La responsabilità

Psicologia, Società… Nessun Commento »

responsabilitàMi sono reso conto che spesso, nei miei post ma anche quando lavoro, parlo di responsabilità, di prendersi la responsabilità, di avere la responsabilità di guidare le proprie scelte, le proprie decisioni, la propria vita. Le parole, e anche questo è un mio leitmotiv abbastanza ricorrente, hanno un peso e costituiscono l’impalcatura attraverso la quale costruiamo e creiamo la realtà all’interno della quale ci muoviamo. Per questo mi è sembrata doverosa una riflessione sul termine stesso: responsabilità. Cosa vuol dire essere responsabili? In che modo ci si può prendere la responsabilità? Come per tutte le cose, credo sia meglio partire dall’inizio, dal significato del termine. Secondo la definizione dell’enciclopedia Treccani, la parola responsabilità deriva dal latino responsum «risposta» e sarebbe la capacità di rispondere dei propri comportamenti, rendendone ragione e accettandone le conseguenze. Cercando la stessa parola su Google, abbiamo questa definizione: ‘congruenza con un impegno assunto o con un comportamento, in quanto importa e sottintende l’accettazione di ogni conseguenza, specie dal punto di vista della sanzione morale e giuridica: assumersi, addossarsi, prendersi la responsabilità di un’azione; una grande, una grave responsabilità; mi assumo per intero la responsabilità; non voglio alcuna responsabilità’.

Queste prime definizioni riescono a darci un’idea generale di cosa sia, nel senso comune, la responsabilità e il significato è contenuto nell’etimologia stessa della parola. Responsabilità è parola formata da altre due parole: responso (risposta appunto in latino) e abilità. La responsabilità sarebbe dunque l’abilità di dare risposta, la capacità di rimandare il perché della propria azione, l’idea di riuscire a rispondere delle conseguenze dei propri atti. Ecco un primo punto: rimandare a chi? A chi si deve rispondere delle proprie azioni? Generalmente ci si immagina che il primo al quale si debba rendere questa risposta sia l’altro ed è per l’altro che ci si prende la responsabilità di quello che si è fatto, sia che la cosa fatta abbia valenza positiva sia che la cosa fatta abbia valenza negativa. Se, giocando a pallone, rompessi il vetro di una finestra, il pensiero immediato sarebbe prendermi (o non prendermi, naturalmente!) la responsabilità rispetto agli altri di quello che ho fatto. Se fossi ancora a scuola e prendessi un bel voto, il primo pensiero, probabilmente, sarebbe di immaginare cosa penseranno gli altri quando sapranno che ho preso un voto così bello. La responsabilità sembra acquistare senso compiuto quando la si relaziona agli altri quando, cioè, si pensa alle conseguenze di quell’azione e alla capacità di rispondere di quell’azione in relazione al vissuto degli altri.

Questo, però, è solo un primo passo nella riflessione. Se è vero che nell’accezione immediata il riferimento è agli altri, all’esterno, si può, nello stesso tempo, parlare di responsabilità nei confronti di sé stessi? Si può essere responsabili nei confronti di quello che è la propria storia, la personale esperienza e il proprio vissuto? La risposta dovrebbe essere si, ma non sempre è quello che viene in mente quando si tratta questo tema, dal momento che la responsabilità la si immagina, come abbiamo appena detto, in relazione agli altri.

Credo sia necessario rivalutare la dimensione personale della responsabilità e iniziare a pensarla non più come solo in relazione all’altro, ma prendendo come punto di partenza sé stessi. La responsabilità di sé è la capacita di rispondere in primo luogo a noi stessi, l’abilità di capire il perché di quel comportamento, di quell’azione a partire, ripeto, da noi stessi. E in qualche modo di non pensare che l’unica responsabilità sia da riferire al mondo esterno. Questo processo non è automatico, anzi: non siamo abituati a pensare di dover chiarire innanzitutto a noi stessi il perché di quello che facciamo, sentire di avere l’abilità di risposta in primo luogo a noi, convinti, come siamo, che gli unici verso i quali siamo responsabili siano gli altri. Solo recuperando questa dimensione saremo veramente più responsabili. Anche con gli altri. Perché considerare questa prospettiva non vuol dire negare l’altra, anzi. Essere responsabili in primis per sé stessi non vuol dire non esserlo rispetto agli altri. Le due dimensione non sono contrapposte ma profondamente integrabili. Nel momento in cui io sono responsabile di quello che faccio (o penso o credo, ecc), non posso necessariamente che esserlo anche per l’altro perché conscio che quello che ho fatto rappresenta me stesso. Se parto da me, cercando di assumermi la responsabilità di capire cosa mi rappresenti di quello che faccio, avrò la possibilità di essere altrettanto responsabile anche nei confronti dell’altro. Se invece penso alla mia responsabilità partendo da quello che credo si aspetti l’altro, potrei anche portare avanti delle azioni (o delle idee o delle convinzioni) che non so quanto mi rappresentino, correndo il rischio di essere solo apparentemente responsabile di quello che sto portando avanti.

Questa presa di responsabilità nei confronti prima di sé stessi che dell’esterno è particolarmente importante perché segna un ideale passaggio dall’attribuire il perché di quello che facciamo dall’esterno all’interno di noi. Come detto, se pongo il focus della responsabilità all’esterno, allora crederò di dover essere responsabile per quello che gli altri si aspettano da me; ma potrei non essere del tutto in sintonia con quello che in realtà penso. Se pongo il focus all’interno di me stesso, non potrò non essere responsabile di quello che porto avanti.

Come detto fin qua sembra un discorso tutto sommato semplice. Ma esistono situazioni nelle quali la responsabilità del singolo e quella collettiva non sono facilmente districabili. Un esempio che possa fare intuire la complessità di quello su cui stiamo ragionando potrebbe essere questo: immaginiamo un soldato tedesco in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Quel soldato è responsabile di quello che avviene intorno a lui? Se poniamo il focus al suo esterno possiamo dire che c’è una guerra in corso, o che lui non prende le decisioni ma esegue soltanto gli ordini, che la situazione generale è ben più complessa e così via. Se poniamo il focus della responsabilità al suo interno, non possiamo dire nulla di tutto questo, perché quel soldato è nelle condizioni di comprendere quello che sta succedendo attorno a lui. È responsabile? Naturalmente so che è un quesito estremamente complesso, ma il modo in cui immaginate di rispondere lascia intravedere come vi poniate rispetto all’idea di responsabilità. Senza semplificare troppo, perché l’esempio costruito non lo consentirebbe, il soldato avrebbe potuto fare qualunque cosa per rifiutarsi di fare quello che sta facendo. Finanche non diventare un soldato. Invece si trova lì, di guardia, e suppongo si possa affermare che abbia già parte della responsabilità di costruire quello che sta succedendo attorno a lui. Anche perché, e ne sono sempre più convinto, le cose dipendono in grandissima misura da ognuno di noi. Tornando all’esempio, quello che è successo durante la Seconda Guerra Mondiale non è qualcosa comparso dal nulla, ma un processo costruito da milioni di singoli comportamenti, singole responsabilità rivolte verso lo stesso obiettivo e allineate nella stessa direzione. Ogni singola persona è stata responsabile di quello che è stato costruito, ma la maggior parte ne attribuiva all’esterno le cause. I cittadini tedeschi sono stati responsabili alla stregua di un soldato? Già questo singolo esempio può essere utile per rivelarci la complessità e l’intreccio di piani (personale, sociale, fisico ed emotivo) che il tema necessariamente comporta.

Tornando al nostro tema, rivolgere il focus attentivo al nostro interno, piuttosto che all’esterno, è decisamente articolato perché, come appena accennato, implica prendersi in toto la responsabilità del nostro agito/vissuto senza la possibilità di poter addossare agli altri le conseguenze di quello che succede nella nostra vita. Ed è questo l’aspetto che più mette in difficoltà ognuno di noi, sentirsi costruttori attivi di quello che è la vita nella quale ci muoviamo. Ed è per questo che possiamo vivere in maniera consolatoria l’attribuire ad altri le responsabilità delle cose ‘brutte’ che ci succedono. 

Ma forse mi sto dilungando troppo in questa riflessione: ho sicuramente la responsabilità di essere prolisso e scrivere post lunghi, ma vi lascio quella di avermi seguito fino a questo punto.

Se voleste prendervi anche quella di dirmi che ne pensate, sapete come fare!

A presto…

Fabrizio Boninu

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Le 10 qualità di uno psicologo competente (2)

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Psicologo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • Assenza di giudizio e rispetto: un professionista competente è una persona che cerca di conoscere i suoi pregiudizi (vedi il punto terapia personale) e, ri-conoscendoli, riesce a ‘tenerli a bada’ all’interno della relazione terapeutica. Questo aspetto è importante per creare un clima accogliente e aperto all’interno del setting terapeutico. Il giudizio può essere distruttivo all’interno della relazione terapeutica, perché può minare la capacità dell’altro di sentirsi libero nell’aprirsi su aspetti difficili e complessi della sua vita. Se c’è un clima di giudizio, questa libertà sarà limitata e il paziente si sentirà in difficoltà rispetto a quello che vuole comunicare al professionista al quale si è rivolto. Il professionista d’altro canto potrebbe essere in difficoltà con le sue opinioni personali, sempre, come detto, che non abbia ben chiaro il suo ruolo all’interno della terapia e i confini che le sue posizioni dovrebbero avere rispetto a quelle del paziente. Prendiamo, come esempio, il caso di un professionista particolarmente religioso di fronte all’aborto di una sua paziente. Se il professionista non riesce a fare una distinzione tra quelle che sono le sue convinzioni, e quelle che sono le convinzioni dell’altro (si veda a questo proposito anche il punto successivo), può facilmente sfociare in dinamiche giudicanti, in movimenti per cui stabilisce cosa sarebbe stato meglio fare o cosa sarebbe stato giusto fare in un contesto di questo tipo. Niente di più pericoloso nel contesto terapeutico. Il professionista non si trova di fronte a voi per dirvi cosa avreste dovuto fare, ma per cercare di aiutarvi a capire che senso ha questo nella vostra vita. Le scelte sono assolutamente personali e nessun professionista competente si sognerebbe mai di esprimere giudizi su quelle che sono le scelte di una persona in un’altra storia e in un altro contesto. Se avete a che fare con un professionista che spande giudizi, che promulga sentenze, che da consigli, che sa cosa sia per voi giusto o sbagliato e che invece non vi aiuti e vi accompagni a capire cosa per voi sia giusto o sbagliato, probabilmente non è un professionista competente. Un buon professionista non cerca di cambiarvi a sua immagine e somiglianza, piuttosto vi accompagna nel trovare la vostra strada.
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Le 10 qualità di uno psicologo competente (1)

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PsicologoQuali possono essere le qualità di uno psicologo? Quali possono essere i fattori che concorrono nel rendere un professionista valido oppure no? Queste domande mi circolano per la mente da qualche tempo e, sull’onda della mia esperienza personale e di quello che mi raccontano i colleghi con i quali ho la fortuna di essere in contatto, ho pensato di stilare una sorta di elenco di quelle che possono essere le caratteristiche che fanno di un professionista un buon professionista e cercare di capire quale di queste caratteristiche possano essere fondamentale nella costruzione di un buon rapporto terapeutico. 

  • Capacità di comunicare e ascoltare: la prima dote che dovrebbe averne uno psicologo suppongo possa essere la capacità di comunicare. Questo non vuol dire che uno psicologo debba essere un oratore, quanto che riesca a comprendere e a farsi comprendere dal suo interlocutore. All’interno di una relazione terapeutica questo aspetto è particolarmente importante perché la relazione stessa si basa sulla comunicazione. Se questa è deficitaria, lo sarà la relazione stessa. Uno psicologo devo essere in grado di comunicare e di ascoltare quello che la persona che ha di fronte gli porta. E questo fa la differenza tra un uno psicologo competente e uno psicologo incompetente. Comunicare è qualcosa di ben più complesso di prestare l’orecchio quando qualcuno sta parlando con me, perché comprende la gestione dei tempi, degli spazi, dei silenzi nella relazione. Ed è questa l’abilità che un professionista competente dovrebbe stare attento ad affinare.

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Ho sognato di volare: che significa?

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UnknownSpesso capita che quando le persone vengono a sapere che sono uno psicologo mi sottopongano i loro sogni anche nei contesti più improbabili: al bar, in strada, in spiaggia… Di solito la conversazione comincia con un: ‘tu che sei psicologo…’ Poco tempo fa, per esempio, mi è stato chiesto in spiaggia di cercare di interpretare cosa volesse dire sognare di volare!

Questo tipo di domande mi fanno sempre uno strano effetto perché se da un lato segnalano la fortissima curiosità che circonda il tema della psicologia applicata al quotidiano, come per esempio i sogni, è anche vero che denotano una forte banalizzazione del tema come se uno psicologo, forte delle proprie doti divinatorie, potesse comprendere attraverso un sogno il mondo ricco e complesso di un individuo. Alla mia reticenza nell’interpretazione spesso le persone non reagiscono bene. Questo pensiero semplificatorio è, credo, frutto di anni e anni di disinformazione, nei quali riviste e giornali (o altri mezzi di comunicazione) hanno accolto la pagina dedicata allo psicologo di turno in grado di dare soluzioni a tutto. Secondo me è una banalizzazione eccessiva e tutte le rubriche di questo tipo dovrebbero ricordarlo ai propri lettori o ai propri ascoltatori. Mettendo da parte un momento questa polemica, che ci porterebbe troppo lontano dal tema che voglio affrontare, le ragioni per cui io non mi sento di accondiscendere a questo tipo di richieste sono fondamentalmente due: da una parte credo che per utilizzare al meglio uno strumento come il sogno questo vada inserito in una conoscenza della persona che lo porta. E’ del tutto inutile che azzardi a caso un’interpretazione basata sul nulla, che non ha alcun valore probativo rispetto a quello che può dire chiunque altro voglia interpretarlo. In più, e questo è il secondo forte motivo, mi sembrerebbe di fare un torto al sogno se banalizzassi così il suo significato.

In realtà credo che il sogno sia una porta enorme e affascinante sul mondo interno dell’individuo. Come tutte le cose va saputo significare nel migliore dei modi, ne va capito il senso in relazione alla vita dell’individuo che lo porta. Già Freud nel suo testo fondamentale L’interpretazione dei sogni (1898)[1], pose in luce alcune delle funzioni e dei meccanismi di funzionamento del sogno stesso e il valore assolutamente rilevante che i sogni potevano avere non solo nel lavoro terapeutico con il paziente, ma anche nella complessa economia conoscitiva delle modalità di funzionamento psichico dell’individuo che quei sogni portava. La ricerca attuale sul sogno, accantonando molte delle presunte non oggettività del percorso psicanalitico, si è concentrata sui correlati fisiologici del sogno stesso, grazie ai potenti mezzi di visualizzazione dell’attività cerebrale dei quali possiamo disporre attualmente. Pur non ritenendo necessaria la possibilità di studiare una materia complessa come i sogni, data la loro difficile classificazione secondo il metodo scientifico, viene comunque da chiedersi perché, all’interno di un’ottica evolutiva che privilegia i cambiamenti necessari, il sogno sia rimasto un elemento presente nell’attività mentale umana. Questo grande interrogativo non permette di liquidare i sogni come semplici sottoprodotti dell’attività cosciente. In questo senso sono perfettamente in linea con le parole della collega Occhionero: alcuni liquidano il sogno come un fenomeno assolutamente irrilevante per per l’economia cognitiva: l’attività mentale durante il sonno è un semplice epifenomeno del sonno stesso. Detto in altri termini, il cervello, in quanto tale, non può non produrre fatti cognitivi anche se non ve ne è nessuna necessità. Non esiste alcuna condizione (…) in cui il cervello dell’uomo non sia in grado di produrre una qualche attività mentale. (…) Il sogno è uno stato mentale e come tale ha a che fare con la coscienza, meglio, esso è uno stato della coscienza, essendoci un accordo generale tra tutti i ricercatori nel considerare la coscienza come un universo a molti livelli di complessità. [2] 

Questa complessità è l’aspetto che più mi fa stare alla larga dalla semplificazione del sogno stesso, da una facile lettura e ridefinizione che non tenga conto della stratificazione di significati, vissuti, pensieri che il sogno stesso rappresenta. E, se questa premessa è vera, non si può non dover riconsiderare il bisogno di un lavoro attento e preciso sull’interpretazione del sogno stesso, un lavoro che necessariamente non può prescindere da un lavoro più ampio sulla persona stessa.

Altrimenti l’interpretazione di un sogno rimane alla stregua di un gioco. Certo, si può fare e può essere divertente. Ma non si dovrebbe dimenticare che come gioco è nato e che di gioco si tratta. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Freud, S. (2010), L’interpretazione dei sogni, Newton Compton, Roma

[2] Occhionero, M. (2009), Il sogno, Carocci, Roma, pag. 89

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Il terapeuta in terapia

Psicologia 1 Comment »

questo non è un divanoCome si lavora in terapia? Questa domanda è (o dovrebbe essere) presente nella quotidianità del lavoro terapeutico, perché la capacità di porsi tale quesito denota una buona capacità di osservazione di se stessi ed è una delle caratteristiche necessarie e indispensabili nella vita lavorativa di ogni psicologo. Il punto fondamentale è l’immagine che un professionista ha di quello che è il suo ruolo in terapia. Cosa pensa debba fare in terapia? Cominciamo con una premessa: non esiste un’immagine fissa e statica di quello che dovrebbe essere il suo ruolo perché, come tutte le immagini, è soggetta a cambiamenti e ad aggiustamenti. Molti di noi, per lo meno ad inizio carriera professionale, hanno un’idea abbastanza preconcetta e precostituita di cosa voglia dire fare lo psicologo: cosa bisogna fare, come mi devo comportare, quali siano le cosa migliori da fare in terapia. Insomma, si costituisce uno schema fisso su cosa si deve fare e cosa non si deve fare per essere un buon terapeuta e questa immagine può diventare uno schema molto rigido che costituisce una sorta di cornice invalicabile a quello che si ritiene sia opportuno fare terapia. L’esperienza quotidiana del lavoro porta, di contro, ad affrontare situazioni complesse che travalicano gli schemi, situazioni che sono mutevoli e instabili, non prevedibili e discontinue e vanno aldilà dello schema che ci imponiamo. Questo continuo incontro/scontro con i confini dovrebbe portare lo psicologo ad interrogarsi su quale senso abbiano questi confini, su come definiscano la professione, su come definiscano il suo modo di lavorare, su come siano importanti nel definire la sua relazione col lavoro, su come riescano ad influenzare l’idea stessa della propria professionalità in relazione al suo lavoro.

Quando ho iniziato a lavorare ritenevo non fosse particolarmente saggio rivelare dettagli della mia vita in nessun caso all’interno della relazione terapeutica. La mia immagina era quella di relazione sbilanciata (il paziente parla, lo psicologo tace), l’immagine dello psicologo ‘misterioso’ , che mai si sognerebbe di giocare dettagli della sua vita in terapia. In realtà, con l’esperienza e con la formazione avuta successivamente, ho iniziato a pensare che fornire dei particolari della propria vita, e quindi raccontarsi, possa avere una funzione importante nello stabilire un contatto ed una vicinanza con il proprio paziente. Continuando a studiare, ho appreso che questa viene usata come tecnica nel lavoro ed è chiamata self-disclosure.

Lo stile di conduzione della terapia da parte del terapeuta è, in definitiva, il risultato di una molteplicità di fattori che ha come centro di partenza il terapeuta stesso e la sua visione della sua relazione col paziente. Parte dalla sua formazione e, non fermandosi a questa, costruisce una relazione basata sulle caratteristiche uniche e personali del terapeuta stesso e quelle della persona con la quale lavora e sta costruendo una relazione terapeutica.

A questo proposito ho trovato particolarmente interessante il passaggio del libro che vi riporto, e che reputo uno dei migliori letti ultimamente, (trovate tutti i riferimenti bibliografici in fondo all’articolo). L’unica premessa della quale avete bisogno è l’utilizzo che l’autore fa del termine guru con il quale intende il terapeuta che costituisce la guida del suo pellegrino (paziente). Non fatevi fuorviare dal termine: nel libro è usato in maniera ironica e sancisce proprio la possibilità che non esista un ‘guru’ ma che ognuno debba trovare in se stesso la capacità di prendere in mano la sua vita:

Quando lavoro con un paziente, non solo ascolto la sua storia ma gli racconto anche la mia. Per raggiungere una meta, dobbiamo conoscerci a vicenda. Uno dei lussi dell’essere uno psicoterapeuta è che aiuta a mantenerti onesto. È un po’ come rimanere nella terapia per tutta la vita. Mi aiuta a rimanere impegnato nella narrazione ripetuta della mia storia per il resto di quel pellegrinaggio che è la mia vita. La ricerca condotta nell’autorilevazione appoggia la mia esperienza che l’apertura personale del guru facilita e invita l’apertura crescente del pellegrino. Ma io opero non per aiutare il paziente, ma per aiutare me stesso. È dal centro del mio stesso essere che vengo spinto a partecipare la mia storia. Il fatto che ciò aiuti il paziente è un vantaggio secondario. Ogni volta che commetto l’errore di dare una parte di me stesso deliberatamente per spingere il paziente a condividere con me una parte maggiore di se stesso, egli si ribella alla manipolazione, alla qualità ipocrita e pretenziosa dei miei sforzi. Negli ultimi anni, al contrario, mi fido sempre più dei miei sentimenti, e faccio quanto mi sento di fare senza cercare di controllare l’effetto sul paziente. Quando un paziente diffidente mette in questione la mia sincerità in contrapposizione al mio uso deliberato di tecniche psicoterapeutiche, mi trovo totalmente disinteressato alla distinzione. Non mi chiedo se sono sincero o tecnico quasi da quando ho rinunciato a chiedermi se sono egoista o altruista. Che differenza fa tutto questo? Come possono aiutarmi le risposte a tali domande? (…)

Lo scambio reciproco delle autoriparazioni tra guru e pellegrino, naturalmente, dà priorità a quella del cercatore. Sotto certi aspetti io sono un esperto pagato per offrire servizi. Il paziente, anche se può esserne inconsapevole sa esattamente, sempre meglio di me, dove cominciare ogni seduta. [1]

Questa è la sintesi perfetta di ciò che intendevo, sulla capacità che ognuno di noi dovrebbe avere in seduta di iniziare da se stesso, di partire dalla propria realtà, di aiutare aiutandosi. Solo partendo da noi possiamo arrivare all’altro, solo mettendo l’accento su quanto possiamo aiutare noi stessi siamo in grado di essere d’aiuto agli altri.

E credo fosse una possibilità che neanche prendevo in considerazione quando ho iniziato a lavorare. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] S. B., Kopp (1972), Se incontri il Buddha per la strada uccidilo, Astrolabio, Roma, pag. 29

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INIZIATIVE: SETTIMANA DEL BENESSERE PSICOLOGICO

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psicologiDal 02 all’08 Novembre si svolgerà nelle provincie di Cagliari e Carbonia-Iglesias, promossa dall’ordine degli Psicologi della Regione Sardegna, la Settimana del Benessere Psicologico. L’iniziativa, come ogni anno, propone una serie di eventi (seminari, workshop, conferenze, studi aperti) che permettono di avvicinare le persone ad una professione, quella dello psicologo e dello psicoterapeuta, spesso percepite come lontane e distanti. Si terranno, quindi, una serie di dibattiti, seminari, e aperture di studi con la finalità di avvicinare la nostra professione alle persone che ne sono interessate.

Ho aderito per il terzo anno consecutivo a questo progetto, convinto della bontà di un’iniziativa che permette ad un sempre maggiore numero di persone di conoscere più da vicino il mio lavoro. Il contributo che ho pensato di dare è di offrire un colloquio di consulenza gratuito a coloro che ne fossero interessati (bambini, adolescenti, adulti, coppie e famiglie). Chi volesse approfittare dell’iniziativa può contattarmi tramite:

Telefono: 392 0008369

Mail: fabrizioboninu@gmail.com

I colloqui si svolgeranno, previo appuntamento, presso i miei studi:

Piazza Salento, 7 CAGLIARI (da lunedì 02.11.15 a giovedì 05.11.15)

Via Roma angolo piazza Marmilla, CARBONIA (venerdì 06.11.15)

Per maggiori informazioni, potete visitare il sito www.lopsicologovirtuale.it o il blog fabrizioboninu.blog.tiscali.it

Tutti coloro i quali volessero un elenco completo delle iniziative che si svolgeranno durante l’intera settimana può cliccare su Calendario Eventi Settimana del Benessere Psicologico. Sarete reindirizzati sulla pagina del sito dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna all’interno della quale troverete, divise giorno per giorno, l’elenco completo delle iniziative che sono state programmate durante tutta la settimana.

Spero che in tanti possiate avvalervi delle iniziative proposte. 

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Io parto da me

Psicologia 2 Comments »

parto alla ricerca di me stesso...300Non vi nascondo che ho in mente questa riflessione da parecchio tempo e credo di aver avuto delle difficoltà a metterla per iscritto. Se voleste seguirmi, proverò a spiegarmi meglio. Un ideale punto di partenza potrebbe essere la considerazione su quella che (temo) sia una delle tendenze che noto più spesso in questi tempi: la tuttologia. Questa tendenza affligge tutti coloro i quali, non avendo specifiche competenze in determinati campi (economia, salute, ecc), si vedono invece depositari dello scibile umano e si sentono in dovere di ribadirlo con gli altri, magari anche con persone che stanno faticosamente cercando di costruire una propria competenza in un campo specifico. Talvolta questo avviene con modi non propri mirabili e i tuttologi puntano il dito su quanto ‘gli altri’ non capiscano niente, quanto non comprendano il mondo, come le cose andrebbero fatte in altro modo, o nel peggiore dei casi, che tutto quello che viene fatto/detto/scritto non sia mosso dalle migliori intenzioni. È capitato con alcuni argomenti trattati su questo blog: i post sulle cosiddette teorie riparative o quello sull’omogenitorialità hanno provocato una serie di commenti e di mail non propriamente edificanti.  Sono stato accusato di non essere obiettivo, di nascondere delle informazioni, di essere poco trasparente.

Sono d’accordo sul fatto che le posizioni possano essere messe in discussione, d’accordo che si possa criticare tutto (sono il primo a spingere in questa direzione!). Ciò che, invece, non comprendo sono le posizioni di coloro che, non avendo strumenti per parlare del tema specifico, irridono i temi trattati e passino dalle critiche sui temi proposti a contestazioni di tipo personale (sono ‘dalla parte di’, ‘nascondo informazioni’, ‘travio le persone’, ecc). Come ho avuto modo di notare e segnalare più volte, questo avviene senza freni particolarmente nelle interazioni su internet. Da queste premesse sono nate le domande: che cosa origina tutta questa acredine nelle discussioni? Da dove viene questa presunta sicumera? Da dove arriva questa insopportabile saccenza per la quale tutti ostentano di sapere tutto di tutte le cose e irridono gli altri per le proprie posizioni? Dove origina l’incapacità ad accettare le competenze altrui? Se dovessi riassumere queste domande con una sola probabilmente sarebbe: perché molti pretendono di cambiare il mondo partendo dagli altri?

Non volendo specificamente entrare sul tema della competenza e sul conseguente appiattimento nel quale chiunque sembra potersi pronunciare su tutto, l’aspetto che più mi colpisce riguarda il fatto che tutti hanno il desiderio di voler migliorare le cose partendo dagli altri. È l’altro che deve cambiare, è l’altro che deve apportare delle modifiche, è l’altro che deve mutare, ed è sempre l’altro che deve iniziare a farlo. È raro, invece, che una persona inizi partendo da sé, è raro che una persona cominci a pensare di voler cambiare le cose partendo da quello che può fare (o può smettere di fare) per migliorare il mondo o, più semplicemente, una discussione, ed è sempre più raro che una persona metta in discussione le sue scelte, i suoi stili, i suoi pensieri per iniziare a modificare quella che è la società che ci circonda. L’altro è in malafede, l’altro non ha capito nulla, l’altro è prezzolato. L’altro DEVE cambiare il suo atteggiamento/pensiero/azione/emozione. Noi, invece, andiamo bene così.

Qualche tempo fa avremmo potuto etichettare questo automatismo con termini come scissione e proiezione, due tra i meccanismi più primitivi di difesa. Individuata una parte di noi che non ci piace, la scindiamo e la proiettiamo sugli altri potendo, in questo modo, criticare una parte che sentiamo non appartenerci. Questa parte non ci appartiene, appartiene all’altro, eppure ci fa arrabbiare molto. Da dove deriva tutta questa rabbia? Una possibile spiegazione potrebbe essere che questa parte ‘rifiutata’ in realtà sia a noi molto vicina e che questa scissione, questo non riconoscimento per una parte così importante di noi, per quanto non ci piaccia, provoca una profonda rabbia. A questa spiegazione possiamo aggiungerne una più generale e cioè che le persone, sempre più consapevoli della complessità del mondo che ci circonda, nel quale con sempre più fatica si distingue tra le diverse posizioni, avvertendo la minore influenza del proprio peso e il conseguente senso di impotenza, reagiscano così, con rabbia. E questa rabbia spesso si sfoga su chi si espone, su chi cerca di fare.

Da qui voglio partire. Sovvertire questo meccanismo in me. Non chiederò a voi di cambiare per migliorare il mondo nel quale viviamo: lo chiederò a me stesso. Conoscete i buoni propositi per l’anno nuovo? Ecco, anche se inizio anno è oramai lontano, quest’anno come buon proposito voglio iniziare da me. Voglio essere sicuro di fare del mio meglio nel mio campo per cercare di migliorare, nel mio piccolissimo, la nostra società. Non voglio dare suggerimenti, non voglio dare consigli, non mi intendo delle cose che fanno gli altri, non sono in grado di sostituirmi a chiunque e non ho il sapere su tutto. Ho scelto una professione, una professione delicata e complessa, ho deciso di investire in questo campo, ho deciso di formarmi in questo campo. E questo non mi da la possibilità di essere esperto in altri campi ed è per questo che mi fido e affido alle competenze degli altri. Come disse qualcuno tanti anni fa, l’unica cosa che so è di non sapere. Per questo non mi voglio arrogare il diritto di contestare, criticare o denigrare quelle che sono le competenze degli altri. Io parto da me, e posso solo garantire il mio impegno e la mia passione. Anche i miei errori. Quello che non voglio fare è migliorare il mondo in cui viviamo partendo da voi. Credo sarà il cambiamento, l’impegno, la passione che ognuno di noi può esercitare su se stesso a cambiare le cose. E non la critica aprioristica delle posizioni degli altri. Partirò da me, da quello che faccio, da come mi comporto, da come reagisco, da come mi arrabbio.

Cercherò, per quanto sia più facile e più semplice, di non limitarmi ad incolpare gli altri, di ritenere tutti gli altri, eccetto me stesso, responsabile di quello che ci circonda. E credo non sarà facile, in questa continua rincorsa alla ‘colpa degli altri’ e alla incapacità di osservare se stessi. Mi sono stancato di partire dall’altro, mi sono stancato di attribuire all’altro. Provo a rivolgere lo sguardo su di me, cercando di vedere cosa faccio, dove posso migliorare, dove ancora sbaglio e perché lo faccia.

Parto da me e su me cerco di stare, prendendomi la pesante responsabilità di quello che creo e di come lo creo. Cercando di non cadere nella facile tentazione di accusare gli altri come soli responsabili di quello che mi/ci succede.

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Buona Pasqua:)

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pasqua2015Approfitto delle prossime feste per fare a tutti voi gli auguri di buona Pasqua. Spero sia un periodo di serenità, di riposo o di quello che avete deciso di fare in questi giorni!

Utilizzo questa occasione anche per ricordarvi tutte le possibilità di contatto e condivisione presenti sul blog (fabrizioboninu.blog.tiscali.it) e su sito (www.lopsicologovirtuale.it).

Innanzitutto i miei contatti:

Tel.: 3920008369;

Mail: fabrizioboninu@gmail.com

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Credo di avervi ricordato tutto.

Ancora auguri e grazie per l’attenzione e l’affetto con i quali mi seguite.

Buone feste, a presto…

Fabrizio Boninu

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Ma io chi sono?

Psicologia 1 Comment »

imagesL’idea dell’argomento di questo post è di un lettore, anzi una lettrice che mi rivolge una domanda circa cosa succeda in terapia. Questa la domanda: Caro dott. Boninu, capita, talvolta, in terapia, che un suo assistito le chieda: -Ma IO, chi sono-? Nel qual caso, si è preparato una risposta? Come risponde, Lei? E i suoi colleghi, come rispondono? Ma voi medici, ve lo chiedete, a volte? I libri di testo sono ‘illuminanti’? No, perché altrimenti, Vi chiedo se me ne indicate uno … buona sera, Graziella

E questa la mia risposta: Salve Graziella, non credo mi sia stata mai posta come domanda così diretta. E, naturalmente, non ho una risposta pronta perché dipende da chi ho davanti. In realtà tenderei a non rispondere ad una domanda del genere ma propenderei per aiutare la persona a trovare autonomamente la sua risposta. Il rischio sarebbe, in caso contrario, che facesse sua la mia risposta. Non ho idea di come potrebbero rispondere i miei colleghi. Spero rispettino il tempo e il senso dell’altro. Credo che ognuno di noi ad un certo punto della sua vita si chieda chi è, o cosa vorrebbe essere, e le assicuro che la risposta difficilmente viene dai libri, che possono sicuramente aiutare ma mai quanto l’esperienza stessa di vivere questa vita per cui ci impegniamo a trovare un significato. Grazie per le domande Graziella… A presto

Ho pensato, al di là della curiosità legittima di Graziella, che fosse il caso di approfondire il tema. Uno dei punti che vorrei chiarire è che non esiste un mezzo standard per affrontare il paziente che si ha davanti. Ci sono naturalmente dei metodi o delle tecniche alle quali riferirsi, oppure può essere l’orientamento teorico dello psicologo ad influenzare il modo in cui la terapia stessa è svolta. Ma dubito (e spero!) che nessun mio collega applichi un metodo standard che non prenda in considerazione la persona che ha seduta di fronte. Ogni caso è un caso a se e, se è possibile fare un intervento che sia utile per la persona, credo sia dovuto al fatto che l’intervento stesso è calibrato ed adatto alla persona stessa e non è, dunque, standardizzato. Quindi, per rispondere a Graziella, non esistono risposte univoche alle domande che i pazienti fanno. O per lo meno, non le troverete nel lavoro con me.

Altro punto che reputo importante riguarda il fatto del dare risposte. Ho già affrontato diverse volte il tema: non credo che uno psicologo (e uno psicoterapeuta) debbano fornire risposte o dare consigli su come fare. Questo è un ruolo molto richiesto da parte dei pazienti che vorrebbero avere un ‘guru’che fornisce delle soluzioni su come procedere nella vita. Credo profondamente che questo ruolo non debba essere, se non forse in minima parte e con un accurata consapevolezza, accettato dal professionista, proprio perché l’accettazione di questo ruolo delegittimerebbe ancora di più il paziente e le sue capacità e confermerebbe, anche da parte del ‘guru’, che non è in grado di affrontare la sua vita autonomamente ma che dipenda, nel fare questo, da un’altra persona che ritiene più esperto di lui (o di lei ovviamente!).

Ecco io credo che questo punto sia fondamentale nella terapia: cercare di non rinforzare l’idea di incompetenza e di inesperienza che il paziente ha nei confronti della sua stessa vita. L’obiettivo è, anzi, fornire un punto di vista differente, provando a farlo sentire come unico esperto (quale in realtà è) della sua vita. Rendere questo ad un paziente è profondamente difficile, soprattutto per coloro i quali vorrebbero essere supportati dal consiglio dell”esperto’. Se ci si pensa, sarebbe molto più semplice dare questi consigli, ma questo credo non sarebbe un modo per rinforzare l’autonomia della persona con la quale si lavora. Molte persone mi rendono questa idea, l’immagine dello psicologo come una sorta di dispenser di consigli, di facili soluzioni per affrontare al meglio la propria vita.

Non si tratta di non comprendere o di non accogliere il bisogno che muove la richiesta, bisogno ancora maggiore nel momento della vita in cui ci si sente disorientati, ma se venisse assecondata questa richiesta, verrebbe  indirettamente confermata l’inadeguatezza che quella persona ha del suo ruolo nella sua vita. Vorrei, invece, restituire l’idea che nessuno sia più adatto a vivere la propria vita come chi quella vita la sta vivendo, di modo che sia la persona stessa, anche col mio supporto se questo è ciò di cui sente la necessità, a rispondere alla domanda iniziale: riuscire a dirmi chi sia.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Lavorare in studio con i bambini

Psicologia 1 Comment »

Il post di oggi è dedicato ad una clientela particolare: i bambini. Lavorare con i bambini non è sempre facile e non è scontato che si possa fare con le stesse tematiche o con le stesse modalità con le quali si lavora con gli adulti. La differenza più rilevante può essere dovuta al fatto che un adulto in terapia di solito è più consapevole della relazione che si sta costruendo. Questa consapevolezza è, naturalmente un pregio, ma può diventare un’aspetto in più di cui tenere conto nel momento in cui subentrano paure, ansie, timori che possono inficiare la stessa relazione terapeutica. Un bambino è, invece, per sua stessa natura molto più immediato, più istintivo, può essere più aperto e pronto al dialogo (o al gioco!) senza tante paure. Ovviamente possono essercene anche nel caso dei bambini, ma a causa di questa immediatezza è il caso di prestare particolare attenzione a come lavoriamo con loro.

Come sarebbe meglio lavorare con i bambini? Il tema non è facile soprattutto per la delicatezza delle persone coinvolte nel trattamento. È assolutamente necessario cercare di riflettere su quelle che sono le prerogative dei bambini nel lavoro terapeutico. Una delle indicazioni viene fornita dal noto psicoterapeuta Luigi Cancrininessun operatore sociale (e, dunque, nessuno psicoterapeuta) dovrebbe accettare di rispondere a quesiti specialistici relativi ad un bambino senza esaminarlo nel vivo della relazione che egli ha con il suo ambiente. Nessuna decisione andrebbe presa relativamente ad un bambino, di conseguenza, senza tenere conto in via prioritaria dell’effetto che essa avrà sul contesto in cui il bambino è posto [1]. Secondo l’autore sarebbe necessario lavorare con un bambino cercando di osservarlo nella sua interazione con l’ambiente nel quale si muove. Per diverse ragioni, è spesso difficile che uno psicologo possa recarsi fisicamente in casa di ogni suo piccolo paziente. Questo limite può essere superato con un primo incontro che preveda la partecipazione dei genitori. L’incontro con i genitori permette infatti di delineare le ‘modalità di funzionamento’ della famiglia stessa, e permette di farsi un quadro delle dinamiche della famiglia.

Un’altro aspetto al quale sarebbe bene prestare attenzione riguarda il sintomo stesso che quel bambino porta in terapia. Un secondo consiglio sulla psicoterapia dei bambini riguarda la doppia importanza del sintomo che non è solo causa di sofferenza, ma anche, e spesso soprattutto, di un arresto pericolosissimo del suo processo di crescita e di socializzazione: disturbando o bloccando la relazione con genitori e insegnanti su cui si basa tanta parte del suo sviluppo emotivo; rendendo difficile l’insostituibile rapporto con i coetanei e con la scuola; creandogli intorno un clima che favorisce (invece di contrastare) le sue tendenze regressive [1]. In questo passaggio l’autore sottolinea l’importanza del sintomo come comunicatore di disagio e di blocco per la crescita del bambino. Naturalmente ogni sintomo ha una valenza e una funzione ben precisa che con un buon lavoro sarebbe necessario chiarire. E’ importante tenere sempre bene a mente come l’insorgenza del sintomo sia causa di blocco nel bambino stesso e possa, poi, ripercuotersi sui diversi ambiti della sua vita (scuola, coetanei, ecc).

L’autore propone anche le possibili soluzioni a situazioni di questo tipo:

– Interventi rapidi e inizialmente centrati sul sintomo;
– Misure di socializzazione che facciano leva sulla consapevolezza degli adulti che si occupano di lui a proposito della necessità di non farlo ‘restare indietro’: puntigliosamente insistendo, con l’aiuto anche di interventi specifici: nel caso in cui il ritardo è giustificato anche da cause di ordine neurologico; sulla necessità di farlo crescere il più possibile;
– Sviluppo di un clima collaborativo e di uno ‘spirito di squadra’ fra tutti gli adulti che di lui, a vario titolo, sì occupano, compresi, ovviamente, i genitori la cui competenza primaria non andrebbe mai posta in discussione[1]

Punto nodale, così come nel lavoro con gli adulti, rimane quello di accogliere in un primo momento il sintomo e lavorare a partire da quello. Solo in un secondo momento si può estendere il lavoro cercando di riflettere e di comprendere come si è arrivati allo stesso sintomo. La peculiarità del lavoro con i bambini riguarda il fatto che il lavoro deve necessariamente passare per una inclusione delle figure significative del bambino stesso, e per una maggior coordinazione tra gli adulti che si occupano di lui. Questa è una delle aree più problematiche dell’intervento psicologico, laddove, spesso, esistono discrepanze tra gli obiettivi degli adulti coinvolti. Uno dei casi più emblematici, a questo riguardo, è l’esempio in cui i genitori del bambino stiano separandosi in maniera conflittuale.

Queste sono solo alcune riflessioni scaturite dal lavorare coi bambini. Ribadisco come sia necessario prestare particolare attenzione nel lavorare con loro: equivale ad offrire, se possibile, ancora più comprensione, tatto, attenzione, empatia e rispetto nell’entrare nel loro mondo.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Cancrini, L. (1991), Il vaso di Pandora, Carocci, Roma, pag. 195

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Nuovo studio: Carbonia

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Nuovo studio CarboniaCome anticipato nel post dedicato alle consulenze online, diversi progetti sui quali stavo lavorando riescono a concretizzarsi. Il nuovo progetto riguarda l’apertura di un nuovo studio a Carbonia. Da questa settimana è possibile prenotare un appuntamento sia per lo studio di Cagliari che per il nuovo studio di Carbonia. Le modalità di contatto sono le medesime: è necessario chiamare il numero 392 0008369 oppure il numero 070 2353652. Nel caso non potessi rispondere, verrete contattati quanto prima.

Lo studio di Carbonia si trova in via Roma, angolo piazza Marmilla, all’interno di una delle torri bianche che sovrastano Piazza Roma, in pieno centro. Raggiungerlo è molto agevole e sono disponibili diversi parcheggi nella zona. Non esitate a contattarmi qualora voleste maggiori informazioni.

Vi ricordo inoltre l’altra nuova possibilità, la consulenza online (cliccate per accedere alla pagina) per richiedere le quale vi rimando alla pagina dedicata.

Spero che questa occasione costituisca una ulteriore opportunità di contatto tra le vostre esigenze e una supporto qualificato.

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Nuovo servizio: CONSULENZA ONLINE

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Nuovo servizio CONSULENZA ONLINETempo fa vi avevo preannunciato nuovi progetti sui quali stavo lavorando. Uno di questi si è finalmente concretizzato. Da oggi, infatti, è possibile richiedere una consulenza online. Tra le linguette verdi che contraddistinguono le pagine del sito potete trovare, ultima a destra, la nuova: RICHIEDI CONSULENZA ONLINELa consulenza online può costituire un ulteriore punto di contatto tra utenza e professionista ed essere una prima risposta al disagio della persona. Non è un percorso psicoterapeutico, è piuttosto pensato come un servizio di accoglienza e di orientamento per tutte le persone che mi contattano ma che sono impossibilitate a venire personalmente in studio.

Non tutte le situazioni possono essere affrontate tramite un contatto virtuale: sarà mia cura, qualora non ritenessi utile lavorare tramite questa modalità, concordare con la persona l’indirizzamento verso una servizio che possa essere più proficuo per la problematica proposta. Il servizio è rivolto a coloro i quali necessitino di un aiuto in ambito psicologico, relazionale, emotivo ed è pensato per tutti coloro i quali hanno bisogno di un contatto con un professionista qualificato. L’organizzazione e la costruzione di questo progetto è regolato in accordo con quanto previsto dalle linee guida per le prestazioni psicologiche a distanza, approvate dall’Ordine Nazionale degli Psicologi.

– COME FUNZIONA? –

 

Il primo passo da fare per richiedere la consulenza è quello di compilare il form, (clicca su compila form per andare direttamente alla pagina), esponendo le tue richieste. Come già accennato, mi riservo di decidere se accettare o meno la consulenza e, nel caso la richiesta non potesse essere presa in carico, di indirizzare comunque l’interessato ad un percorso ritenuto più idoneo per la situazione prospettata.  In caso la consulenza potesse continuare, dopo la compilazione del form sarete guidati in modo automatico, passo dopo passo, nella definizione della consulenza richiesta. La consulenza online può avvenire in tre diversi modi:

  1. tramite email all’indirizzo consulenze@lopsicologovirtuale.it
  2. tramite chat di Skype (solo testo) al contatto lopsicologovirtuale;
  3. tramite Skype (Video Chiamata) al contatto lopsicologovirtuale.

Nei primi due modi l’interazione avviene per iscritto. Il primo modo è un contatto con interazione non immediata, il secondo e il terzo avvengono in interazione diretta con me. L’ultima opzione permette anche un contatto video ed audio. Per la seconda e per la terza opzione è previsto l’utilizzo di Skype: è necessario scaricare ed installare innanzitutto il programma sul proprio computer (nel caso di smartphone o tablet si tratta semplicemente di scaricare l’applicazione). Ognuno di questi apparecchi deve essere dotato di telecamera e di microfono per funzionare correttamente. Scaricare, installare e registrarsi su Skype è del tutto gratuito (cliccando su scarica Skype potete scaricarlo ed installarlo direttamente sul vostro computer) e per registrarsi basta compilare i campi con i propri dati.

Richiedere una consulenza online è estremamente facile ed intuitivo, e verrete guidati agevolmente attraverso i diversi passaggi. Come detto, il servizio si propone di costruire un’ulteriore possibilità di incontro tra una sempre più crescente domanda ed un professionista preparato.

Mi auguro questo servizio costituisca un’ulteriore opportunità di contatto con un aiuto qualificato.  

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Empatia, un’altra prospettiva

Psicologia 3 Comments »
Empatia, un'altra prospettivaL’empatia è un tema del quale molti si sono occupati, ma ho la percezione che rimanga un argomento tanto generico quanto forse misconosciuto dalla maggior parte delle persone. Non tutti sanno cosa voglia dire questa parola misteriosa: alcuni pensano sia una cosa simile alla simpatia, altri semplicemente non hanno idea di cosa significhi. Coloro che sanno che vuol dire sono consapevoli che, in alcune professioni, in genere quelle mediche o sanitarie, o comunque nelle professioni in cui si ha un contatto con l’altro, l’empatia è una qualità o una dote che le persone dovrebbero possedere. Cosa sia, però, questa dote, rimane ancora difficile da comprendere. Mi sono già occupato del tema in precedenza (vedi i post A proposito di empatia (1) e (2)L’empatia fa la differenza in terapia?). Ritorno sull’argomento perché ho letto un’interessante libro nel quale, partendo dal concetto di intelligenza emotiva, si affronta anche la definizione del concetto di empatia. Ve la riporto:
A maggior ragione nessun approccio psicologico, nessun approccio clinico può avvenire senza introspezione ed empatia, senza un tentativo di conoscenza e di indagine mentale nei confronti della nostra soggettività e nei confronti della soggettività altrui, senza un duplice viaggio esplorativo di tipo mentale, che implica continue oscillazioni e continui approfondimenti nelle due direzioni: verso il Sé e verso l’altro. In altri termini occorre un movimento esplorativo verso me stesso, verso le reazioni degli atteggiamenti mentali che l’altro induce in me e verso le esperienze e le situazioni che risultano simili a quelle altrui e mi consentono di comprendere l’altro, parallelamente e contestualmente, un movimento esplorativo per tentare di capire colui che è diverso da me, ma che non posso ascoltare e comprendere se non trovo dentro di me esperienze e situazioni che mi possano consentire di identificarmi con lui. Ecco perché l’empatia può essere definita introspezione vicariante: conosco l’altro attraverso ciò che mi accomuna a lui. [1]
 

Proviamo a definire meglio ciò che intende l’autore. Ritengo uno dei punti nodali della definizione il fatto che l’empatia non venga descritta come una generica capacità di capire (e di sentire!) ciò che sta provando l’altro, quanto di riconoscere il sentimento dell’altro e trovare in se stessi il ‘serbatoio emotivo’ da cui attingere un’emozione di quel tipo che funga, appunto, da tramite tra il sentire emotivo dell’altro e il mio sentire emotivo. Questa possibilità è resa difficile da una serie di fattori: innanzitutto bisogna che esista la premessa che ci sia la capacità di leggere e comprendere l’emozione dell’altro, che si sia sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda emotiva; altro punto importante è il conoscere se stessi e possedere la capacità di cercare, una volta compresa la natura dell’emozione dell’altro, quella stessa emozione anche in se stessi e questo prevede innanzitutto conoscere ed avere una buona mappa emotiva di sé.

È, inoltre, necessario trovare non solo la stessa emozione, ma anche utilizzarla al meglio, mettendola in gioco per comunicare emotivamente con l’altro, facendo capire sia la nostra comprensione che la nostra vicinanza, ma riuscendo, in qualche modo, anche a ‘tenere le redini’ della nostra stessa emozione, cercando di non confonderla con l’emozione dell’altro, riuscendo a capire cosa sia nostro e cosa, invece, appartenga all’altro. Per riuscire in questo è necessario possedere una buona conoscenza e una buona capacità esplorativa della propria realtà emotiva. Solo una persona che maneggia la propria sfera emotiva ha la possibilità di metterla in gioco nel rapporto con l’altro. Se questa sfera rimane misconosciuta perfino a noi stessi come possiamo pensare di poterla utilizzare per comprendere le emozioni nell’/dell’altro? Ed è questa la grande sfida dell’empatia: un potente ponte emotivo che, se non costruito su solide basi, può far perdere anche noi. Sfida che, e parlo soprattutto nel lavoro della psicoterapia, deve essere portata avanti con una certa competenza e con un forte desiderio di conoscere in primis se stessi, di modo che lo stesso terapeuta non si perda nella volontà di stare vicino al proprio paziente, e comprenda cosa è suo e cosa, invece, del paziente che gli sta di fronte. 
Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Foti, C. (2003), L’ascolto dell’abuso e l’abuso nell’ascolto, FrancoAngeli, Milano, pag. 80

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Sempre a proposito dell’idealizzazione dello psicologo (2)

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Sempre a proposito dell'idealizzazione dello psicologo (2)Se vogliamo la condizione di subalternità o di non autonomia del paziente potrebbe essere rafforzata proprio perché avviene in un contesto al quale si è rivolto per essere aiutato e nemmeno in questa occasione, per il paziente molto importante, si sentirà di essere stato in grado di fronteggiare autonomamente la propria vita. Il terapeuta deve essere consapevole che questa possibilità è così insidiosa e dovrebbe avere chiari i rischi che si corrono nel credere al proprio ruolo di guru.

Se accetta questo ruolo corre il rischio di innestare questo ruolo su quelle che sono le aspettative del paziente: la terapia può sfociare in un gioco assolutamente complesso nel quale, magari inconsapevolmente ed inconsciamente, le aree del paziente colludono con le aree del terapeuta. La soluzione di questo tipo di situazioni possono essere diverse: o ci si rivolge ad un professionista che con un suo lavoro personale abbia affrontato queste aree collusive e che possa pertanto muoversi meglio nel momento in cui queste stesse aree vengono attivate nella relazione coi pazienti, oppure ci si dovrebbe affidare a persone che con empatia, ma anche con fermezza, possano gestire questo tipo di situazioni in terapia.

Diffidata da un terapeuta che con facilità dispensa consigli su quello che dovreste fare nella vostra vita: vi sta implicitamente dicendo che voi non siete in grado di viverla! Ma è lo stesso Whitaker a suggerire un modo in apparenza molto semplice, ma in realtà terribilmente complesso, per superare questo rischio: palesare l’impotenza del terapeuta: È molto difficile prendere la decisione alternativa di fare terapia con l’intento di essere sia partecipe sia separato, e ancora più difficile mantenerla. Uno dei modi per raggiungere questo obiettivo è rendere palese l’impotenza del terapeuta[1] 

Non pensiate che sia semplicemente un alzata di mani ad una situazione difficile da gestire. Il rendere palese la sua impotenza equivale, per il terapeuta, ad ottenere diversi risultati: a) essere consapevole della difficoltà che sta incontrando in terapia, b) ammetterlo con un suo paziente, c) non rendere vana la terapia introducendo o un elemento di rottura rispetto alla terapia stessa, oppure la possibilità di inviare il proprio paziente da un altro collega. Questo permetterà di non vanificare il lavoro terapeutico stesso. 

Ma il risultato in assoluto più importante che si può ottenere con una mossa di questo tipo è ribadire al paziente che nessuno, eccetto egli stesso, è in grado di vivere la propria vita, e che non si sostituirà a lui dandogli un’ulteriore conferma della sua inadeguatezza. E questo è uno dei risultati più alti all’interno di un percorso terapeutico.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Whithaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 233

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Sempre a proposito dell’idealizzazione dello psicologo (1)

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Sempre a proposito dell'idealizzazione dello psicologo (1)Il post di oggi vuole occuparsi di un tema del quale mi era già occupato in passato (L’idealizzazione dello psicologo, 06.12.2011) e che riguarda un aspetto molto importante all’interno della terapia. Sto parlando dell’ idealizzazione dello psicologo, quel processo mediante il quale il terapeuta viene appunto idealizzato da un suo paziente e che porta il paziente ad identificare il suo medico come una sorta di guru che tutto può e che tutto risolve. Ora questa posizione, lungi dall’essere una posizione facilmente gestibile all’interno di un percorso psicoterapeutico per il paziente, è pericolosa per lo stesso terapeuta che può trovare solleticate in terapie parti di sé onnipotenti che, se non conosciute e risolte, possono sfociare nel riconoscimento e nell’accettazione di questo ruolo.

Questo porta la terapia ad essere potenzialmente rischiosa per il paziente stesso e la presa in carico terapeutica si rivela estremamente difficile da gestire. Di questo tema si sono occupati tutti i più grandi terapeuti sistemico familiari. Vi riporto la posizione in proposito di uno dei più grandi e originali innovatori in materia, Carl Whitaker nel suoConsiderazioni notturne di un terapeuta della famiglia:

Una delle difficoltà di accedere al campo di gioco terapeutico dipende dal delirio di grandezza che viene sollecitato dal paziente e dei suoi bisogni; il terapeuta è visto come un Dio onnipotente e onnisciente. Mi pare inoltre chiaro che, come il terapeuta è al centro del mondo del paziente, il paziente e al centro del mondo del terapeuta. Se il terapeuta si fa sedurre da questo delirio di grandezza, la terapia diventa inutile[1] 

Il rischio è appunto questo: se il terapeuta si fa sedurre da questo delirio di grandezza, la terapia diventa inutile. Vi starete chiedendo forse se un terapeuta non dovrebbe essere pronto a gestire investimenti di questo tipo da parte di un suo paziente. Dovrebbe. Ma non sempre è facile gestire questo tipo di dinamiche. Soprattutto nel momento in cui possono essere così pervasive o seducenti da indurre il terapeuta stesso a crederci. La difficoltà più grande può essere quella per cui, una volta attivato e non riconosciuto questo meccanismo da parte del terapeuta stesso, questo si propaghi e si espanda vanificando di fatto la terapia. 

Se il terapeuta crede infatti al ruolo ‘divino’ che il paziente gli (o le naturalmente!) assegna, si comporterà come tale e, invece di far riflettere il suo stesso paziente sulla sua vita, gli subentrerà, dispensando consigli e modi su come lui affronterebbe una data situazione e sostituendosi de facto al paziente stesso. Questo confermerà l’idea in entrambi che uno dei due (il terapeuta) sia in una posizione superiore mentre l’altro (il paziente) sia in una posizione più bassa.

– Continua –

 [1] Whithaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 233

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