Le sette (3)

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Le sette (1)Molti studi in materia, per quanto lacunosi e problematici dato il silenzio che avvolge le persone che hanno subito questo tipo di esperienza, hanno evidenziato come molte delle persone che partecipavano a queste esperienze provenissero dalla classe media o da contesti sociali non particolarmente problematici sia dal punto di vista sociale che monetario. Il silenzio che avvolge questo tipo di vicende, a meno che non accadano fatti particolarmente eclatanti, porta anche a sottostimare il fenomeno. È stato ipotizzato che esistano in Italia circa cinquecento sette di tipo ‘religioso’ che coinvolgono circa l’1% della popolazione nazionale (600.000 persone circa) (fonte:  Maurizio Alessandrini, presidente dell’Associazione nazionale familiari delle vittime delle sette (Favis))

Spesso questi gruppi non costituiscono un problema per l’ordine sociale, anche perché non hanno nessun interesse ad attirare su di loro l’attenzione, specie dei media, ma in alcuni casi sono state legate a fatti di cronaca particolarmente efferatiWaco, I Cancelli del Cielo, l’Ordine Del Tempio Solare sono solo alcuni dei nomi di sette associate a veri e propri massacri.

Tornando alle caratteristiche individuali che possono spingere ad entrare in contatto con questo mondo due fattori possono essere importanti nello spingere ad entrare in questo tipo di organizzazioni. Da una parte veri e propri fattori depressivi che, non permettendo di riconoscersi come persone competenti o autonome può, ovviamente in casi estremi, portare a ricercare gruppi nei quali sentirsi accettati. Il secondo fattore credo possa essere, appunto, il senso di appartenenza o meno ad un gruppo. Se una persona ha buoni rapporti sociali, li giudica soddisfacenti e consoni alla sua vita, probabilmente non avrà bisogno di sentirsi accettato e difficilmente cercherà un tipo di gruppalità che sull’adesione ad alcuni valori, come abbiamo visto, ha costruito il suo collante. Questo senso di straniamento potrebbe essere caratteristico di fasi di passaggio della vita ‘normale’ delle persone e potrebbe causare delle ripercussioni sulla percezione del soggetto rispetto a se stesso.

Con questo non voglio dire che qualunque fase di passaggio coincida con il pericolo di finire in vicende di questo tipo. Credo sia necessario, però, prestare attenzione a questo fenomeno. Soprattutto credo sia necessario cercare di capire e di comprendere il perché una persona si rivolga a quella che crede una possibile soluzione. Al di là di tutte le generalizzazioni che necessariamente si devono usare per descrivere fenomeni così ampi, dobbiamo ricordare che dietro ad ogni singola scelta, anche quelle che sembrano più sconvenienti, vi è un bisogno, spesso un falso bisogno, che deve essere soddisfatto. Inviterei chi ha o chi ha avuto questo tipo di esperienze a rivolgersi all’Associazione nazionale familiari delle vittime delle sette oppure alle autorità competenti. Naturalmente sarebbe necessario anche un lavoro di supporto psicologico che consenta alla persona che è stato direttamente interessata dall’esperienza di elaborare e comprendere le ragioni profonde della sua scelta.

Avete esperienze in merito? Se voleste condividerle, potete contattarmi via mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure via telefono (392 0008369).

Vi lascio con i link che mi hanno consentito di elaborare questo post:

Associazione nazionale familiari delle vittime delle sette;

Centro studi nuove religioni

Wikipedia;

Se vuoi leggere i primi articoli clicca sul link: LE SETTE (1)LE SETTE (2)

A presto…

Fabrizio Boninu

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Le sette (2)

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Le sette (1)Naturalmente, questo disorienta perché la persona si trova a non avere più punti di riferimento che possa ritenere sicuri. Su questo si innesta la possibilità che giochi un ruolo fondamentale il carisma del leader tramite il quale viene fatta una vera e propria ricostruzione di valori che l’adepto deve accettare e condividere con gli altri. Questo costituisce la base del collante del gruppo, la base di tutte quelle dinamiche cosiddette di in-group ( sono membro del gruppo, credo in determinate cose, sono vicino ai membri del mio gruppo) rispetto a delle dinamiche cosiddette di out-group (non riconosco coloro i quali non fanno parte del mio gruppo, non condividono i miei valori e non sono membri del mio gruppo). In molti casi, possono essere utilizzate sostanze psicotrope tramite le quali la volontà del soggetto può essere piegata oppure opportunamente manipolata. Su questo doppio binario (rispetto interno, mancato contatto con l’esterno) si muovono i membri del gruppo stesso. Questa è una delle differenze più macroscopiche rispetto alle religioni ‘ufficiali’: queste ultime sono infatti mosse dal proselitismo di massa, cercare di far diventare il maggior numero possibile di persone membri della propria fede. Nelle sette il processo di ‘reclutamento’ è molto più circoscritto e limitato come numero di casi, proprio perché l’adesione al modello deve essere totale e, come tale, deve essere inculcato nella mente del novizio.

Tornando brevemente a quello che abbiamo chiamato manipolazione mentale, possiamo notare come questo processo sia fondamentalmente basato sul ferreo controllo della vita dell’individuo. Nel momento che possiamo chiamare della ‘ristrutturazione cognitiva’, l’individuo non può essere lasciato in balia di agenti esterni che potrebbero convincerlo a tornare sui suoi passi, o potrebbero far fallire il processo di indottrinamento stesso. È perciò assolutamente necessario che la persona venga controllata in ogni aspetto ed in ogni fase del suo vivere quotidiano. Vengono per questo motivo, decisi a livello centrale e controllati aspetti come l’alimentazione, il sonno, il tempo libero. Spesso i novizi non hanno disponibilità di denaro, di modo che possano essere poco autonomi anche finanziariamente. Tutto questo crea due sensazioni che sono correlate tra loro: il senso di dipendenza e il senso di impotenza. Il senso di dipendenza è dato sia fattori pratici ( si è realmente dipendenti nel fare qualcosa dalla volontà di altri) sia da fattori psicologici (ci si abitua al fatto che qualcuno provvede e si occupi di quelle che ritiene le nostre incombenze quotidiane). Anche l’impotenza è legata sia a fattori pratici (non sembra si possa fare nulla che non sia stata decisa per noi) sia da fattori psicologici (ci si abitua all’idea che debba esserci qualcuno che debba pensare per noi, si conferma sempre di più l’idea che non siamo in grado di fare alcunché autonomamente).

Altro aspetto che nasce spontaneo, all’interno del gruppo, è quello dell’allontanamento di qualunque membro non sia o non voglia appartenere al gruppo stesso. Non è tollerata nessuna critica all’operato, non è tollerato, ne potrebbe esserlo per la sopravvivenza della setta stessa, alcuna voce critica, alcun pensiero libero che possa interrogarsi su quello che sta avvenendo. Ovviamente, è qui giungiamo ad un punto per me focalizzante, gli adepti delle sette non sono solo ‘vittime’ di quello che ho fin qui descritto. Sono i costruttori di questa nuova realtà, del quale hanno, probabilmente bisogno. Se è vero, infatti, che la realtà fin qui descritta possa apparire come mostruosa per molti, ad altri, per certi versi, potrà apparire addirittura rassicurante. Nel momento in cui una persona si trova deresponsabilizzata da tutto, accolta in un gruppo nel quale si riconosce e dai membri del quale è a sua volta riconosciuto, si trova a rappresentare la base attraverso cui queste sette si rinnovano e continuano. Sarebbe riduttivo pensare, poi, che le persone che vengono interessate da questo tipo di fenomeni siano emarginati oppure persone ai margini della cosiddetta società civile.

Se vuoi leggere il primo articolo clicca sul link: LE SETTE (1)

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Le sette (1)

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Le sette (1)Il post di oggi è dedicato ad un tema molto particolare del quale si sente parlare sono in relazione ad efferati fatti di cronaca oppure in circostanze particolari: le sette. Il termine setta deriva dal latino secta e significa seguire. Il termine setta è oggi considerato riduttivo e limitante, soprattutto per la sua forte connotazione negativa, tanto che in molti casi si preferisce utilizzare il termine ‘culto’ o ‘confessione’. Utilizzerò qui il  termine setta per motivi di chiarezza, senza connotazione di valore. Genericamente, vengono identificate come  sette i gruppi formati da cultori legati a qualche tipo di adorazione religiosa, sociale, politica. Quello delle sette è, in realtà un fenomeno molto più complesso e io mi concentrerò specificamente su un aspetto molto forte dell’organizzazione stessa: la possibilità che alcuni individui vengano ‘cooptati’ all’interno di un gruppo con caratteristiche particolari.

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto cosa è una setta? Le sette sono gruppi organizzati che presentano una serie di caratteristiche comuni. Una setta si raccoglie generalmente attorno ad un individuo, molto spesso definito carismatico o con una forte personalità. Spesso il capo promette qualcosa a coloro che seguono la setta (salvezza eterna, una vita migliore,…). La vera offerta che sembra catalizzare l’attenzione della persona che si decide a seguire il gruppo è però più subdola e sottile e difficilmente la persona se ne può sottrarre: è l’offerta di occuparsi di prendere le decisioni al posto nostro, di poter fare quello che deve essere fatto anche al posto nostro. Il capo di una setta è molto diverso, nella funzione, da quello che potrebbe essere un prete o un mullah. Queste figure, all’interno delle religioni di riferimento, sono dei tramiti rispetto alla religione stessa, officiano un rito che fa avvicinare al dio, ma non sono il fulcro del rito stesso. In una setta, invece, il leader può diventare un vero e proprio oggetto di culto all’interno della setta stessa. Non è più un tramite ma il fine della cerimonia stessa. Spesso viene divinizzato, gli vengono conferite caratteristiche ‘magiche’ o poteri salvifici e questo, se accettato e condiviso dai membri del gruppo, consente al capo di avere una presa molto stretta e salda sulla vita delle persone che seguono la setta. Le difficoltà di abbandono dei membri nascono spesso dalla credenza che il capo, dotato di poteri sovrannaturali, come un dio irato per l’abbandono non si risparmierà di affliggere atroci sofferenze alla persona che ha osato lasciare il suo stesso dio. È lo stesso meccanismo, basato sul plagio, che consente agli sfruttatori di prostitute, di costruire una sorta di gabbia mentale, fatta di paure e terrore, della quale la persona riuscirà difficilmente a liberarsi nel corso della vita.

Nella divinizzazione del capo questo diventa spesso l’aspetto principale all’interno della vita della setta e costituisce il fulcro dell’organizzazione quotidiana del movimento. Va notato come spesso, nelle fasi iniziali della nascita di una setta, il capo sostenga di avere un rapporto privilegiato o costante con un dio ‘ufficiale’ e riconosciuto. Questo tramite con le religioni riconosciute, permette al capo o alla setta stessa, di non essere percepita come potenzialmente eversiva o particolarmente strana. Nel momento in cui questo tramite non è più necessario, spesso viene lasciato decadere e semplicemente non è più essenziale. Il capo diventa egli stesso il dio da venerare e osannare e questo non lascia posto ad un altro dio. Esistono vari modi attraverso i quali il leader può acquistare questo potere sui suoi seguaci. Da un lato possono essere utilizzate delle tecniche di vera e propria manipolazione mentale basata soprattutto sulla destabilizzazione e sulla ricostruzione di un nuovo senso di sé e di una nuova percezione della realtà. La tecnica principale consiste nel mettere profondamente in discussione tutto ciò che appartiene al passato dell’individuo. Tutto viene vagliato e criticato di modo che il novizio non possa più sentirsi sicuro di tutto ciò che era la sua la realtà, che l’ha accolto fino a quel momento della sua vita.

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