L’apprendimento permanente

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L'apprendimento permanenteIl post di oggi è dedicato ad un aspetto spesso messo in secondo piano in molte professioni ma che reputo fondamentale in una professione, quella dello psicologo, in cui la formazione dovrebbe essere continua e costante. Sto parlando, dell’apprendimento permanente, quello che viene spesso indicato col termine inglese di lifelong learning. Lo psicologo gode già di un apprendimento temporalmente molto lungo, in cui esperienze teoriche si associano, o dovrebbero farlo, con esperienze pratiche. Il percorso che porta una persona a fregiarsi del titolo di psicologo è data dalla frequenza di cinque anni di Università, un anno di tirocinio post laurea, l’esame di stato e la possibilità di iscrizione all’Ordine. Se il nostro psicologo volesse diventare anche psicoterapeuta deve mettere in conto altri 4 anni di scuola di specializzazione accompagnati, anche in questo caso, da tirocini pratici che gli consentano di maturare anche delle esperienze che non siano solo teoriche. Finito questo periodo di apprendimento obbligatorio, che dura comunque ben 10 anni, il professionista è libero di non fare più nulla. Potrebbe, considerato chiuso il ciclo di apprendimento, pensare di non avere più nulla da imparare e pensare di aver raggiunto il massimo del sapere possibile.

Ecco credo che questo tipo di posizione sia assolutamente deleteria in ogni campo ma in particolar modo in professioni nelle quali invece l’affinamento e la conoscenza non possono e non devono essere considerate come concluse od esaustive ma sempre come un work in progress, un continuum dal quale non allontanarsi. Ecco perché cerco di curare la mia formazione e perché invito a non guardare di buon occhio i professionisti che, arrivati ad una certo punto nella formazione, scelgono di sedersi sulle vette raggiunte e non scelgono di andare avanti. Il concetto di apprendimento permanente ha, per me, a che fare con un vero e proprio approccio nella vita di un individuo: ha a che fare col fatto di non sentirsi mai completi, mai arrivati, ha a che fare con la possibilità che ci si riconosca sempre uno spazio in cui permettere ad altro di entrare, maturare e magari arricchirci.

Ci sono varie voci critiche a questo tipo di concetto. La critica più ricorrente è che un sistema sociale che punta su una formazione permanente parte dal presupposto che ci sia sempre qualcuno che insegna e qualcuno che impara, ponendo quindi l’accento sulla posizione più debole di chi ha ancora, e sempre, da imparare. Non sono assolutamente d’accordo su questa posizione. La posizione di chi deve imparare non è necessariamente debole nel momento in cui la si accompagna dalla consapevolezza della necessità di un atteggiamento aperto verso l’apprendimento stesso. Mi spiego meglio: io, avendo ancora o meglio potendo ancora imparare, non nego la validità di tutto ciò che ho imparato fino a questo momento, ma credo sia presente lo spazio per interessarmi a qualcosa di nuovo. Questo qualcosa di nuovo non necessariamente sarà utile nella mia professione, nel senso che magari non verrà messo in pratica quotidianamente. Sarà, secondo me, utile alla mia professione l’atteggiamento di curiosità e di apertura mentale che mi ha portato nella direzione di voler apprendere quella determinata realtà. In questo, secondo me, esiste una differenza.

Il concetto del lifelong learning ha subito un’accelerata in questi ultimi tempi, dato che è stato legato alla riqualificazione o riformazione professionale in momenti, come quelli in cui viviamo, in cui è necessario fronteggiare dei cambiamenti lavorativi spesso anche drastici. La formazione continua sarebbe uno strumento in più per superare questo tipo di impasse. Io credo che sia riduttivo questo punto di vista, e sono convinto che dovrebbe diventare un modello di vita vero e proprio dove, al posto del falso mito dell’esperto, si affianca un percorso di formazione continua che innovando, cambiando e trasformando, permetta di costruire conoscenze continue che rendano lo stesso apprendimento non fine a se stesso o ‘finito’ ma punto di passaggio verso possibili ulteriori evoluzioni. D’altronde non lo diceva già Socrate 2400 e passa anni fa di sapere di non sapere? Quale miglior motore per spingerci a cercare di saperne di più?

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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Reparti oncologici a misura d’uomo…

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Reparti oncologici a misura d'uomo...Vi riporto un articolo del Corriere della Sera che riguarda i possibili miglioramenti da attuare per favorire la degenza in strutture ospedaliere per coloro che si ammalano di tumore. Stiamo parlando di circa 300.000 persone in Italia che soffrirebbero, nel loro percorso terapeutico, di forme di ansia e di depressione. Senza contare il sistema di relazioni che risente necessariamente di questa condizione andando perciò a riflettersi sulle persone che stanno vicine alla persona.

Il progetto HUCARE (HUmanization of CAncer caRE) è un progetto pilota che cerca di migliorare la permanenza delle persone nei reparti oncologici, ha evidenziato cinque aree sulla quali dovrebbero concentrarsi gli sforzi di miglioramento:

  1. corsi di formazione alla comunicazione per tutto il personale (medici e infermieri);
  2. applicazione sistematica di un percorso informativo e di supporto per i tutti i nuovi pazienti;
  3. utilizzo di una lista di “domande-chiave” che i malati possono rivolgere all’oncologo perché dispongano delle informazioni necessarie sulla neoplasia e sulle migliori terapie disponibili;
  4. presenza di un “infermiere di riferimento” dedicato ad ogni nuovo malato che inizia una trattamento;
  5. rilevazione dello stato di ansia e depressione per tutti i malati grazie a un questionario ed eventuale consulenza psicologica (se indicata).

Quello che mi sembra rilevante, di questo progetto è il fatto che sembrerebbero necessarie più informazioni: per il personale e per i pazienti. Solo la consapevolezza di quello che sta succedendo loro può aiutarli a fronteggiare un male così impattante. C’è molto da lavorare. Ma, credo, queste iniziative sono degli ottimi inizi.

Come detto l’articolo è del Corriere della Sera, a firma di Vera Martinelli della Fondazione Veronesi.

Il link dell’articolo:

http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/11_ottobre_09/hucare-umanizzazione-ospedali-martinella_913d4ca0-f1c5-11e0-8be4-a71b6e0dfe47.shtml

Se volete saperne di più sul progetto, cliccando sulla parola

HUCARE

sarete direttamente reindirizzati sul sito dell’associazione.

A presto…

Fabrizio

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