Le 10 qualità di uno psicologo competente (2)

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  • Assenza di giudizio e rispetto: un professionista competente è una persona che cerca di conoscere i suoi pregiudizi (vedi il punto terapia personale) e, ri-conoscendoli, riesce a ‘tenerli a bada’ all’interno della relazione terapeutica. Questo aspetto è importante per creare un clima accogliente e aperto all’interno del setting terapeutico. Il giudizio può essere distruttivo all’interno della relazione terapeutica, perché può minare la capacità dell’altro di sentirsi libero nell’aprirsi su aspetti difficili e complessi della sua vita. Se c’è un clima di giudizio, questa libertà sarà limitata e il paziente si sentirà in difficoltà rispetto a quello che vuole comunicare al professionista al quale si è rivolto. Il professionista d’altro canto potrebbe essere in difficoltà con le sue opinioni personali, sempre, come detto, che non abbia ben chiaro il suo ruolo all’interno della terapia e i confini che le sue posizioni dovrebbero avere rispetto a quelle del paziente. Prendiamo, come esempio, il caso di un professionista particolarmente religioso di fronte all’aborto di una sua paziente. Se il professionista non riesce a fare una distinzione tra quelle che sono le sue convinzioni, e quelle che sono le convinzioni dell’altro (si veda a questo proposito anche il punto successivo), può facilmente sfociare in dinamiche giudicanti, in movimenti per cui stabilisce cosa sarebbe stato meglio fare o cosa sarebbe stato giusto fare in un contesto di questo tipo. Niente di più pericoloso nel contesto terapeutico. Il professionista non si trova di fronte a voi per dirvi cosa avreste dovuto fare, ma per cercare di aiutarvi a capire che senso ha questo nella vostra vita. Le scelte sono assolutamente personali e nessun professionista competente si sognerebbe mai di esprimere giudizi su quelle che sono le scelte di una persona in un’altra storia e in un altro contesto. Se avete a che fare con un professionista che spande giudizi, che promulga sentenze, che da consigli, che sa cosa sia per voi giusto o sbagliato e che invece non vi aiuti e vi accompagni a capire cosa per voi sia giusto o sbagliato, probabilmente non è un professionista competente. Un buon professionista non cerca di cambiarvi a sua immagine e somiglianza, piuttosto vi accompagna nel trovare la vostra strada.
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Le 10 qualità di uno psicologo competente (1)

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PsicologoQuali possono essere le qualità di uno psicologo? Quali possono essere i fattori che concorrono nel rendere un professionista valido oppure no? Queste domande mi circolano per la mente da qualche tempo e, sull’onda della mia esperienza personale e di quello che mi raccontano i colleghi con i quali ho la fortuna di essere in contatto, ho pensato di stilare una sorta di elenco di quelle che possono essere le caratteristiche che fanno di un professionista un buon professionista e cercare di capire quale di queste caratteristiche possano essere fondamentale nella costruzione di un buon rapporto terapeutico. 

  • Capacità di comunicare e ascoltare: la prima dote che dovrebbe averne uno psicologo suppongo possa essere la capacità di comunicare. Questo non vuol dire che uno psicologo debba essere un oratore, quanto che riesca a comprendere e a farsi comprendere dal suo interlocutore. All’interno di una relazione terapeutica questo aspetto è particolarmente importante perché la relazione stessa si basa sulla comunicazione. Se questa è deficitaria, lo sarà la relazione stessa. Uno psicologo devo essere in grado di comunicare e di ascoltare quello che la persona che ha di fronte gli porta. E questo fa la differenza tra un uno psicologo competente e uno psicologo incompetente. Comunicare è qualcosa di ben più complesso di prestare l’orecchio quando qualcuno sta parlando con me, perché comprende la gestione dei tempi, degli spazi, dei silenzi nella relazione. Ed è questa l’abilità che un professionista competente dovrebbe stare attento ad affinare.

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Complicato o complesso?

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complicato‘Come riesci a fare il tuo lavoro? Ascoltare ogni giorno tutte quelle persone che ti parlano dei loro problemi, ricordarti tutto, riuscire ad aiutarle deve essere una cosa complicata!’.

Oppure: ‘ Si, dottore, fare quello che mi dice sembra una bella cosa. Solo credo che per me farlo sia complicato!’

Coloro che mi seguono, sanno della mia ‘battaglia’ per l’uso appropriato delle parole con le quali descriviamo la nostra vita, dal momento che credo, e ne sono sempre più convinto, che il modo in cui raccontiamo le cose plasmi le cose stesse. Dall’attenzione che riservo alle parole, mie e delle persone con cui lavoro, è nata questa riflessione, una riflessione sul mio lavoro e sul rapporto che si costruisce con la persona che mi si siede davanti. Tornando all’inizio, molti definiscono il mio lavoro complicato. Eppure complicato non credo che sia il termine più adatto a descrivere quello che succede in terapia. Il mio lavoro è complicato? Oppure è ‘solo’ complesso?

Ma come, direte, questi due termini non sono sinonimi? Apparentemente molto vicini, in realtà questi due termini non indicano specificamente la stessa cosa. Complicata è una realtà che, benché contorta, siamo in grado di prevedere nelle sue conseguenze, della quale possiamo immaginare un esito, che presenta delle soluzioni possibili ed immaginabili e alla quale ad alcune premesse corrispondono alcune derivazioni. Complesso, invece, ha a che fare con la possibilità che tutte le conseguenze siano ipoteticamente possibili data una situazione di base, che ci siano dei risultati che non possiamo ragionevolmente prevedere  indicare. Proviamo a fare degli esempi che ci aiutino a capire la differenza: riparare una macchina è complicato, crescere un figlio è complesso. Riparare una macchina ha a che fare con un lavoro (a me ignoto, sia chiaro!) che produce delle conseguenze prevedibili. Se ho problemi al cambio, agendo sui meccanismi dei quali il cambio è costituito, ragionevolmente mi aspetto un esito: che il cambio funzioni. Crescere un figlio è complesso perché non è un processo così lineare e preciso. Per quanto io possa impegnarmi per crescerlo ‘bene’, ci sono una serie di fattori e di variabili intervenienti che possono avere conseguenze non previste e non prevedibili che rendono qualsiasi tipo di esito ugualmente probabile. Se potessimo riassumerlo con un’immagine, sarebbe così:

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Ho sognato di volare: che significa?

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UnknownSpesso capita che quando le persone vengono a sapere che sono uno psicologo mi sottopongano i loro sogni anche nei contesti più improbabili: al bar, in strada, in spiaggia… Di solito la conversazione comincia con un: ‘tu che sei psicologo…’ Poco tempo fa, per esempio, mi è stato chiesto in spiaggia di cercare di interpretare cosa volesse dire sognare di volare!

Questo tipo di domande mi fanno sempre uno strano effetto perché se da un lato segnalano la fortissima curiosità che circonda il tema della psicologia applicata al quotidiano, come per esempio i sogni, è anche vero che denotano una forte banalizzazione del tema come se uno psicologo, forte delle proprie doti divinatorie, potesse comprendere attraverso un sogno il mondo ricco e complesso di un individuo. Alla mia reticenza nell’interpretazione spesso le persone non reagiscono bene. Questo pensiero semplificatorio è, credo, frutto di anni e anni di disinformazione, nei quali riviste e giornali (o altri mezzi di comunicazione) hanno accolto la pagina dedicata allo psicologo di turno in grado di dare soluzioni a tutto. Secondo me è una banalizzazione eccessiva e tutte le rubriche di questo tipo dovrebbero ricordarlo ai propri lettori o ai propri ascoltatori. Mettendo da parte un momento questa polemica, che ci porterebbe troppo lontano dal tema che voglio affrontare, le ragioni per cui io non mi sento di accondiscendere a questo tipo di richieste sono fondamentalmente due: da una parte credo che per utilizzare al meglio uno strumento come il sogno questo vada inserito in una conoscenza della persona che lo porta. E’ del tutto inutile che azzardi a caso un’interpretazione basata sul nulla, che non ha alcun valore probativo rispetto a quello che può dire chiunque altro voglia interpretarlo. In più, e questo è il secondo forte motivo, mi sembrerebbe di fare un torto al sogno se banalizzassi così il suo significato.

In realtà credo che il sogno sia una porta enorme e affascinante sul mondo interno dell’individuo. Come tutte le cose va saputo significare nel migliore dei modi, ne va capito il senso in relazione alla vita dell’individuo che lo porta. Già Freud nel suo testo fondamentale L’interpretazione dei sogni (1898)[1], pose in luce alcune delle funzioni e dei meccanismi di funzionamento del sogno stesso e il valore assolutamente rilevante che i sogni potevano avere non solo nel lavoro terapeutico con il paziente, ma anche nella complessa economia conoscitiva delle modalità di funzionamento psichico dell’individuo che quei sogni portava. La ricerca attuale sul sogno, accantonando molte delle presunte non oggettività del percorso psicanalitico, si è concentrata sui correlati fisiologici del sogno stesso, grazie ai potenti mezzi di visualizzazione dell’attività cerebrale dei quali possiamo disporre attualmente. Pur non ritenendo necessaria la possibilità di studiare una materia complessa come i sogni, data la loro difficile classificazione secondo il metodo scientifico, viene comunque da chiedersi perché, all’interno di un’ottica evolutiva che privilegia i cambiamenti necessari, il sogno sia rimasto un elemento presente nell’attività mentale umana. Questo grande interrogativo non permette di liquidare i sogni come semplici sottoprodotti dell’attività cosciente. In questo senso sono perfettamente in linea con le parole della collega Occhionero: alcuni liquidano il sogno come un fenomeno assolutamente irrilevante per per l’economia cognitiva: l’attività mentale durante il sonno è un semplice epifenomeno del sonno stesso. Detto in altri termini, il cervello, in quanto tale, non può non produrre fatti cognitivi anche se non ve ne è nessuna necessità. Non esiste alcuna condizione (…) in cui il cervello dell’uomo non sia in grado di produrre una qualche attività mentale. (…) Il sogno è uno stato mentale e come tale ha a che fare con la coscienza, meglio, esso è uno stato della coscienza, essendoci un accordo generale tra tutti i ricercatori nel considerare la coscienza come un universo a molti livelli di complessità. [2] 

Questa complessità è l’aspetto che più mi fa stare alla larga dalla semplificazione del sogno stesso, da una facile lettura e ridefinizione che non tenga conto della stratificazione di significati, vissuti, pensieri che il sogno stesso rappresenta. E, se questa premessa è vera, non si può non dover riconsiderare il bisogno di un lavoro attento e preciso sull’interpretazione del sogno stesso, un lavoro che necessariamente non può prescindere da un lavoro più ampio sulla persona stessa.

Altrimenti l’interpretazione di un sogno rimane alla stregua di un gioco. Certo, si può fare e può essere divertente. Ma non si dovrebbe dimenticare che come gioco è nato e che di gioco si tratta. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Freud, S. (2010), L’interpretazione dei sogni, Newton Compton, Roma

[2] Occhionero, M. (2009), Il sogno, Carocci, Roma, pag. 89

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Il Piccolo Principe e la relazione terapeutica

Adolescenza, Bambini, Emozioni, Libri, Psicologia Nessun Commento »

landscape-1431634997-il-piccolo-principe-con-la-volpeChi di noi non ha letto il Piccolo Principe? Considerato, riduttivamente, uno dei testi fondamentali della letteratura per ragazzi, credo sia uno dei testi più complessi per la molteplicità dei punti di vista dal quale può essere colto. Letto per la prima volta a scuola, l’ho ripreso diverse volte nel corso degli anni, trovandoci sempre suggestioni diverse. Ho come l’impressione che il libro cresca insieme a me, che non sia statico e finito ma mi permetta, in spazi e tempi diversi, di cogliere riferimenti e muovermi tra suggestioni che nella lettura precedente non avevo colto. Tra le varie riletture diventavo (come ormai saprete!) psicologo specializzandomi, poi, in psicoterapia familiare. L’ho (per caso?) ripreso in mano qualche giorno fa per rileggerlo, curioso di capire cosa mi avrebbe comunicato in questa fase della vita. E, ovviamente, non sono stato deluso. Tralasciando la complessità dei riferimenti sempre presenti nel testo, la suggestione in questa lettura è stata nel rapporto tra il bambino e la volpe, associando la descrizione di questo rapporto, alla costruzione della relazione terapeutica.

In generale, in ogni relazione abbiamo l’incontro di due mondi che si incontrano. La peculiarità della relazione terapeutica è forse quella che quest’ultima ha (o dovrebbe avere!) come fine la maggiore coscienza di se stessi. La relazione terapeutica è particolare perché uno dei capisaldi è la non totale reciprocità nel rapporto, aspetto che la differenzia da un rapporto amicale. È una relazione nella quale dovrebbero svolgere un ruolo determinante diversi fattori: la capacità di costruire una relazione, l’accoglienza del terapeuta, la presenza di empatia, la mancanza di giudizio per le vicende del paziente, la pazienza, la responsabilità. E forse vi starete chiedendo: come si lega questo con la storia del Piccolo Principe? Proviamo a vederlo assieme.

Ad un certo punto nella storia, il piccolo principe incontra nel suo percorso una volpe (che poi diventa LA volpe, ma ci arriveremo…) e inizia un dialogo con l’animale. Inizialmente il piccolo principe chiede alla volpe di giocare con lui, ma la volpe gli risponde che non lo può fare perché non è addomesticata e, nella sua infinita saggezza istintuale, chiede al piccolo di addomesticarla. Il piccolo principe chiede alla volpe cosa significhi addomesticare. La volpe gli risponde che vuol dire creare dei legami. Spiegando ancora:

“Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremmo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”

Primo passo nella relazione è proprio quella dell’addomesticamento, la possibilità cioè di stabilire una relazione. La relazione terapeutica può essere basata, inizialmente, sul bisogno, sulla necessità. Da questo primo movimento può nascere, con costanza, fiducia e impegno, una relazione basata sull’importanza e non più esclusivamente sull’urgenza. Altro elemento presente in questo passo è l’unicità nella relazione, il momento nel quale si ha il passaggio dall’essere una volpe tra le volpi per diventare LA volpe con la quale si intrattiene un rapporto, un riconoscimento reciproco del ruolo che ognuno di noi assume per l’altro. Questo passaggio è necessario nel momento in cui, come dice la volpe, “non si conoscono le cose se non si addomesticano”, non si riesce a comprendere una realtà con le quali non si è riusciti a stabilire una relazione. L’addomesticamento è un processo a doppio senso, non interessa solo uno dei due membri, per quanto la relazione terapeutica sia apparentemente sbilanciata dal disvelamento su un lato (il paziente) e un disvelamento minore dall’altro (il terapeuta). Ma la creazione del legame è reciproca. Ed è unica. L’unicità nella/della relazione è un principio fondamentale. Il paziente è consapevole che ogni terapeuta veda altre persone, ma deve avere la sicurezza che al momento in cui noi siamo con lui, siamo totalmente presenti e centrati sulla relazione che in quel momento abbiamo nel rapporto con lui:

“(…) Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”

La relazione ha la capacità di significare il nostro mondo. All’interno della relazione le cose acquistano un diverso valore e un campo di grano, che non ricordava nulla alla volpe, diventa significativo nel momento in cui viene associato al colore dei capelli del bimbo. È la relazione col piccolo principe a dare senso al grano. Così, nella relazione terapeutica, è la relazione stessa la base del cambiamento di senso del mondo del paziente

Uno degli aspetti più rilevanti per l’addomesticamento è sicuramente la pazienza:

Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”

L’avvicinamento è costante e graduale. La relazione, qualunque essa sia, è inizialmente fondata sulle parole. Ma da subito, ad un livello che non riusciamo neanche a capire e spiegare, possono intervenire fattori non legati esclusivamente alla comunicazione verbale. Sappiamo subito, a pelle, se una persona può piacerci oppure no. È un aspetto inconscio che nella relazione terapeutica è basato anche sulla fiducia, sull’empatia, sull’accoglienza, sulla mancanza di giudizio.  

Altro aspetto rilevante nello strutturare la relazione terapeutica è la costanza:

“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai ancora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”

Come accennato, la costanza è una parte rilevante nella strutturazione della relazione terapeutica. È necessario il rispetto di alcune regole nella costruzione della relazione, che all’inizio appaiono costrittive ma che strutturano la costruzione relazionale della stessa. È necessario prepararsi il cuore prima dell’incontro? Io credo di si, credo sia necessario ‘sintonizzare’ il proprio cuore con quello della persona che deve venire. E questo ha a che fare con l’unicità nella relazione terapeutica stessa:

“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente,” disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora per me unica al mondo”.

Nessuna rosa/persona è uguale all’altra, e solo il suo addomesticamento, la costruzione di una relazione con essa, permette di dare un significato a quella rosa/persona.

Ma qual è il fine della relazione terapeutica? Io credo che l’obiettivo sia la costruzione di una maggiore consapevolezza della persona e la si può ottenere accompagnando la persona stessa nell’esplorazione del suo mondo interiore, l‘anima

“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”

La costruzione del rapporto può avvenire anche in maniera non verbale, ma istintuale e inconscia, senza mediazione visiva o linguistica. Chiave di accesso per questo mondo è una delle doti fondamentali del terapeuta l’empatia, la capacità cioè di relazionarsi intimamente con l’altro, avvicinandosi al suo sentire, accogliendolo e comprendendolo, dando la possibilità all’altro di far emergere e condividere la sua realtà interiore.  

All’interno della relazione terapeutica altro spazio fondamentale è la responsabilità

Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa”  

Ho fatto mia questa frase. Mi sento pienamente responsabile, anche a distanza di tempo, delle rose che ho avuto la fortuna di incontrare in tutti questi anni di professione. Ho cercato di stabilire una connessione con ognuna di loro, addomesticandole e venendone addomesticato. 

Anche nella relazione terapeutica può arrivare, come in ogni relazione, il momento di separazione, un momento nel quale il cammino di due persone può portarle ad allontanarsi l’una dall’altra. È un momento importante, spesso etichettato come triste:

“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”.
“È vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“È certo”, disse la volpe…
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.

Ci si può focalizzare su due momenti alla fine della relazione: il momento della perdita, il fatto che le cose ‘stiano finendo’, ma ci si può concentrare anche sulla gratitudine dell’incontro, sull’essersi trovati. Le persone tendono a focalizzare la loro attenzione sul primo aspetto, scordandosi di quanto ci si è arricchiti nell’incontro. Anche questo essenziale è invisibile agli occhi ed è il concetto stesso di perdita che altera l’idea dell’incontro. Non c’è perdita, né di relazione, né di tempo. D’altronde:

“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”

E se il tempo che abbiamo dedicato loro le ha rese così importanti non si comprende dove sia la perdita!

Poi soggiunse: 
“Và a riveder le rose. Capirai che la tua è unica al mondo” [1] 
E sono sempre più convinto che ognuna delle rose che ho (e mi hanno) addomesticato sia unica al mondo.

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Antoine De Saint-Exupéry (1949), Il Piccolo Principe, Bompiani, Milano pp. 91-98

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Gli adolescenti e la noia (3)

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Gli adolescentiAdulti invidiosi e mal disposti, li definisce l’autore. Invidiosi di cosa? Cosa può invidiare l’adulto a questi giovani perennemente annoiati e in crisi con la propria vita? Le cose che possono suscitare invidia sono diverse: la vitalità, il tempo, le possibilità, le occasioni, le infinite prospettive che si trova davanti, le opportunità, le esperienze da fare. Non che questi aspetti non possano far parte del mondo adulto, ma spesso molti, una volta cresciuti, non vedono queste possibilità in un vita ormai ordinata, spesso ordinaria, una vita che ha assunto una piega che non lascia intravedere grandi possibili novità. Questo sentire, non ammissibile e non confessabile, spesso neanche cosciente, induce una particolare severità nel giudicare la vita dei ragazzi, severità attraverso la quale non percepiamo l’altro lato della medaglia, il dolore, lo sconforto e la paura che suscita diventare grandi. Se riuscissimo a ricontattare l’adolescente che siamo stati, forse ci tornerebbe alla mente il miscuglio di eccitazione e terrore, di paura e sfida, di sicurezza e fragilità che l’adolescenza comporta. Gli esiti imprevedibili di questa miscela sono ben più spaventosi di quanto un adulto riesca a percepire o ricordare. Anche la noia in questa prospettiva, assume contorni nuovi e stupefacenti, contorni che l’adulto stenta a riconoscere:

Il nostro adolescente non si annoia, ma contempla sgomento la pochezza del mondo che gli hanno preparato ed è costretto a chiedersi come possa renderlo più interessante. Non è affatto ottimista sull’esito dell’operazione è quasi sempre decide di non interessarsi ad azioni trasformatrici, limitandosi a cercare di soffrirne il meno possibile; spesso si costruisce, in alternativa, un mondo parallelo fatto del piccolo gruppo di amici e amiche, con cui prendere in giro il mondo esterno[1]

La noia diviene una forma di desensibilizzazione rispetto al mondo che circonda, mondo sentito come pauroso e ostile, un mondo dal quale fuggire e nel quale, spesso, non si trova la guida di un adulto del quale fidarsi. Un mondo percepito come pericoloso, nel quale ogni privilegio sarebbe volentieri scambiato con la sicurezza, con la facilità, la stabilità, la comprensione. Il mondo in trasformazione è un mondo nel quale anche le relazioni con gli altri, stabili fin da quando si era bambini, vanno ristrutturate all’interno di un rapporto diverso, complesso da decifrare, con continui rimandi e rimproveri, all’interno della logica del ‘non puoi più comportarti così, non sei più un bambino’, quando ancora a quel bambino non è subentrato un adulto che comprenda come relazionarsi con il mondo dei grandi che si avvicina inesorabile.

Questa complessità non viene presa in considerazione, ottenebrati come siamo dai meravigliosi privilegi che concediamo loro e dei quali loro godono. I ragazzi hanno gioco facile nel mostrarsi presuntuosi o fragili, forti o disinteressati, boriosi o intimiditi, in una oscillazione emotiva che spaventa chi sta loro intorno e li allontana. La noia è l’arma con la quale non si fanno toccare, rifuggono dal contatto con un emotivo che disorienta, in primis, loro stessi. Ed è questo il grande dilemma dell’adolescente: essere coinvolto o disinteressarsi? Un dilemma che lambisce anche gli adulti: farsi coinvolgere o mollare la presa?  

Ed è in questo che una figura adulta, supportiva e non giudicante, può essere di grande aiuto. Solo con il sostegno di adulti che siano riusciti a trovare il loro equilibrio tra il ragazzo che sono stati e l’adulto che sono diventati, si può offrire loro una mano tesa e agevolarli a trovare un modo per relazionarsi con un mondo, fisico, relazionale ed emotivo che sta inevitabilmente assumendo contorni nuovi. Un adulto che riesca a non farsi impressionare o spaventare dalla noia e dal disinteresse che manifestano per tenerli alla larga. Un adulto che abbia ben presente che questo mondo sta mutando per i ragazzi ma anche, inevitabilmente, per coloro che li circondano.

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369).  

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Charmet, G., P. (2010), Fragile e spavaldo, Editori Laterza, Roma, pp. 107-111

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Gli adolescenti e la noia (2)

Adolescenza, Famiglia, Psicologia 2 Comments »

Gli adolescentiSiamo solo profondamente consapevoli di quanto ci costi concedere loro questa vita così gremita, e di quanto loro, di contro, si annoino profondamente per tutto il ben di dio che nella nostra infinita generosità, abbiamo concesso loro: 

È opinione diffusa che gli adolescenti si annoino e che il tentativo di risolvere la loro noia sia all’origine di una serie preoccupante di azioni individuali e di gruppo, che lambiscono l’area delle condotte a rischio, fino a sconfinare in azioni direttamente scellerate. La sottocultura dei mass-media soffia sul fuoco di una rappresentazione che vede il nuovo adolescente disperato a causa della noia che lo affligge. E che gli impedisce di scorgere l’azione che lo potrebbe divertire e motivare, tanto da rendersi disponibile a qualsiasi azione che gli garantisca una scarica di adrenalina e lo svegli, restituendogli il gusto pieno della vita.

Consideriamo questa noia come base di tutte le ‘stranezze’ che accadono. Con sempre più risalto sui mezzi di comunicazione che tendono ad esaltare il fenomeno nei suoi aspetti più deleteri, rifiutandosi poi di aiutare a comprendere cosa abbia generato l’atto in se, qualunque impresa compiano attribuiamo la colpa alla noia, alla profonda noia delle loro vite vuote, vite nelle quali tutto (il vandalismo, il bullismo, l’abuso di sostanze, e così via) è legato a doppio filo con l’evitamento di una vita sazia, piena e prevedibile, una vita nella quale l’unico elemento di sorpresa e di vitalità sembra essere riposto solamente nella condotta a rischio

Si tratta di una delle rappresentazioni più scellerate messa a punto dalla cultura degli adulti. Essa parte dall’accusa rivolta agli adolescenti attuali di godere di una serie infinita di privilegi, quali mai nessuna generazione di adolescenti ha potuto godere; beni di consumo à go go, sesso libero, denaro in smodate quantità, libertà di movimento, facilitazioni scolastiche, azzeramento dei controlli, libera frequentazione degli amici, annullamento dell’obbligo militare, genitori disponibili a sponsorizzare la ricerca della propria vera vocazione per un trentennio: questi sono sono alcuni dei privilegi di cui godono i giovani maschi e femmine, in regime di pari opportunità, avvolti in nuvole di fumo di provenienza sospetta e preda di una strana ebbrezza che forse deriva dall’assunzione di beveroni enormi all’ora dell’happy hour, ammassati nei locali alla moda. 

E anche in questo frangente troviamo il modo di dare loro la colpa. Questi giovani adulti, circondati da tutti i privilegi possibili, sono talmente inetti da non preoccuparsi nemmeno di come rendere interessante la loro esistenza, sprecando in maniera sfacciata non solo tutto il tempo che hanno ma anche le opportunità a loro disposizione. Come osano essere così ingrati? Siamo arrivati all’immagine perfetta della nostra innocenza: noi che triboliamo per concedere loro i privilegi dai quali sono circondati, e che a nostra volta avremmo voluto avere, vediamo dissipata in questa maniera un tesoro dalle proporzioni enormi. E cosa dire, poi, dello smisurato spreco di tempo? Questo è la dilapidazione meno comprensibile per un adulto, forse per l’inesorabile senso di sfuggevolezza che, di contro, caratterizza le nostre vite. Ecco allora la continua rincorsa degli adulti a riempire il loro tempo o a sbraitare perché non ne sprechino, come se non dovessero fare esperienza di cosa significhi ‘tempo’ per loro.

Agli occhi degli adulti i nuovi adolescenti sono soverchiati dai privilegi, soddisfatti dai genitori prima ancora che possano desiderare alcunché, alle prese con una scuola che ormai ha ammainato le vele e non chiede nemmeno più che si parino gli enormi debiti accumulati in anni di pirateria scolastica. Così sarebbero esposti a soffrire gravemente di noia, non perché si trovano a giocarsi la giovinezza in assenza di occasioni e di stimoli, ma perché ne hanno troppi e hanno fatto, fin da piccoli, indigestione di privilegi e vizi di ogni tipo. Conseguentemente, ora non sanno più come gestire i loro il loro sconfinato tempo libero, perché hanno già fatto tutto, di corsa, troppo presto, senza alcuna fatica, ma senza neanche avere il tempo di gustarne il sapore. (…)

In questo contesto di soffocanti privilegi diventa scandaloso, agli occhi degli adulti invidiosi e mal disposti, che i ragazzi possano anche solo alludere al fatto che non sanno bene cosa fare, che si annoiano un po’. Se si annoiano in condizioni così stimolanti, vuol proprio dire che non sanno più trovare stimoli, che soffrono della noia in modo quasi allergico. (…) [1] 

– CONTINUA –

[1] Charmet, G., P. (2010), Fragile e spavaldo, Editori Laterza, Roma, pp. 107-111

 

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Gli adolescenti e la noia (1)

Adolescenza, Famiglia, Psicologia Nessun Commento »

Gli adolescentiMi sono occupato diverse volte del tema dell’adolescenza, e sono consapevole della nomea che la considera uno dei momenti più critici nella vita dell’individuo. Sicuramente questa fase costituisce una sorta di crocevia di quello che sarà l’assetto adulto (relazionale, emotivo, sociale) che il ragazzo si appresta non solo a costruire ma anche ad esprimere, entrando in relazione in maniera nuova col mondo dei pari e con quello degli adulti, mondo quest’ultimo nel quale si appresta, appunto, ad entrare.

L’incontro tra il mondo dell’adolescenza e quello adulto non sempre è facile, anzi. Il più delle volte una serie di immagini cristallizzate e stereotipate rendono l’incontro tra i due mondi complesso e difficoltoso, e solo con pazienza e costanza si riescono a superare le incomprensioni. Il movimento di incontro deve avvenire da ambo le parti: l’adolescente spesso si rifugia nel mito dell’adulto ‘che non ascolta’ e, convinto di questa realtà, non fa nulla per aprirsi al confronto. Oppure insegue il mito della sua ‘incomunicabilità’, ponendo una vera e propria barriera alla possibilità di scoprirsi con l’altro. Gli adulti, d’altro canto, si rifugiano nel mito, sempre più in voga, dell’adolescente ‘difficile’, mito dietro al quale si nascondono molte delle tante incapacità comunicative e relazionali. Altro mito duro a morire è quello secondo il quale gli adolescenti comunichino solamente col gruppo dei pari, costruendo una perfetta scusante per quella mancanza di rapporto e dialogo che anche gli adulti sono stati in grado di costruire.

In questa difficoltà comunicativa e relazionale, gli adolescenti, a mio avviso, hanno una grande attenuante della quale quasi mai si tiene conto: non sanno cosa significhi essere adulti. Se un adolescente sta crescendo, si sta gradualmente portando verso l’età adulta. Non ha ancora fatto esperienza di cosa questo significhi e costruisce questo significato per l’appunto con la crescita. Un adulto, di contro, sa (o dovrebbe sapere) cosa significhi essere stato adolescente, dal momento che è una fase della vita che deve aver passato (e vissuto) per divenire adulto. Un adulto sa (o dovrebbe sapere) cosa significhi quel senso di straniamento fisico, emotivo, sociale, relazionale, che spesso gli adolescenti provano nella loro crescita. Sa (o dovrebbe sapere) quali picchi di felicità e quali vette di sconforto possano caratterizzare velocemente l’umore di una singola giornata. Gli adulti sanno (o dovrebbero sapere) quali malumori può significare un no, e quali chiusure può portare. Gli adulti lo potrebbero sapere se riuscissero a contattare e a dare voce dentro se stessi all’adolescente che sono stati, al ragazzo che è ancora dentro di loro, che forse non ha mai voluto diventare l’adulto che sono diventati. Se riuscissero a far partire questo dialogo tra il ragazzo che erano e l’adulto che sono diventati, riuscirebbero a stabilire una comunicazione migliore con gli adolescenti che hanno la fortuna di incontrare nelle loro vite. Purtroppo, invece, l’adolescente che sono stati viene spesso messo a tacere, soffocato dalle incombenze ‘da grandi’ che la vita adulta si trova a mettere davanti. L’adulto prende il sopravvento ed è da questa angolazione che si forma la famigerata presa di posizione nel rapporto con adolescenti (e bambini!) per la quale ‘sono io il grande, so io che cosa sia giusto per te’, tanto disprezzato all’epoca ma riapplicato pedissequamente ora che siamo diventati noi gli adulti e siamo dimentichi di cosa tutto questo significasse quando gli adolescenti eravamo noi.

Mettere in discussione questa posizione è estremamente complicato: comporta un confronto personale pesante da sostenere e i cui esiti, incerti e teorici, non rendono sicuramente più facile affrontare. Ecco perché ci si rifugia in stereotipi vaghi, e si ricorre ad immagini dietro le quali si nasconde la complessità di un mondo del quale sentiamo di non condividere più il linguaggio, sentendo, prima che nel rapporto con loro, di aver perso il rapporto con noi stessi, con la nostra stessa adolescenza e con il ragazzo che siamo stati.

Le immagini divengono, in quest’ottica, sempre più statiche e ferme, frasi fatte che contemplano, compatiscono e si beano di quanto gli adolescenti non sappiano cosa fare, rimarcando una distanza sempre più siderale tra il ‘loro’ ed il ‘nostro’ mondo. Fioriscono gli aneddoti più comuni: adolescenti che passano tutto il tempo di fronte alla tv o con videogiochi, ragazzi che non fanno nulla tutto il giorno, quelli che non sanno cosa vogliono, che non sanno godersi la giornata, quelli sempre in giro e quelli sempre a casa, quelli terribili o quelli troppo mansueti che ‘dottore, ci aiuti perché non è in grado di affrontare la vita’. Un’immagine scoraggiante e sconfortante: ragazzi che hanno tutto e che non sono in grado di essere contenti di nulla. Ragazzi profondamente annoiati da una vita troppo piena, una vita nella quale non capiamo neanche cosa sia quello che chiediamo loro.

– CONTINUA –

 

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Il terapeuta in terapia

Psicologia 1 Comment »

questo non è un divanoCome si lavora in terapia? Questa domanda è (o dovrebbe essere) presente nella quotidianità del lavoro terapeutico, perché la capacità di porsi tale quesito denota una buona capacità di osservazione di se stessi ed è una delle caratteristiche necessarie e indispensabili nella vita lavorativa di ogni psicologo. Il punto fondamentale è l’immagine che un professionista ha di quello che è il suo ruolo in terapia. Cosa pensa debba fare in terapia? Cominciamo con una premessa: non esiste un’immagine fissa e statica di quello che dovrebbe essere il suo ruolo perché, come tutte le immagini, è soggetta a cambiamenti e ad aggiustamenti. Molti di noi, per lo meno ad inizio carriera professionale, hanno un’idea abbastanza preconcetta e precostituita di cosa voglia dire fare lo psicologo: cosa bisogna fare, come mi devo comportare, quali siano le cosa migliori da fare in terapia. Insomma, si costituisce uno schema fisso su cosa si deve fare e cosa non si deve fare per essere un buon terapeuta e questa immagine può diventare uno schema molto rigido che costituisce una sorta di cornice invalicabile a quello che si ritiene sia opportuno fare terapia. L’esperienza quotidiana del lavoro porta, di contro, ad affrontare situazioni complesse che travalicano gli schemi, situazioni che sono mutevoli e instabili, non prevedibili e discontinue e vanno aldilà dello schema che ci imponiamo. Questo continuo incontro/scontro con i confini dovrebbe portare lo psicologo ad interrogarsi su quale senso abbiano questi confini, su come definiscano la professione, su come definiscano il suo modo di lavorare, su come siano importanti nel definire la sua relazione col lavoro, su come riescano ad influenzare l’idea stessa della propria professionalità in relazione al suo lavoro.

Quando ho iniziato a lavorare ritenevo non fosse particolarmente saggio rivelare dettagli della mia vita in nessun caso all’interno della relazione terapeutica. La mia immagina era quella di relazione sbilanciata (il paziente parla, lo psicologo tace), l’immagine dello psicologo ‘misterioso’ , che mai si sognerebbe di giocare dettagli della sua vita in terapia. In realtà, con l’esperienza e con la formazione avuta successivamente, ho iniziato a pensare che fornire dei particolari della propria vita, e quindi raccontarsi, possa avere una funzione importante nello stabilire un contatto ed una vicinanza con il proprio paziente. Continuando a studiare, ho appreso che questa viene usata come tecnica nel lavoro ed è chiamata self-disclosure.

Lo stile di conduzione della terapia da parte del terapeuta è, in definitiva, il risultato di una molteplicità di fattori che ha come centro di partenza il terapeuta stesso e la sua visione della sua relazione col paziente. Parte dalla sua formazione e, non fermandosi a questa, costruisce una relazione basata sulle caratteristiche uniche e personali del terapeuta stesso e quelle della persona con la quale lavora e sta costruendo una relazione terapeutica.

A questo proposito ho trovato particolarmente interessante il passaggio del libro che vi riporto, e che reputo uno dei migliori letti ultimamente, (trovate tutti i riferimenti bibliografici in fondo all’articolo). L’unica premessa della quale avete bisogno è l’utilizzo che l’autore fa del termine guru con il quale intende il terapeuta che costituisce la guida del suo pellegrino (paziente). Non fatevi fuorviare dal termine: nel libro è usato in maniera ironica e sancisce proprio la possibilità che non esista un ‘guru’ ma che ognuno debba trovare in se stesso la capacità di prendere in mano la sua vita:

Quando lavoro con un paziente, non solo ascolto la sua storia ma gli racconto anche la mia. Per raggiungere una meta, dobbiamo conoscerci a vicenda. Uno dei lussi dell’essere uno psicoterapeuta è che aiuta a mantenerti onesto. È un po’ come rimanere nella terapia per tutta la vita. Mi aiuta a rimanere impegnato nella narrazione ripetuta della mia storia per il resto di quel pellegrinaggio che è la mia vita. La ricerca condotta nell’autorilevazione appoggia la mia esperienza che l’apertura personale del guru facilita e invita l’apertura crescente del pellegrino. Ma io opero non per aiutare il paziente, ma per aiutare me stesso. È dal centro del mio stesso essere che vengo spinto a partecipare la mia storia. Il fatto che ciò aiuti il paziente è un vantaggio secondario. Ogni volta che commetto l’errore di dare una parte di me stesso deliberatamente per spingere il paziente a condividere con me una parte maggiore di se stesso, egli si ribella alla manipolazione, alla qualità ipocrita e pretenziosa dei miei sforzi. Negli ultimi anni, al contrario, mi fido sempre più dei miei sentimenti, e faccio quanto mi sento di fare senza cercare di controllare l’effetto sul paziente. Quando un paziente diffidente mette in questione la mia sincerità in contrapposizione al mio uso deliberato di tecniche psicoterapeutiche, mi trovo totalmente disinteressato alla distinzione. Non mi chiedo se sono sincero o tecnico quasi da quando ho rinunciato a chiedermi se sono egoista o altruista. Che differenza fa tutto questo? Come possono aiutarmi le risposte a tali domande? (…)

Lo scambio reciproco delle autoriparazioni tra guru e pellegrino, naturalmente, dà priorità a quella del cercatore. Sotto certi aspetti io sono un esperto pagato per offrire servizi. Il paziente, anche se può esserne inconsapevole sa esattamente, sempre meglio di me, dove cominciare ogni seduta. [1]

Questa è la sintesi perfetta di ciò che intendevo, sulla capacità che ognuno di noi dovrebbe avere in seduta di iniziare da se stesso, di partire dalla propria realtà, di aiutare aiutandosi. Solo partendo da noi possiamo arrivare all’altro, solo mettendo l’accento su quanto possiamo aiutare noi stessi siamo in grado di essere d’aiuto agli altri.

E credo fosse una possibilità che neanche prendevo in considerazione quando ho iniziato a lavorare. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] S. B., Kopp (1972), Se incontri il Buddha per la strada uccidilo, Astrolabio, Roma, pag. 29

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Conosci te stesso (per conoscere gli altri!)

Emozioni, Psicologia 2 Comments »

guardare se stessiC’è in realtà un solo modo per ‘capire’ il mondo complesso di impulsi e simboli; si deve guardare in se stessi. Solo quando sappiamo veramente identificare un certo impulso basilare in noi stessi siamo sicuri che esiste. Solo quel punto diventa reale; fino ad allora era soltanto un buon concetto o teoria, di ben poca utilità. Credo che la formula funzioni anche all’inverso: se non riusciamo a trovarlo in noi stessi, esso non esiste a fini pratici. Se non siamo mai stati in grado di identificare e affrontare i nostri impulsi omicidi, non saremo realmente capaci di credere che esistono, comunque non nelle persone ‘normali’. Quindi, per definizione, chiunque ammetta di avere impulsi del genere sarebbe anormale secondo le tue norme interiori nascoste.

Io credo nell’esatto opposto; credo che parte della condizione umana sia l’avere una ricca e spumeggiante vita interiore di impulsi. Tutti abbiamo pulsioni omicide, tutti lottiamo con impulsi suicidi, tutti abbiamo fantasie incestuose, tutti siamo terrificati dal concetto di morte. Non riuscire ad affrontare questi semplici fatti della vita significa tagliar fuori buona parte della nostra umanità.

La consapevolezza del nostro mondo di pulsioni è in effetti il requisito essenziale alla nostra capacità di vedere, e ancora di più di capire, il mondo simbolico degli altri. Nella misura in cui possiamo affrontare le molteplici manifestazioni simboliche dei nostri stessi impulsi saremo liberi di utilizzare questa capacità nei rapporti con gli altri. [1]

La citazione è di uno degli autori più interessanti che ho avuto modo di leggere in questi anni. Carl Whitaker, psicoterapeuta statunitense, pioniere della terapia familiare, sostiene quella che per me, dopo tanto lavoro personale, è diventata una realtà effettiva: solo partendo da noi stessi possiamo arrivare a comprendere gli altri. Il modo unico per arrivare alla realtà simbolica degli altri è quello di partire dalla propria. Solo quando posso fare i conti con la verità dei miei impulsi, solo quando riesco a comprendere e ad accogliere la verità della mia paura della morte, solo quando posso vedere ed accogliere quelle che sono le mie realtà personali più reconditi e spaventose, posso pensare di conoscere, comprendere e accogliere queste verità nell’altro.

Non riconoscerlo in sè stessi significa tagliare fuori la possibilità di contatto e di comprensione dell’altro. Un lavoro di integrazione non parte dall’accoglienza dell’altro, parte dall’accoglienza di noi stessi, delle nostre verità, anche quelle più scabrose e che ci spaventano di più. Il punto di vista sostenuto da Whitaker è sostanzialmente focalizzato sulla realtà della terapia, ma credo sia estendibile alla considerazione di qualsiasi rapporto umano. Se manca il contatto e l’accoglienza di queste emozioni, di questi pensieri in noi, difficilmente potremmo contattare le stesse emozioni e gli stessi pensieri nell’altro.

Arriva da me Angela, una ragazza di 16 anni che ha una fortissima paura del rifiuto degli altri e di essere scartata nel rapporto con i suoi coetanei. Ragazza modello fino all’età di 12 anni inizia con l’adolescenza, come in tante altre storie, a fare cose apparentemente inconciliabili con il suo essere brava ragazza: utilizza droghe di vario tipo, frequenta compagnie poco raccomandabili e questo è il motivo della richiesta di terapia. Qual è il primo passo da compiere per comprendere le ragioni di Angela? Credo che il punto sia partire da se stessi, contattare la propria parte interna nella quale ha dominato la paura dell’esclusione, la paura di non essere accettato, la paura di discostarsi dalle attese degli adulti che mi hanno circondato quando ero adolescente. Non avendo questo passaggio, come avrei potuto capire comprendere ed accogliere quella che è la paura di Angela?

In caso contrario, il pericolo è precipitare nel giudizio aprioristico, arrivare cioè a giudicare quelle che sono le scelte e le difese (ma ovviamente giudicare anche le proprie difese e le proprie resistenze) che l’altro tenta di mettere in campo per affrontare la vita. Una maggiore conoscenza di sé stessi non può che aiutare una facilitazione di contatto con gli altri. 

Questo discorso è focalizzato sulle modalità di incontro in terapia, ma sono convinto possa essere applicato all’accoglienza di qualsiasi rapporto umano. Il giudizio sull’altro può essere sconfitto proprio con un maggiore contatto di se stessi, con una maggiore vicinanza e ascolto di noi stessi e delle nostre emozioni più profonde e spaventose. Questo è il contatto che permette il contatto con le stesse emozioni dell’altro, assottigliando così il peso che il giudizio può avere sull’ascolto e l’accoglienza.

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Whitaker, C. (1989), Danzando con la famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 63

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INIZIATIVE: SETTIMANA DEL BENESSERE PSICOLOGICO

Argomenti vari, Iniziative, Società… Nessun Commento »

psicologiDal 02 all’08 Novembre si svolgerà nelle provincie di Cagliari e Carbonia-Iglesias, promossa dall’ordine degli Psicologi della Regione Sardegna, la Settimana del Benessere Psicologico. L’iniziativa, come ogni anno, propone una serie di eventi (seminari, workshop, conferenze, studi aperti) che permettono di avvicinare le persone ad una professione, quella dello psicologo e dello psicoterapeuta, spesso percepite come lontane e distanti. Si terranno, quindi, una serie di dibattiti, seminari, e aperture di studi con la finalità di avvicinare la nostra professione alle persone che ne sono interessate.

Ho aderito per il terzo anno consecutivo a questo progetto, convinto della bontà di un’iniziativa che permette ad un sempre maggiore numero di persone di conoscere più da vicino il mio lavoro. Il contributo che ho pensato di dare è di offrire un colloquio di consulenza gratuito a coloro che ne fossero interessati (bambini, adolescenti, adulti, coppie e famiglie). Chi volesse approfittare dell’iniziativa può contattarmi tramite:

Telefono: 392 0008369

Mail: fabrizioboninu@gmail.com

I colloqui si svolgeranno, previo appuntamento, presso i miei studi:

Piazza Salento, 7 CAGLIARI (da lunedì 02.11.15 a giovedì 05.11.15)

Via Roma angolo piazza Marmilla, CARBONIA (venerdì 06.11.15)

Per maggiori informazioni, potete visitare il sito www.lopsicologovirtuale.it o il blog fabrizioboninu.blog.tiscali.it

Tutti coloro i quali volessero un elenco completo delle iniziative che si svolgeranno durante l’intera settimana può cliccare su Calendario Eventi Settimana del Benessere Psicologico. Sarete reindirizzati sulla pagina del sito dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna all’interno della quale troverete, divise giorno per giorno, l’elenco completo delle iniziative che sono state programmate durante tutta la settimana.

Spero che in tanti possiate avvalervi delle iniziative proposte. 

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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L’ascolto recettivo

Psicologia Nessun Commento »

ascoltare le emozioniCapita che le persone che mi chiedono che lavoro faccio abbiano molte curiosità su come si svolge il lavoro. Da questa curiosità fioccano moltissime domande alcune delle quali ricorrenti. Una delle curiosità riguarda l’uso del lettino: ho il lettino in studio? I miei pazienti si sdraiano sul lettino e iniziano a raccontare le loro cose? Altra curiosità ricorrente è il modo in cui si parla: sono uno di quegli psicologi che non dicono nulla per tutta la durata della seduta oppure uno di quelli che fa molte domande? Che genere di domande faccio? Le mie domande possono riguardare anche i genitori del mio paziente? E ancora: la ‘colpa’ dei problemi dei figli può essere imputata più alla mamma o al papà?

Nella rassegna degli stereotipi non può mai mancare la battuta sul fatto che faccio un lavoro molto facile dal momento che devo fare ‘una chiacchierata’ con un’altra persona. Non entrando neanche nel merito sul fatto che mi limiti a fare ‘una chiacchierata’ con i miei pazienti, mi colpisce, invece, un altro punto che è legato all’idea di ciò che succede in seduta. In seduta, questa è l’immagine che hanno molti, quello che avviene è che si parli.

Le persone vengono da me per parlare dei loro problemi, per parlare delle loro relazioni, per parlare dei loro figli. Per parlare della loro Vita. Io, a mia volta, parlo con loro di quello che mi portano e cerco di comprendere e restituire loro una visione spesso diversa da quella con la quale vengono. Naturalmente tutto questo è vero. Ma solo in parte.

Durante una seduta capita qualcosa che non sempre viene notato dal momento che non fa rumore: si ascolta.

Si ascolta l’altro, la persona che ci ha cercato e che sente di avere il bisogno di un confronto, si ascoltano le sue storie, si ascoltano le sue gioie, le sue paure, le sua ansie, le sue emozioni, le sue angosce. Si ascolta il racconto che la persona da di se stesso. Se si riesce ad essere attenti, ascoltando l’altro ci si ascolta, si ascoltano le proprie emozioni, le proprie risonanze, le proprie ansie, le proprie paure, le proprie gioie, le proprie impotenze e le proprie forze, le proprie inadeguatezze e le proprie risorse.

Se si è ancora più attenti, si riesce a costruire la condivisione di queste storie, quella vera e propria magia che avviene in terapia. Se si è bravissimi nel prestare attenzione a come restituire all’altro, capita anche che si venga ascoltati, quando si cerca di dare una nuova luce, una nuova prospettiva alla storia che il nostri paziente ci ha appena raccontato. L’ascolto è la chiave di volta di ciò che succede in terapia.

Ascoltare non è sentire, ascoltare è prendere atto, partecipando di quello che viene condiviso. Non è facile, non è immediato, non è automatico. Altri fattori entrano in gioco nel disturbare questo ascolto: il giudizio spesso è l’elemento che porta lontano il cuore, che fa perdere il contatto con l’emozione che l’altro ha scelto di condividere con noi. La superficialità è nemica dell’ascolto, nel momento in cui ci mantiene lontani da un’autentica curiosità per quello che ci stanno dicendo. L’egoismo è profondamente divisore nella costruzione di questo contatto, perché ci fa concentrare più sulle nostre prospettive che su quelle dell’altro.

Il rimedio a questi aspetti è un ascolto partecipe, riflessivo e, come lo definisce Claudio Foti, recettivo:

Nell’ascolto recettivo l’ascoltatore si dispone a recepire con sensibilità ed intelligenza i dati, i problemi, i vissuti emotivi così come vengono espressi nella comunicazione del soggetto che chiede di essere ascoltato, senza attivare immediatamente interventi tesi a consolare, consigliare, giudicare, ammonire, interrogare o interpretare. Nell’ascolto recettivo sono chiamato a prendere atto e a tentare di condividere qualcosa che esiste o che è esistito indipendentemente dalla mia volontà, indipendentemente dal mio controllo. L’ascolto di sé e dell’altro, la consapevolezza di sé e della realtà implicano l’accettazione soprattutto delle informazioni, delle situazioni, delle emozioni meno piacevoli, meno previste, meno gratificanti. Ad ascoltare buone notizie dai nostri figli, a riconoscere sentimenti positivi ed armonici dentro noi stessi, a percepire riscontri emotivi favorevoli nel mondo circostante, sono capaci tutti! Il banco di prova delle potenzialità di contenimento e di cambiamento dell’ascolto e della consapevolezza è dato dal confronto con le informazioni, con le situazioni, con le emozioni più inattese, più frustranti, più dolorose

E dunque l’ascolto e la consapevolezza possono sprigionare la loro efficacia tanto più quanto prendono le distanze dalle aspettative del controllo onnipotente e prendono forza dalla capacità di accettare la realtà a trecentosessanta gradi in tutte le sue varianti e possibilità, positive o negative, piacevoli o spiacevoli. [1]
 
La prossima volta che pensate ad una psicoterapia, provate a prendete in considerazione, oltre il lettino e la ‘chiaccherata’ l’aspetto che, per quanto poco visibile, gioca un ruolo fondamentale nella riuscita della stessa: l’ascolto.
Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Foti, C. (2012), La mente abbraccia il cuore, Edizioni Gruppo Abele, Torino, pp. 52-55    

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Io parto da me

Psicologia 2 Comments »

parto alla ricerca di me stesso...300Non vi nascondo che ho in mente questa riflessione da parecchio tempo e credo di aver avuto delle difficoltà a metterla per iscritto. Se voleste seguirmi, proverò a spiegarmi meglio. Un ideale punto di partenza potrebbe essere la considerazione su quella che (temo) sia una delle tendenze che noto più spesso in questi tempi: la tuttologia. Questa tendenza affligge tutti coloro i quali, non avendo specifiche competenze in determinati campi (economia, salute, ecc), si vedono invece depositari dello scibile umano e si sentono in dovere di ribadirlo con gli altri, magari anche con persone che stanno faticosamente cercando di costruire una propria competenza in un campo specifico. Talvolta questo avviene con modi non propri mirabili e i tuttologi puntano il dito su quanto ‘gli altri’ non capiscano niente, quanto non comprendano il mondo, come le cose andrebbero fatte in altro modo, o nel peggiore dei casi, che tutto quello che viene fatto/detto/scritto non sia mosso dalle migliori intenzioni. È capitato con alcuni argomenti trattati su questo blog: i post sulle cosiddette teorie riparative o quello sull’omogenitorialità hanno provocato una serie di commenti e di mail non propriamente edificanti.  Sono stato accusato di non essere obiettivo, di nascondere delle informazioni, di essere poco trasparente.

Sono d’accordo sul fatto che le posizioni possano essere messe in discussione, d’accordo che si possa criticare tutto (sono il primo a spingere in questa direzione!). Ciò che, invece, non comprendo sono le posizioni di coloro che, non avendo strumenti per parlare del tema specifico, irridono i temi trattati e passino dalle critiche sui temi proposti a contestazioni di tipo personale (sono ‘dalla parte di’, ‘nascondo informazioni’, ‘travio le persone’, ecc). Come ho avuto modo di notare e segnalare più volte, questo avviene senza freni particolarmente nelle interazioni su internet. Da queste premesse sono nate le domande: che cosa origina tutta questa acredine nelle discussioni? Da dove viene questa presunta sicumera? Da dove arriva questa insopportabile saccenza per la quale tutti ostentano di sapere tutto di tutte le cose e irridono gli altri per le proprie posizioni? Dove origina l’incapacità ad accettare le competenze altrui? Se dovessi riassumere queste domande con una sola probabilmente sarebbe: perché molti pretendono di cambiare il mondo partendo dagli altri?

Non volendo specificamente entrare sul tema della competenza e sul conseguente appiattimento nel quale chiunque sembra potersi pronunciare su tutto, l’aspetto che più mi colpisce riguarda il fatto che tutti hanno il desiderio di voler migliorare le cose partendo dagli altri. È l’altro che deve cambiare, è l’altro che deve apportare delle modifiche, è l’altro che deve mutare, ed è sempre l’altro che deve iniziare a farlo. È raro, invece, che una persona inizi partendo da sé, è raro che una persona cominci a pensare di voler cambiare le cose partendo da quello che può fare (o può smettere di fare) per migliorare il mondo o, più semplicemente, una discussione, ed è sempre più raro che una persona metta in discussione le sue scelte, i suoi stili, i suoi pensieri per iniziare a modificare quella che è la società che ci circonda. L’altro è in malafede, l’altro non ha capito nulla, l’altro è prezzolato. L’altro DEVE cambiare il suo atteggiamento/pensiero/azione/emozione. Noi, invece, andiamo bene così.

Qualche tempo fa avremmo potuto etichettare questo automatismo con termini come scissione e proiezione, due tra i meccanismi più primitivi di difesa. Individuata una parte di noi che non ci piace, la scindiamo e la proiettiamo sugli altri potendo, in questo modo, criticare una parte che sentiamo non appartenerci. Questa parte non ci appartiene, appartiene all’altro, eppure ci fa arrabbiare molto. Da dove deriva tutta questa rabbia? Una possibile spiegazione potrebbe essere che questa parte ‘rifiutata’ in realtà sia a noi molto vicina e che questa scissione, questo non riconoscimento per una parte così importante di noi, per quanto non ci piaccia, provoca una profonda rabbia. A questa spiegazione possiamo aggiungerne una più generale e cioè che le persone, sempre più consapevoli della complessità del mondo che ci circonda, nel quale con sempre più fatica si distingue tra le diverse posizioni, avvertendo la minore influenza del proprio peso e il conseguente senso di impotenza, reagiscano così, con rabbia. E questa rabbia spesso si sfoga su chi si espone, su chi cerca di fare.

Da qui voglio partire. Sovvertire questo meccanismo in me. Non chiederò a voi di cambiare per migliorare il mondo nel quale viviamo: lo chiederò a me stesso. Conoscete i buoni propositi per l’anno nuovo? Ecco, anche se inizio anno è oramai lontano, quest’anno come buon proposito voglio iniziare da me. Voglio essere sicuro di fare del mio meglio nel mio campo per cercare di migliorare, nel mio piccolissimo, la nostra società. Non voglio dare suggerimenti, non voglio dare consigli, non mi intendo delle cose che fanno gli altri, non sono in grado di sostituirmi a chiunque e non ho il sapere su tutto. Ho scelto una professione, una professione delicata e complessa, ho deciso di investire in questo campo, ho deciso di formarmi in questo campo. E questo non mi da la possibilità di essere esperto in altri campi ed è per questo che mi fido e affido alle competenze degli altri. Come disse qualcuno tanti anni fa, l’unica cosa che so è di non sapere. Per questo non mi voglio arrogare il diritto di contestare, criticare o denigrare quelle che sono le competenze degli altri. Io parto da me, e posso solo garantire il mio impegno e la mia passione. Anche i miei errori. Quello che non voglio fare è migliorare il mondo in cui viviamo partendo da voi. Credo sarà il cambiamento, l’impegno, la passione che ognuno di noi può esercitare su se stesso a cambiare le cose. E non la critica aprioristica delle posizioni degli altri. Partirò da me, da quello che faccio, da come mi comporto, da come reagisco, da come mi arrabbio.

Cercherò, per quanto sia più facile e più semplice, di non limitarmi ad incolpare gli altri, di ritenere tutti gli altri, eccetto me stesso, responsabile di quello che ci circonda. E credo non sarà facile, in questa continua rincorsa alla ‘colpa degli altri’ e alla incapacità di osservare se stessi. Mi sono stancato di partire dall’altro, mi sono stancato di attribuire all’altro. Provo a rivolgere lo sguardo su di me, cercando di vedere cosa faccio, dove posso migliorare, dove ancora sbaglio e perché lo faccia.

Parto da me e su me cerco di stare, prendendomi la pesante responsabilità di quello che creo e di come lo creo. Cercando di non cadere nella facile tentazione di accusare gli altri come soli responsabili di quello che mi/ci succede.

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Buona Pasqua:)

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pasqua2015Approfitto delle prossime feste per fare a tutti voi gli auguri di buona Pasqua. Spero sia un periodo di serenità, di riposo o di quello che avete deciso di fare in questi giorni!

Utilizzo questa occasione anche per ricordarvi tutte le possibilità di contatto e condivisione presenti sul blog (fabrizioboninu.blog.tiscali.it) e su sito (www.lopsicologovirtuale.it).

Innanzitutto i miei contatti:

Tel.: 3920008369;

Mail: fabrizioboninu@gmail.com

Altra possibilità è l’iscrizione alla newsletter che permette di ricevere tutti gli aggiornamenti direttamente sulla vostra email. Per registrarvi alla newsletter cliccate su ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER. Ancora, vi ricordo la pagina Facebook del blog (clicca PAGINA FACEBOOK per andare direttamente alla pagina) e, qualora voleste, aggiungere il vostro mi piace agli oltre 3400 già presenti. 

E infine, qualora desideraste chiedere una consulenza online, vi invito a cliccare sul  link RICHIEDI CONSULENZA ONLINE, e seguire le semplici istruzioni.

Credo di avervi ricordato tutto.

Ancora auguri e grazie per l’attenzione e l’affetto con i quali mi seguite.

Buone feste, a presto…

Fabrizio Boninu

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Voglio sapere

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cuore_e_animaNon mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere. Voglio sapere che cosa desideri ardentemente e se osi sognare di soddisfare l’anelito del tuo cuore.

Non mi interessa la tua età. Voglio sapere se rischierai di passare per pazzo nel nome dell’amore, per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.

Non mi interessa in quale pianeta è la tua luna. Voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore, se i tradimenti della vita ti hanno aperto
o se ti sei ritirato e chiuso per paura di nuove sofferenze. Voglio sapere se puoi stare col dolore, il tuo o il mio, senza fare niente per nasconderlo o dissolverlo o manipolarlo.

Voglio sapere se puoi stare con la gioia, la mia o la tua, se puoi danzare selvaggiamente e lasciare che l’estasi ti riempia dalla testa ai piedi senza ammonirci di essere cauti, o realistici, o ricordare i limiti dell’essere umano.

Non mi interessa se la storia che mi racconti è vera. Voglio sapere se tu puoi deludere qualcuno per essere vero con te stesso, se puoi sopportare l’accusa di tradimento e non tradire la tua anima, se puoi essere senza fede e quindi degno di fiducia.

Voglio sapere se puoi vedere la bellezza, anche quando non è graziosa, ogni giorno, e se puoi attingere la tua stessa vita dalla sua presenza.

Voglio sapere se puoi vivere nell’insuccesso, il tuo o il mio, e tuttavia stare sulla riva del lago è urlare alla luna piena argentata: ‘SI!’.

Non mi interessa sapere dove vivi o quanti soldi hai. Voglio sapere se puoi alzarti, dopo una notte di dolore e disperazione, sfinito e dolente, e fare ciò che va fatto per dar da mangiare ai bambini.

Non mi interessa sapere chi conosci o come sei arrivato ad essere qui. Voglio sapere se puoi stare in mezzo alle fiamme con me e non fuggire.

Non mi interessa sapere dove, che cosa o con chi hai studiato. Voglio sapere che cosa ti sostiene interiormente, quando intorno tutto crolla. Voglio sapere se puoi essere solo con te stesso e se veramente ami la compagnia che hai nei momenti di vuoto. [1]
 

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Oriah Mountain Dreamer, L’invito in Trobe, T., Trobe Demant, G. (2008), Fiducia e sfiducia, Feltrinelli, Milano, pag. 190

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