FILM: Still Alice

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Still AliceCosa sono i ricordi e quanto questi influiscono nel definire chi siamo? Cosa succederebbe se li perdessimo? Se le nostre esperienze sono quello che ci rende tali, cosa ne sarebbe di noi nel momento in cui queste, gradualmente, scompaiono?  Cosa accade quando a tutto questo si aggiunge la consapevolezza dell’inesorabilità del declino cognitivo? Sono alcune delle domande venutemi in mente guardando un bellissimo film, Still Alice, diretto da Richard Glatzer e da Wash Westmoreland, interpretato, nel ruolo della protagonista Alice, da Julianne Moore, che grazie alla sua interpretazione vinse l’Oscar come miglior attrice protagonista. 

Tra le altre cose Richard Glatzer, uno dei registi, ebbe esperienza diretta di cosa poteva implicare questa degenerazione, dato che gli venne diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) durante la lavorazione del film ed è infine morto per le complicazioni della malattia nel marzo del 2015. Il film racconta la storia di Alice, donna determinata, insegnante di linguistica alla Columbia University, una donna che ha costruito tutta sé stessa sul piano intellettivo e cognitivo. Alice ha anche una famiglia, un marito e tre figli Anna, Tom e Lydia. Ed in questa vita all’apparenza perfetta, è la stessa Alice che inizia a rendersi conto di come ci sia qualcosa che non va. Il tutto inizia apparentemente in maniera casuale, dimenticando, come capita a molti di noi, un termine o una parola, e proprio lei, che ha fatto della sua vita una continua ricerca delle nostre doti cognitive, soprattutto per quanto concerne il linguaggio, e quindi la capacità comunicativa delle persone, si trova a dover sperimentare cosa succeda quando una malattia degenerativa dapprima modifichi e poi distrugga del tutto le nostre capacità mnemoniche e, con esse, la nostra intera vita. 

Pur avendo solo 50 anni, infatti, Alice è portatrice di un patrimonio genetico che la espone all’insorgenza precoce del morbo di Alzheimer, una forma di demenza invalidante e particolarmente compromissiva per la vita dell’individuo. Assistiamo così all’inesorabile decadimento intellettuale di una donna prima nel pieno possesso della sua vita. La progressione è sempre più rapida e dimenticare un termine si accompagna al disorientamento spaziale e temporale, al mancato riconoscimento delle cose e delle persone. La veloce discesa nel mondo della patologia aumenta lo scollamento della vita di Alice da quella dei suoi familiari.

Come tutte le malattie, infatti, anche il morbo di Alzheimer ha una fortissima componente relazionale, dal momento che non colpisce la singola persona, ma si ripercuote sulla vita delle persone vicine, provocando conseguenze sulla relazioni sociali dell’individuo il quale, sempre più velocemente, con la perdita della capacità di orientarsi nel tempo e nello spazio, perde qualunque autonomia. I contraccolpi di questa riorganizzazione sono molto evidenti nella vita della famiglia di Alice

L’iniziale amore e comprensione per quello che le succede, lascia spazio anche ad incomprensioni, egoismi e rabbia, in un oscillare profondamente umano di grandezza e piccolezza, aspetti che caratterizzano il modo in cui spesso affrontiamo le fasi altalenanti della nostra vita. 

Il film è esemplificativo per la capacità che ha di introdurci nella complessità e difficoltà della vita di una famiglia ‘normale’ nella quale le piccole beghe tra sorelle e i trasferimenti per la carriera lasciano il posto ad un vero e proprio dramma, al rovesciamento di ruoli, alla necessaria riorganizzazione familiare dovuta alla malattia. Mi ha personalmente permesso di focalizzare l’attenzione sul dramma che le persone colpite dal morbo di Alzheimer devono sopportare, lo sfaldamento di ogni loro ricordo, il frantumarsi di ogni autonomia, di ogni piccola certezza di tutti quei singoli punti di riferimento che le persone costruiscono con fatica per orienterai all’interno della loro stessa vita. Il film descrive bene la mancanza di capacità di messa a fuoco del senso della vita dell’individuo, l’impossibilità di una consapevolezza di se stessi che viene a sfumare dolorosamente in un continuo presente mai trattenuto. Una patologia che solo in Italia colpisce circa 500.000 persone e le loro famiglie e che, dato l’allungarsi medio della vita degli individui, è destinato a colpire un sempre maggior numero di persone, una malattia per la quale a tutt’oggi non c’è alcun tipo di cura, una patologia della quale, mi accorgo, sapevo troppo poco. Questa, secondo me, è la grandezza di un film: non lasciare indifferente lo spettatore e spingere l’attenzione di chi guarda verso il tema proposto. E Still Alice credo sia in grado di farlo.

Come sempre chi l’avesse visto e volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure commentando il post. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

 

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Luci ed ombre del DSM V

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Luci ed ombre del DSM VE’ uscita la nuova edizione, la quinta per l’esattezza, del celebre DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali. Questa edizione era largamente attesa perché ha introdotto notevoli differenze rispetto alle edizioni precedenti. Tutte positive? Non proprio. Le vedremo più avanti. Per chi non sapesse cosa sia questo manuale è necessaria una piccola introduzione. Il DSM è fondamentalmente la bibbia delle diagnosi psichiatriche. Contiene le classificazioni di quelle che ad oggi sono considerate malattie mentali, i criteri che devono essere presenti per emettere una diagnosi, i tempi lungo cui questi criteri devono comparire per poter essere classificati come tali. Il DSM è largamente usato in psichiatria proprio perché pone dei criteri ‘certi ed oggettivi’ per le classificazioni stesse. Come tutte le generalizzazioni, naturalmente, mostra anche i suoi limiti, ma sicuramente si è provato a fare un passo avanti rispetto alle edizioni precedenti. I passi avanti riguardano una maggiore attenzione riguardo alla razza, al sesso e all’etnia, cercando di prendere in considerazione dunque tutte quelle differenze legate ad una appartenenza sociale che altrimenti potrebbero essere classificate semplicemente come patologiche. Altri fattori positivi sono:

  1. Introduzione di nuove categorie per i disturbi dell’apprendimento e una categoria diagnostica unica per i disturbi dello spettro autistico, con inclusione di tutte le diagnosi dei disturbi autistici, sindrome di Asperger, disturbo dirompente dell’infanzia e disturbo pervasivo dello sviluppo (NAS). I membri del gruppo di lavoro inoltre raccomandano la modifica dell’etichetta diagnostica di “ritardo mentale”, da tramutare in “disabilità intellettuale”.
  2. Eliminazione delle attuali diagnosi di abuso da sostanze e dipendenza a favore della nuova categoria “dipendenze e disturbi correlati”. Questi includono disturbi da abuso di sostanza, dove ogni tipo di sostanza viene definita con la propria specifica categoria diagnostica. In questo modo sarà più semplice distinguere tra la ricerca compulsiva di sostanze, nell’ambito della dipendenza (“craving”), e la normale riposta di aumento della tolleranza nei casi di pazienti che usano quei farmaci che alterano il sistema nervoso centrale.
  3. Creazione di una nuova categoria diagnostica per le “dipendenze comportamentali” in qui verrà inserito il “gambling”. Alcuni specialisti hanno richiesto l’inclusione, all’interno di questa categoria, anche della dipendenza da internet, ma ancora non esistono dati sufficienti per rendere ufficiale tale inserimento. Al contrario, però, questa diagnosi verrà inserita in appendice, con lo scopo di promuovere studi sull’argomento.
  4. Inserimento di nuove scale per valutare il rischio suicidiario in adulti e adolescenti, con lo scopo di aiutare i clinici ad identificare coloro maggiormente a rischio. Le scale includono criteri derivati da ricerche sull’argomento, come ad esempio l’impulsività e l’uso di alcol in adolescenza.
  5. Considerazione di una nuova categoria di “sindromi a rischio” (“risk syndromes”), per aiutare i clinici a identificare precocemente eventuali disturbi mentali gravi, come demenza e psicosi.
  6. Inserimento della categoria diagnostica di “disregolazione del temperamento con disforia” (temper dysregulation with dysphoria, TDD), all’interno della sezione dei Disturbi dell’umore. I nuovi criteri saranno basati su studi precedenti con lo scopo di aiutare i clinici a distinguere i bambini con TDD da coloro i quali presentano un disturbo bipolare o un disturbo di tipo oppositivo provocatorio.
  7. Riconoscimento del disturbo da alimentazione incontrollata e criteri più adeguati per le diagnosi di Anoressia (AN) e Bulimia nervosa (BN). [1]

Accanto ad aspetti positivi ve ne sono altri decisamente più discutibili che andrebbero valutati con attenzione. In un articolo rilasciato dal Fatto quotidiano (sotto trovate il link per poterlo leggere) lo psichiatra Paolo Migone dell’Università di Parma sostiene come, tra i peggioramenti dell’attuale edizione del DSM ci sia l’abbassamento delle soglie per la diagnosi (ridotto il numero di sintomi sufficienti a dire che una persona è malata), col risultato che si creeranno molti falsi positivi con conseguente aumento di consumo di farmaci, che peraltro aumenteranno i costi per il Servizio sanitario nazionale e i cittadini”. (…)  Tante le nuove malattie ‘create’ dal DSM-5, per esempio il disturbo di disregolazione dirompente dell’umore che medicalizzerà gli scatti di rabbia, con conseguenze soprattutto sui bambini. La tristezza del lutto diverrà depressione, con somministrazione di farmaci inutili a quanti hanno perso una persona amata e vivono il lutto più a lungo del “normale”. Normali dimenticanze e defaillance cognitive degli anziani verranno diagnosticate come disturbo neurocognitivo minore, creando falsi allarmi e sofferenze in persone che non svilupperanno mai una demenza e anche chi la svilupperà, dato che non vi è una terapia per curarli (…). Aumenteranno le diagnosi di iperattività e deficit d’attenzione (ADHD) soprattutto nell’adulto, con crescita dell’abuso di stimolanti. A causa dell’abbassamento della soglia diagnostica del disturbo da alimentazione incontrollata (Binge Eating), abbuffarsi 12 volte in tre mesi non sarà più segno di golosità, ma malattia mentale. Per di più, continua Migone, l’introduzione del concetto di ‘dipendenze comportamentalì (le nuove dipendenze) potrà “favorire una cultura secondo cui tutto ciò che ci piace molto diventa disturbo mentale. [2]

Come potete vedere non mancano sicuramente i punti critici sopratutto per coloro che ritengono eccessiva questa medicalizzazione di molti comportamenti umani con il rischio che provochino un aumento del consumo di psicofarmaci. Non tutti sono d’accordo su questo tipo di lettura dal momento che il DSM V offre classificazioni diagnostiche che erano state appena abbozzate nelle edizioni precedenti. Insomma pro e contro di quello che sostanzialmente è e rimane solo uno strumento. Uno strumento decisamente importante, va detto, ma il cui uso è reso utile e fruttuoso solamente dalla persona che quello strumento usa e maneggia. Non è necessario essere degli esperti per sapere che qualunque strumento anche se ottimo non ha nessuna validità se utilizzato impropriamente. Il DSM V, con tutte le accortezze del caso naturalmente visto che stiamo parlando di persone, non fa eccezione e deve essere utilizzato con attenzione. Solo questo renderà il suo utilizzo utile e non superfluo.  Chi volesse consultare le pagine citate trova i link alla fine della pagina. L’articolo, come detto, è del Fatto Quotidiano. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Wikipedia (DSM)

[2] Se voleste leggere l’articolo cliccate qui

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L’ipersessualità è una malattia?

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L'ipersessualità è una malattiaVi riporto i risultati di uno studio svolto negli Stati Uniti che dimostrerebbe come l’ipersessualità (sex addiction) possa essere considerata un vero e proprio disturbo mentale. Lo studio è stato condotto dalla University of California di Los Angeles (Ucla) che avrebbe testato i criteri per diagnosticare come disturbo. Il team che ha svolto l’indagine, composto da un’equipe di psichiatri, psicologi, terapisti di coppia ed assistenti sociali che hanno validato i criteri individuati, considerandoli utili per poter arrivare a una diagnosi di questo tipo di problema che in Italia riguarda il 6% degli uomini e il 3% delle donne. Questo team di esperti sarebbe arrivato alla considerazione che la sex addiction sarebbe una forma di patologia e che andrebbe inserita nella revisione del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) il testo che contiene tutti i criteri diagnostici delle patologie oggi ufficialmente riconosciute. Per essere ammessi alla classificazione nel DSM-V, la cui nuova edizione (ora siamo al DSM-IV) è prevista per il 2013, le classificazioni nosografiche devono essere non solo molto precise ma anche temporalmente definite. Nell’articolo si fa cenno ai sintomi rilevabili nella sex addiction: i criteri diagnostici (…) includono una serie di sintomi (…) tra cui la ricorrenza ossessiva di fantasie sessuali, manifestazioni di dipendenza sessuale che durano sei mesi o più e che non sono riconducibili ad altre cause come abuso di sostanze, disturbo bipolare. Inoltre, perché sia fatta una diagnosi di ipersessualità devono verificarsi attività o comportamenti legati alla sessualità anche in presenza di stati emotivi poco piacevoli come la depressione o il ricorso al sesso come strategia per combattere lo stress. In più, deve trattarsi di persone che hanno provato a ridurre o fermare la compulsione sessuale senza riuscirci e la cui vita di relazione e professionale è stata negativamente condizionata. La sex addiction sarebbe una di quelle dipendenze ‘nuove’per le quali si lavora alla classificazione, come la dipendenza nel gioco d’azzardo o lo shopping compulsivo. Secondo Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Psichiatria dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano il meccanismo è identico a quello che si verifica con la dipendenza da droghe o alcol perché vengono attivate le stesse aree del cervello e sarebbero le nuove frontiere per definire le patologie che stanno letteralmente esplodendo in questi ultimi anni come la dipendenza dal gioco d’azzardo o la dipendenza da internet.

Questo tipo di risultati, con le conseguenti classificazioni, mi lasciano spesso perplesso. Mi chiedo perché questo tipo d comportamento non può risultare tra i disturbi ossessivo compulsivi. Non potrebbero essere delle specificazioni di un disturbo più ampio? Il DSM sarebbe così molto più ‘pratico’ dal momento che qualunque patologia ufficialmente riconosciuta rientrerebbe all’interno di una classificazione più ampia che la ricomprende e la significa meglio. La strada che si sta seguendo, invece, è totalmente contraria e assistiamo ad una continua suddivisione e segmentazione delle patologie in quadri sempre più circoscritti e limitati. A cosa porta questa parcellizzazione dei disturbi psichiatrici, questa continua rincorsa a definire qualunque tipo di disturbo umano e farlo rientrare in una categoria diagnostica a parte? Temo sia essenzialmente dovuta a motivi economici. Il fatto che esiste una diagnosi, che venga ufficialmente riconosciuta, che sia condivisa, comporta non solo la nascita dello specialista che se ne dovrebbe occupare ma anche, e soprattutto, della terapia farmacologica sottostante. E non dimentichiamo di quanto possa essere potente la spinta delle case farmaceutiche per vedere riconosciute delle patologie per le quali, poi, sarà necessario indicare e chiarire il farmaco da utilizzare. Tutto questo, lungi dal migliorare la comprensione del comportamento umano, rende se vogliamo ancora più difficoltoso capire le ragioni di una persona. E ci si trova spesso davanti a diagnosi per le quali risulta difficile capire la ragione.

Intanto il link: qui

L’articolo è di Irma D’Aria

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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La depressione? Arriva a 40 anni!

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La depressione Arriva a 40 anniVi segnalo un articolo di Repubblica che riguarda un aspetto particolare della depressione. Uno studio pubblicato dall’IZA Institute di Bonn, svolto dai ricercatori delle Università di Warwick e di Stirling, stabilirebbe, infatti, che, in Europa, un quarantenne su 10  ha assunto almeno un antidepressivo nel corso del 2010. I paesi che avrebbero il più alto consumo di antidepressivi sarebbero Inghilterra, Portogallo, Francia e Lituania. In questa particolare classifica il nostro Paese si collocherebbe nella fascia più bassa con appena l’1% della popolazione di 40enni che fa uso di farmaci antidepressivi per più di quattro volte a settimana.

La ricerca metterebbe in luce come, nella fascia d’età presa in considerazione, sarebbero più colpite le donne rispetto agli uomini. Ad aggravare il consumo inciderebbero caratteristiche come il fatto di essere disoccupate, divorziate o separate.

Quello che colpisce di più è la motivazione che spiegherebbe il perché dell’insorgenza della depressione in questa particolare fascia d’età. Il motivo sarebbe legato al disvelamento dell’impossibilità di perseguire i propri sogni. Mi spiego meglio: da giovani si ha l’impressione che ogni tipo di obiettivo possa essere alla nostra portata, che per ogni cosa si desideri, ci sia la possibilità temporale di conquistarla. Mano a mano che la vita procede, i nostri sogni dovrebbero fare i conti con il dato di realtà che, spesso, si rivela inferiore alle aspettative. Questo può causare quel senso di scoramento o di fallimento che porta ad un consumo di sostanze antidepressive. Ovviamente ci sarebbe da discutere sul perché ormai sembriamo così inadatti a fare i conti con la realtà. Forse, drogati da anni di investimenti in sogni-alla-portata-di-tutti, appena la nostra vita si discosta dal magico mondo che qualcuno aveva immaginato per noi, ci sentiamo incompleti, non arrivati. Falliti.

Non sarebbe ora di rivedere le nostre priorità? E di deciderle da noi invece di farcele imporre da qualcuno?

Per il momento il link:

http://www.repubblica.it/salute/forma-e-bellezza/2011/06/23/news/depressi_a_40_anni-18108441/

L’articolo è di Irma D’Aria.

A presto…

Fabrizio

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Ancora sulla psichiatria…

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Ancora sulla psichiatria...Ho già accennato al movimento psichiatrico e a quello anti-psichiatrico (cfr. Il manifesto del delirio). In quell’articolo riportavo un passo del testo Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia di Carl Whitaker. Sempre nel post, si parlava dell’esistenza di due grandi ’scuole’ di pensiero: da una parte coloro che ritengono la malattia mentale la semplice disfunzione di un sistema e che, perciò, non avrebbe nessun significato ma andrebbe solo ‘corretta’, dall’altro coloro che ritengono che ogni malattia mentale assuma un significato, un senso per la persona che quella malattia stessa manifesta. Il primo approccio è l’approccio ‘psichiatrico’, per cui la cura dello scompenso è legata all’assunzione di una sostanza con capacità terapeutiche. Il secondo approccio è legato alla cosiddetta anti-psichiatria e fa riferimento all’opposizione per metodi di cure che prevedano l’uso massivo di farmaci o l’internamento del paziente in strutture cosiddette ‘istituzioni totali’ sottoposti a cure coatte (come poteva avvenire negli istituti psichiatrici).

Come accennato, in realtà, a ben pensarci, questo secondo tipo di approccio è molto più rivoluzionario di quanto considerato fino a questo punto. Infatti, nel primo caso, il focus dell’attenzione è legato al portatore della malattia mentale che si trova così, solo, di fronte ai suoi deficit, alle sue mancanze che vanno corrette. Dall’altra, c’è tutto un movimento ‘sociale’ che cerca di strappare il primato della malattia mentale dal singolo per ricollocarlo nella giusta dimensione: la dimensione sociale. La dimensione di sistema. Allora, e il capovolgimento di prospettiva è totale, non è il singolo ad avere una malattia da curare, quanto il portavoce di un sistema di relazioni che non funzionano. Dovremmo, dunque parlare di relazioni patologiche. Non più persone. Ma se il focus della malattia non è più sul singolo, giocoforza non è più il singolo da curare, ma il sistema intero nella quale il singolo si trova.

Questo approccio sociale, è stato fondamentale nel cambiare poi gli interventi che si volevano attuare nella comprensione del disagio mentale. Non aveva senso isolare una persona malata, in una istituzione totale (un’istituzione cioè, che sovraintendeva a qualsiasi aspetto della vita pratica di un indivduo come potevano essere i manicomi), ‘curarla’ e contenerla, perchè nessuna cura poteva prescindere dalla considerazione del contesto più vasto nella quale quella persona stessa era cresciuta.

Che senso avevano, in questa nuova prospettiva, gli istituti psichiatrici?

Nessuno. Basaglia stesso in proposito diceva: Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale (…); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo. (Franco Basaglia, La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione, 1964).

Parole che, a distanza di quasi 50 anni, fanno decisamente ancora riflettere.

A presto…

Fabrizio

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Il manifesto del delirio…

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Il manifesto del delirio...Mi imbatto in quello che lo stesso autore intitola: il mio sistema delirante “il manifesto di Whitaker”. Vi riporto integralmente il pezzo che mi ha incuriosito:

Durante i molti anni dedicati alla cura dei pazienti schizofrenici, ho sviluppato un particolare concetto di salute. Mi sono convinto che il cittadino socialmente adattato, l’individuo culturalmente integrato, sia, fondamentalmente, un ipocrita. Partecipa ad un gioco socialmente disonesto, fingendo che il proprio punto di vista coincida con quello degli altri, che l’altruismo sia un valore importante e che le persone politicamente disoneste siano solo eccezioni.

Io sono convinto che siamo tutti disonesti, né più né meno di qualsiasi uomo politico. Predichiamo bene e razzoliamo male, fingendo di non voler essere il centro del nostro mondo. Nascondiamo con cura la nostra vita privata e mostriamo di noi stessi solo una facciata sociale, artificiale e sostanzialmente ipocrita.

Sono anche convinto che la psicopatologia sia in realtà prova di salute psicologica .(La sottolineatura è mia. Nel libro è in corsivo.)

L’individuo che ha pensieri che appaiono distorti è una persona che sceglie di combattere dentro di sé una guerra dichiarata, piuttosto che arrendersi alla schiavitù sociale. Il suo sistema delirante e le sue allucinazioni sono la conseguenza diretta di questa battaglia contro la sua situazione esistenziale e contro lo stress che deve sopportare per non diventare una non-persona, una specie di automa sociale. Gli schizofrenici sono individui patologicamente risoluti a vivere all’altezza della propria immagine del mondo. Soffrono di un eccesso di integrità. Sono stati allenati ad essere capri espiatori: eroi o furfanti, immolano se stessi nel tentativo di cambiare il mondo, e di sconvolgere il sistema che li irretisce in modo tanto ipocrita.

Penso che la depressione, che viene considerata una patologia individuale, sia in realtà la risposta alla concreta percezione della patologia negli altri. E’ il riconoscimento dell’inutilità di qualsiasi sforzo per alleviare il dolore del mondo. L’attacco maniacale è la contro mossa fondamentale di essere altruisti. [1]

Più che delirante, questo manifesto, assolutamente condivisibile, mi sembra si possa inserire in quel filone di critica concettuale che vede contrapposte due grandi ‘scuole’: da una parte coloro che ritengono la malattia mentale la semplice disfunzione di un sistema e che, perciò, non avrebbe nessun significato ma andrebbe solo ‘corretta’, dall’altro coloro che ritengono che ogni malattia mentale assuma un significato, un senso, per la persona che quella malattia stessa manifesta. Il primo approccio è l’approccio ‘psichiatrico’, per cui la cura dello scompenso è legata all’assunzione di una sostanza con capacità terapeutiche. Il secondo approccio è legato alla cosiddetta anti-psichiatria e fa riferimento all’opposizione per metodi di cure che prevedano l’uso massivo di farmaci o l’internamento del paziente in strutture cosiddette ‘istituzioni totali’ sottoposti a cure coatte (come poteva avvenire negli istituti psichiatrici). Uno dei più grandi rappresentanti di questo ultimo approccio in Italia fu Franco Basaglia, promotore della legge 180, che portò alla chiusura degli istituti psichiatrici e alla concezione di un diverso approccio alla salute mentale. Altro punto su cui volevo soffermarmi, e che ho sottolineato con il colore arancione, riguarda la considerazione del fatto che la depressione non sia da considerarsi come patologia individuale. Come potete vedere, è un cambio di prospettiva notevole che non pone più l’accento sul singolo come malato, ma sulla rete di relazioni.

È un tema abbastanza complesso sul quale dovremo necessariamente tornare. Voi, intanto, che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

 

[1] Whitaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 68

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Falso miele…

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Falso miele...Avrete, forse, sentito la storia della grazia concessa dal Presidente Giorgio Napolitano il 15 Ottobre scorso a Calogero Crapanzano, il padre che quattro anni fa, uccise il figlio Angelo, 27 anni, dopo l’ennesima crisi violenta del ragazzo. Angelo era autistico e, a quanto ne sappiamo, era stato colpito da meningite quando era piccolissimo. Il tutto ha avuto come teatro il quartiere di Falsomiele a Palermo. Falsomiele. Un nome che mi ha colpito. I latini dicevano nomen omen. Nel nome, un destino. Non c’è nessun miele in questa storia, nessuna dolcezza. La grazia concessa permette ad un padre di essere a posto nei confronti della legge. Ma, temo, dovrà per sempre fare i conti con la mancanza di suo figlio. E’ un nome che descrive appieno l’ambivalenza di questa storia. Il padre di Angelo accudiva il figlio da solo dal momento che anche la moglie dell’uomo soffriva di forti esaurimenti nervosi. La situazione era insomma abbastanza pesante e Calogero, all’ennesimo scoppio d’ira del figlio, ha reagito in modo definitivo. Il giudice che si trovò a giudicarlo per primo, Lorenzo Matassa, difese l’imputato asserendo che l’uomo, e la sua famiglia, fossero stati lasciati soli sia di fronte alla malattia del figlio, sia di fronte alla difesa della salute, bene la cui difesa è prevista dalla nostra Costituzione. Per queste motivazioni, Matassa fu duramente criticato è accusato di “troppa partecipazione, di troppo afflato, di eccessiva comprensione umana…“( fonte Corriere della Sera) A parte che ci sarebbere da discutere su cosa sia la eccessiva comprensione umana, la vicenda mi ha fatto riflettere, dal momento che si colloca nel confine tra cosa è lecito fare e cosa no. Può un uomo per quanto esasperato da una situazione terribilmente complicata, porre fine alla vita di un’altra persona? E’ tollerabile che le attenuanti possano trovarsi nella salute mentale? Perché sembra che questa famiglia fosse lasciata sola nell’affrontare questa situazione? Nessuno si era mai accorto di come ci fosse la possibilità di arrivare ad un punto di non ritorno?

No, non ho delle risposte. Conosco troppo poco di questa storia per potermi permettere di darvene. Spero che, conoscendomi, sappiate che preferisco un sicuro dubbio ad una confusa certezza.

Penso sempre, però, come, in vicende come questa, l’unica mia vera certezza sia muoversi con rispetto. Rispetto delle persone coinvolte. Della storia. Di una morte. Di una storia carica di sofferenza. Una storia, forse, condizionata dalla solitudine di due persone che si sono trovate impreparate ad affrontare quello che il figlio rappresentava per loro. Una storia che, con le sue ombre, le sue ambiguità, le sue incertezze, forse ha qualcosa da insegnare anche a tutti noi.

A presto…

Fabrizio

 

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Salute mentale e malattia…

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Salute mentale e malattia...In questo post affronteremo la differenza tra salute mentale e malattia. L’idea comune vuole che dallo psicologo ci vadano i matti. Questa idea è talmente radicata che le persone spesso non si trovano a loro agio nel dire che stanno andando da uno psicologo, come se questo potesse avere ripercussioni sulla loro immagine sociale. Voglio dire, nessuno si sognerebbe di pensare a cosa sta pensando l’altro se gli dicessi che sto andando da un dentista. Invece molti pensano che l’altro potrebbe pensare ‘male’ di noi se sapesse che stiamo andando da uno psicologo.

Il pensiero automatico è l’associazione tra l’andare da uno psicologo e pensare che ci sia qualcosa che non va.

Credo che dovremmo iniziare a sfatare questo mito con alcune obiezioni:

  1. Come abbiamo detto, una persona che si rivolge ad uno psicologo non necessariamente è una persona con problemi mentali. Talvolta è semplicemente una persona che si trova in una fase della propria vita nella quale è necessario fare un punto. Talvolta si tratta di periodi complessi della propria storia personale (lutti, separazioni, grossi cambiamenti…) che non permettono di vivere serenamente e risultano ostacolo per il futuro. Talvolta, però, l’insorgenza del problema sembra non essere legata a nulla di diverso da ciò che facevamo di solito, e questo spaventa, disorienta, fa pensare che la causa del malessere possa essere grave, possa essere l’esordio di qualcosa di molto serio. A volte questa stessa paura atterrisce più del sintomo stesso e ci porta ad essere ostaggio di entrambi: del sintomo e della paura. Tra queste paure possiamo mettere anche quella che le persone ci considerino matti, etichettandoci e isolandoci.
  2. Questo ultimo punto può innescare un cortocircuito potenzialmente pericoloso: la paura dell’isolamento può portare a negare il fatto di percepire un problema, e spingerci a trascurarlo o ignorarlo. C’è il rischio così di un aggravamento che, mettendo ancora più timore, rende la soluzione apparentemente sempre più lontana e difficile. In questo senso un punto di vista esterno può spezzare il circolo vizioso permettendo di vedere da una prospettiva più obiettiva la situazione.
  3. Non penso che il confronto con l’altro sia mai una cosa sbagliata. Se l’altro è anche qualificato e viene da anni di studio, il confronto può produrre risultati molto buoni.
  4. La maggiore obiezione che mi viene in mente è, però, una delle premesse della mia impostazione personale e lavorativa.Credo, come disse Seneca, che l’uomo sia un animale sociale e che sia inserito in una serie di relazioni, significative e non, che lo forgiano e che lo plasmano. Data questa premessa non ha senso dire che una persona è matta semplicemente perché equivarrebbe a considerarla come una realtà a se stante ed isolata. Se accettate le mie premesse, dovreste condividere anche le conclusioni: più che considerare la persona come malata possiamo al massimo parlare di relazioni alterate. Possiamo discutere poi di come queste alterazioni nelle relazioni si riflettano sulla singola persona.

Come al solito vi lascio con più domande che risposte ma l’arte del dubbio è una delle arti che più mi affascinano. Su alcune tematiche ovviamente, data l’ampiezza, torneremo a parlare.

 

Per il momento buona riflessione.

A presto…

Fabrizio

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