Le 10 qualità di uno psicologo competente (2)

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Psicologo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • Assenza di giudizio e rispetto: un professionista competente è una persona che cerca di conoscere i suoi pregiudizi (vedi il punto terapia personale) e, ri-conoscendoli, riesce a ‘tenerli a bada’ all’interno della relazione terapeutica. Questo aspetto è importante per creare un clima accogliente e aperto all’interno del setting terapeutico. Il giudizio può essere distruttivo all’interno della relazione terapeutica, perché può minare la capacità dell’altro di sentirsi libero nell’aprirsi su aspetti difficili e complessi della sua vita. Se c’è un clima di giudizio, questa libertà sarà limitata e il paziente si sentirà in difficoltà rispetto a quello che vuole comunicare al professionista al quale si è rivolto. Il professionista d’altro canto potrebbe essere in difficoltà con le sue opinioni personali, sempre, come detto, che non abbia ben chiaro il suo ruolo all’interno della terapia e i confini che le sue posizioni dovrebbero avere rispetto a quelle del paziente. Prendiamo, come esempio, il caso di un professionista particolarmente religioso di fronte all’aborto di una sua paziente. Se il professionista non riesce a fare una distinzione tra quelle che sono le sue convinzioni, e quelle che sono le convinzioni dell’altro (si veda a questo proposito anche il punto successivo), può facilmente sfociare in dinamiche giudicanti, in movimenti per cui stabilisce cosa sarebbe stato meglio fare o cosa sarebbe stato giusto fare in un contesto di questo tipo. Niente di più pericoloso nel contesto terapeutico. Il professionista non si trova di fronte a voi per dirvi cosa avreste dovuto fare, ma per cercare di aiutarvi a capire che senso ha questo nella vostra vita. Le scelte sono assolutamente personali e nessun professionista competente si sognerebbe mai di esprimere giudizi su quelle che sono le scelte di una persona in un’altra storia e in un altro contesto. Se avete a che fare con un professionista che spande giudizi, che promulga sentenze, che da consigli, che sa cosa sia per voi giusto o sbagliato e che invece non vi aiuti e vi accompagni a capire cosa per voi sia giusto o sbagliato, probabilmente non è un professionista competente. Un buon professionista non cerca di cambiarvi a sua immagine e somiglianza, piuttosto vi accompagna nel trovare la vostra strada.
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Le 10 qualità di uno psicologo competente (1)

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PsicologoQuali possono essere le qualità di uno psicologo? Quali possono essere i fattori che concorrono nel rendere un professionista valido oppure no? Queste domande mi circolano per la mente da qualche tempo e, sull’onda della mia esperienza personale e di quello che mi raccontano i colleghi con i quali ho la fortuna di essere in contatto, ho pensato di stilare una sorta di elenco di quelle che possono essere le caratteristiche che fanno di un professionista un buon professionista e cercare di capire quale di queste caratteristiche possano essere fondamentale nella costruzione di un buon rapporto terapeutico. 

  • Capacità di comunicare e ascoltare: la prima dote che dovrebbe averne uno psicologo suppongo possa essere la capacità di comunicare. Questo non vuol dire che uno psicologo debba essere un oratore, quanto che riesca a comprendere e a farsi comprendere dal suo interlocutore. All’interno di una relazione terapeutica questo aspetto è particolarmente importante perché la relazione stessa si basa sulla comunicazione. Se questa è deficitaria, lo sarà la relazione stessa. Uno psicologo devo essere in grado di comunicare e di ascoltare quello che la persona che ha di fronte gli porta. E questo fa la differenza tra un uno psicologo competente e uno psicologo incompetente. Comunicare è qualcosa di ben più complesso di prestare l’orecchio quando qualcuno sta parlando con me, perché comprende la gestione dei tempi, degli spazi, dei silenzi nella relazione. Ed è questa l’abilità che un professionista competente dovrebbe stare attento ad affinare.

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Ho sognato di volare: che significa?

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UnknownSpesso capita che quando le persone vengono a sapere che sono uno psicologo mi sottopongano i loro sogni anche nei contesti più improbabili: al bar, in strada, in spiaggia… Di solito la conversazione comincia con un: ‘tu che sei psicologo…’ Poco tempo fa, per esempio, mi è stato chiesto in spiaggia di cercare di interpretare cosa volesse dire sognare di volare!

Questo tipo di domande mi fanno sempre uno strano effetto perché se da un lato segnalano la fortissima curiosità che circonda il tema della psicologia applicata al quotidiano, come per esempio i sogni, è anche vero che denotano una forte banalizzazione del tema come se uno psicologo, forte delle proprie doti divinatorie, potesse comprendere attraverso un sogno il mondo ricco e complesso di un individuo. Alla mia reticenza nell’interpretazione spesso le persone non reagiscono bene. Questo pensiero semplificatorio è, credo, frutto di anni e anni di disinformazione, nei quali riviste e giornali (o altri mezzi di comunicazione) hanno accolto la pagina dedicata allo psicologo di turno in grado di dare soluzioni a tutto. Secondo me è una banalizzazione eccessiva e tutte le rubriche di questo tipo dovrebbero ricordarlo ai propri lettori o ai propri ascoltatori. Mettendo da parte un momento questa polemica, che ci porterebbe troppo lontano dal tema che voglio affrontare, le ragioni per cui io non mi sento di accondiscendere a questo tipo di richieste sono fondamentalmente due: da una parte credo che per utilizzare al meglio uno strumento come il sogno questo vada inserito in una conoscenza della persona che lo porta. E’ del tutto inutile che azzardi a caso un’interpretazione basata sul nulla, che non ha alcun valore probativo rispetto a quello che può dire chiunque altro voglia interpretarlo. In più, e questo è il secondo forte motivo, mi sembrerebbe di fare un torto al sogno se banalizzassi così il suo significato.

In realtà credo che il sogno sia una porta enorme e affascinante sul mondo interno dell’individuo. Come tutte le cose va saputo significare nel migliore dei modi, ne va capito il senso in relazione alla vita dell’individuo che lo porta. Già Freud nel suo testo fondamentale L’interpretazione dei sogni (1898)[1], pose in luce alcune delle funzioni e dei meccanismi di funzionamento del sogno stesso e il valore assolutamente rilevante che i sogni potevano avere non solo nel lavoro terapeutico con il paziente, ma anche nella complessa economia conoscitiva delle modalità di funzionamento psichico dell’individuo che quei sogni portava. La ricerca attuale sul sogno, accantonando molte delle presunte non oggettività del percorso psicanalitico, si è concentrata sui correlati fisiologici del sogno stesso, grazie ai potenti mezzi di visualizzazione dell’attività cerebrale dei quali possiamo disporre attualmente. Pur non ritenendo necessaria la possibilità di studiare una materia complessa come i sogni, data la loro difficile classificazione secondo il metodo scientifico, viene comunque da chiedersi perché, all’interno di un’ottica evolutiva che privilegia i cambiamenti necessari, il sogno sia rimasto un elemento presente nell’attività mentale umana. Questo grande interrogativo non permette di liquidare i sogni come semplici sottoprodotti dell’attività cosciente. In questo senso sono perfettamente in linea con le parole della collega Occhionero: alcuni liquidano il sogno come un fenomeno assolutamente irrilevante per per l’economia cognitiva: l’attività mentale durante il sonno è un semplice epifenomeno del sonno stesso. Detto in altri termini, il cervello, in quanto tale, non può non produrre fatti cognitivi anche se non ve ne è nessuna necessità. Non esiste alcuna condizione (…) in cui il cervello dell’uomo non sia in grado di produrre una qualche attività mentale. (…) Il sogno è uno stato mentale e come tale ha a che fare con la coscienza, meglio, esso è uno stato della coscienza, essendoci un accordo generale tra tutti i ricercatori nel considerare la coscienza come un universo a molti livelli di complessità. [2] 

Questa complessità è l’aspetto che più mi fa stare alla larga dalla semplificazione del sogno stesso, da una facile lettura e ridefinizione che non tenga conto della stratificazione di significati, vissuti, pensieri che il sogno stesso rappresenta. E, se questa premessa è vera, non si può non dover riconsiderare il bisogno di un lavoro attento e preciso sull’interpretazione del sogno stesso, un lavoro che necessariamente non può prescindere da un lavoro più ampio sulla persona stessa.

Altrimenti l’interpretazione di un sogno rimane alla stregua di un gioco. Certo, si può fare e può essere divertente. Ma non si dovrebbe dimenticare che come gioco è nato e che di gioco si tratta. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Freud, S. (2010), L’interpretazione dei sogni, Newton Compton, Roma

[2] Occhionero, M. (2009), Il sogno, Carocci, Roma, pag. 89

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Il terapeuta in terapia

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questo non è un divanoCome si lavora in terapia? Questa domanda è (o dovrebbe essere) presente nella quotidianità del lavoro terapeutico, perché la capacità di porsi tale quesito denota una buona capacità di osservazione di se stessi ed è una delle caratteristiche necessarie e indispensabili nella vita lavorativa di ogni psicologo. Il punto fondamentale è l’immagine che un professionista ha di quello che è il suo ruolo in terapia. Cosa pensa debba fare in terapia? Cominciamo con una premessa: non esiste un’immagine fissa e statica di quello che dovrebbe essere il suo ruolo perché, come tutte le immagini, è soggetta a cambiamenti e ad aggiustamenti. Molti di noi, per lo meno ad inizio carriera professionale, hanno un’idea abbastanza preconcetta e precostituita di cosa voglia dire fare lo psicologo: cosa bisogna fare, come mi devo comportare, quali siano le cosa migliori da fare in terapia. Insomma, si costituisce uno schema fisso su cosa si deve fare e cosa non si deve fare per essere un buon terapeuta e questa immagine può diventare uno schema molto rigido che costituisce una sorta di cornice invalicabile a quello che si ritiene sia opportuno fare terapia. L’esperienza quotidiana del lavoro porta, di contro, ad affrontare situazioni complesse che travalicano gli schemi, situazioni che sono mutevoli e instabili, non prevedibili e discontinue e vanno aldilà dello schema che ci imponiamo. Questo continuo incontro/scontro con i confini dovrebbe portare lo psicologo ad interrogarsi su quale senso abbiano questi confini, su come definiscano la professione, su come definiscano il suo modo di lavorare, su come siano importanti nel definire la sua relazione col lavoro, su come riescano ad influenzare l’idea stessa della propria professionalità in relazione al suo lavoro.

Quando ho iniziato a lavorare ritenevo non fosse particolarmente saggio rivelare dettagli della mia vita in nessun caso all’interno della relazione terapeutica. La mia immagina era quella di relazione sbilanciata (il paziente parla, lo psicologo tace), l’immagine dello psicologo ‘misterioso’ , che mai si sognerebbe di giocare dettagli della sua vita in terapia. In realtà, con l’esperienza e con la formazione avuta successivamente, ho iniziato a pensare che fornire dei particolari della propria vita, e quindi raccontarsi, possa avere una funzione importante nello stabilire un contatto ed una vicinanza con il proprio paziente. Continuando a studiare, ho appreso che questa viene usata come tecnica nel lavoro ed è chiamata self-disclosure.

Lo stile di conduzione della terapia da parte del terapeuta è, in definitiva, il risultato di una molteplicità di fattori che ha come centro di partenza il terapeuta stesso e la sua visione della sua relazione col paziente. Parte dalla sua formazione e, non fermandosi a questa, costruisce una relazione basata sulle caratteristiche uniche e personali del terapeuta stesso e quelle della persona con la quale lavora e sta costruendo una relazione terapeutica.

A questo proposito ho trovato particolarmente interessante il passaggio del libro che vi riporto, e che reputo uno dei migliori letti ultimamente, (trovate tutti i riferimenti bibliografici in fondo all’articolo). L’unica premessa della quale avete bisogno è l’utilizzo che l’autore fa del termine guru con il quale intende il terapeuta che costituisce la guida del suo pellegrino (paziente). Non fatevi fuorviare dal termine: nel libro è usato in maniera ironica e sancisce proprio la possibilità che non esista un ‘guru’ ma che ognuno debba trovare in se stesso la capacità di prendere in mano la sua vita:

Quando lavoro con un paziente, non solo ascolto la sua storia ma gli racconto anche la mia. Per raggiungere una meta, dobbiamo conoscerci a vicenda. Uno dei lussi dell’essere uno psicoterapeuta è che aiuta a mantenerti onesto. È un po’ come rimanere nella terapia per tutta la vita. Mi aiuta a rimanere impegnato nella narrazione ripetuta della mia storia per il resto di quel pellegrinaggio che è la mia vita. La ricerca condotta nell’autorilevazione appoggia la mia esperienza che l’apertura personale del guru facilita e invita l’apertura crescente del pellegrino. Ma io opero non per aiutare il paziente, ma per aiutare me stesso. È dal centro del mio stesso essere che vengo spinto a partecipare la mia storia. Il fatto che ciò aiuti il paziente è un vantaggio secondario. Ogni volta che commetto l’errore di dare una parte di me stesso deliberatamente per spingere il paziente a condividere con me una parte maggiore di se stesso, egli si ribella alla manipolazione, alla qualità ipocrita e pretenziosa dei miei sforzi. Negli ultimi anni, al contrario, mi fido sempre più dei miei sentimenti, e faccio quanto mi sento di fare senza cercare di controllare l’effetto sul paziente. Quando un paziente diffidente mette in questione la mia sincerità in contrapposizione al mio uso deliberato di tecniche psicoterapeutiche, mi trovo totalmente disinteressato alla distinzione. Non mi chiedo se sono sincero o tecnico quasi da quando ho rinunciato a chiedermi se sono egoista o altruista. Che differenza fa tutto questo? Come possono aiutarmi le risposte a tali domande? (…)

Lo scambio reciproco delle autoriparazioni tra guru e pellegrino, naturalmente, dà priorità a quella del cercatore. Sotto certi aspetti io sono un esperto pagato per offrire servizi. Il paziente, anche se può esserne inconsapevole sa esattamente, sempre meglio di me, dove cominciare ogni seduta. [1]

Questa è la sintesi perfetta di ciò che intendevo, sulla capacità che ognuno di noi dovrebbe avere in seduta di iniziare da se stesso, di partire dalla propria realtà, di aiutare aiutandosi. Solo partendo da noi possiamo arrivare all’altro, solo mettendo l’accento su quanto possiamo aiutare noi stessi siamo in grado di essere d’aiuto agli altri.

E credo fosse una possibilità che neanche prendevo in considerazione quando ho iniziato a lavorare. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] S. B., Kopp (1972), Se incontri il Buddha per la strada uccidilo, Astrolabio, Roma, pag. 29

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INIZIATIVE: SETTIMANA DEL BENESSERE PSICOLOGICO

Argomenti vari, Iniziative, Società… Nessun Commento »

psicologiDal 02 all’08 Novembre si svolgerà nelle provincie di Cagliari e Carbonia-Iglesias, promossa dall’ordine degli Psicologi della Regione Sardegna, la Settimana del Benessere Psicologico. L’iniziativa, come ogni anno, propone una serie di eventi (seminari, workshop, conferenze, studi aperti) che permettono di avvicinare le persone ad una professione, quella dello psicologo e dello psicoterapeuta, spesso percepite come lontane e distanti. Si terranno, quindi, una serie di dibattiti, seminari, e aperture di studi con la finalità di avvicinare la nostra professione alle persone che ne sono interessate.

Ho aderito per il terzo anno consecutivo a questo progetto, convinto della bontà di un’iniziativa che permette ad un sempre maggiore numero di persone di conoscere più da vicino il mio lavoro. Il contributo che ho pensato di dare è di offrire un colloquio di consulenza gratuito a coloro che ne fossero interessati (bambini, adolescenti, adulti, coppie e famiglie). Chi volesse approfittare dell’iniziativa può contattarmi tramite:

Telefono: 392 0008369

Mail: fabrizioboninu@gmail.com

I colloqui si svolgeranno, previo appuntamento, presso i miei studi:

Piazza Salento, 7 CAGLIARI (da lunedì 02.11.15 a giovedì 05.11.15)

Via Roma angolo piazza Marmilla, CARBONIA (venerdì 06.11.15)

Per maggiori informazioni, potete visitare il sito www.lopsicologovirtuale.it o il blog fabrizioboninu.blog.tiscali.it

Tutti coloro i quali volessero un elenco completo delle iniziative che si svolgeranno durante l’intera settimana può cliccare su Calendario Eventi Settimana del Benessere Psicologico. Sarete reindirizzati sulla pagina del sito dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna all’interno della quale troverete, divise giorno per giorno, l’elenco completo delle iniziative che sono state programmate durante tutta la settimana.

Spero che in tanti possiate avvalervi delle iniziative proposte. 

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Io parto da me

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parto alla ricerca di me stesso...300Non vi nascondo che ho in mente questa riflessione da parecchio tempo e credo di aver avuto delle difficoltà a metterla per iscritto. Se voleste seguirmi, proverò a spiegarmi meglio. Un ideale punto di partenza potrebbe essere la considerazione su quella che (temo) sia una delle tendenze che noto più spesso in questi tempi: la tuttologia. Questa tendenza affligge tutti coloro i quali, non avendo specifiche competenze in determinati campi (economia, salute, ecc), si vedono invece depositari dello scibile umano e si sentono in dovere di ribadirlo con gli altri, magari anche con persone che stanno faticosamente cercando di costruire una propria competenza in un campo specifico. Talvolta questo avviene con modi non propri mirabili e i tuttologi puntano il dito su quanto ‘gli altri’ non capiscano niente, quanto non comprendano il mondo, come le cose andrebbero fatte in altro modo, o nel peggiore dei casi, che tutto quello che viene fatto/detto/scritto non sia mosso dalle migliori intenzioni. È capitato con alcuni argomenti trattati su questo blog: i post sulle cosiddette teorie riparative o quello sull’omogenitorialità hanno provocato una serie di commenti e di mail non propriamente edificanti.  Sono stato accusato di non essere obiettivo, di nascondere delle informazioni, di essere poco trasparente.

Sono d’accordo sul fatto che le posizioni possano essere messe in discussione, d’accordo che si possa criticare tutto (sono il primo a spingere in questa direzione!). Ciò che, invece, non comprendo sono le posizioni di coloro che, non avendo strumenti per parlare del tema specifico, irridono i temi trattati e passino dalle critiche sui temi proposti a contestazioni di tipo personale (sono ‘dalla parte di’, ‘nascondo informazioni’, ‘travio le persone’, ecc). Come ho avuto modo di notare e segnalare più volte, questo avviene senza freni particolarmente nelle interazioni su internet. Da queste premesse sono nate le domande: che cosa origina tutta questa acredine nelle discussioni? Da dove viene questa presunta sicumera? Da dove arriva questa insopportabile saccenza per la quale tutti ostentano di sapere tutto di tutte le cose e irridono gli altri per le proprie posizioni? Dove origina l’incapacità ad accettare le competenze altrui? Se dovessi riassumere queste domande con una sola probabilmente sarebbe: perché molti pretendono di cambiare il mondo partendo dagli altri?

Non volendo specificamente entrare sul tema della competenza e sul conseguente appiattimento nel quale chiunque sembra potersi pronunciare su tutto, l’aspetto che più mi colpisce riguarda il fatto che tutti hanno il desiderio di voler migliorare le cose partendo dagli altri. È l’altro che deve cambiare, è l’altro che deve apportare delle modifiche, è l’altro che deve mutare, ed è sempre l’altro che deve iniziare a farlo. È raro, invece, che una persona inizi partendo da sé, è raro che una persona cominci a pensare di voler cambiare le cose partendo da quello che può fare (o può smettere di fare) per migliorare il mondo o, più semplicemente, una discussione, ed è sempre più raro che una persona metta in discussione le sue scelte, i suoi stili, i suoi pensieri per iniziare a modificare quella che è la società che ci circonda. L’altro è in malafede, l’altro non ha capito nulla, l’altro è prezzolato. L’altro DEVE cambiare il suo atteggiamento/pensiero/azione/emozione. Noi, invece, andiamo bene così.

Qualche tempo fa avremmo potuto etichettare questo automatismo con termini come scissione e proiezione, due tra i meccanismi più primitivi di difesa. Individuata una parte di noi che non ci piace, la scindiamo e la proiettiamo sugli altri potendo, in questo modo, criticare una parte che sentiamo non appartenerci. Questa parte non ci appartiene, appartiene all’altro, eppure ci fa arrabbiare molto. Da dove deriva tutta questa rabbia? Una possibile spiegazione potrebbe essere che questa parte ‘rifiutata’ in realtà sia a noi molto vicina e che questa scissione, questo non riconoscimento per una parte così importante di noi, per quanto non ci piaccia, provoca una profonda rabbia. A questa spiegazione possiamo aggiungerne una più generale e cioè che le persone, sempre più consapevoli della complessità del mondo che ci circonda, nel quale con sempre più fatica si distingue tra le diverse posizioni, avvertendo la minore influenza del proprio peso e il conseguente senso di impotenza, reagiscano così, con rabbia. E questa rabbia spesso si sfoga su chi si espone, su chi cerca di fare.

Da qui voglio partire. Sovvertire questo meccanismo in me. Non chiederò a voi di cambiare per migliorare il mondo nel quale viviamo: lo chiederò a me stesso. Conoscete i buoni propositi per l’anno nuovo? Ecco, anche se inizio anno è oramai lontano, quest’anno come buon proposito voglio iniziare da me. Voglio essere sicuro di fare del mio meglio nel mio campo per cercare di migliorare, nel mio piccolissimo, la nostra società. Non voglio dare suggerimenti, non voglio dare consigli, non mi intendo delle cose che fanno gli altri, non sono in grado di sostituirmi a chiunque e non ho il sapere su tutto. Ho scelto una professione, una professione delicata e complessa, ho deciso di investire in questo campo, ho deciso di formarmi in questo campo. E questo non mi da la possibilità di essere esperto in altri campi ed è per questo che mi fido e affido alle competenze degli altri. Come disse qualcuno tanti anni fa, l’unica cosa che so è di non sapere. Per questo non mi voglio arrogare il diritto di contestare, criticare o denigrare quelle che sono le competenze degli altri. Io parto da me, e posso solo garantire il mio impegno e la mia passione. Anche i miei errori. Quello che non voglio fare è migliorare il mondo in cui viviamo partendo da voi. Credo sarà il cambiamento, l’impegno, la passione che ognuno di noi può esercitare su se stesso a cambiare le cose. E non la critica aprioristica delle posizioni degli altri. Partirò da me, da quello che faccio, da come mi comporto, da come reagisco, da come mi arrabbio.

Cercherò, per quanto sia più facile e più semplice, di non limitarmi ad incolpare gli altri, di ritenere tutti gli altri, eccetto me stesso, responsabile di quello che ci circonda. E credo non sarà facile, in questa continua rincorsa alla ‘colpa degli altri’ e alla incapacità di osservare se stessi. Mi sono stancato di partire dall’altro, mi sono stancato di attribuire all’altro. Provo a rivolgere lo sguardo su di me, cercando di vedere cosa faccio, dove posso migliorare, dove ancora sbaglio e perché lo faccia.

Parto da me e su me cerco di stare, prendendomi la pesante responsabilità di quello che creo e di come lo creo. Cercando di non cadere nella facile tentazione di accusare gli altri come soli responsabili di quello che mi/ci succede.

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Buona Pasqua:)

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pasqua2015Approfitto delle prossime feste per fare a tutti voi gli auguri di buona Pasqua. Spero sia un periodo di serenità, di riposo o di quello che avete deciso di fare in questi giorni!

Utilizzo questa occasione anche per ricordarvi tutte le possibilità di contatto e condivisione presenti sul blog (fabrizioboninu.blog.tiscali.it) e su sito (www.lopsicologovirtuale.it).

Innanzitutto i miei contatti:

Tel.: 3920008369;

Mail: fabrizioboninu@gmail.com

Altra possibilità è l’iscrizione alla newsletter che permette di ricevere tutti gli aggiornamenti direttamente sulla vostra email. Per registrarvi alla newsletter cliccate su ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER. Ancora, vi ricordo la pagina Facebook del blog (clicca PAGINA FACEBOOK per andare direttamente alla pagina) e, qualora voleste, aggiungere il vostro mi piace agli oltre 3400 già presenti. 

E infine, qualora desideraste chiedere una consulenza online, vi invito a cliccare sul  link RICHIEDI CONSULENZA ONLINE, e seguire le semplici istruzioni.

Credo di avervi ricordato tutto.

Ancora auguri e grazie per l’attenzione e l’affetto con i quali mi seguite.

Buone feste, a presto…

Fabrizio Boninu

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Ma io chi sono?

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imagesL’idea dell’argomento di questo post è di un lettore, anzi una lettrice che mi rivolge una domanda circa cosa succeda in terapia. Questa la domanda: Caro dott. Boninu, capita, talvolta, in terapia, che un suo assistito le chieda: -Ma IO, chi sono-? Nel qual caso, si è preparato una risposta? Come risponde, Lei? E i suoi colleghi, come rispondono? Ma voi medici, ve lo chiedete, a volte? I libri di testo sono ‘illuminanti’? No, perché altrimenti, Vi chiedo se me ne indicate uno … buona sera, Graziella

E questa la mia risposta: Salve Graziella, non credo mi sia stata mai posta come domanda così diretta. E, naturalmente, non ho una risposta pronta perché dipende da chi ho davanti. In realtà tenderei a non rispondere ad una domanda del genere ma propenderei per aiutare la persona a trovare autonomamente la sua risposta. Il rischio sarebbe, in caso contrario, che facesse sua la mia risposta. Non ho idea di come potrebbero rispondere i miei colleghi. Spero rispettino il tempo e il senso dell’altro. Credo che ognuno di noi ad un certo punto della sua vita si chieda chi è, o cosa vorrebbe essere, e le assicuro che la risposta difficilmente viene dai libri, che possono sicuramente aiutare ma mai quanto l’esperienza stessa di vivere questa vita per cui ci impegniamo a trovare un significato. Grazie per le domande Graziella… A presto

Ho pensato, al di là della curiosità legittima di Graziella, che fosse il caso di approfondire il tema. Uno dei punti che vorrei chiarire è che non esiste un mezzo standard per affrontare il paziente che si ha davanti. Ci sono naturalmente dei metodi o delle tecniche alle quali riferirsi, oppure può essere l’orientamento teorico dello psicologo ad influenzare il modo in cui la terapia stessa è svolta. Ma dubito (e spero!) che nessun mio collega applichi un metodo standard che non prenda in considerazione la persona che ha seduta di fronte. Ogni caso è un caso a se e, se è possibile fare un intervento che sia utile per la persona, credo sia dovuto al fatto che l’intervento stesso è calibrato ed adatto alla persona stessa e non è, dunque, standardizzato. Quindi, per rispondere a Graziella, non esistono risposte univoche alle domande che i pazienti fanno. O per lo meno, non le troverete nel lavoro con me.

Altro punto che reputo importante riguarda il fatto del dare risposte. Ho già affrontato diverse volte il tema: non credo che uno psicologo (e uno psicoterapeuta) debbano fornire risposte o dare consigli su come fare. Questo è un ruolo molto richiesto da parte dei pazienti che vorrebbero avere un ‘guru’che fornisce delle soluzioni su come procedere nella vita. Credo profondamente che questo ruolo non debba essere, se non forse in minima parte e con un accurata consapevolezza, accettato dal professionista, proprio perché l’accettazione di questo ruolo delegittimerebbe ancora di più il paziente e le sue capacità e confermerebbe, anche da parte del ‘guru’, che non è in grado di affrontare la sua vita autonomamente ma che dipenda, nel fare questo, da un’altra persona che ritiene più esperto di lui (o di lei ovviamente!).

Ecco io credo che questo punto sia fondamentale nella terapia: cercare di non rinforzare l’idea di incompetenza e di inesperienza che il paziente ha nei confronti della sua stessa vita. L’obiettivo è, anzi, fornire un punto di vista differente, provando a farlo sentire come unico esperto (quale in realtà è) della sua vita. Rendere questo ad un paziente è profondamente difficile, soprattutto per coloro i quali vorrebbero essere supportati dal consiglio dell”esperto’. Se ci si pensa, sarebbe molto più semplice dare questi consigli, ma questo credo non sarebbe un modo per rinforzare l’autonomia della persona con la quale si lavora. Molte persone mi rendono questa idea, l’immagine dello psicologo come una sorta di dispenser di consigli, di facili soluzioni per affrontare al meglio la propria vita.

Non si tratta di non comprendere o di non accogliere il bisogno che muove la richiesta, bisogno ancora maggiore nel momento della vita in cui ci si sente disorientati, ma se venisse assecondata questa richiesta, verrebbe  indirettamente confermata l’inadeguatezza che quella persona ha del suo ruolo nella sua vita. Vorrei, invece, restituire l’idea che nessuno sia più adatto a vivere la propria vita come chi quella vita la sta vivendo, di modo che sia la persona stessa, anche col mio supporto se questo è ciò di cui sente la necessità, a rispondere alla domanda iniziale: riuscire a dirmi chi sia.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Nuovo studio: Carbonia

Primo piano, Progetti, Psicologia Nessun Commento »

Nuovo studio CarboniaCome anticipato nel post dedicato alle consulenze online, diversi progetti sui quali stavo lavorando riescono a concretizzarsi. Il nuovo progetto riguarda l’apertura di un nuovo studio a Carbonia. Da questa settimana è possibile prenotare un appuntamento sia per lo studio di Cagliari che per il nuovo studio di Carbonia. Le modalità di contatto sono le medesime: è necessario chiamare il numero 392 0008369 oppure il numero 070 2353652. Nel caso non potessi rispondere, verrete contattati quanto prima.

Lo studio di Carbonia si trova in via Roma, angolo piazza Marmilla, all’interno di una delle torri bianche che sovrastano Piazza Roma, in pieno centro. Raggiungerlo è molto agevole e sono disponibili diversi parcheggi nella zona. Non esitate a contattarmi qualora voleste maggiori informazioni.

Vi ricordo inoltre l’altra nuova possibilità, la consulenza online (cliccate per accedere alla pagina) per richiedere le quale vi rimando alla pagina dedicata.

Spero che questa occasione costituisca una ulteriore opportunità di contatto tra le vostre esigenze e una supporto qualificato.

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Psicologia: cos’è la sintassi terapeutica?

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Psicologia cos'è la sintassi terapeuticaIl post di oggi vuole essere spunto per una riflessione più approfondita su quelle che sono le regole, sia implicite che esplicite, che sovrintendono al lavoro terapeutico stesso. Il tema apparirà un poco più complicato del solito: spero di riuscire a renderlo chiaro. Uno dei termini in gioco è la parola sintassi. Sintassi è una parola che indica una branca della linguistica che si occupa di come le parole si combinino tra di loro nel formare la frase. Stiamo dunque parlando delle regole tramite le quali si relazionano tra parole. Trasponendo il termine all’interno della terapia possiamo cercare di indicare come la sintassi stia ad indicare le regole che determina l’incontro terapeutico, il modo con cui gli attori coinvolti nella terapia (il paziente (o i pazienti!) e il terapeuta stesso) si relazionino tra di loro e diano vita a qualcosa di nuovo legato alla loro stessa relazione. A questo ‘costrutto relazionale’ viene dato il nome di sintassi terapeutica: quello che il paziente ed il terapeuta costruiscono assieme e che influisce sulle regole di funzionamento della relazione stessa. 

Vi riporto il brano di un testo che spiega in altre parole quello di cui stiamo parlando: 

Intendiamo per sintassi dell’intervento l’insieme delle regole (esplicite, implicite) che presiedono alla organizzazione presunta (dal terapeuta), in una struttura unitaria, per il materiale proposto da coloro che parlano. Si tratta delle regole utilizzate per definire la situazione vissuta, è il tentativo di dare un ordine complessivo all’immagine nuova che emergere anche il terapeuta attraverso il materiale che gli viene proposto. 

Fermiamoci ad analizzare meglio quello che viene fin qui detto. Uno degli aspetti interessanti da sottolineare riguarda il fatto che queste regole possono essere esplicitate oppure implicite alla relazione stessa. Le regole implicite possono essere sia di natura più ampia (sociale, morale, ecc.) oppure esplicitate all’atto della conoscenza tra medico e paziente, la stipula del cosiddetto contratto terapeutico. Per esempio è una regola esplicita il fatto che una seduta duri mediamente un’ora, o che costi un certo tanto e così via. All’interno di questa relazione regolata (la seduta) si cerca di arrivare a dare un ‘ordine’, un’organizzazione al materiale che il paziente stesso porta. Il paziente può portare questo materiale con un suo ordine e, all’interno dell’intervento terapeutico, questo ordine può essere confermato, cambiato, ricompreso, approfondito ecc. In una parola possiamo dire che questa visione venga risignificata, gli venga data, cioè un nuovo significato. Questo movimento avviene qualunque sia l’orientamento teorico del terapeuta stesso. Al massimo l’orientamento avrà un’influenza su quelli che sono i modi (la grammatica) con cui ci si muove in terapia. Il mio orientamento, per esempio, è di tipo sistemico-relazionale: prendo in considerazione il peso che la famiglia ha all’interno delle vicende che mi porta l’individuo, mentre uno psicoanalista freudiano potrebbe non prendere troppo in considerazione l’aspetto familiare. Questa differenza di approccio non cambia, però il valore più ampio dell’esperienza terapeutica che riguarda la risignificazione del vissuto del paziente. 

Tutte le costruzioni terapeutiche partono dalla identificazione di un fatto rilevante dal punto di vista interpersonale collegato al manifestarsi del sintomo, presupponendo:

a) Una condizione di equilibrio che precede l’inizio dello star male e che è stata messa in crisi dall’evento; indicando b) La funzione positiva svolta dal sintomo sull’equilibrio personale di colui che lo manifesta e sull’equilibrio del gruppo di cui fa parte; suggerendo c) Una forma speciale di complicità da parte del terapeuta che lo riconosce. [1]

Tutte le costruzioni terapeutiche partono dalla identificazione da parte del paziente di un punto nodale che ha attivato la messa in crisi del suo stesso sistema di vita e che sia collegato all’insorgenza di un sintomo, la ragione per cui il paziente arriva a chiedere una terapia. Può essere l’ansia, la gestione della rabbia, la paura della morte, qualcosa con la quale la persona ha difficoltà a relazionarsi. Cosa sottostà alla comparsa dello stesso sintomo? Le premesse di questo sono che la vita del paziente fosse in equilibrio prima, cioè che ‘funzionasse’, equilibrio che è stata messo in crisi dall’insorgenza del sintomo stesso. Attraverso l’aiuto del terapeuta è possibile comprendere come il sintomo sia segno di reazione alle mutate condizioni dell’equilibrio, e come sia possibile dare un significato diverso al sintomo stesso. Capita talvolta che il sintomo venga ridefinito in maniera positiva rispetto a quella che era la percezione della persona stessa. L’ansia per esempio può essere un segnale di discrepanza tra ciò che dobbiamo fare e ciò che vorremmo fare. Non è negativo sentire ansia nel momento in cui può essere un campanello d’allarme per la piega che sta prendendo la nostra vita. Va sottolineato come il sintomo possa avere una funzione positiva, sebbene spesso difficile da cogliere, anche per le persone che più sono vicine al paziente stesso. In questo movimento si instaura quella che l’autore chiama complicità e che io definisco alleanza terapeutica tra il paziente e il terapeuta stesso che può così entrare in contatto non solo con il sintomo ma con quello che il sintomo stesso rappresenta per la persona e per il sistema relazionale all’interno del quale si muove.

Quanto delineato costituisce la premessa del lavoro terapeutico ed è alla base per la costruzione della relazione coi pazienti.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Cancrini, L. (1991), Il vaso di Pandora, Carocci, Roma, pag. 293

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Sempre a proposito dell’idealizzazione dello psicologo (2)

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Sempre a proposito dell'idealizzazione dello psicologo (2)Se vogliamo la condizione di subalternità o di non autonomia del paziente potrebbe essere rafforzata proprio perché avviene in un contesto al quale si è rivolto per essere aiutato e nemmeno in questa occasione, per il paziente molto importante, si sentirà di essere stato in grado di fronteggiare autonomamente la propria vita. Il terapeuta deve essere consapevole che questa possibilità è così insidiosa e dovrebbe avere chiari i rischi che si corrono nel credere al proprio ruolo di guru.

Se accetta questo ruolo corre il rischio di innestare questo ruolo su quelle che sono le aspettative del paziente: la terapia può sfociare in un gioco assolutamente complesso nel quale, magari inconsapevolmente ed inconsciamente, le aree del paziente colludono con le aree del terapeuta. La soluzione di questo tipo di situazioni possono essere diverse: o ci si rivolge ad un professionista che con un suo lavoro personale abbia affrontato queste aree collusive e che possa pertanto muoversi meglio nel momento in cui queste stesse aree vengono attivate nella relazione coi pazienti, oppure ci si dovrebbe affidare a persone che con empatia, ma anche con fermezza, possano gestire questo tipo di situazioni in terapia.

Diffidata da un terapeuta che con facilità dispensa consigli su quello che dovreste fare nella vostra vita: vi sta implicitamente dicendo che voi non siete in grado di viverla! Ma è lo stesso Whitaker a suggerire un modo in apparenza molto semplice, ma in realtà terribilmente complesso, per superare questo rischio: palesare l’impotenza del terapeuta: È molto difficile prendere la decisione alternativa di fare terapia con l’intento di essere sia partecipe sia separato, e ancora più difficile mantenerla. Uno dei modi per raggiungere questo obiettivo è rendere palese l’impotenza del terapeuta[1] 

Non pensiate che sia semplicemente un alzata di mani ad una situazione difficile da gestire. Il rendere palese la sua impotenza equivale, per il terapeuta, ad ottenere diversi risultati: a) essere consapevole della difficoltà che sta incontrando in terapia, b) ammetterlo con un suo paziente, c) non rendere vana la terapia introducendo o un elemento di rottura rispetto alla terapia stessa, oppure la possibilità di inviare il proprio paziente da un altro collega. Questo permetterà di non vanificare il lavoro terapeutico stesso. 

Ma il risultato in assoluto più importante che si può ottenere con una mossa di questo tipo è ribadire al paziente che nessuno, eccetto egli stesso, è in grado di vivere la propria vita, e che non si sostituirà a lui dandogli un’ulteriore conferma della sua inadeguatezza. E questo è uno dei risultati più alti all’interno di un percorso terapeutico.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Whithaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 233

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Sempre a proposito dell’idealizzazione dello psicologo (1)

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Sempre a proposito dell'idealizzazione dello psicologo (1)Il post di oggi vuole occuparsi di un tema del quale mi era già occupato in passato (L’idealizzazione dello psicologo, 06.12.2011) e che riguarda un aspetto molto importante all’interno della terapia. Sto parlando dell’ idealizzazione dello psicologo, quel processo mediante il quale il terapeuta viene appunto idealizzato da un suo paziente e che porta il paziente ad identificare il suo medico come una sorta di guru che tutto può e che tutto risolve. Ora questa posizione, lungi dall’essere una posizione facilmente gestibile all’interno di un percorso psicoterapeutico per il paziente, è pericolosa per lo stesso terapeuta che può trovare solleticate in terapie parti di sé onnipotenti che, se non conosciute e risolte, possono sfociare nel riconoscimento e nell’accettazione di questo ruolo.

Questo porta la terapia ad essere potenzialmente rischiosa per il paziente stesso e la presa in carico terapeutica si rivela estremamente difficile da gestire. Di questo tema si sono occupati tutti i più grandi terapeuti sistemico familiari. Vi riporto la posizione in proposito di uno dei più grandi e originali innovatori in materia, Carl Whitaker nel suoConsiderazioni notturne di un terapeuta della famiglia:

Una delle difficoltà di accedere al campo di gioco terapeutico dipende dal delirio di grandezza che viene sollecitato dal paziente e dei suoi bisogni; il terapeuta è visto come un Dio onnipotente e onnisciente. Mi pare inoltre chiaro che, come il terapeuta è al centro del mondo del paziente, il paziente e al centro del mondo del terapeuta. Se il terapeuta si fa sedurre da questo delirio di grandezza, la terapia diventa inutile[1] 

Il rischio è appunto questo: se il terapeuta si fa sedurre da questo delirio di grandezza, la terapia diventa inutile. Vi starete chiedendo forse se un terapeuta non dovrebbe essere pronto a gestire investimenti di questo tipo da parte di un suo paziente. Dovrebbe. Ma non sempre è facile gestire questo tipo di dinamiche. Soprattutto nel momento in cui possono essere così pervasive o seducenti da indurre il terapeuta stesso a crederci. La difficoltà più grande può essere quella per cui, una volta attivato e non riconosciuto questo meccanismo da parte del terapeuta stesso, questo si propaghi e si espanda vanificando di fatto la terapia. 

Se il terapeuta crede infatti al ruolo ‘divino’ che il paziente gli (o le naturalmente!) assegna, si comporterà come tale e, invece di far riflettere il suo stesso paziente sulla sua vita, gli subentrerà, dispensando consigli e modi su come lui affronterebbe una data situazione e sostituendosi de facto al paziente stesso. Questo confermerà l’idea in entrambi che uno dei due (il terapeuta) sia in una posizione superiore mentre l’altro (il paziente) sia in una posizione più bassa.

– Continua –

 [1] Whithaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 233

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Buona Pasqua (e nessun grazie, forse!)

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Buona Pasqua (e nessun grazie, forse!)Eccomi ad approfittare delle prossime feste per fare a tutti voi gli auguri di Pasqua. Spero sia un periodo di serenità o di riposo o di quello che avete deciso di fare in questi giorni! Approfitto dell’occasione per ricordarvi alcune possibilità del blog: innanzitutto la serie di link che potete trovare nella barra laterale ai vari social network come Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn tramite i quali, accedendo, potrete una volta di più partecipare al nostro lavoro.

Vi invito in particolare a visitare la pagina Facebook del blog (cliccate QUI per andare direttamente alla pagina) e, qualora voleste, ed aggiungere il vostro mi piace agli oltre 1800 già presenti. Ancora, vi ricordo la possibilità di ricevere i post direttamente sulla vostra mail tramite l’iscrizione (del tutto gratuita!) alla newsletter. Per registrarvi alla newsletter cliccate QUI.

Non approfitto, invece, dell’occasione per ringraziarvi per l’affetto con cui mi seguite, per le 860.000 visite sul blog e le 120.000 sul sito, per i commenti, per le osservazioni, per gli spunti che riuscite a darmi, per la serie di riscontri che riuscite a rendermi, perché potrei diventare ripetitivo, e vi sarete sicuramente stancati dei miei ringraziamenti:)

Quindi vi rinnovo i miei migliori auguri… 

A presto…

 Fabrizio Boninu

P.s.: Posso però ringraziarvi per avermi permesso, anche se non festeggiato, di tagliare il traguardo del terzo compleanno del blog! Nel mese di marzo, infatti, il blog ha compiuto tre anni e niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza il vostro supporto e la vostra partecipazione dalle quali mi sento sempre circondato! Avrete capito che non ringraziarvi per tutto questo è, per me, decisamente difficile!

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Perché si va in terapia?

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Perché si va in terapiaQuanto più faccio questo mestiere, quante più persone vedo, mi rendo sempre più conto che molti, di solito coloro che non sono mai stati in terapia e che la reputano ancora una faccenda che riguardi solamente i ‘pazzi’, mi chiedono che tipo di lavoro faccia, cosa succeda dentro la misteriosa stanza di uno psicologo. La curiosità è tanta, ma tanta è anche, purtroppo, l’ignoranza per il tipo di lavoro che uno psicoterapeuta svolge. Mi si chiede spesso perché si va in terapia, perché una persona dovrebbe spendere tempo (e soldi!) per ‘fare due chiacchiere’ con uno sconosciuto. La verità è che spesso queste persone sono tanto incuriosite quanto intimidite dall’idea che ci si possa metter a nudo di fronte ad una persona. Questa considerazione mi ha riportato alla mente un brano che ho letto tempo fa e che si occupa appunto del perché della psicoterapia. Ve lo riporto:

Ognuno di noi si muove nell’ambito di un sistema di convinzioni, la maggioranza delle quali, pur non essendo apertamente dichiarate, determinano il nostro modo di vivere le nostre relazioni con gli altri. Vorrei dire qualcosa a questo proposito. Prima di tutto niente che valga la pena di imparare può essere insegnato. Tutto deve essere scoperto da ognuno di noi. Questo processo di apprendere ad apprendere, di scoprire la propria epistemologia, il proprio modo di affrontare nuove scoperte, nuovi pensieri, nuove idee, nuove opinioni, richiede una lunga lotta per riuscire a sviluppare sempre meglio ciò che siamo. Tillich ha scritto un libro intitolato Essere è divenire. Questo titolo è stato per me un koan. Per molti anni mi sono chiesto cosa volesse realmente significare, finché all’improvviso tutto è diventato chiaro: agire è un modo per impedirsi di essere, nel senso che se ci si dà abbastanza da fare, non si è obbligati a essere qualcuno. Si può cercare, con sempre maggiore impegno, di diventare qualcosa di diverso da quello che si è: sempre migliori, sempre più potenti, sempre più simile a qualcun altro sempre meno simili a ciò che in passato abbiamo scoperto di essere.

Ma essere è divenire vuol dire che si deve imparare ad essere totalmente ciò che si è. Questo è, ovviamente, un processo pericoloso, perché la struttura sociale tollera solo certi modi di essere persona. Se ci si scopre sadici, bisogna stare attenti ad esserlo al tempo giusto, nel modo giusto con le persone giuste, se non si vuole passare un brutto quarto d’ora. Una delle ragioni per andare in psicoterapia è che, mettendosi in posizione subordinata rispetto ad un estraneo, si può scoprire quel tipo particolare di libertà che rende possibile essere maggiormente se stessi. Uno psicoterapeuta è qualcuno che si può odiare senza provare sensi di colpa. È una di quelle persone con le quali si può essere completamente se stessi, ciò nonostante, venire accettati; o, guardando la cosa da un altro punto di vista, probabilmente un terapeuta può sopportare che un paziente, per circa un’ora alla settimana, sia totalmente se stesso. Osare rivelarsi a qualcuno rende più facile approfondire la conoscenza di se stessi.

Il primo passo consiste nell’imparare ad ascoltarsi: avere il coraggio di aspettare quando non succede nulla, aspettare che qualcosa accada dentro di noi, non fuori di noi, non grazie a qualcun altro diverso da noi. La creatività richiede tempo e solitudine. [1]

Uno dei punti principali di questo brano è che alcune cose devono essere vissute piuttosto che insegnate. Imparare ad essere se stessi secondo me è una di queste: nessun altro, neanche con una serie enorme di titoli e di attestati, può insegnare all’altro come essere se stesso. Solo il viverlo, lo sperimentarlo, può portare ognuno di noi a rintracciare ciò che è l’essenza del suo essere. Questo ribadisce una mia convinzione profonda: in questo campo non ci sono delle autorità in materia, nessuno che ti possa insegnare ad essere. La nostra funzione è, come diceva Socrate, una funzione maieutica: possiamo aiutare a far nascere qualcosa, ma la vita era presente prima del nostro intervento. Tornando al punto, il nostro senso possiamo costruirlo solo attraverso l’esperienza: ma se l’esperienza è censurata socialmente come può avvenirne la costruzione? Questo, secondo Whitaker è il grande significato dell’esperienza della psicoterapia: in essa la persona può sperimentare parti di se che, per motivi sociali o personali, ritiene debbano essere censurate nella sua vita quotidiana. Solo questa sperimentazione può portare ad una consapevolezza prima e ad una valutazione e accettazione (o rifiuto, naturalmente) poi. Quello che con un termine solo chiamiamo crescita. Questo porta alla crescita di se stessi proprio nel momento in cui aumenta la propria consapevolezza. E da questo dobbiamo passare: solo l’esperienza di ciò che siamo intimamente può portarci ad una evoluzione. Il rischio, altrimenti, è quello di continuare a pensare di coltivare e di mostrare solo ciò che riteniamo accettabile o condivisibile. Whitaker dice che il primo passo di questo processo è imparare ad ascoltarsi. Se però ci siamo abituati ad essere sordi nei confronti degli aspetti che di noi non ci piacciono, il pericolo è che queste parti rimangano sempre in ombra e non emergano. Questo è ciò che avviene all’interno della psicoterapia: in uno spazio protetto la persona può permettersi di sperimentare parti considerate inaccettabili. La condivisione senza giudizio porta spesso a rivalutare queste parti di se stessi e a pensare di rimetterle in gioco nella vita di tutti i giorni. E non è cosa da poco autorizzarsi a condividere parti di noi che fingiamo non esistano. Credo sia questo il sostegno che siamo chiamati a dare all’interno della professione.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Whitaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 69 

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L’apprendimento permanente

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L'apprendimento permanenteIl post di oggi è dedicato ad un aspetto spesso messo in secondo piano in molte professioni ma che reputo fondamentale in una professione, quella dello psicologo, in cui la formazione dovrebbe essere continua e costante. Sto parlando, dell’apprendimento permanente, quello che viene spesso indicato col termine inglese di lifelong learning. Lo psicologo gode già di un apprendimento temporalmente molto lungo, in cui esperienze teoriche si associano, o dovrebbero farlo, con esperienze pratiche. Il percorso che porta una persona a fregiarsi del titolo di psicologo è data dalla frequenza di cinque anni di Università, un anno di tirocinio post laurea, l’esame di stato e la possibilità di iscrizione all’Ordine. Se il nostro psicologo volesse diventare anche psicoterapeuta deve mettere in conto altri 4 anni di scuola di specializzazione accompagnati, anche in questo caso, da tirocini pratici che gli consentano di maturare anche delle esperienze che non siano solo teoriche. Finito questo periodo di apprendimento obbligatorio, che dura comunque ben 10 anni, il professionista è libero di non fare più nulla. Potrebbe, considerato chiuso il ciclo di apprendimento, pensare di non avere più nulla da imparare e pensare di aver raggiunto il massimo del sapere possibile.

Ecco credo che questo tipo di posizione sia assolutamente deleteria in ogni campo ma in particolar modo in professioni nelle quali invece l’affinamento e la conoscenza non possono e non devono essere considerate come concluse od esaustive ma sempre come un work in progress, un continuum dal quale non allontanarsi. Ecco perché cerco di curare la mia formazione e perché invito a non guardare di buon occhio i professionisti che, arrivati ad una certo punto nella formazione, scelgono di sedersi sulle vette raggiunte e non scelgono di andare avanti. Il concetto di apprendimento permanente ha, per me, a che fare con un vero e proprio approccio nella vita di un individuo: ha a che fare col fatto di non sentirsi mai completi, mai arrivati, ha a che fare con la possibilità che ci si riconosca sempre uno spazio in cui permettere ad altro di entrare, maturare e magari arricchirci.

Ci sono varie voci critiche a questo tipo di concetto. La critica più ricorrente è che un sistema sociale che punta su una formazione permanente parte dal presupposto che ci sia sempre qualcuno che insegna e qualcuno che impara, ponendo quindi l’accento sulla posizione più debole di chi ha ancora, e sempre, da imparare. Non sono assolutamente d’accordo su questa posizione. La posizione di chi deve imparare non è necessariamente debole nel momento in cui la si accompagna dalla consapevolezza della necessità di un atteggiamento aperto verso l’apprendimento stesso. Mi spiego meglio: io, avendo ancora o meglio potendo ancora imparare, non nego la validità di tutto ciò che ho imparato fino a questo momento, ma credo sia presente lo spazio per interessarmi a qualcosa di nuovo. Questo qualcosa di nuovo non necessariamente sarà utile nella mia professione, nel senso che magari non verrà messo in pratica quotidianamente. Sarà, secondo me, utile alla mia professione l’atteggiamento di curiosità e di apertura mentale che mi ha portato nella direzione di voler apprendere quella determinata realtà. In questo, secondo me, esiste una differenza.

Il concetto del lifelong learning ha subito un’accelerata in questi ultimi tempi, dato che è stato legato alla riqualificazione o riformazione professionale in momenti, come quelli in cui viviamo, in cui è necessario fronteggiare dei cambiamenti lavorativi spesso anche drastici. La formazione continua sarebbe uno strumento in più per superare questo tipo di impasse. Io credo che sia riduttivo questo punto di vista, e sono convinto che dovrebbe diventare un modello di vita vero e proprio dove, al posto del falso mito dell’esperto, si affianca un percorso di formazione continua che innovando, cambiando e trasformando, permetta di costruire conoscenze continue che rendano lo stesso apprendimento non fine a se stesso o ‘finito’ ma punto di passaggio verso possibili ulteriori evoluzioni. D’altronde non lo diceva già Socrate 2400 e passa anni fa di sapere di non sapere? Quale miglior motore per spingerci a cercare di saperne di più?

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

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