I compiti per le vacanze

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Prueba1669Ci siamo. Le tanto sospirate vacanze sono arrivate. Escludendo i ragazzi impegnati negli esami di maturità, per tutti gli altri è arrivato finalmente il momento in cui, essendo liberi dalle tante incombenze che caratterizzano la loro routine quotidiana, pensano di potersi dedicare a ciò che più piace loro. Questo sarebbe possibile se non avessero quello che per molti è un vero e proprio incubo da vacanza: i compiti delle vacanze appunto. Esistono due tipi di scuole al riguardo: coloro che reputano i compiti necessari per tenere in allenamento i ragazzi e coloro che li ritengono l’ennesimo modo per tenerli sotto scacco anche nei momenti in cui dovrebbero essere più liberi. In supporto alla seconda tesi ho trovato un interessante articolo che fa un elenco dei motivi per cui sarebbe preferibile che i ragazzi non avessero compiti durante le vacanze. L’elenco è stato stilato da Miriam Clifford, insegnante e blogger che si occupa del tema scuola attraverso InformEd, sorta di laboratorio di idee sulla scuola. Trovate il link in fondo al post.

Intanto i punti:

  1. Gli studenti  imparano tutto il tempo nel 21° secolo. In una società come la nostra, costantemente connessa e nella quale circolano una miniera di informazioni ovunque, non si può pensare che i ragazzi apprendano solamente all’interno del contesto scolastico. Questo rende in parte superflua l’idea di compiti da fare a casa, legati alla visione di tenere vive e fresche le conoscenze acquisite a scuola durante l’anno;
  2. Non necessariamente molti compiti equivalgono ad una maggiore realizzazione: non è detto cioè che assegnare compiti a casa faccia studenti più diligenti o più bravi a scuola;
  3. I paesi che assegnano più compiti a casa non sono i migliori. Spesso invece è vero il contrario. Per esempio il Giappone ha abolito l’utilizzo di compiti a casa per favorire il tempo in famiglia mentre paesi del nord Europa, come per esempio la Finlandia, hanno limitato i compiti a casa ad un impegno massimo di mezz’ora al giorno;
  4. Invece di assegnare compiti, suggerire che leggano per divertimento: invece di assegnare un compito si può cercare di far interessare ad una lettura libera, per divertimento, che consenta di superare la logica di imposizione dei compiti a casa;
  5. Non assegnare troppo lavoro durante le vacanze: è controproducente anche al momento del ritorno a scuola; 
  6. Invitare gli studenti a partecipare a un evento culturale locale: questo tipo di attività, oltre ad essere percepita come più attiva rispetto allo svolgimento dei soli compiti, può portare il ragazzo a conoscere aspetti della sua realtà che non avrebbe mai preso in considerazione altrimenti;
  7. Il tempo in famiglia è più importante nelle vacanze: spesso infatti è una delle poche occasioni nella quale tutti  i membri, essendo anche gli altri in vacanza, possono passare del tempo insieme, non distratti dalla mille incombenze quotidiane che portano spesso ad incontrarsi tutti assieme solamente a cena; 
  8. Per gli studenti che viaggiano durante le vacanze, i compiti possono ostacolare l’apprendimento sul loro viaggio: dovendosi portare i compiti appresso hanno meno tempo di dedicarsi all’esperienza che stanno vivendo; 
  9. I bambini hanno bisogno di tempo per essere bambini: il fatto di avere spesso doveri non aiuta molto questo aspetto; 
  10. Alcuni esperti consigliano una fine a tutti i compiti: il rischio è, come detto, quello del sovraccarico; 
  11. Inviare una lettera ai genitori per spiegare perché non si stia assegnando lavoro: questo punto è dedicato agli insegnanti che possono spiegare con una lettera ai genitori dei propri alunni per quale motivo non reputano necessario assegnare loro compiti;
  12. È possibile rendere le vacanze un momento per un “progetto aperto” per crediti supplementari: si può, cioè, affidare alla fantasia e alla creatività del ragazzo l’esecuzione di un compito che sia dal ragazzo pensato, progettato ed eseguito. Il progetto sarà poi valutato a seconda delle qualità che il ragazzo ha deciso di mettere in gioco; 
  13. Suggerire la visita di un museo: se a scuola si studia il Medioevo, una visita ad un museo che ha questo tipo di reperti può essere più interessante che l’ennesima scheda su un brano letto nel libro di storia; 
  14. Esortare gli studenti a fare volontariato durante il periodo di vacanza: questo genere di attività, come nel punto 6, può essere percepita come più attivante rispetto al fare semplicemente dei compiti, e può spronare il ragazzo ad impegnarsi in attività che lo portino ad interessarsi all’altro e ai suoi bisogni;
  15. Sviluppare un gioco di classe: prima delle vacanze è possibile costruire un’attività scolastica la cui fine può essere poi assegnata a casa, coinvolgendo anche altri membri della famiglia. Questo favorirà un maggior tempo che i membri passano tra loro; 
  16. Gli studenti possono imparare di più osservando il mondo reale, piuttosto che fargli fare compiti su quello stesso mondo;
  17. Fare escursioni a piedi: e utilizzare le impressioni registrate. Come per altri punti precedenti, un’esperienza diretta è spesso più formativa dello studio della stessa esperienza; 
  18. Invogliare gli studenti di visitare un parco divertimenti: concetti spesso astratti come le forze fisiche possono essere sperimentate direttamente con molti giochi presenti in questi parchi!
  19. I bambini hanno bisogno di riposo: come tutti noi, anzi forse sopratutto loro, hanno bisogno di un momento di stacco dalle attività quotidiane;
  20. Molti genitori e studenti non amano compiti delle vacanze: sulla veridicità di questo punto non sono molto d’accordo, perché da per scontato che i genitori vogliano passare più tempo coi figli durante le vacanze e non sempre le cose stanno così.

Come avrete notato, uno dei punti principali di questo elenco è quello di preferire delle attività pratiche piuttosto che mere attività scolastico/mentali. Il tempo che rimane libero può essere utilizzato per far vivere delle realtà (musei, volontariato…) che normalmente vengono solamente insegnate. Come accennavo nell’ultimo punto, questo comporterebbe passare e dedicare maggior tempo ai propri figli e per molti genitori, in vacanza a loro volta, potrebbe essere un impegno non da poco che eviterebbero volentieri per riposarsi. Sarebbe interessante allora chiedersi a chi giovi che i figli abbiano compiti da svolgere anche durante le vacanze.

Che ne pensate? A che scuola di pensiero appartenete? I compiti sono per voi una cosa utile oppure una vessazione cui cercare di porre al più presto rimedio?

Se voleste leggere l’articolo per intero, in inglese, cliccate qui

A presto…

Fabrizio Boninu

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Come migliorare la comunicazione con i bambini? (2)

Bambini, Famiglia, Psicologia Nessun Commento »

imageMa veniamo specificamente alle frasi utilizzate: smettila di fare i capricci: non é una frase molto utile perché il capriccio é una modalità comunicativa che potrebbe essere utilizzato per dirvi qualcosa. Sarebbe più utile prendervi qualche minuto, sedervi con loro e chiedere che succede. Questo aiuterà il bambino a sentirsi compreso ed accolto, qualunque sia il motivo del suo comportamento. Una volta accolto il comportamento, potreste ribadire il fatto che non é necessario attuare questo comportamento per essere ascoltati, stabilendo che si possa avere una modalità comunicativa tra voi e loro da decidere. E, naturalmente, che qualunque sia l’emozione sottostante, non sarà accettato un certo tipo di comportamento, cercando di educare il bambino a differenziare tra quello che è il suo sentire e quello che è il suo agito. Picchiare, insultare, rompere delle cose non può essere accettato e il bambino deve comprendere questa differenza fondamentale. Per compiere questo percorso è necessario che il bambino venga accompagnato con amore, attenzione e rispetto all’interno di un viaggio alla scoperta delle sue emozioni.

Un’altra modalità che può consentirvi di accompagnare il bambino nelle sue attività quotidiane è quella di offrirgli delle alternative su quello che deve fare. Ritorniamo agli esempi precedenti. Gabriele potrebbe intimare, nel dopocena, che Francesca si lavi i denti prima di andare a letto. Normalmente, Francesca si lava i denti insieme al suo pupazzo preferito. E lava anche i denti al suo pupazzo. Un rito che si ripete ogni sera. Ecco, Gabriele, anziché alzare la voce all’ennesimo invito ad andare a lavarsi i denti caduto nel vuoto, potrebbe chiedere a Francesca se preferisce lavare i denti del suo pupazzo prima o dopo essersi lavata i suoi. Questo permette a Francesca di sentirsi chiamata in causa nel decidere quello che può fare, ma nel contempo Gabriele la sta spingendo a lavare i suoi anche senza il bisogno di urlarle contro.

Ancora, i bambini, quando non hanno voglia di fare qualcosa assieme a noi, iniziano a fare storie su tutto e i genitori mi raccontano di quanto spesso li debbano trascinare, a volte anche fisicamente, per fare insieme a loro delle cose che non vogliono fare. Andare a scegliere vestiti, andare ad un matrimonio, sono spesso occasioni nelle quali il bambino è poco coinvolto e non vuole partecipare. Le reazioni possono essere le più diverse: magari iniziano a piagnucolare e ripetere che non vogliono fare quella cosa, oppure si rinchiudono in una stanza o in posto per non essere coinvolti/trovati. Se coinvolti con la forza, attuano la ‘strategia’ di opporsi, e se non lo fanno, si vede chiaramente le loro insofferenza e il loro disagio. Anche in questo caso, la cosa migliore da fare sarebbe fermarsi un attimo e cercare di capire meglio cosa succede. Una volta chiarito che vi siete accorti del loro disagio e della loro poca volontà di fare quello che dovete fare, potete anche chiarire che siete in difficoltà, perché, pur sapendo la loro ritrosia, non avete alternative.

Questa ‘ammissione’, creerà una vicinanza tra voi e loro, e passerete  da un rapporto basto su devi-fare-quello-che-dico-io-perchè-lo-dico-io ad un rapporto nel quale il bambino interiorizza che vi importa come si sente ma che, per vari motivi, dovete arrivare ad un compromesso tra quello che vorrebbe e quello che chiedete voi. Altra possibilità è chiedere loro di immaginare una soluzione che possa rendere la cosa più accettabile e gestibile anche per loro. Questo li farà sentire coinvolti in quello che sta succedendo e consentirà loro di sentirsi parte in causa dell’organizzazione della loro famiglia.

Queste sono solo alcune idee rispetto ad un cambiamento di relazione tra voi e loro. Tenete a mente che i massimi esperti di vostri figli siete voi. Siete sempre voi a poter trovare soluzioni originali ed adatte a vostro figlio, trovare metodi che aiutino voi e loro a costruire un rapporto che abbia sempre meno bisogno di urla, costrizioni e punizioni. Nel caso succedesse, come detto, non colpevolizzatevi ulteriormente. Chiedere scusa quando ci si accorge di aver sbagliato o esagerato è un’altra ottima occasione nella creazione di un buon rapporto tra voi e i vostri figli.

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

Sul tema comunicazione coi bambini puoi anche leggere:

Come parlare di morte ai bambini (1) 

Come parlare di morte ai bambini (2) 

Bambini e internet: che fare (1) 

Bambini e internet: che fare (2) 

Legittimare le emozioni (1) 

Legittimare le emozioni (2)

 

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Come migliorare la comunicazione con i bambini? (1)

Bambini, Famiglia, Psicologia Nessun Commento »

imageHo già provato ad affrontare in altri post questo tema: come comunicare con i bambini? L’argomento è sempre complesso ed è abbastanza difficile cercare di capire come riuscire a trovare un canale comunicativo con i bambini soprattutto nel momento in cui si trovano in una fase di opposizione o di diniego, ‘fasi no’, nelle quali sembra difficile, se non impossibile, riuscire a trovare una modalità comunicativa che consenta di comprendere e superare il momento. Credo che trovare un modo per comunicare con loro sia fondamentale per riuscire a stabilire un ponte relazionale e cercare quindi di comprendere, di contenere e accogliere i loro comportamenti facendo sì che sappiano di avere un referente valido e competente tra gli adulti che lo circondano. Un valido aiuto può essere costituito dall’uso dell’intelligenza emotiva.

Per chi non conoscesse questo approccio, il concetto di intelligenza emotiva è stato teorizzato da Daniel Goleman, ed è un costrutto nato in contrasto con la filosofia che sta alla base del concetto di quoziente intellettivo: a differenza dell’accento posto solo sulle competenze ‘oggettive’ e ‘ misurabili dell’intelligenza umana, Goleman cercava di prestare attenzione e mettere in risalto tutta una serie di caratteristiche dell’intelligenza umana (sensibilità, empatia, consapevolezza di sé e della propria realtà emotiva,…) concetti ignorati all’interno della ideologia della misurazione dell’intelligenza secondo canoni quantitativi.

La teorizzazione di Goleman ha dato il via ad una serie di studi che hanno cercato di far luce su cosa significhi intelligenza in senso lato, nelle diverse aree di vita di una persona: all’interno delle relazioni personali, della vita quotidiana delle persone e di come possa influenzare la comunicazione empatica tra genitori e figli. Senza entrare troppo nello specifico della teoria, sarebbe forse più interessante occuparci della pratica, utilizzando piccoli esempi che possano aiutare a capire come migliorare la comunicazione tra adulti e bambini, principi applicabili anche più in generale nella comunicazione tra adulti. Per i nostri esempi, abbiamo bisogno di un genitore, poniamo un papà, Gabriele, e una bambina che chiameremo Francesca. Faremo fare i capricci a Francesca e vedremo come il papà affronterà, o potrebbe affrontare, la situazione con la figlia. 

Prima di continuare, sarebbe necessario aggiungere altre due premesse molto importanti, delle quali tenere conto: la prima: un rapporto e un’autorevolezza nei confronti dei figli non si costruisce dall’oggi al domani. Se il rapporto con vostro figlio è deficitario (per le più svariate cause che possono stare alla base di questo deficit), il capriccio di vostro figlio non sarà un buon momento per cercare di rimarcare la vostra autorevolezza. Il secondo punto importante riguarda invece questa lista stessa: é un suggerimento e vorrebbe essere un modo per aiutarvi a gestire meglio il rapporto con vostri figli. Non colpevolizzatevi se avete difficoltà a rispettarla: non costituisce l’unico modo con il quale è possibile approcciare ai vostri figli.
Fatte queste doverose premesse, possiamo partire con i nostri esempi. Prendiamo in considerazione una scena tipica: Francesca é nella sua cameretta e sta giocando contemporaneamente con diversi giochi. Arriva il momento nel quale dovrebbe rimettere tutto quanto a posto, ma in quel momento, inizia a fare storie, a lamentarsi, a dire che lei non vuole mettere a posto e così via. Papà Gabriele potrebbe iniziare ad usare tutte le armi per cercare di convincerla a farlo. Frasi più o meno tipiche possono essere: ‘smettila di fare i capricci’, oppure ‘se non rimetti a posto tutto, domani non giochi’, oppure ‘fai sempre così’, o anche ‘non sei mai brava a rimettere in ordine tutto quello che tiri fuori’, oppure ‘non penserai che sia io a rimettere a posto tutta questa roba’. Chi di noi non ha mai utilizzato questo genere di frasi con un bambino?

Pur essendo tra loro molto diverse, facendo leva su minacce, senso di colpa ecc, qual è l’aspetto che accomuna tutte queste frasi? Pensateci un attimo, perché è quello che tutti noi facciamo, spesso automaticamente, quando parliamo ad un bambino. Avete notato cosa può essere ? Nessuno ha chiesto al bambino perché si stia comportando in questa maniera. Tutte queste frasi hanno come punto comune il fatto che non si preoccupino di cosa possa avere scatenato la ribellione di Francesca. Presupponendo che non sia impazzita mentre giocava in camera sua, possiamo immaginare che qualcosa l’abbia disturbata e turbata e che il non mettere a posto i suoi giochi sia il modo di manifestare questo disagio. Prevengo le critiche: ‘Si, vabbè, ma io non posso mica stare dietro a tutti i capricci di mio figlio’, starà sicuramente pensando ognuno di voi. ‘Se facessi così ogni volta non mi rimarrebbe tempo neanche per bere un bicchiere d’acqua’. Sicuramente è vero che questa strategia può essere più impegnativa in un primo momento, quando questo momento di incontro e di accoglienza deve essere costruito. Ma piano piano, quando questo diverrà la norma nel rapporto tra voi e vostro figlio, questo modus operandi diventerà sempre più facile ed automatico e sempre più semplice da attuare. Col tempo e con il vostro impegno (ricordatevi che la guida siete voi!) si sarà stabilita una buona intesa emotiva tra voi e vostro figlio e questo aiuterà voi ad interagire a cogliere quello che lui sta manifestando e a lui di riconoscere un ruolo di aiuto e supporto ogni qual volta sentirà di non stare bene.

 

– CONTINUA –

 

FILM: Still Alice

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Still AliceCosa sono i ricordi e quanto questi influiscono nel definire chi siamo? Cosa succederebbe se li perdessimo? Se le nostre esperienze sono quello che ci rende tali, cosa ne sarebbe di noi nel momento in cui queste, gradualmente, scompaiono?  Cosa accade quando a tutto questo si aggiunge la consapevolezza dell’inesorabilità del declino cognitivo? Sono alcune delle domande venutemi in mente guardando un bellissimo film, Still Alice, diretto da Richard Glatzer e da Wash Westmoreland, interpretato, nel ruolo della protagonista Alice, da Julianne Moore, che grazie alla sua interpretazione vinse l’Oscar come miglior attrice protagonista. 

Tra le altre cose Richard Glatzer, uno dei registi, ebbe esperienza diretta di cosa poteva implicare questa degenerazione, dato che gli venne diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) durante la lavorazione del film ed è infine morto per le complicazioni della malattia nel marzo del 2015. Il film racconta la storia di Alice, donna determinata, insegnante di linguistica alla Columbia University, una donna che ha costruito tutta sé stessa sul piano intellettivo e cognitivo. Alice ha anche una famiglia, un marito e tre figli Anna, Tom e Lydia. Ed in questa vita all’apparenza perfetta, è la stessa Alice che inizia a rendersi conto di come ci sia qualcosa che non va. Il tutto inizia apparentemente in maniera casuale, dimenticando, come capita a molti di noi, un termine o una parola, e proprio lei, che ha fatto della sua vita una continua ricerca delle nostre doti cognitive, soprattutto per quanto concerne il linguaggio, e quindi la capacità comunicativa delle persone, si trova a dover sperimentare cosa succeda quando una malattia degenerativa dapprima modifichi e poi distrugga del tutto le nostre capacità mnemoniche e, con esse, la nostra intera vita. 

Pur avendo solo 50 anni, infatti, Alice è portatrice di un patrimonio genetico che la espone all’insorgenza precoce del morbo di Alzheimer, una forma di demenza invalidante e particolarmente compromissiva per la vita dell’individuo. Assistiamo così all’inesorabile decadimento intellettuale di una donna prima nel pieno possesso della sua vita. La progressione è sempre più rapida e dimenticare un termine si accompagna al disorientamento spaziale e temporale, al mancato riconoscimento delle cose e delle persone. La veloce discesa nel mondo della patologia aumenta lo scollamento della vita di Alice da quella dei suoi familiari.

Come tutte le malattie, infatti, anche il morbo di Alzheimer ha una fortissima componente relazionale, dal momento che non colpisce la singola persona, ma si ripercuote sulla vita delle persone vicine, provocando conseguenze sulla relazioni sociali dell’individuo il quale, sempre più velocemente, con la perdita della capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio, perde qualunque autonomia. I contraccolpi di questa riorganizzazione sono molto evidenti nella vita della famiglia di Alice

L’iniziale amore e comprensione per quello che le succede, lascia spazio anche ad incomprensioni, egoismi e rabbia, in un oscillare profondamente umano di grandezza e piccolezza, aspetti che caratterizzano il modo in cui spesso affrontiamo le fasi altalenanti della nostra vita. 

Il film è esemplificativo per la capacità che ha di introdurci nella complessità e difficoltà della vita di una famiglia ‘normale’ nella quale le piccole beghe tra sorelle e i trasferimenti per la carriera lasciano il posto ad un vero e proprio dramma, al rovesciamento di ruoli, alla necessaria riorganizzazione familiare dovuta alla malattia. Mi ha personalmente permesso di focalizzare l’attenzione sul dramma che le persone colpite dal morbo di Alzheimer devono sopportare, lo sfaldamento di ogni loro ricordo, il frantumarsi di ogni autonomia, di ogni piccola certezza di tutti quei singoli punti di riferimento che le persone costruiscono con fatica per orienterai all’interno della loro stessa vita. Il film descrive bene la mancanza di capacità di messa a fuoco del senso della vita dell’individuo, l’impossibilità di una consapevolezza di se stessi che viene a sfumare dolorosamente in un continuo presente mai trattenuto. Una patologia che solo in Italia colpisce circa 500.000 persone e le loro famiglie e che, dato l’allungarsi medio della vita degli individui, è destinato a colpire un sempre maggior numero di persone, una malattia per la quale a tutt’oggi non c’è alcun tipo di cura, una patologia della quale, mi accorgo, sapevo troppo poco. Questa, secondo me, è la grandezza di un film: non lasciare indifferente lo spettatore e spingere l’attenzione di chi guarda verso il tema proposto. E Still Alice credo sia in grado di farlo.

Come sempre chi l’avesse visto e volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure commentando il post. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

 

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Adolescenti & videogiochi

Adolescenza, Bambini, Famiglia, Internet, Psicologia Nessun Commento »

adolescenti e videogiochiUno dei risvolti della pubblicazione di un blog, credo soprattutto di un blog che ha come tema la psicologia, è quello di ricevere mail di persone che chiedono soluzioni o consigli su situazioni che si trovano a dover affrontare. Recentemente, una delle mail più interessanti ha come oggetto un tema affrontato anche in studio: l’eccessiva passione (ossessione per i genitori!) dell’interesse dei ragazzi e dei bambini per i videogiochi. I racconti su questa sorta di ‘epidemia’ sono sempre più terribili: bambini di 7 o 8 anni che senza le loro due ore quotidiane di videogiochi non sono disposti a fare nulla, adolescenti che passano l’intero pomeriggio in trance davanti ad un televisore oppure collegati online con un gruppo di amici.

Questa la mail ricevuta da Angela, mamma di Marco (pubblicata, naturalmente, con il consenso della persona che me l’ha inviata, e preservando l’identità degli interessati). Indicherò con ‘A‘ le mail di Angela e con ‘F‘ le mie:

A: Buon giorno Dott. Boninu, scusi se la disturbo, ho letto il suo blog e vorrei un consiglio se me lo puo’ dare. Ho un figlio adolescente di 14 anni, è attratto dai giochi di internet in un modo spropositato, da quando il padre gli ha comprato un computer potente rispetto a quello che aveva la nostra vita è cambiata in peggio. Prima riuscivo a marginare questa sua tendenza perché il pc era quello di casa e io lo gestivo con la password. Bestemmie parolacce e tutta la notte, o quasi, attaccato a giocare e chattare. Inoltre il giorno dopo dobbiamo lavorare, io mattina e sera quindi la stanchezza si fa sentire. Gli ho tolto il cavo per la connessione, almeno temporaneamente, non so però come reagirà. A parole ho provato già innumerevoli volte. Grazie per qualsiasi consiglio possa darmi.

Questa la mia risposta:

F: Salve Angela, (…). La situazione che mi descrive è conosciuta perché molti genitori lamentano questa attrazione. L’uso compulsivo dei videogiochi è un comportamento che molti ragazzi manifestano. Il punto è che sono la spia indicativa di varie difficoltà che possono avere. Per esempio se diventa la loro unica attività può essere che abbiano difficoltà in attività diverse come per esempio lo sport o i rapporti coi coetanei. So troppo poco di vostro figlio per consigliarvi qualcosa, e il consiglio non è nelle mie corde professionali. Sarebbe più interessante capire cosa comunichi vostro figlio con il suo comportamento e se questa comunicazione possa essere recepita da tutti gli adulti che si trovano intorno a lui. E sarebbe interessante anche capire cosa provochi il suo comportamento in famiglia. Insomma avrei bisogno di molti più dettagli per capire come aiutarvi. 

A: Grazie a Lei che ha trovato il tempo di rispondermi. Marco non ha difficoltà ad avere amicizie, anzi. Ora ha anche una “fidanzatina” di 14 anni come lui. Và be mi sembra un po presto ma accompagnamo i ragazzini  a metà strada entrambi i genitori perché si vedono circa 2 volte alla settimana (città diverse di residenza).  Io penso che comunque di base sia insicuro e timido, anche se lo nasconde con una maschera di ironia a volte anche offensiva/irritante soprattutto verso il padre.  Con internet però gli capita anche di isolarsi, ma fortunatamente dura pochi giorni, anche grazie agli amici che lo cercano ininterrottamente per una pedalata o una partita a calcetto.  Lui cerca di fare entrambe le cose a volte,  spessissimo a scapito dello studio.

Io l’ho lasciato al padre che aveva solo tre mesi per lavorare a tempo pieno. Necessità. Non sono riuscita a dargli quella sicurezza di avere un genitore che lo ama e lo aspetta a casa. Il padre non ha mai nascosto di rimanere la sera con lui controvoglia, neanche al bambino. Oltretutto mio marito ha un grave handicap (poliomielite) una scelta incauta che la madre ha fatto in buona fede di non fargli fare i vaccini. Lo dico perché il modo di vedere il mondo in modo negativo del padre credo che abbia influito nel comportamento del bambino che sempre ha preferito gli amici, giocare fuori oppure play station/computer.  Per giunta a 12 anni la scoliosi non gli ha reso le cose semplici, il bustino lo ha accettato per 2 anni ma ora lo rifiuta categoricamente. Riesco a malapena a fargli fare 3 volte alla settimana la  ginnastica correttiva. E’ una scoliosi lieve ma con la costanza, che non ha, l’avrebbe potuta risolvere completamente. Marco mi parla poco di cosa farà da grande nonostante sin da piccolo cercavo di capirne le tendenze. Comunque ieri gli ho tolto internet ma di sera glielo ho concesso un paio d’ore, di notte gli imposto un orario  che poi ha rispettato, almeno ieri!  Sono contenta quando riesco a farmi vedere decisa ma serena.   La mia preoccupazione è avere di fronte una dipendenza da giochi di internet perché essendo molto bravo  (2° in una graduatoria europea) il fatto di levarglielo del tutto non vorrei causare danni maggiori, internet  secondo me gli dice “sei capace” “vedi che vali a qualcosa” un complimento che probabile bisognava fargli da piccolo quando faceva bene un disegno, un lavoro a scuola.  

Internet in ogni caso può essere dannoso ed è una fatica regolamentarne l’uso quando i figli sono il doppio della tua altezza!

F: Salve Angela, (…) Sarebbe interessante capire quanto la sua storia sanitaria e quella che ha respirato in casa fin dalla nascita, abbiano contribuito alla sua ‘visione della vita’. Il punto è che i videogiochi sono spesso additati come causa dei mali di molti ragazzi ma, credo, la maggior parte delle volte siano solo la ciliegina su una enorme torta che è difficile vedere. O è difficile capire chi l’abbia creata.  

Spesso ho trattato sul mio sito temi inerenti l’importanza per un adolescente di poter contare sulla figura di un adulto competente che possa fungere da ‘coadiuvante’ nell’attraversare una età così complessa. Non deve essere necessariamente un professionista, basta un amico di famiglia, una persona che abbia la vostra fiducia e la sua fiducia e che possa fungere da tramite autorevole tra il mondo dell’infanzia (che vostro figlio si accinge ad abbandonare) e quello degli adulti verso il quale è proteso. Se non esiste una figura del genere, consiglio in questi casi un breve percorso di supporto, per lui o per aiutare voi a gestire con lui la situazione. (…)

Il punto importante è che la concentrare la propria attenzione solo sui videogiochi spesso impedisce di vedere la complessità del mondo che si muove attorno ai ragazzi ed è facile puntare il dito contro un colpevole, i videogiochi in questo caso, senza chiedersi quanto altri fattori giochino un ruolo importante e decisivo nell’influenzare il ragazzo. Come si può vedere anche in questo caso la storia di Marco era ben più articolata rispetto a quanto si percepisse da una prima visione. Bisognerebbe prestare attenzione a non perdere questa complessità di insieme, non focalizzandosi esclusivamente su un unico fattore. I videogiochi sono un grande attrattore per i ragazzi, ma è anche vero che costituiscono una via di fuga privilegiata da una realtà percepita come spaventosa, discorso che vale per qualunque altra dipendenza. Se ci si focalizza su di essa, qualunque essa sia, si perde di vista la domanda principale: perché si sia arrivati a questo. Ogni storia ha, naturalmente la sua risposta e non voglio generalizzare in nessun modo. Il rischio è quello di rovesciare i ruoli trasformando un’effetto (l’uso dei videogiochi) in una causa. I videogiochi non causano uno straniamento dei ragazzi, lo straniamento dei ragazzi viene agito (anche) tramite i videogiochi.

L’obiettivo, dunque, può passare dalla demonizzazione dei videogiochi alla costruzione di un’interazione ‘sana’ con loro, un modo di utilizzarli che possa in qualche modo soddisfare i ragazzi evitando che diventino la loro unica fonte di interesse. Per fare questo, però, è necessario tanto altro: gli adulti che li circondano dovrebbero interessarsi a quello che interessa loro, lasciarsi coinvolgere nelle loro vite, proporre un modello educativo coerente e responsabile. Tutte scelte decisamente più complicate e intricate rispetto al parcheggiarli davanti ad uno schermo, pensando che almeno non romperanno le scatole.

Quale scelta siete disposti ad intraprendere?

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

 

A presto…

Fabrizio Boninu

Sullo stesso tema puoi leggere anche: 

Bambini e internet: che fare? (1) 

Bambini e internet: che fare? (2)

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Il male innominato

Adolescenza, Emozioni, Famiglia, Psicologia 1 Comment »

maschereQuesta riflessione scaturisce da una frequente osservazione: la differenza che esiste tra quello che mi raccontano i genitori e quello che mi raccontano i ragazzi una volta che vengono in studio. Provo a spiegarmi meglio. Quando inizio a lavorare con persone nuove, e la richiesta riguarda un minore, ho un ‘protocollo’ abbastanza collaudato: fisso prima un appuntamento coi genitori e i successivi col ragazzo. In questo primo incontro con i genitori, può capitare che mi raccontino dei problemi del figlio ed è su questa loro percezione che si augurano venga svolto il lavoro con il ragazzo (o ragazza, naturalmente): per esempio il ragazzo può avere, a loro dire, problemi di aggressività, oppure problemi a scuola, problemi di socializzazione, problemi di autostima e così via.

Quale che sia il problema, i genitori danno la descrizione della situazione dei figli dal loro punto di vista, sostanzialmente il punto di vista di persone adulte. Può anche capitare che i punti di vista non coincidano tra i due genitori, e si apre una fonte ulteriore di complessità che non affronterò in questo post. Tornando a noi, il secondo appuntamento è riservato ai ragazzi: i ragazzi mi raccontano quello che succede dal loro punto di vista e, nella maggior parte dei casi, se non forse in tutti, questo racconto è completamente diverso da quello che mi è stato fatto dai genitori e quelli che nel racconto dei genitori sembravano i problemi più grandi, spesso non lo sono per bocca dei diretti interessati.

Questo punto è di fondamentale importanza e credo testimoni diverse cose: genitori e i figli non condividono la causa, il perché che ha determinato quella data situazione. Non solo: capita che esista una discrepanza enorme tra il racconto del genitore e ciò che raccontano i ragazzi, ma capita altrettanto spesso che i ragazzi abbiano difficoltà e non riescano a definire quale sia la loro difficoltà. Magari si rendono conto che hanno delle difficoltà: possono, per esempio, pensare di avere una difficoltà con la propria autostima o con la propria aggressività, ma spesso non riescono ad individuare il punto che reputano più importante o mancano del tutto le parole per descrivere il malessere di quel momento. Capita anche che le parole che vengono utilizzate siano vaghe, oppure che contengano un forte giudizio nei loro stessi confronti: ‘sono scemo’, ‘sono sbagliato’ o ‘non valgo nulla’ sono solo alcune delle frasi che vengono utilizzate per descriversi. Parole, come abbiamo detto, severe e svalutanti, ma in fin dei conti non adatte per descrivere quelle che sono le loro emozioni e i loro sentimenti in quella fase della loro vita.

Questo aspetto mi colpisce perché testimonia come siano loro stessi a non riuscire a trovare le parole che descrivano quello che stanno attraversando. Ritengo che questa sia una delle parti più rilevanti della loro difficoltà, perché nel momento in cui mancano le parole che descrivono lo stato, non si ha neanche la capacità di immaginare una soluzione per quel tipo di problema. Quello che faccio è invitarli a parlare, invitarli innanzitutto a fare uscire le immagini che loro possiedono sulla loro attuale situazione e, partendo da queste, cercare di far loro assomigliare e precisare l’immagine, cercando di renderla il più precisa e dettagliata possibile, di modo che si attivino nuovi pensieri, precisazioni delle/sulle loro convinzioni, riflessioni che abbiano come obiettivo quello di spronarli a tirare fuori termini migliori per descrivere l’istante nel quale si trovano. Credo sia di fondamentale importanza per far stabilire loro cosa sia vero e cosa non lo sia, cosa ci sia nella loro evoluzione, quali immagini di se stessi vadano aggiornate e quali immagini possano essere archiviate perché ormai appartengono inesorabilmente al passato.

Credo sia una delle mie grandi prerogative: aiutarli a dare un nome, a dare un ‘volto’, se vogliamo, alle emozioni che stanno attraversando, cercando di farli riflettere sul fatto che quelle che usano per descriversi non sono solamente parole, prive di senso, ma che abbiano una fortissima valenza nel caratterizzare quello che è il loro sentire, nei confronti di loro stessi prima che con gli altri

Perché sono sempre più convinto di quanto la discrepanza tra come si raccontano e come si percepiscono sia legata spesso al disorientamento e al turbamento che provano. E perché dare un nome e un ‘volto’ a quello che si prova e, in ultima istanza, alle proprie emozioni, può essere il primo passo che permetta la condivisione e la comunicazione di quello che si sta provando, condivisione che può, di fatto, avvicinare genitori e figli e rendere meno marcata la differenza tra come si raccontano loro e come li raccontano i genitori.

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369).  

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Le mete della terapia: un caso clinico (1)

Famiglia, Psicologia Nessun Commento »

le mete della terapiaUno degli interrogativi più importanti, che spesso le persone con le quali lavoro mi chiedono, è quali possano essere considerate le mete, gli obiettivi della terapia. Qual è l’obiettivo che si dovrebbe raggiungere in terapia, quali sono gli scopi, e verso cosa sarebbe necessario tendere nel lavoro? All’interno della cornice sistemica, orientamento psicoterapeutico nel quale sono specializzato, il concetto stesso di malattia è messo in discussione, sostituito dal concetto di significato: un comportamento che sembra ‘malato’ dall’esterno, spesso acquista un senso nel momento in cui ci si rende conto che ha un’utilità all’interno del sistema familiare nel quale viene portato avanti. In quest’ottica epistemologica, questa premessa ha, come necessaria conseguenza, considerare come l’obiettivo della terapia non possa essere la ‘guarigione’, dal momento che non c’è nessuna guarigione da perseguire. L’obiettivo può allora diventare la consapevolezza dei meccanismi che, diventati automatici, sono talmente radicati e istintivi da diventare del tutto inconsapevoli. L’obiettivo può essere quello di una risignificazione, costruire un nuovo significato a ciò che definiamo ‘malato’. Questa presa di coscienza presuppone un cambiamento? Non necessariamente, dal momento che, data maggiore consapevolezza al sistema familiare che lo persegue, la famiglia stessa potrebbe decidere comunque di portare avanti quel tipo di comportamento. Ma allo stesso tempo è vero che qualunque presa di consapevolezza, qualunque riflessione sui modi che sottostanno al comportamento stesso costituisce già di per  un cambiamento perché porta quel comportamento da uno stato di automatismo ad uno stato di maggiore consapevolezza.

Come si ottiene che si dia l’avvio ad un processo terapeutico?

Tre sono i momenti (…):
1) destabilizzare il sistema ponendosi come campo di forza esterno in grado di provocare o amplificare una fluttuazione, offrendo informazioni alternative e una lettura differente degli accadimenti;
2) impedire che la famiglia proceda nel solito percorso e favorire l’introduzione di informazioni che facilitino il processo di riorganizzazione introducendo una costante;
3)  sapersi separare al momento in cui si innesta il processo di riorganizzazione (Fivaz, 1980)[1]

Va fatta una premessa: l’autore fa questo lavoro riferendosi specificamente alla terapia familiare ma credo che il senso sia estendibile anche alle terapie individuali. Il terapeuta, all’interno della terapia familiare, può dunque dare vita a tre momenti diversi: può destabilizzare il sistema offrendo un racconto diverso rispetto a quello che si da la stessa famiglia. Proporre una lettura alternativa a quello che è il racconto della famiglia, può impedire che essa torni o tenda al solito percorso, introducendo in questo modo una costante nuova, una variabile, che possa modificare la visione. Il terapeuta dovrebbe, infine, comprendere quando questo processo è avviato e riuscire a separarsi, favorendo l’autonomia, l’individuazione e l’indipendenza della famiglia.

Un esempio concreto renderà questo discorso più facilmente comprensibile: tempo fa avevo in terapia la famiglia Bianchi, composta da padre, madre e un figlio di 16 anni. Vennero perché il figlio, a loro dire, era particolarmente indisponente, non faceva più nulla di quello che doveva fare, andava male a scuola, frequentava persone che non piacevano ai genitori, aveva iniziato a fumare e così via. Volevano che lo curassi, che lo facessi tornare ‘normale’. Accolsi questa loro richiesta e proposi loro qualche incontro col ragazzo. Il ragazzo che mi si presentò era molto diverso dalla descrizione che me ne era stata data: era un ragazzo disponibile, aperto, molto educato e faticai a riconoscere in lui il ‘mostro’ che mi era stato dipinto.

Pensai, allora, che un incontro con tutti e tre i membri della famiglia assieme potesse far incontrare le diverse visioni che avevano sulla loro stessa famiglia. Nell’appuntamento successivo vennero, dunque, tutti e tre e, per lo meno inizialmente, la seduta si concentrò su quanto il comportamento del figlio fosse l’unica causa del malessere in famiglia. Con tutti i membri del nucleo familiare presenti era però possibile rendere loro l’idea che questo focus così forte sul comportamento del figlio, potesse anche essere un modo per ‘occultare’ qualunque altro movimento all’interno della famiglia. Concentrarsi esclusivamente sul comportamento del figlio rendeva completamente invisibile tutto il resto che riguardava la famiglia e non lasciava molto spazio per i malesseri dei singoli membri. Tentai di passare loro la mia idea che il comportamento del figlio costituisse una sorta di grande distrattore familiare che non permetteva di vedere altro. Cos’altro accadeva in famiglia? Spostando il comportamento del ragazzo dal centro dell’attenzione, vennero fuori aspetti particolarmente interessanti. Il padre era completamente insoddisfatto della sua vita lavorativa e meditava, avendolo di fatto già deciso, di partire all’estero per cercare di fare qualcosa di più interessante oltreché più remunerativo. D’altro lato la madre era completamente insoddisfatta (e spaventata) da questa prospettiva, ed era altrettanto insoddisfatta della piega che stava prendendo la sua vita familiare, dal momento che si apprestava a diventare una madre sola con un figlio adolescente, con un marito lontano per molti mesi all’anno che non avrebbe più potuto occuparsi attivamente dell’educazione del figlio. Al figlio non era stato detto nulla dell’enorme cambiamento che si andava prospettando ma, come tutti voi avrete avuto modo di sperimentare in famiglia, le cose le aveva in qualche modo intuite anche se nulla era stato apertamente ammesso (potremmo aprire una parentesi enorme sulla gestione del dialogo in questa famiglia, soprattutto nei confronti del figlio, ma il tema ci porterebbe troppo lontano dall’idea centrale di questo post). Insomma, una serie di movimenti, dei quali non si poteva neanche parlare, stavano interessando tutto il nucleo familiare. Ecco allora che il comportamento del figlio, concomitante con questa fase di vita familiare, acquista un significato del tutto diverso. Il comportamento del ragazzo ha un senso contrario rispetto al valore che ne veniva dato nella descrizione iniziale: anziché disturbatore della pace familiare, il ragazzo catalizza le attenzioni dei genitori, permettendo a tutti loro di non concentrarsi su un divario ben più pericoloso e consistente.

– CONTINUA –

[1] Boscolo, L., Caille, P., et al. (1983), La terapia sistemica, Editore Astrolabio, Roma, pp. 46-47

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FILM: Hungry hearts

Bambini, Cinema, Famiglia, Psicologia Nessun Commento »

hungry heartsEccomi a raccontarvi uno dei film forse più disturbanti visto da un po’ di tempo a questa parte. Il tema è abbastanza complesso e ricco di sfaccettature. Un film che mi ha colpito molto sia per il tema trattato, che per la bravura di regista e attori.

Il film in questione si intitola Hungry hearts, letteralmente Cuori affamati, scritto e diretto da Saverio Costanzo, e interpretato con straordinaria bravura da Alba Rohrwacher nel ruolo di Mina e Adam Driver nel ruolo di Jude.

Il film racconta la storia di Mina e Jude, due giovani il cui primo incontro avviene in maniera abbastanza imbarazzante ma che costituisce una sorta di presagio a quello che capiterà tra i due. Nella prima parte, viene raccontata la genesi del loro rapporto, dall’episodio nel bagno del ristorante giapponese fino alla costruzione del loro rapporto. 

Dopo qualche tempo arriva con loro, ma soprattutto tra loro, un figlio. Questo fattore costituisce il punto di rottura nei rapporti tra i genitori. Il bimbo, anziché costituire un ulteriore legame nella relazione genitoriale, si frappone fra i due genitori diventando causa scatenante delle ossessioni della madre. Mina, inizia gradualmente a chiudersi nel rapporto col figlio tagliando fuori il mondo esterno sotto tutti i punti di vista. Per cercare di garantire la purezza del figlio, arriva a non fargli mangiare altro se non cibo di sola origine vegetale che lei stessa coltiva su una sorta di serra sulla terrazza di casa. Il bambino non viene portato mai fuori: il mondo esterno è percepito come ostile, pericoloso, avvelenato. Da evitare. La loro casa diventa un piccolo mondo asfittico, deformato nelle stesse inquadrature dei personaggi che assumono contorni sformati ed alterati. Anche la relazione tra madre e piccolo diventa sempre più esclusiva e in Mina aumentano le difficoltà anche a far toccare il bambino dal padre che, venendo ogni giorno a contatto col mondo esterno, è sempre più contaminato. Il rapporto con Jude inizia a farsi complicato. La vitalità che sorreggeva il loro rapporto si è tramutata ormai in un clima di pericoloso sospetto, nel quale entrambi attribuiscono all’altro la pericolosità per la salute del bambino. La loro vita di coppia, finanche la loro vita sessuale è tramontata sotto la scure pesantissima dell’ossessione. Jude si rende conto del fatto che il comportamento di Mina è sempre più pericoloso e riesce, con una sorta di sotterfugio, a far visitare di nascosto il bambino da un medico che ne constata il grave stato di denutrizione e il mancato accrescimento. Questo provoca una sempre più forte perdita di fiducia tra entrambi i genitori, una perdita di sfiducia che sfalderà inesorabilmente il noi coniugale a favore di due io contrapposti, sublimati nelle frasi di Mina ‘Io so cosa è meglio per lui’ o in ‘tu hai fatto male a mio figlio’. Fine del noi, fine del nostro. Il contrapporsi di due visioni completamente differenti su cosa sia proprio fare, sfocerà in un esito che evito di raccontarvi per non rovinarvi il film.

Come dicevo, il film mi ha particolarmente colpito per l’apparente discrasia che esiste tra le intenzioni della mamma, quella di fare il bene del proprio figlio, ed i risultati manifesti. La nascita e la crescita del figlio diventano  vere e proprie ossessioni: il mantenimento della purezza del bimbo diventa lo scopo ultimo dietro al quale deve attendere tutto, persino la sua vita, tanto che si annulla nella crescita di questo bambino.

Ho letto che molte persone, in questo film, hanno visto una critica all’alimentazione vegetariana soprattutto se destinata ai bambini. Non sono d’accordo, non credo sia questo il punto principale della narrazione. Credo che il tema principale sia: cosa succede quando un figlio diventa l’unica ragione di vita? Cosa accade quando l’amore è solo un pretesto e un figlio è solo il modo per creare un senso alla nostra vita? In tutto il film aleggia una fortissima solitudine che accentua ancora di più lo spaesamento dei protagonisti. Ambientato a New York, alienante di per sé come ogni grande metropoli, i protagonisti si trovano a muoversi da soli, non circondati da una rete di relazioni né amicali né familiari che possano costituire per loro motivo di sicurezza. Solo la mamma di Jude avvicina i due giovani nella loro vicenda. La storia familiare di Mina è molto sfilacciata. Orfana di madre, ha un padre che non vede mai e con il quale non è in buoni rapporti. Questa potrebbe essere una delle chiavi che possano far ‘comprendere’ ciò che poi Mina attua con suo figlio: un bimbo che ci ama come la cosa più preziosa del mondo non può che riscattare una vita nel quale l’amore è stato così assente. E nessuno correrebbe il rischio di inquinare la sola fonte di amore che sente di avere. Ed è necessario esercitare un forte controllo sulla fonte, un fortissimo possesso, in grado di riscattare una vita che ha avuto così poco emotivamente.

Ripeto, un film profondo e disturbante, sicuramente un film che non lascia indifferenti e costringe a riflettere su quelle che sono le conseguenze dell’amore, o meglio sulle conseguenze del mancato amore, quando tutto quello che sembra dare un senso alla nostra vita è quello di aggrapparsi all’amore delle persone che riescono a fornircelo nel modo più incondizionato: i bambini. Finendo, in questo attaccamento, per perdere di vista il valore più importante: il loro bene.

Se l’aveste visto e voleste condividere le vostre impressioni lasciate un commento o contattatemi per mail (fabrizioboninu@gmail.com). 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Un vaccino per leoni

Primo piano, Psicologia, Società… 3 Comments »

vaccini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono un genitore che ha scelto consapevolmente di non vaccinare i propri figli. La libertà di scelta per la salute è un diritto democratico irrinunciabile. Chiedo pertanto all’Azienda Sanitaria, all’assessore alla salute, dottoressa Donata Borgonovo Re, al presidente Ugo Rossi e a tutto il consiglio provinciale di rispettare il diritto alla tutela della salute e di non demonizzare coloro che hanno fatto questa scelta consapevolmente, assumendosi le proprie responsabilità. Non voglio entrare in polemica su quanto viene scritto in questi giorni a riguardo, ma penso che, se è vero che stanno tornando alcune malattie, non sia per il mancato vaccino dei bambini, ma forse per altre cause, una delle quali, forse potrebbe essere l’incontrollata flusso di migranti, i quali non credo siano stati tutti accuratamente sottoposti ad una profilassi per le vaccinazioni.

Andrea Leoni

Questa lettera è comparsa qualche giorno fa in un giornale locale di Trento. La lettera è ben scritta, non apertamente offensiva, con tanti forse. Eppure sento il retrogusto amaro, un disgusto poco classificabile, ed è lo stesso sottile disagio che provo ogni volta che le persone utilizzano la frase ‘io non sono razzista/omofobo/intollerante, però…’ Però. Quattro lettere e un accento non dovrebbero essere così disturbanti mi dico. In questa lettera, la neanche tanto velata punta di intolleranza compare nel momento in cui si attribuisce agli immigrati la recrudescenza di alcune malattie ricomparse in Italia. Parla di responsabilità, di scelte, ma paradossalmente non se ne assume nessuna scaricando, sempre con tanti forse, alcune patologie ad una categoria che, da sempre, ma oggi più che mai, paga per i nostri mali sociali.

Fatemi fare un inciso: esiste da tempo un ragionamento circa l’opportunità o meno di far vaccinare i propri figli. Molti genitori, stante la possibilità che i vaccini non garantiscano un’affidabilità del 100%, rifiutano di far vaccinare i propri figli. Questa scelta sta portando alla ricomparsa di malattie considerate ormai debellate. A Giugno di quest’anno, in Spagna, comparve la notizia che un bambino era stato ricoverato in ospedale per difterite. Era dal 1987 che in Spagna non si avevano ricoveri per questa malattia. Comprendo le paure legate alla salute dei propri figli, e capisco che l’obiettivo di un genitore dovrebbe essere quello di fare il meglio per la salute del proprio bambino. Temo, però, che il dibattito sui vaccini, come purtroppo accade per molti altri temi, si stia spostando sempre più dal terreno della considerazione razionale dei dati al terreno, molto più scivoloso e insidioso, delle credenze, dei ‘sentito dire’, delle fazioni, degli studi senza nessuna conferma che, forti della paura che inducono in molti, propinano dei rimedi che sono spesso peggiori del male da curare. E temo che la paura e il timore non siano abili consiglieri, in questo come in nessun caso. (Vi consiglio, in merito alla paura che diventa ossessione per i figli,  il bellissimo film Hungry Hearts).

Premesso questo, ma tornando al tema, la lettera è l’emblema della discriminazione elegante, il sunto del ‘si, però’, di tutti coloro che ‘non guardate me, guardate che le cause del vostro male stanno da un’altra parte’, nel continuo rimbalzo del ‘io faccio le mie scelte, non osate criticarle, e non guardate me se quelle scelte hanno conseguenze anche per voi’. La lettera parla di consapevolezza e responsabilità, non avendone e non volendone assumere nessuna. Non sono i nostri bambini a diffondere malattie, saranno quelli arrivati da chissà dove, nati e cresciuti in chissà quali condizioni, che vengono qua a renderci le cose ancora più difficili (sembrano gli untori di manzoniana memoria). Come si può pensare poi che un bambino nato e cresciuto in un paese sanitariamente stabile come il nostro, possa portare malattie? 

Vorrei che si informasse il signor Leoni che, per quanto ben vestito e circondato di comodità, senza nessun trasbordo su un gommone con altre centinaia di persone, pregando che la barca non si rovesci, anche un bambino nato in Italia può non solo contrarre ma anche diffondere queste malattie.

Vorrei ricordare al signor Leoni che i virus e i batteri, ben più evoluti di noi da questo punto di vista, non fanno distinzione tra residenti e immigrati, non chiedono la carta d’identità prima di infettare qualcuno e non si informano sulle condizioni sanitarie del paese nel quale l’ammalato si trova.

Vorrei precisare al signor Leoni che si, ha ragione, le condizioni sanitarie attraverso le quali si muovono queste persone sono disastrose, ma contrapporre la NOSTRA salute con la LORO salute, non aumenterà la probabilità di affrontare al meglio il problema.

Vorrei chiarire al signor Leoni che queste persone fuggono da paesi in guerra, o da paesi in condizioni disastrose, dove non solo spesso non esiste una sanità, ma neanche un diritto alla vita. 

Vorrei dire al signor Leoni che è del tutto pretestuoso accampare delle libertà per i propri figli, stabilendo che (forse) non possano fungere da vettori di contagio per altre persone, decretando indirettamente un diritto alla salute da preservare solo in alcuni casi (i nostri) nei confronti di tutti gli altri. 

Vorrei anche ribadire al signor Leoni che lui non si assume la piena responsabilità: lui si assume, come tutti i genitori, il rischio di fare delle scelte nei confronti dei figli. Come lui, altri genitori, che non possono assumersi nessuna responsabilità ma solo rischi pesantissimi perché non esistono alternative, ‘decidono’ di imbarcarsi verso viaggi terribili, che spesso terminano con morti orribili, con i propri figli. E vorrei che tenesse presente che questi genitori a volte si assumono la terribile responsabilità di far partire i loro figli da soli pur di non farli crescere nelle stesse condizioni in cui sono cresciuti loro.

Ecco io vorrei dire al signor Leoni tutte queste cose. E mi scuserà se utilizzo il suo esempio per parlare con i tanti leoni da tastiera che sempre con più difficoltà tengono a bada la loro intolleranza, a tutti questi leoni senza coraggio che hanno deciso di puntare il dito contro qualcuno, ostinandosi a chiudere gli occhi, le orecchie e il cuore di fronte al dramma che stiamo vivendo in diretta tutti i giorni. Lo vorrei dire a tutte quelle persone nel cuore delle quali urla sempre più forte l’egoismo per la paura della presunta perdita di pochi, piccoli privilegi e che si sentono minacciati da un massa di persone sempre più disperata e affamata.

Vorrei dirlo anche ai leoni peggiori, quelli mascherati da agnelli tolleranti e comprensivi, quelli che ‘io non sono razzista, però’, con il suo corrispettivo 2.0 ‘io farei una distinzione tra immigrati e profughi’, quelli che inneggiano alle sparate becere e populiste del politico di turno che, cavalcando le paure e le angosce di tutti noi, indicano l’immigrazione come la fonte di tutti i mali. 

Prevengo già le critiche che mi sono state rivolte decine di volte. Non voglio fare il buonista, immagino che l’accoglienza e la gestione di questi flussi sia cosa complicata. A differenza delle sempre più facili ricette sentite,  non so che cosa ci sia da fare, non ho quelle facili soluzioni care ai leoni spaventati. So solo che respingerli in massa o rimpatriarli nei loro paesi di origine, non farli sbarcare, lasciarli in mare, non mi sembrano grandi soluzioni. Come non mi sembra una grande soluzione accusarli, forse, della ricomparsa di alcune malattie (vedi la temibilissima scabbia). Sono sicuro che anche se gli dessimo fuoco, come tanti pietosi leoni propongono, nascerebbero dei comitati di protesta che urlerebbero a squarciagola ‘benzina agli italiani’.

Cari leoni, anziché puntare la zampa sull’altro, provate ad assumervi sul serio la vostra responsabilità, e a rivolgere quel dito verso di voi: magari riuscirete a scoprire cosa vi spaventa, cosa vi atterrisce e terrorizza. E non sarete costretti a fare branco per sentirvi più forti e spalleggiati. E ricordate che il leone più aggressivo è quello che ha più paura. Scrivere su Facebook ‘diamogli fuoco’ o gioire per un naufragio non vi rende simpatici: svela quanto terrore abbiate. E la paura è direttamente proporzionale alle idiozie che pubblicate e condividete. Comprendo non sia facile, ma urlare dietro alle ‘colpe’ dell’altro vi porterà sempre più lontano da voi stessi.

Questo è quello che volevo scrivere ai tanti leoni da tastiera che ho la fortuna di incontrare. Tutti gli altri mi scuseranno ma sentivo il bisogno di rimarcare alcune cose e condividere alcuni pensieri che da tempo, e con sempre più insistenza, agitano il mio cuore, sconvolto di fronte ad immagini sempre più abominevoli. 

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Crescere un figlio da soli

Famiglia, Psicologia 1 Comment »

come-comportarsi-con-un-figlio-adolescente_2fdc5e3c0fd3437e64f4423bdefd8742Accade sempre più spesso, soprattutto a causa di separazioni, (ma non solo, penso per esempio a famiglie immigrate), che le famiglie siano composte da un solo genitore con figli. Molti genitori avvertono la difficoltà di questa situazione, il ‘peso’ della famiglia tutto sulle proprie spalle, la difficoltà di essere e di dover fare, contemporaneamente da padre e da madre per i propri figli. La difficoltà viene percepita in maniera più netta quando il figlio o i figli diventano adolescenti, quando entrano in quella fase di vita che spesso provoca frizioni e contrasti con i propri genitori e che, in caso di famiglia monogenitoriale, viene percepita come ancora più ardua. Da questa premessa nasce la riflessione: cosa comporta essere un genitore solo? Cosa può comportare non essere supportati da un altro genitore?

Uno dei primi aspetti al quale prestare attenzione riguarda, sicuramente, il poter fornire informazioni chiare e precise sul perché questa sia la situazione nella quale si trova la famiglia. Il bambino probabilmente si chiederà come mai ha un solo genitore ed è indispensabile che in questo passaggio possa contare sulla correttezza di un racconto che possa esplicitare i motivi per i quali la sua famiglia sia così composta, quale sia la storia e quale ne siano le cause. Solo così il suo racconto di vita potrà essere integrato e non disgregato in frammenti dei quali, magari, non riesce a comprendere il senso:

Sia che la condizione di genitore single sia stata subita oppure voluta, non si può trascurare il fatto che tutti i figli vogliono fare una conoscenza, il più precisa possibile, delle proprie radici e delle proprie origini, con domande pressanti sul perché la loro crescita sia avvenuta senza poter contare sull’appoggio di due adulti. Naturalmente questo non vale per i figli rimasti orfani, per i quali, però, il genitore rimasto dovrà costantemente preoccuparsi di mantenere viva la memoria del padre o della madre che non è più lì al loro fianco a sostenerne il percorso di crescita[1] 

Altre importanti capacità che vengono richieste ai genitori soli, sono quelle di saper contemporaneamente rivestire il ruolo materno e paterno, e di riuscire ad alternare velocemente le due diverse funzioni:

La fatica doppia di un genitore single sta principalmente nell’imparare a coniugare ruolo materno e paterno nella stessa persona: essere materni comporta il saper offrire una solida sponda affettiva che faccia sentire un figlio amato, protetto e sostenuto per come è e non per cosa fa. Saper essere invece paterni significa far sentire un figlio contenuto, normato e regolato, in modo che i suoi processi esplorativi, trasgressivi o di individuazione possano sempre compiersi in modo tale da non essere autolesivi e soprattutto da essere funzionali al percorso di crescita, con la capacità di acquisire competenze di autocontrollo, autoconoscenza e buone relazioni con gli altri.

Il problema, tra l’altro, non consiste solo nel dover rivestire le due funzioni, ma anche nel saperle rendere velocemente alternative, intercambiabili, flessibili. Un genitore single deve saper prontamente assumere la funzione paterna che, per esempio, vieta a un figlio l’uscita non concordata e programmata durante il weekend e poi, in tempi rapidissimi, essere in grado di diventare sponda affettiva pronta a consolare la sensazione di solitudine e di isolamento dello stesso figlio, rimasto in casa e rinchiuso nella sua stanza, afflitto dalla percezione che tutti rideranno di lui per non essersi presentato all’appuntamento con il gruppo. C’è bisogno di così tanta forza interiore e, a volte, ci si sente così soli nel dover fronteggiare questa complessità, che non a tutti genitori single riesce possibile o anche solo pensabile questo veloce cambio d’abito. E proprio questa incapacità di muoversi con flessibilità e accortezza da un ruolo all’altro, mettendo in gioco funzioni così diverse, spesso porta il genitore single a cristallizzarsi solo su una posizione: così, o diventa ultraprotettivo e sempre accondiscendente, o al contrario ultrarigido e sempre in posizione di divieto. Inutile dire che è proprio questa ‘non mobilità’ a mettere maggiormente a rischio la crescita dell’adolescente. È per questo che al genitore che affronta da solo l’ingresso in adolescenza dei propri figli occorre una forte auto-consapevolezza ed eventualmente la capacità di saper chiedere aiuto, convinto che se la fatica educativa è al di sopra delle proprie forze è necessario essere presi per mano e accompagnati nel viaggio. [1] 

Quest’ultimo aspetto è, per un genitore, uno degli aspetti più difficili dei quali prendere consapevolezza: cogliere l’impossibilità di fare autonomamente e comprendere che la difficoltà può essere tale che si abbia bisogno di un aiuto. Intendiamoci: questo non vuole dire necessariamente rivolgersi ad uno psicologo: significa piuttosto avere idea dei propri limiti e delle proprie difficoltà, significa avere consapevolezza di dove si possa arrivare da soli e dove, invece, sia necessario appoggiarsi a qualcuno per avere aiuto. Chi possa essere il dispensatore di questo aiuto, poi, è la famiglia stessa a decidere: potrebbe essere un adulto competente col quale il figlio/figlia abbiano una buona relazione, potrebbe essere un insegnante, un amico di famiglia o, in caso di assenza di una figura di riferimento, un professionista qualificato. Questo supporto potrebbe garantire due diversi risultati: da una parte sarebbe un buon ‘ponte comunicativo esterno’ per il figlio, costituendo la premessa di un’ulteriore possibilità relazionale tra genitore e figlio; dall’altra potrebbe alleviare il genitore dal peso di sentirsi solo, essendo supportato dall’aiuto di un’altra persona.  

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

 

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Pellai, A. (2012), Questa casa non è un albergo!Feltrinelli, Milano, pp. 142-143

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I no che aiutano (i genitori) a crescere (2)

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I no che aiutano (i genitori) a crescere (2)L’autrice spiega questa incapacità ad assumere il ruolo genitoriale come una continua giovinezza che non permette ai genitori di collocarsi nella fascia adulta. Credo sia vero, soprattutto considerando il peso che la nostra società pone sempre più di frequente sul mito dell’eterna giovinezza, sull’abbaglio che si possa essere giovani per sempre. Nella società italiana vi è spesso poi la tendenza a rimanere figli anche in età adulta, e questo viversi figli rende ancora più complesso focalizzare le funzioni genitoriali nel momento in cui si diventa effettivamente genitori. I futuri genitori crescono quindi in una sorta di immaturità emotiva che, non permettendo loro di percepirsi appieno come adulti, non lascia loro spazio per costruire ed interiorizzare un’immagine di se stessi come genitori. Questa può essere una delle cause per cui poi si assiste ad un continuo oscillare tra posizioni amicali e posizioni genitoriali che spesso non ha altra conseguenza se non quella di disorientare i figli.

Il rischio è che i figli si trovino appunto a dover fare i conti con genitori non del tutto consapevoli del ruolo che ricoprono e che i genitori non siano in grado di assumere gli aspetti più problematici (i no appunto!) e non si trovino a dovere marcare una funzione, quella genitoriale, con la quale, abbiamo visto in precedenza, si ha spesso difficoltà ad interagire proprio perché segna inesorabilmente il nostro passaggio nell’età adulta. Si dice spesso che i genitori crescano con i figli: credo avvenga proprio in questo movimento: le continue richieste dei figli obbligano un genitore a prendere posizione rispetto al proprio ruolo. E abbiamo già delineato come la non accettazione del proprio ruolo adulto di guida possa, non essendo stato riconosciuto ed accettato, creare problemi al genitore stesso che si trova nella condizione di non saper fronteggiare queste richieste. Nella crescita è soprattutto l’adolescenza il periodo che più influisce su questo equilibrio perché muta i rapporti all’interno della famiglia. Le dinamiche diventano più complesse perché alla crescita dei figli corrisponde la marcatura del ruolo adulto dei genitori stessi che si trovano dunque a dover accettare de facto una condizione per cui spesso non si sentono pronti. Il rischio è che nascano conflitti e che si esacerbino proprio nel momento in cui lo scontro generazionale è più esplicito.

In questo fase dovrebbe giocare un ruolo fondamentale la presenza genitoriale, perché contenitiva rispetto alle tensioni che questo momento vitale comporta nella vita delle famiglie. Un ‘buon’ genitore è il genitore che, consapevole del ruolo che ricopre per il proprio figlio, è in grado di accollarsi gli onori e gli oneri della sua posizione, riuscendo a creare una relazione con il proprio figlio senza che questo comporti l’annullamento della distanza generazione o funzionale all’interno della famiglia stessa. Un genitore che fa il compagno grande del figlio probabilmente non dovrà fare i conti con la messa in discussione da parte del figlio adolescente ma altrettanto probabilmente non sarà riuscito ad assolvere in pieno alla sua funzione genitoriale. 

L’importanza dell’adulto risiede proprio nel suo compito di ‘traduttore’ della realtà, di ‘potenziatore’ di soluzioni alternative, di ‘sostegno’ emotivo, oltre che cognitivo, alla capacità di prendere decisioni: azioni fondamentali per affrontare compiti evolutivi richiesti dalla crescita! [1]

In conclusione ci è stato detto in un famoso libro quanto i no aiutino i figli a crescere [2]. Forse bisognerebbe iniziare a pensare quanto quegli stessi no aiutino a far crescere anche i genitori di quei figli.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, GiuntiDemetra, Firenze, pag. 96

[2] Phillips, A. (2003), I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano 

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I no che aiutano (i genitori) a crescere (1)

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I no che aiutano (i genitori) a crescere (1)A quale genitore non è mai capito di dover dire ‘no’ al proprio figlio? Il post di oggi cerca di occuparsi proprio di questo: quanto sia difficile per un genitore dire di no, ma da un punto di vista diverso: quanto i no costino al genitore stesso. Questo è uno dei temi più dibattuti ultimamente riguardo l’educazione dei propri figli. Quando un genitore deve dire di no? L’argomento, come dicevo, è dibattuto da tempo perché è uno degli interrogativi su cui ci si interroga di più: è necessario dire qualche volta di no o è meglio accogliere le richieste dei figli? Diverse le tendenze: da una parte coloro che si prodigano per l’accettazione incondizionata di qualunque richiesta da parte dei figli, dall’altra coloro che invece ritengono che i genitori debbano mantenere una sorta di ‘distacco genitoriale’ rispetto ai figli. Naturalmente, come in tutti gli estremi, la soluzione potrebbe trovarsi nella mediazione ed è forse necessario cercare di considerare quella che è l’utilità di alcuni no e l’utilità di alcuni si. Il tema di questo post però voleva focalizzarsi non tanto sulla capacità dei genitori di accogliere le richieste dei figli quanto sulla capacità o meno dei genitori di riuscire a farlo.

In altre parole l‘argomento vuole essere non tanto un ragionamento sui diversi stili di educazione che i genitori possono assumere nei confronti dei figli, quanto piuttosto quella che appare spesso come un’incapacità di accettare il proprio ruolo da parte dei genitori stessi. Essere genitori significa spesso anche sobbarcarsi le parti ‘spiacevoli’ che la posizione comporta. Molti genitori ritengono invece di poter ovviare alla complessità del proprio ruolo semplicemente diventando amici dei loro figli e non si preoccupano quindi di quelle che possono essere le conseguenze di quello che dicono loro. Non sembrano essere in grado dunque di prendere in considerazione quello che è il ruolo di responsabilità che l’essere genitore spesso comporta. Questo necessariamente significa prendere delle posizioni, che spesso possono essere scomode, e tenere ferme queste decisioni. Mantenere queste posizioni non è per niente facile ed è più semplice ovviare con una posizione intermedia (la posizione amicale) che però disorienta i ragazzi che, crescendo, hanno bisogno di un modello adulto al quale confrontandosi (avvicinandosi o allontanandosene) ma col quale comunque prendere le misure. Se questo modello è un surrogato della loro cerchia amicale come può avvenire un processo di crescita equilibrato? Svolgere un ruolo genitoriale significa spesso utilizzare dei no, no che definiscono delle regole, dei confini, degli equilibri che spesso si ha timore a mantenere

Vi riporto un brano del libro Scuola: istruzioni per l’uso che descrive bene quello che cerco di dirvi riguardo al ruolo genitoriale:

Chiedo ai genitori: perché un figlio non dovrebbe avere un tempo per giocare, un tempo per interrompere i giochi, un tempo per aiutare, un tempo per studiare, un tempo per andare a letto? Perché dovrebbe essere così pericoloso dire un ‘no’ senza chiedersi, allarmati, quale trauma si stia provocando? Ho l’impressione che l’adulto oggi sia più fragile, abbia un’eccessiva paura di sbagliare e rimandi ad altri la responsabilità di porre limiti. Il sentirsi tutti un po’ più giovani delle precedenti generazioni, il dimostrare meno anni di quelli che si hanno, per cui oggi a cinquant’anni se ne possono mostrare anche dieci di meno, rischia di farci assumere atteggiamenti mentali non consoni all’essere comunque adulti. Non mi interessa che abbiate ben chiaro cosa si vuole quando si è adolescenti: (…), nostro figlio ha bisogno di un genitore, non di un amico, o di un adulto che fa l’adolescente. Nel momento che diventiamo genitori, perdiamo il diritto a rimanere adolescenti spensierati, trasgressivi e senza confini. Questa è la condizione dei nostri figli. Loro si aspettano un adulto, certamente comprensivo, disposto al dialogo, all’ascolto, ma autorevole e stabile. Un modello con cui rapportarsi, da imitare in qualche momento e da combattere in altri. I figli non sono i nostri giocattoli, neppure cavie per vedere cosa vuol dire essere genitore! L’essere genitori è un’eccellente esperienza, un viaggio magnifico, una ricerca coinvolgente, una continua trasformazione anche per noi stessi per condividere le tappe evolutive dei nostri figli, ma accompagnandoli, in quanto persone adulte, contenendoli, indirizzandoli, ben convinti che non saranno (e non dovranno essere) le nostre copie e neppure la realizzazione dei nostri desideri! [1]

– Continua –

[1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, GiuntiDemetra, Firenze, pag. 168

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