrebbero che essere salutate con entusiasmo. Il rischio è che, però, si cerchi più una disfunzione e una cura corrispondente che ignorano, come detto, il senso che il malessere ha nella vita dell’individuo che ne soffre. Sono piani paralleli di indagine e per entrambi una polarizzazione eccessiva verso i rispettivi estremi non possono giovare alla comprensione della complessità di una realtà così sfaccettata. 

Intanto, eccovi il link.

L’articolo è a firma di Flavio Bini.

A presto…

Fabrizio

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Rischi ambientali? Danni psicologici…

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Rischi ambientali Danni psicologici...Proprio nel momento in cui siamo col fiato sospeso per le note vicende della nave Concordia, e sulla possibilità che questo naufragio provochi dei pesanti danni ambientali, vi riporto il link di un articolo apparso sul Corriere della Sera. Riporta i risultati di uno studio condotto da Thomas Doherty e Susan Clayton. I due, psicologi, rispettivamente del Department of Counseling Psychology e del Department of Psychology del College of Wooster, Stati Uniti, cercano di tracciare un parallelo tra gli effetti del cambiamento climatico e alcune reazioni psicologiche degli individui tra i quali, vengono citate reazioni depressive e disturbo post traumatico da stress. Questi disturbi sarebbero legati ai continui allarmi che vengono ripetuti nei mezzi di comunicazione legati ad un estremizzarsi delle condizioni climatiche. I due psicologi arrivano ad ipotizzare che possa sussistere una relazione tra i comportamenti violenti e il numero delle possibili aggressioni. Lo studio evidenzierebbe la presenza di due gruppi il cui comportamento è molto differente. Da una parte coloro che si allarmano molto a notizie di questo genere, dall’altro coloro che, invece, sembrano del tutto restie a preoccuparsi per notizie del genere. Credo sia il continuum della stessa condizione per cui più veniamo bombardati di notizie di questo tipo, meno ce ne preoccupiamo per una sorta di desensibilizzazione.

Questo aspetto viene chiamato amnesia ambientale generazionale. Credo che il problema stia tutto nell’uso della mole di informazioni che ogni giorno ci raggiungono. Se i mass media dovessero semplicemente riferire le notizie, non ci sarebbe nulla da dire. Il fatto, invece, che calchino la mano sempre di più e in maniera sempre più allarmante spettacolarizzando qualunque cosa, non può che, alla fine, ripercuotersi sul nostro senso di sicurezza. Ma credo che la mia sia una nota inutile perché, come sanno bene, la paura vende. E incrementa l’audience. E i nostri spacciatori di paura, che di audience vivono, sono sempre all’opera!

Intanto eccovi il link:

http://www.corriere.it/salute/11_luglio_15/danno-ambientale-psicologico-di-diodoro_97bf00c2-aba8-11e0-a665-5070e23b7a33.shtml

L’articolo è del Corriere della Sera (15.07.11) ed è a firma di Danilo Di Diodoro.

A presto…

Fabrizio

 

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Ansia e dintorni…

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Ansia e dintorni...“Ciao Fabrizio, volevo approfittare del tuo blog per farti una domanda su un problema che è stato presente per svariati anni della mia vita sportiva agonistica e che ora riguarda alcuni dei miei allievi. Questa è l’ansia da prestazione credo, una tensione ingombrante e difficile da ignorare che comincia a presentarsi nelle ore successive alla gara e spesso disgraziatamente trova il suo apice durante la stessa prestazione, invalidandola irrimediabilmente, nonostante magari la preparazione fisica sia uguale, se non più alta, di quella dei relativi avversari.
Mi rendo conto anche che sia una cosa molto soggettiva in quanto alcuni non sembrano aver mai conosciuto ansia da gara,se non quel minimo che si dovrebbe provare normalmente e che in alcuni casi può anche essere utile.
Vorrei da te un consiglio su ciò che potrei dire o fare per alleviare nei miei allievi questa scomoda presenza, visto che io in tanti anni ho dovuto conviverci senza mai riuscire a vanificarne gli effetti, se non in poche occasioni.
Ti ringrazio :-)”

Approfitto della domanda di Atlante79 per parlare di un argomento che gode di sempre maggiore attenzione: l’ansia da prestazione. Questa si presenta subdolamente proprio nel momento in cui è richiesta la prestazione e, facendoci concentrare su aspetti che nulla hanno a che fare con la prova stessa, ci distolgono non facendoci raggiungere il risultato atteso. Possiamo così notare come si inneschi un circolo vizioso per cui, una volta provata quella sensazione non piacevole, ogni qual volta ci troviamo in una situazione simile temiamo possano insorgere gli stessi sintomi.

Questi sintomi sono vari e possono essere di natura psichica (paura, senso di inadeguatezza,… ) oppure fisici (sudorazione, tachicardia, senso di soffocamento…)

Diciamo che l’ansia da prestazione, specificamente quella sportiva ma non solo, può insorgere in concomitanza di fattori quali: bassa autostima, paura del confronto con gli altri, alte aspettative sulla propria prestazione.

Il tema andrebbe approfondito con la persona che ne soffre. Come si manifesta di solito nei tuoi atleti? Uno dei consigli che ti posso dare è quello di far concentrare l’atleta sulla prestazione. In allenamento prova a far pensare loro di essere soli, di modo che in gara non siano schiacciati dalla paura del confronto con gli altri atleti o dalla paura di deludere le aspettative degli altri. Cerca di farli concentrare sulla tecnica che stanno eseguendo nel movimento di modo che, stando attenti alla tecnica stessa, possano porre meno attenzione alla prestazione e alle sue conseguenze. Posso suggerirti un’altra mossa: dato che l’hai vissuto in prima persona, pensa a quello che avresti voluto sentire dirti in quei frangenti: magari aiuterai una persona a non innescare lo stesso circolo vizioso.

Fammi sapere come va e se questi piccoli accorgimenti possono risultarti utili!

A presto…

Fabrizio

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