Storia di Enzo (6)

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Storia di Enzo (6)Avrei voluto finire con un happy ending degno della migliore tradizione disneyana. In realtà non credo ci sia un happy ending semplicemente perché il lavoro è ancora in corso. Enzo ha diminuito i suoi atti ma non li ha del tutto lasciati. Ha una strada da compiere e l’accettazione di alcune cose non è facile. So che ha una volontà molto forte, si sta impegnando nel proseguire e credo che già questo sia un ottimo segnale. Tra l’altro succede spesso che ad una ristrutturazione personale non si accompagna, ovviamente, il cambiamento in tutte le persone che sono vicine e che quindi stentano e non riescono ad adeguarsi all’immagine della persona che cambia. Questo può provocare delle resistenze al cambiamento del paziente che può però essere messo in guardia sul fatto che questa evoluzione potrebbe essere accettata con difficoltà dalle persone che gli stanno intorno. E’ necessario allora supportare la persona di modo che possa sentirsi appoggiata nonostante, in una prima fase, percepisca come questo suo cambiamento stia provocando dei movimenti non graditi all’interno del sistema familiare e/o relazionale.

Un ultimo punto: perché vi ho raccontato tutto questo? Se rimanessi fedele alle mie premesse, potreste dire che questa storia non è insegnamento di nulla visto che, come dico spesso, ogni storia è una storia a se stante. Ribadendo il fatto che non voglia insegnare nulla, vi ho raccontato questo caso, con l’autorizzazione di Enzo, con l’intento di permettere una riflessione circa il lavoro che si può fare. Anche se la vostra storia può sembrarvi stupida, folle, priva di senso, MALATA, può invece, ne sono sempre più convinto, avere un significato per voi molto forte e questo significato può essere condiviso e ricostruito. Questa condivisione può far si che possiate avere un cambio di prospettiva su voi stessi e questo cambio di prospettiva, facendovi vedere le cose da un altro punto di vista, può portarvi ad accettare aspetti che prima consideravate dei punti deboli o lati fragili di voi .

Se, sorprendentemente, si rivelassero punti di forza?

A presto…

Fabrizio

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Storia di Enzo (5)

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Storia di Enzo (5)Ma, tornando a noi che senso avrebbe questo? Perché uno dovrebbe auto svalutarsi per far piacere agli altri? Ovviamente i termini non sono così semplicistici. E se aggiungessi agli elementi che abbiamo in mano il fatto che Enzo è il più piccolo di tre fratelli molto più grandi di lui, è l’ultimogenito di una coppia di genitori molto anziani? Se aggiungessi che la madre, che non va più molto d’accordo con il marito ha in Enzo la sua unica speranza di non rimanere sola? Se aggiungessi che se Enzo fosse una persona convinta di poter essere indipendente, autonomo, forte, sarebbe una persona che andrebbe via di casa appena iscritto all’università? Se aggiungessi che la madre resterebbe sola con un marito che non sopporta e di cui Enzo è ovviamente al corrente. Se vi dicessi che tutto il suo mondo sembra essere legato al problema di non lasciare la madre sola non vi sembra che il comportamento di Enzo acquisti all’improvviso un enorme senso?

Abbiamo una versione alternativa del mito di Enzo. Lui non è intrinsecamente incapace di far qualsiasi attività pratica: fare attività pratica, essere autonomo, essere indipendente, vanno contro tutta una serie di altre ragioni, più profonde e non esplicitabili, che rendono Enzo legato a questo. Il fatto di disvelare questa altra lettura permette ad Enzo non solo di calibrare meglio la sua posizione, ma di rendersi conto come sia legato a schemi da lui controllati solo in parte. Gli permette di capire se quello che sta succedendo sia sostenibile oppure no. Una cosa importante del mio lavoro infatti è quella di fornire dei passaggi mancanti, delle chiavi alternative che permettano alla persona di avere più letture e di non sentirsi prigioniero di quello che accade. Il fatto che vengano fornite più versioni infatti non significa necessariamente che questo provochi un cambiamento: semplicemente permette alla persona di poter scegliere, di poter vedere quale delle alternative possa rappresentarlo meglio. Possono iniziare così piccoli movimenti, piccoli passaggi che, forse, segnalano un cambiamento rispetto ad alcune posizioni. Enzo inizia ad essere più litigioso con i suoi amici, a voler ribadire e rimarcare la sua posizione. E credo sia un segnale di come lui inizi a chiedersi dove sia rispetto a quello che fanno/pensano gli altri.

Nel momento in cui inizia questo processo definitore, Enzo può permettersi di sperimentare degli aspetti di se stesso che sono sempre passati in secondo piano: tutta una serie di emozioni che potevano essere nascoste o comunque non essere prese in considerazione. Primo fra tutte forse la rabbia. Essere “incastrati” in una situazione del genere, sentirsi come unici responsabili delle sorti del genitore oltre ad essere un compito molto pesante, potrebbe essere sentito come un compito ingiusto. Ma quando questa rabbia è rivolta alla persona per cui sentiamo amore, quando la rabbia è rivolta alla persona che ci ha messo al mondo non può essere esplicitata senza provocare un conflitto interno molto pericoloso. Verso chi poteva rivolgere la sua rabbia Enzo? Chi gli rimaneva sotto mano per poter scaricare la sua rabbia, la sua aggressività tutte emozioni non tollerate per una persona non autonoma? Se stesso. La persona con cui Enzo se la poteva prendere era soltanto lui. Non si sabotava solo a livello razionale (valgo meno degli altri, gli altri sono meglio di me) ma anche a livello fisico strappandosi i capelli, facendosi male fisicamente. Se ci pensiamo poi i capelli per noi hanno sempre avuto una fortissima valenza simbolica: sono segno di personalità, li coloriamo, li tagliamo, se li perdiamo ci sentiamo vecchi. Come non pensare poi al mito di Sansone che senza quei capelli perdeva addirittura la forza? Senza contare che tramite questo forse, permetteva di dar voce ad un dolore altrimenti inesprimibile, difficilmente verbalizzabile. Ecco allora che un atto apparentemente incomprensibile, apparentemente senza senso, apparentemente stupido, acquista un valore di senso fondamentale. Un valore. Potrebbero esserci altri sensi, validi altrettanto. Credo che l’obiettivo, quello di fornire un’ alternativa, sia il primo passo per la messa in discussione di un mitologia così radicata come quella di Enzo.

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Storia di Enzo (4)

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Storia di Enzo (4)Nel caso di Enzo c’era un’immagine che tornava spesso: quella per la quale Enzo si senta meno degli altri, già accennata prima. Per meno intendo che si senta fisicamente e intellettualmente meno degli altri e, nella sua visione questo è mitologico, è un dato acquisito con cui lui si relaziona agli altri (e con se stesso!) e gli permette di vedersi solo come quello che non può stare al passo con gli altri in nessun campo. Non riesce a vedere le varie cose per cui non solo sta al passo con gli altri ma, magari, anche un passo avanti, come per esempio nella scuola, perché questo aspetto non si addice con la visione che lui ha di se stesso. Cerca sempre gli elementi che confermino questa visione non quelli che li disconfermino.

Quale senso può avere per lui questo? Lavorandoci su noto come questa visione sia in parte sua ma anche un rimando dell’ambiente circostante che gli ha reso sempre un’immagine di se stesso come gracile, mingherlino, poco adatto agli sport, poco adatto alle attività in cui fosse necessaria la forza fisica, esaltando invece le sue doti intellettuali. Il risultato è stato che Enzo è molto sveglio dal punto di vista intellettuale (ovviamente non ricoscendoselo perché comunque, è la persona che non sa far nulla), ma crede di non poter far nulla sul piano fisico. Crede non sia il suo campo. Quanto di questa idea è sua e quanto è introiettata dal modo circostante? Ormai, possiamo dirlo, è anche sua. Ma lo rappresenta ancora? Mentre lavoriamo cerco di farlo riflettere su questo, su come questa idea sia ormai di tutti ma che non riesco a capire quanto rappresenti ognuno di loro e soprattutto lui. Ma, come dicevamo, questa immagine non può essere abbandonata se non ci si può vedere in un altro modo. Voi potreste traslocare senza avere ancora una casa dove andare? Così per Enzo. Innanzitutto riflettiamo su quanto questo lo rappresenti. Molto, mi dice. Quanto lo stimola a cambiare? Per nulla, mi dice. Questa ormai è la sua realtà. E, in questo punto, cerco di introdurre la nuova prospettiva di cui parlavamo prima. L’idea nuova è che lui abbia dato retta a quest’immagine per proteggere altre persone. In altre parole, gli rendo l’impressione che questa immagine sembra appartenere più a coloro che da bambino vedevano Enzo piccolo e gracile (soprattutto, vengo a sapere, in famiglia) e che Enzo si sia sentito così più per proteggere la visione degli altri oltreché la sua. Sarebbe un cambio di prospettiva enorme, non solo per lui ma anche per tutti che si troverebbero a dover fare i conti con elementi del tutto nuovi. Questa sua incapacità fisica non sarebbe allora REALE, sarebbe frutto di quella mitologia condivisa per cui lui non sarà in grado di fare bene attività pratiche.

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Storia di Enzo (3)

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Storia di Enzo (3)Questa apertura introduce la possibilità di concentrarci su un’altra questione: perché le idee di noi stessi anche quelle svalutanti sono coltivate con tanta attenzione? Perché sono realtà conosciute? Una delle cose che mi colpisce spesso della mia professione, riguarda il fatto che le persone si costruisco una vera e propria mitologia e, per quanto questa possa essere difficile da mantenere, o strana, o impattante con la propria realtà quotidiana, si trovano a difenderla con le unghie e con i denti non appena questa mitologia viene messa in discussione. Col termine mitologia intendo tutta quella serie di credenze, di idee, di modelli, di archetipi che ognuno di noi si costruisce e che considera fondativi della propria esperienza di vita, che ci guida e ci permette di conoscere il mondo. Talvolta, sembra difficile capire cosa faccia di buono questa visione del mondo, ma ho appreso che una funzione che svolge spesso è quella protettiva. “Protettivo per chi?” vi chiederete. Può essere protettivo per diversi attori: lo può essere per la persona stessa, che vi si trincera dietro e che, tramite questa visione, conosce il mondo. Oppure può essere protettiva nei confronti delle persone significative che, con questa persona, hanno dei rapporti. In altre parole è come se noi avessimo degli occhiali tramite i quali guardiamo il mondo. Questi occhiali non ci consentono di vedere la realtà per quello che è ma per quello che noi crediamo che sia. E ci abituiamo talmente tanto alla visione che questi occhiali ci consentono, da non riuscire ad immaginare nessuna realtà diversa da come l’abbiamo vista e da come pensiamo sia naturale che sia.

Come possiamo muoverci, allora, per provare ad immaginare questo mondo, e il mondo di Enzo in particolare, senza questi occhiali? Innanzitutto credo che il primo passo sia capire che si hanno questi occhiali. Se Enzo non ha la consapevolezza di guardare il mondo tramite una sua visione, ed è invece convinto, come spesso noi facciamo, di vedere una realtà “oggettiva”, non potremmo introdurre dei nuovi occhiali, che permettano di vedere le cose da un altro punto di vista. Oppure non potremmo permetterci di aggiungere dettagli cui prima non prestavamo attenzione. O, ancora, non potremmo permetterci di raccontarci le cose in maniera diversa. Il secondo passo può essere quello di capire se questi occhiali sono adeguati alla nostra vista. Come detto, alcune volte ci adagiamo su delle prospettive, su dei racconti, su delle mitologie, non perché ci facciano star bene quanto perché ormai sono assodate e conosciute. Talmente assodate e conosciute che non ci prendiamo più la briga di metterle in discussione perché le riteniamo più facili, più semplici, più comodi, rispetto alla difficoltà di considerare delle prospettive nuove e non familiari. Prima di abbandonarle forse è necessario capire l’inadeguatezza che queste visioni hanno nella nostra vita attuale. Voglio dire se da piccoli avevamo l’impressione che tutto fosse enorme e irraggiungibile, questa visione è cambiata (spero!) nel momento in cui siamo cresciuti. Quello che ritenevamo fosse assodato da piccoli viene messo in discussione nel momento in cui cresciamo. Ci rendiamo conto come non rappresenti più il nostro mondo. Nel momento in cui percepiamo questa insufficienza nella nostra mitologia magari siamo pronti per sostituirla. E il passaggio può essere compiuto nel momento in cui una prospettiva nuova è stata costruita e permette di mandare in pensione la vecchia.

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Storia di Enzo (2)

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images-3-150x150Uno degli aspetti che noto da subito è una forte dipendenza dal giudizio degli altri. Enzo ha paura di muoversi autonomamente, non si sente in grado di far nulla che non preveda il considerare l’opinione degli altri. Teniamo conto che stiamo parlando di una persona di 16 anni. E’ naturale che, nel momento della vita in cui una persona sta costruendo la propria immagine, l’opinione, le impressioni, i rimandi degli altri giochino un ruolo fondamentale. Questa è la premessa che dovremmo tenere presente nell’approcciare con adolescenti. In questa situazione particolare però, noto come gli altri possano plasmare i movimenti di Enzo dal momento che lui è in grado di rinunciare ad un suo interesse solo perché qualcuno ha idea che quell’interesse sia futile.

Credo che questa dipendenza eccessiva dalle opinioni e dalle idee altrui possa segnalare una carente autostima di Enzo. Se l’idea che lui ha di se stesso fosse più positiva, credo che, pur ascoltando e prendendo in considerazione le idee degli altri, sarebbe in grado di poter scegliere da solo e capire cosa sia giusto per se stesso. Se sceglie sempre e solo le idee degli altri come se fossero migliori cosa si sta dicendo? Che le sue valgono meno? Si tratta, ora, di cercare di capire a cosa possa essere dovuta la bassa autostima. Credo che gli ideali che Enzo ha delle persone gli impediscano di vedere le cose per come sono. All’interno di una necessità semplificativa di un mondo in evoluzione, un mondo che lo vede come bambino e come adulto, come maturo e come immaturo, che fornisce, cioè una serie di segnali discordanti per cui la confusione aumenta, gli adolescenti sono spesso presi nel gioco dell’Assoluto, dei Posizionamenti, per cui le cose sono o tutte belle o tutte brutte, o tutte giuste o tutte sbagliate, impedendo loro di cogliere quelle sfumature, quell’ambivalenza semantica che, giocoforza, fa parte delle umane cose. Questo è il motivo per cui spesso si trovano a tenere in piedi posizioni intransigenti delle quali anche loro avvertono le costrizioni ma che, in qualche misura, li difendono dal caos. In un momento di transizione ognuno di noi non si aggrappa ad alcune certezze? Nell’idea di Enzo la dicotomia, la separazione, avviene tra l’interno e l’esterno. Il buono sembra essere esterno mentre il negativo sembra essere interno. E’ovvio che questa separatezza sia più ideale che reale ma riesce in qualche maniera a compenetrare tutto il suo mondo. Come si può relativizzare una posizione del genere? Nel mio lavoro utilizzo due chiavi per me fondamentali: l’ironia e la metafora. Uso molto spesso metafore, immagini attraverso le quali riesco a condensare delle realtà spesso incomunicabili e incomprensibili. Tramite la metafora avviene questa sorta di magia per cui l’altro capisce cosa voglio dire e l’immagine che gli rimando può essere più facilmente assimilata e ricordata per cui il lavoro alla fine può risultare più facile. Anche l’ironia, termine con il quale, nel rispetto della storia che mi si porta, intendo quella capacità di saper sorridere in certi frangenti, è un mio grande alleato: fa parte del mio modo di essere e riesce in qualche maniera ad abbassare il tono tensivo in alcuni momenti. Tramite questi due ‘strumenti’ riesco a relativizzare la posizione assolutista assunta su alcuni punti da Enzo e introduco una possibilità di dubbio in realtà che, prima, venivano date come assodate, certe, indiscutibili.

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Storia di Enzo (1)

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Storia di enzo 1Volevo condividere con voi un caso clinico. Inutile vi dica che i dettagli di queste storie sono modificati per preservare l’identità delle persone. Chiameremo questo ragazzo Enzo. Enzo ha sedici anni, va bene a scuola, è molto educato e sveglio. E’ un piacere lavorare con lui, riesce a seguire ragionamenti anche abbastanza complessi, è curioso. Insomma, una splendida persona. Se non fosse che ha un problema che lo assilla: la tricotillomania. Per chi di voi non sapesse cos’è, vi posso dire che la tricotillomania è un atto di autolesionismo che consiste nello strapparsi i capelli. Inutile vi dica che questo sintomo segnala un disagio abbastanza pronunciato. Io vedo Enzo una volta alla settimana da circa due mesi. Aveva cercato di iniziare altri percorsi terapeutici ma senza riuscire a trovare un suo senso, tanto che più volte ha sospeso la terapia. Quando arriva da me, uno degli aspetti che reputo più interessante riguarda il fatto che io sono un uomo mentre gran parte delle altre persone con cui ha lavorato in precedenza erano donne. Non è, naturalmente, una questione di sesso, quanto una questione di possibile identificazione con una figura maschile. Enzo non ha, infatti, un buon rapporto con il padre. Tende a non volerlo coinvolgere nella sua vita e a non farlo partecipe di quello che gli accade. Ne parla in tono accusatorio e svalutante mentre tutt’altro discorso fa sulla madre che sarebbe attenta e vicina alle sue esigenze. Parlandone con il mio supervisore, notiamo come questo elemento potrebbe far si che il rapporto tra noi possa essere costruttivo e che lui possa trovare in me una figura maschile positiva con la quale stabilire una buona relazione. Pensiamo, infatti, come uno dei limiti che possono aver sabotato le altre terapie potrebbe essere la coincidenza tra la figura terapeutica e la figura materna. Dobbiamo tenere presente che parliamo di un adolescente che, da bravo adolescente, sta mettendo in discussione le figure genitoriali. Perché le dovrebbe riaccettarle sotto forma di terapeuta? Da questo punto di vista io costituisco una rottura: sono più giovane e non identificabile con una figura genitoriale.

Il rapporto tra noi, dopo una normale diffidenza, inizia ad essere buono. Il tema principale, la tricotillomania, sembra rimanere sullo sfondo e non viene mai portato direttamente. Il rispetto per i suoi tempi, mi suggerisce di non affrontare subito, forzandolo, questo tema. Il mio pensiero ricorrente riguarda il fatto che Enzo sia stato sempre visto come quello-che-si-strappa-i-capelli. Non ho nessuna intenzione di etichettarlo nello stesso modo e lascio che inizi a mostrarmi quello che preferisce della sua vita. Naturalmente, scopro come ci sia moltissimo altro. E iniziamo a lavorare su quello che mi porta. Innanzitutto, la prima cosa che faccio è quella di cercare di far si che venga fuori la motivazione per cui viene da me. Non voglio che possa rifugiarsi dietro un “mi obbligano” ma che si veda come una persona che può scegliere cosa fare.

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