Cosa NON fare con l’ansia (1)

Emozioni, Psicologia 2 Comments »

ansiaUna delle richieste che spesso portano i pazienti in studio, riguarda quella che è considerata come uno dei più grandi nemici dell’uomo: l’ansia. L’ansia è descritta come elemento particolarmente sgradevole della vita delle persone ed è sicuramente vero che, a livelli alti, può rendere problematica la quotidianità. L’ansia è subdola perché si manifesta in forme e tratti diversi: per alcune persone può, per esempio, dare luogo ad una difficoltà nelle interazioni sociali, per altre può avere conseguenze nella vita lavorativa; in alcuni si manifesta con sintomi fisici (tremore, rossore,…) altri possono non manifestare nessun tipo di sintomo dal punto di vista fisico. Data la poliedricità con la quale si manifesta, è spesso difficile capire cosa la singola persona intenda usando il termine ‘ansia’. Il primo passo che compio insieme al paziente che porta questa richiesta, è quello di cercare di vagliare e comprendere cosa intenda utilizzando il termine ansia e come, per lei, si manifesti.

Generalmente, con questo termine si descrive uno stato di forte preoccupazione, che può essere dovuta o a stimoli specifici oppure a cause non individuabili con precisione. Nel primo caso l’ansia è più ‘controllabile’, dato che il soggetto potrà eventualmente evitare contatti od esposizione alla singola causa; nel secondo caso il discorso diventa decisamente più complesso, dal momento che il soggetto non si sente tranquillo in molte occasioni o con diversi stimoli. In questo secondo caso, l’ansia potrebbe interferire con la vita quotidiana, rendendola di fatto più complessa. Ovviamente, se accettiamo la premessa di cui abbiamo parlato prima e cioè che l’ansia possa manifestarsi in singoli modi nei diversi individui, non si può certo standardizzare un approccio, un trattamento generico. La richiesta andrebbe attentamente valutata e altrettanta attenzione sarebbe necessario riservare, a mio avviso, al significato che l’ansia ricopre all’interno della vita dell’individuo.

Come tutte le problematiche che una persona presenta, anche l’ansia non è una tematica che riguarda solo il singolo; assume invece rilevanza relazionale dal momento che la persona con quel disagio manifesterà la propria difficoltà all’interno di un contesto di relazione: potrà, per esempio, richiedere l’appoggio delle persone più care per fronteggiare la situazione. Da personale, la prospettiva si sposta sul piano relazionale. Le persone che circondano il nostro soggetto in questione, con le loro reazioni o le loro risposte, possono elicitare una serie di comportamenti che hanno la possibilità di aiutarlo o metterlo in difficoltà. La riflessione riguarda proprio questi comportamenti: quali sono quelli che possono aiutare e quali quelli che invece sono di ben poco aiuto in un caso di ansia (ma, secondo me, utili in generale)? L’attenzione andrà su alcuni aspetti che, pur comprendendone le motivazioni, sono secondo me poco utili e funzionali.

Minimizzare: sicuramente una delle prime cose che sarebbe meglio non fare con una persona che ha provato ansia, sarebbe quella di minimizzare quello che la persona sta provando. Frasi come ‘non è nulla’, ‘vedrai che passa’, ‘non ti può preoccupare questa cosa, non è grave…’ sono frasi che non aiutano molto la persona. Possiamo presupporre che, di contro, aiutino la persona che li pronuncia, dato che consente di non confrontarsi con la frustrazione di non poter essere utile, ma questo sarebbe decisamente un altro discorso. Infatti sentir minimizzare la propria sofferenza è sempre molto doloroso, e assolutamente non rassicurante, tanto più che l’ansia e il panico danno un forte senso di perdita di controllo e vengono sempre vissuti come gravi e spaventosi da parte li chi di prova. (…) [1]

La minimizzazione di un’emozione o di una condizione psicologica non gioca mai molto d’aiuto. La persona che sta provando ansia sentirà che quello che sta provando non è compreso, accettato dall’altro il cui unico sforzo sembrerà quello di attutire l’emozione. 

Intanto perché chi ci prova, a non pensarci, due volte su tre non ci riesce. Quella volta che ce la si fa, poi, si pagherà con gli interessi alla prima occasione: (…) l’ansia è esattamente l’espressione di pensieri non pensati ed emozioni non provate, che in quanto disturbanti sono state chiuse ermeticamente da qualche parte.

Se accettiamo la premessa che l’ansia sia la manifestazione di pensieri non pensati, pensieri cioè del quale lo stesso soggetto è all’oscuro, minimizzare diventerebbe parte dello stesso processo, ovvero la restituzione del mondo esterno che si comporterebbe nello stesso modo: non riconoscendo l’importanza di quello che sta avvenendo. Cosa sarebbe necessario fare allora? Se si volesse fare qualcosa di buono per qualcuno che si trova nel pieno di un attacco di ansia, lo si dovrebbe al contrario invitare a pensare, a stare dentro, a trovare le parole: quanto più si potrà parlare con il vocabolario, – a fatica, arrendendosi ai ‘non lo so’, odiando l’idea di doverlo fare – tanto che ci sarà bisogno di farlo attraverso l’ansia, lasciando parlare il corpo. La cosa migliore da fare, anziché spostare l’attenzione da quello che sta succedendo, sarebbe esattamente il contrario: portare l’attenzione su quello che il nostro corpo, tramite l’ansia, ci sta dicendo. Se prestassimo maggiore attenzione, anziché pensare a quanto poco importante sia quello che sta succedendo, ne potremmo trarre indubbio vantaggio. È un processo difficoltoso, dal momento che, in automatico, siamo portati a fare il contrario, siamo portati a cercare di allontanarci da quello che ci fa star male, ad eluderlo ed evitarlo. Se è un processo comprensibile, non è, però, funzionale, dato che sposta il focus dell’attenzione su un altro piano: da ‘cosa sento’ a ‘cosa faccio’, dal sentire all’agire. Questo passaggio non permette di comprendere cosa l’ansia significhi né cosa ci stia dicendo su noi stessi;

– CONTINUA IN UN PROSSIMO ARTICOLO –

 [1] Andreoli, S. (2016), Mamma, ho l’ansia, Bur, Milano, pp. 238-243

Che ne pensate?

P.s.: Alessandro, questo post è dedicato a te! Non potrai più chiedermi quando pubblico qualcosa di nuovo:)

A presto…

Fabrizio Boninu

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Cosa resta di Freud?

Psicologia 1 Comment »

87Avete mai sentito parlare (o letto) di ‘Psicopatologia della vita quotidiana‘? È un testo scritto da Sigmund Freud e pubblicato nel 1901. Il libro è particolarmente leggibile, pur affrontando un tema complesso, ed è fondamentalmente una serie di esempi tratti dalla vita quotidiana che Freud cerca di significare alla luce della sua (all’epoca) nuovissima teoria sul comportamento umano. Credo sia uno dei testi più ‘godibili’ di Freud, ma mi rendo conto che pochissimi l’hanno letto, anche tra colleghi, e che molti non l’hanno mai sentito nominare. E mi chiedo allora cosa rimanga dell’impianto freudiano, cosa rimanga della teorizzazione del capostipite di tutti noi, padre fondatore della nostra disciplina.
Insomma, cosa rappresenta Freud per uno psicologo ‘moderno’, uno psicologo 2.0, uno psicologo che ha a che fare con strumenti e realtà (privacy, post, blog…) che il padre della nostra disciplina non avrebbe neanche mai potuto immaginare? Come reagirebbe se leggesse quello che più di un secolo dopo scrivono i suoi figli professionali? Iniziando da me, posso dire che ho con Freud un rapporto ambivalente, di amore e odio. Amore perché, come per ogni padre, è a lui che dobbiamo la nostra stessa esistenza, ma sopratutto è a lui che dobbiamo il rivolgimento dell’attenzione dell’uomo verso se stesso, la riflessione che iniziò sul più grande mistero della natura: noi stessi.

Fu lui che portò un capovolgimento di prospettiva immenso nei confronti dell’uomo, introducendo in ognuno di noi una parte insondabile, l’inconscio, a noi stessi ignoto e per noi stessi fuori portata. E fu lui che ipotizzò questa ‘lotta’ tra diverse istanze, presenti contemporaneamente in ognuno di noi. La guerra, da esterna, fu interiorizzata in noi. È stata una rivoluzione copernicana nel modo di intendere la persona, il singolo, ognuno di noi, portatore non consapevole di istanze a lui stesso sconosciute. Questa teorizzazione si è riverberata in tutta la cultura occidentale, modificandone la visione. Al di là delle singole teorizzazioni, comunque rivoluzionarie all’epoca, è questo l’elemento a mio avviso più dirompente dell’impianto freudiano.

D’altro canto, come tutti i padri putativi e figurati, è stata anche una figura ingombrante, un punto di riferimento che, con le sue teorie, ha profondamente condizionato il dibattito per decenni, teorie spesso caratterizzate da una vena che oggi diremmo sessista, con le sue celeberrime teorizzazioni sull’invidia del pene per esempio, che non ho mai capito perché non ci fosse un complesso di invidia dell’utero, giusto per bilanciare le invidie, dando per scontato che solo una donna potesse invidiare un uomo e non il suo contrario risentendo, in questo, nell’accettazione di uno degli stereotipi più duri a morire anche oggi. Questa parzialità si ridimensiona considerando i tempi nei quali queste teorie nacquero, e non si può chiedere certo un salto di paradigma così marcato ad una sola persona; per capire la rivoluzionarietà delle sue idee basti pensare come, nel 2018, sia ancora insito in molti l’idea della superiorità maschile rispetto a quella femminile.

Detto questo, credo che il pregio maggiore di Freud possa essere riassunto nella sua capacità di relativizzare il male assoluto e parcellizzarlo in ognuno di noi. In altri termini, Freud fu rivoluzionario nella capacità che ebbe di portare il male (termine da intendere nella sua accezione più ampia: problemi, malattie, difficoltà) da categorie assolute e lontane verso ognuno di noi. Non esisteva il ‘malato mentale’ dell’iconografia classica, matto, legato, completamente avulso dall’ordinarietà delle persone normali e sane. Viceversa instillava il dubbio che un piccolo ‘matto’ abitasse ognuno di noi, relativizzava le differenze, apriva la porta su una serie di domande ancora molto scomode rispetto alle differenze tra ognuno di noi. Ancora distrusse, credo definitivamente, l’iconografia sopravvissuta fino all’inizio del Novecento della figura del bambino-angelo, il bambino asessuato e angelico che nelle società occidentali si continuava a proporre, contrapponendovi la visione secondo la quale i bambini potevano essere egocentrici, egoistici, coi loro desideri, un loro istinto di piacere e finanche una loro acerba sessualità.

Potremmo discutere all’infinito su come anche questa visione del bambino potesse risentire della considerazione piuttosto bassa che all’epoca si aveva dell’infanzia, categoria che acquistò un suo rilievo e una sua dignità nel secondo dopoguerra (e solo nei paesi occidentali). Ma se lo facessimo, ripeteremmo l’errore di guardare con occhi odierni quello che all’epoca era semplicemente rivoluzionario. È indubbio che il nuovo ritratto che ne fece Freud modificò in maniera permanente l’idea che dell’infanzia avevano gli adulti, anche in questo introducendo un elemento di rottura, un ‘male relativo’ in ogni bambino. Gli sviluppi di una teorizazione così ampia, ovviamente, non potevano che attecchire col tempo e ci sono voluti decenni di reinterpretazioni, di dibattito, di scontri e di nuove riletture per arrivare alla consapevolezza che abbiamo adesso su noi stessi, consapevolezza che neanche adesso può considerarsi arrivata, ma ancora del tutto in costruzione.

Cosa dobbiamo allora al nostro padre professionale? Credo che una riflessione sul ruolo che ricopre sia sempre doverosa, alla luce della rivoluzione che compì più di un secolo fa. E credo che sia solo conoscendo le proprie radici, in questo caso professionali, che si possa riuscire a guardare meglio al futuro. Per questo invito chiunque a leggere le sue opere e a cercare di informarsi sulla sua teorizzazione. Sopratutto miei colleghi che bollano troppo frettolosamente come sorpassate le sue costruzioni. Conoscendole, infatti, è possibile farsi un’idea di dove la riflessione psicologica abbia assunto i connotati di un sapere a sé stante e credo possa risultare più chiara la direzione nella quale si vuole (professionalmente) tendere.

Ora, naturalmente non so come avrebbe reagito Freud al contesto nel quale un suo collega si muove oggi con mail, messaggi, Facebook, blog, ma credo che, da bravo precursore dei tempi quale è stato, si sarebbe avventurato nel mondo del digitale. Nonostante il tempo intercorso tra la nascita del suo modello e oggi, credo sia doveroso tributargli il riconoscimento dell’importanza che il suo apporto ha consentito di dare alla nascita della psicologia così come la conosciamo oggi. 

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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La psicologia al tempo dei social network

Internet, Psicologia, Società… Nessun Commento »

dipendenza-da-social-netw-590x442Viviamo in un mondo decisamente interconnesso, un mondo nel quale molti dei rapporti e delle relazioni sociali finiscono per passare tramite mediatori quali messaggi o social network. È difficile negare il peso che la mediazione di questi mezzi di comunicazione sta oramai avendo sulle nostre vite quotidiane: rapporti che prima avvenivano solamente faccia a faccia, ora avvengono quasi esclusivamente filtrati da specifiche connessioni: e-mail, messaggi, Whatsapp, social network, eccetera. Questo tipo di comunicazione, spesso definita comunicazione 2.0, ha enormi ripercussioni all’interno della nostra società, sia perché ha modificato e ampliato le possibilità di interazione tra le persone, mediandole appunto, sia perché ha provocato, nella ricchissima messe di possibilità di contatto, una dispersione sulle possibilità di contatto tra le persone.

Queste nuove modalità comunicative non potevano non coinvolgere il mondo della psicologia. Lo psicologo, persona inserita all’interno del contesto sociale nel quale vive (o perlomeno così lo si immagina!), può ricevere diverse possibilità di contatto sotto forme e con modi completamente diversi. Vi posso parlare della mia esperienza personale: durante la settimana ricevo mail, messaggi su Facebook, tantissimi messaggi su Whatspp  (questi ultimi sostanzialmente dai miei pazienti). Aggiungete a tutto questo l’opzione di richiedere un percorso di consulenza psicologica online e vi renderete facilmente conto di quante possibilità di contatto esistano.

Questa frammentazione può creare difficoltà o perplessità, e molti colleghi tendono ad ostacolare e scoraggiare modalità di contatto che non siano la semplice interazione telefonica diretta, rifiutando il contatto tramite messaggi, tramite social network o Whatsapp da parte dell’utenza.

Mi sono trovato perciò a riflettere circa l’opportunità di accogliere o meno questo tipo di interazione e la riflessione ha avuto un esito opposto. La premessa che mi si è chiarita, e che ho sempre considerato prioritaria, è che il compito principale dello psicologo debba essere quello di cercare di capire e accogliere le richieste da parte dell’utenza. Nell’infinito novero di possibilità che le persone possono utilizzare in questo momento, esiste anche la possibilità che mi contattino tramite diversi e ‘non tradizionali’ (ma quotidiani) canali di comunicazione. E di questo non posso non tenere conto.

Sono consapevole del fatto che un contatto di questo tipo, mediato e meno diretto di una telefonata, possa essere considerato ‘deficitario’. Ma, in accordo con il primo principio della comunicazione postulato da Paul Watzlawick, la possibilità, cioè, che non si possa non comunicare, è anche dalla scelta del primo contatto che si possono avere informazioni preziose sulle dinamiche relazionali che quella persona privilegia rispetto ad altre che tende magari a non utilizzare. Se una persona preferisce contattarmi la prima volta in maniera scritta, credo stia trasmettendo  informazioni circa la preferenza ad avere una modalità più distante, mediata, piuttosto che un contatto diretto. La consapevolezza di queste informazioni possono giocare un ruolo molto importante all’interno della terapia stessa, marcando un contesto relazionale che dall’essere distante può essere ricalibrato in prossimo, utilizzando questi aspetti per costruire riflessioni che portino la persona ad interrogarsi sul significato che la distanza relazionale gioca nella sua vita.

Per questo motivo sento di avere difficoltà nell’osteggiare la modalità di approccio che i pazienti scelgono di avere con me. Se è vero che questa frammentazione di comunicazione può essere difficoltosa per il professionista, che si trova a dover gestire una molteplicità di possibili interazioni comunicative, è altrettanto vero che questo costituisce comunque un ponte comunicativo tra lo psicologo e l’altro ed è un ponte comunicativo particolarmente importante all’interno delle relazioni sociali della nostra società.

La capacità evolutiva e di cambiamento dovrebbero essere connaturate alla nostra professione. Non so cosa Freud direbbe di messaggi su Whatsapp, né di status di Facebook. Non so neppure come potrebbe reagire di fronte a questo commistione all’interno del setting terapeutico. Non lo so e non credo sia importante. Il mondo (fisico, tecnologico, sociale e relazionale) è profondamente cambiato dal tempo nel quale il geniale capostipite di tutti noi costruì la sua rivoluzionaria ipotesi circa il funzionamento dell’animo umano. Immagino che, così come lui  fu rivoluzionario a suo tempo, costruendo e costituendo un punto di cesura enorme tra un prima e un dopo, allo stesso modo dovremmo essere rivoluzionari noi, non attenendoci a schemi costruiti per un mondo oramai profondamente modificato e facendo nostri gli strumenti che questa società inizia a farci avere a disposizione.

Starà, ovviamente, alla capacità del singolo professionista, affiancato da una rigorosa etica che lo aiuti ad evitare abusi ed eccessi, far sì che restino mezzi nelle sue mani evitando che, di contro, lo trasformino in un semplice mezzo nelle loro.  

Che ne pensate?

A presto,

Fabrizio Boninu

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Le 10 qualità di uno psicologo competente (2)

Psicologia Nessun Commento »

Psicologo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • Assenza di giudizio e rispetto: un professionista competente è una persona che cerca di conoscere i suoi pregiudizi (vedi il punto terapia personale) e, ri-conoscendoli, riesce a ‘tenerli a bada’ all’interno della relazione terapeutica. Questo aspetto è importante per creare un clima accogliente e aperto all’interno del setting terapeutico. Il giudizio può essere distruttivo all’interno della relazione terapeutica, perché può minare la capacità dell’altro di sentirsi libero nell’aprirsi su aspetti difficili e complessi della sua vita. Se c’è un clima di giudizio, questa libertà sarà limitata e il paziente si sentirà in difficoltà rispetto a quello che vuole comunicare al professionista al quale si è rivolto. Il professionista d’altro canto potrebbe essere in difficoltà con le sue opinioni personali, sempre, come detto, che non abbia ben chiaro il suo ruolo all’interno della terapia e i confini che le sue posizioni dovrebbero avere rispetto a quelle del paziente. Prendiamo, come esempio, il caso di un professionista particolarmente religioso di fronte all’aborto di una sua paziente. Se il professionista non riesce a fare una distinzione tra quelle che sono le sue convinzioni, e quelle che sono le convinzioni dell’altro (si veda a questo proposito anche il punto successivo), può facilmente sfociare in dinamiche giudicanti, in movimenti per cui stabilisce cosa sarebbe stato meglio fare o cosa sarebbe stato giusto fare in un contesto di questo tipo. Niente di più pericoloso nel contesto terapeutico. Il professionista non si trova di fronte a voi per dirvi cosa avreste dovuto fare, ma per cercare di aiutarvi a capire che senso ha questo nella vostra vita. Le scelte sono assolutamente personali e nessun professionista competente si sognerebbe mai di esprimere giudizi su quelle che sono le scelte di una persona in un’altra storia e in un altro contesto. Se avete a che fare con un professionista che spande giudizi, che promulga sentenze, che da consigli, che sa cosa sia per voi giusto o sbagliato e che invece non vi aiuti e vi accompagni a capire cosa per voi sia giusto o sbagliato, probabilmente non è un professionista competente. Un buon professionista non cerca di cambiarvi a sua immagine e somiglianza, piuttosto vi accompagna nel trovare la vostra strada.
  • Terapia personale (e supervisione): un terapeuta competente per essere tale, deve aver provato su di se cosa significhi terapia. È consigliato, ma sono sempre più convinto che dovrebbe essere obbligatorio, che abbia fatto, e che possibilmente continui a fare, un percorso di terapia individuale che consenta di chiarire quali sono le sue dinamiche personali, le sue resistenze, le sue difese, insomma tutto il suo bagaglio personale che potrebbe entrare come elemento caratterizzante la terapia soprattutto se maneggiato senza alcuna consapevolezza. Allo stesso modo, accanto ad una terapia individuale, sarebbe necessario che quest’ipotetico terapeuta competente facesse anche supervisione, si recasse, in altre parole, da un collega per discutere sulle eventuali difficoltà di determinati casi e riuscisse a comprendere con lui come questi casi e le difficoltà riscontrate colludano con le dinamiche personali del terapeuta stesso (ovviamente parlo di psicologo al maschile giusto per semplicità, non vorrei pensaste ci siano solo colleghi maschi!). Sono momenti estremamente importanti e qualificanti nella formazione del terapeuta competente, investimenti necessari non solo per il benessere del terapeuta ma coadiuvanti per la buona riuscita della terapia stessa: non sono perciò da considerarsi accessori, ma aspetti fondamentali nella formazione duratura del terapeuta.
  • Etico: un buon professionista è etico nel senso pieno del termine. È etico nel momento in cui comprende come sia lecito agire non lasciandosi trascinare dalle sue convinzioni. Sa che non è il metro di ogni cosa, sa che non è un guru al quale le persone si possono rivolgere per cercare di avere aiuto in una fase della loro vita. Conosce le sue capacità ma conosce e ha strettamente presenti anche i suoi limiti, sa dove spingersi e come avventurarcisi. È consapevole di quali siano le sue convinzioni, la sua visione della vita, le sue credenze e le sue immagini e, consapevole di questo retroterra personale, lo mette al servizio dell’altro, senza imposizioni e senza forzature, senza costringere in questa visione chi gli siede davanti, costringendo l’altro, dall’alto della competenza che il ruolo sociale gli riconosce e al quale il professionista stesso può tranquillamente credere ed adattarsi, ad adeguarsi ad un modello che non ha scelto. Un buon professionista ha sempre chiaro da dove viene, cosa è suo e cosa invece appartiene all’altro.
  • Ironico: altra dote per me fondamentale è l’ironia. L’ironia è un’arma che può essere utilizzata con diverse finalità sia per creare un buon clima all’interno della seduta terapeutica, sia per riuscire a comunicare una nuova prospettiva al paziente tramite restituzioni mirate nel racconto che fa della sua stessa vita. Purtroppo l’ironia non si può insegnare, né si può imporre. Fa parte del bagaglio personale del terapeuta ed è una sua abilità saperla utilizzare al momento opportuno e non a sproposito. Il rischio, in caso contrario, potrebbe essere quello di far sentire ridicole le istanze portate dal paziente, oppure sminuirne la portata, dando l’impressione al paziente di non esser accolto e compreso. In questo calibrare abita l’abilità del terapeuta: riuscire ad utilizzare un potente mezzo senza screditare la realtà portata dal paziente.
  • Personale: strettamente legata al punto precedente è importante la personalità del terapeuta. Così come l’ironia è parte del bagaglio personale del terapeuta all’interno della terapia, è necessario tenere conto di quelle che sono le caratteristiche personale del terapeuta, caratteristiche che possono essere annoverate come bagaglio fondamentale del terapeuta stesso. Intendo con questo riferirmi alle caratteristiche personali, al suo essere persona prima che psicologo. Un professionista competente non è il mero ‘esecutore’ di teorie psicologiche studiate sui libri. Il terapeuta fa la differenza nella costruzione della relazione terapeutica stessa attraverso la sua personalità. Anche in questo caso l’abilità del terapeuta risiede nella capacità di calibrare le sue istanze personali e le sue caratteristiche personali con le caratteristiche del rapporto terapeutico e quindi con le caratteristiche della persona che ha di fronte. Il fatto che abbia un’impostazione personale non può, in nessun caso, prescindere dall’accoglienza e dal rispetto della persona con la quale si trova a lavorare.

Naturalmente questo elenco non è esaustivo e non sono solo questi gli aspetti che fanno di uno psicologo un professionista competente. Non ho, per esempio, citato tra le varie caratteristiche la creatività che dovrebbe avere, la preparazione teorica, l’aggiornamento continuo, meta da conseguire per tutto la sua carriera, la curiosità per il mondo che lo circonda (sapere cosa ascoltino i suoi giovani pazienti potrebbe essere un grande ponte comunicativo con loro, per esempio) e molti altri aspetti. I punti elencati possono essere considerati come alcune tra le caratteristiche da prendere in considerazione per la demarcazione tra competenza o inadeguatezza del professionista. E possiamo sempre ampliare la riflessione su altri punti un prossimo post!

Per il momento che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Le 10 qualità di uno psicologo competente (1)

Psicologia Nessun Commento »

PsicologoQuali possono essere le qualità di uno psicologo? Quali possono essere i fattori che concorrono nel rendere un professionista valido oppure no? Queste domande mi circolano per la mente da qualche tempo e, sull’onda della mia esperienza personale e di quello che mi raccontano i colleghi con i quali ho la fortuna di essere in contatto, ho pensato di stilare una sorta di elenco di quelle che possono essere le caratteristiche che fanno di un professionista un buon professionista e cercare di capire quale di queste caratteristiche possano essere fondamentale nella costruzione di un buon rapporto terapeutico. 

  • Capacità di comunicare e ascoltare: la prima dote che dovrebbe averne uno psicologo suppongo possa essere la capacità di comunicare. Questo non vuol dire che uno psicologo debba essere un oratore, quanto che riesca a comprendere e a farsi comprendere dal suo interlocutore. All’interno di una relazione terapeutica questo aspetto è particolarmente importante perché la relazione stessa si basa sulla comunicazione. Se questa è deficitaria, lo sarà la relazione stessa. Uno psicologo devo essere in grado di comunicare e di ascoltare quello che la persona che ha di fronte gli porta. E questo fa la differenza tra un uno psicologo competente e uno psicologo incompetente. Comunicare è qualcosa di ben più complesso di prestare l’orecchio quando qualcuno sta parlando con me, perché comprende la gestione dei tempi, degli spazi, dei silenzi nella relazione. Ed è questa l’abilità che un professionista competente dovrebbe stare attento ad affinare.
  • È uno psicologo? Un’altra caratteristica fondamentale nel considerare la competenza di uno psicologo è che lo psicologo sia effettivamente uno psicologo! Ci sono diverse forme di aiuto e diverse competenze, ma se decidete di rivolgervi ad uno psicologo o ad uno psicoterapeuta, assicuratevi che effettivamente lo sia. Potete controllare questi dati in modo molto semplice: potete cercare il suo nome su Google, che vi indirizzerà sul sito dell’ordine nel quale il professionista al quale avete intenzione di rivolgervi dovrebbe risultare iscritto. Potete fare una ricerca più dettagliata entrando all’interno del sito dell’Ordine degli Psicologi nazionale, sito nel quale devono comparire tutti i professionisti esercitanti in Italia. Se la persona non è scritta in questo elenco avete due possibilità: chiedere spiegazioni al diretto interessato, che potrebbe dirvi che non è iscritto all’ordine degli psicologi nazionale ma all’ordine di un paese europeo, oppure semplicemente cambiare persona. Un rapporto di fiducia come quello terapeutico non può iniziare con una mezza verità. Durante il primo colloquio potrete chiedere altri particolari sul percorso formativo del professionista al quale vi siete affidati: quale università ha frequentato o quale scuola di specializzazione. Personalmente, fornisco queste informazioni all’interno della prima seduta, tramite un modulo di consenso informato che la persona che decide di lavorare con me firma. Avere informazioni, sapere con chi si sta lavorando è una premessa fondamentale per il tipo di percorso che si vuole intraprendere ed è necessaria in un contesto delicato come una relazione psicoterapeutica.
  • Curiosità ed interesse per l’altro: un buon professionista è una persona che dimostra curiosità per la storia dall’altro. Le persone si rivolgono ad uno psicologo di solito perché hanno difficoltà (relazionale, emotiva, personale…); un buon professionista riesce ad interessarsi sinceramente alla storia della quale sta venendo messo da parte cercando di capire i risvolti personali di quello che la persona che ha davanti gli sta raccontando. La curiosità non è un semplice parlare o chiedere, ma è motivata dalla finalità nell’avere più elementi possibili per cercare di capire come aiutare la persona in quella determinata circostanza. Sapere che l’altro si interessa a noi è un aspetto fondamentale ed è forse uno degli aspetti più immediati della relazione. Tutti noi abbiamo degli amici interessati e amici disinteressati, persone con le quale capiamo subito se quello che stiamo raccontando suscita un interesse reale o solo un interesse di facciata, comprendiamo abbastanza velocemente se ci stanno ascoltando e stanno cercando di capire cosa stiamo comunicando loro, oppure se semplicemente stiano ‘facendo finta’ di ascoltarci. La stessa abilità dovrebbe essere impiegata per capire se il professionista al quale ci siamo rivolti è sinceramente interessato a noi oppure lo sta facendo semplicemente perché è il suo lavoro. Questa differenza è importante per capire se nella relazione c’è un trasporto umano o siamo semplicemente un caso. Se avvertiamo di essere solamente lavoro, probabilmente la persona con la quale abbiamo scelto di lavorare non è la persona giusta per noi.
  • Empatia: un buon professionista è una persona empatica. Abbiamo già cercato di chiarire cosa vuoi dire essere empatici: si tratta di una caratteristica fondamentale all’interno della relazione terapeutica. Essere empatici significa riuscire ad avvicinarsi per comprendere le emozioni dell’altro riuscendo a non sovrapporle, però, con le proprie. È un movimento di vicinanza che solo la maestria dello psicologo può evitare diventi un momento confusivo. La vicinanza come abbiamo già visto è un momento necessario per cercare di costruire una relazione con l’altro soprattutto quando questa relazione è intima come la relazione terapeutica. Questa vicinanza non può e non deve trasformarsi in una sovrapposizione emotiva, dal momento che il professionista deve tenere presente ciò che è suo da ciò che appartiene emotivamente all’altro. Io posso comprendere il dolore dell’altro ed accoglierlo, ma non posso sovrapporre il dolore dell’altro con il mio perché questo è confusivo e non è empatico. Questo differenzia una relazione terapeutica da una relazione amicale: in quest’ultima spesso si può avere questo tipo di confusione. All’interno della relazione terapeutica, invece, è del tutto inopportuno, perché pericoloso per la terapia stessa ed inutile. Un terapeuta che non riesca a fare questo non è un terapeuta efficace e rischia di confondere ancora di più la persona che ha di fronte.
  • Terapia personale (e supervisione): un terapeuta competente per essere tale, deve aver provato su se stesso cosa significhi fare terapia. È consigliato, anche se secondo me dovrebbe essere obbligatorio, cha faccia un percorso di terapia individuale che gli/le consenta di chiarire quali sono le sue dinamiche personali, le sue resistenze, le sue difese, aspetti che potrebbero entrare in gioco anche all’interno della relazione terapeutica. Ancora, sarebbe auspicabile che la terapia individuale venisse affiancata da un percorso di supervisione e venisse supportato dall’esperienza di un collega nella condivisione delle risonanze, della eventuali difficoltà riscontrate in alcuni dei casi che segue. Questo fa parte del concetto di formazione professionale continua, che non è data solo dalla formazione teorica ma dovrebbe essere affiancata da quella personale ed esperienziale e dovrebbe essere life long dovrebbe cioè durare per tutta la vita, quanto meno professionale, dello psicologo competente.  

 

– CONTINUA –

 

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Complicato o complesso?

Psicologia Nessun Commento »

complicato‘Come riesci a fare il tuo lavoro? Ascoltare ogni giorno tutte quelle persone che ti parlano dei loro problemi, ricordarti tutto, riuscire ad aiutarle deve essere una cosa complicata!’.

Oppure: ‘ Si, dottore, fare quello che mi dice sembra una bella cosa. Solo credo che per me farlo sia complicato!’

Coloro che mi seguono, sanno della mia ‘battaglia’ per l’uso appropriato delle parole con le quali descriviamo la nostra vita, dal momento che credo, e ne sono sempre più convinto, che il modo in cui raccontiamo le cose plasmi le cose stesse. Dall’attenzione che riservo alle parole, mie e delle persone con cui lavoro, è nata questa riflessione, una riflessione sul mio lavoro e sul rapporto che si costruisce con la persona che mi si siede davanti. Tornando all’inizio, molti definiscono il mio lavoro complicato. Eppure complicato non credo che sia il termine più adatto a descrivere quello che succede in terapia. Il mio lavoro è complicato? Oppure è ‘solo’ complesso?

Ma come, direte, questi due termini non sono sinonimi? Apparentemente molto vicini, in realtà questi due termini non indicano specificamente la stessa cosa. Complicata è una realtà che, benché contorta, siamo in grado di prevedere nelle sue conseguenze, della quale possiamo immaginare un esito, che presenta delle soluzioni possibili ed immaginabili e alla quale ad alcune premesse corrispondono alcune derivazioni. Complesso, invece, ha a che fare con la possibilità che tutte le conseguenze siano ipoteticamente possibili data una situazione di base, che ci siano dei risultati che non possiamo ragionevolmente prevedere  indicare. Proviamo a fare degli esempi che ci aiutino a capire la differenza: riparare una macchina è complicato, crescere un figlio è complesso. Riparare una macchina ha a che fare con un lavoro (a me ignoto, sia chiaro!) che produce delle conseguenze prevedibili. Se ho problemi al cambio, agendo sui meccanismi dei quali il cambio è costituito, ragionevolmente mi aspetto un esito: che il cambio funzioni. Crescere un figlio è complesso perché non è un processo così lineare e preciso. Per quanto io possa impegnarmi per crescerlo ‘bene’, ci sono una serie di fattori e di variabili intervenienti che possono avere conseguenze non previste e non prevedibili che rendono qualsiasi tipo di esito ugualmente probabile. Se potessimo riassumerlo con un’immagine, sarebbe così:

 complex-and-complicated

Nelle complessità interviene qualcosa che nel complicato non interviene: la non prevedibilità. Se realtà complicate sono grosso modo prevedibili, i sistemi complessi non hanno questa caratteristica: sono difficilmente prevedibili, data una premessa non necessariamente avremo le conseguenze attese, non sono ripetibili. Aggiustare una macchina abbiamo visto come sia complicato. Riuscire a fare le previsioni del tempo è, invece, complesso. Presi in considerazione un insieme di dati (temperatura, vento, pressione atmosferica, ecc.), che costituiscono le premesse, è pressoché impossibile fare previsioni del tempo affidabili sul lungo periodo, visto che i fattori che entrano in gioco sono elevatissimi e che qualsiasi fattore può riverberare le sue conseguenze su tutti gli altri fattori andandoli a modificare. Immaginate quanto la complessità possa aumentare nel momento in cui l’oggetto con cui ci stiamo relazionando non è un anticiclone ma una persona che ha, oltretutto, la capacità di riflettere su stessa ed è consapevole di quello che sta portando avanti.

Per questo dico che le relazioni tra persone non sono complicate: sono complesse. Seguire una persona in terapia non è complicato, è complesso. Aggiungerei che è molto complesso, proprio per la serie di variabili che entrano in gioco. Per questo motivo e con queste premesse non posso approcciare realtà così diverse con lo stesso stile mentale. Una realtà complessa costringe a considerare con attenzione aspetti ai quali non si presta attenzione in una realtà complicata: in terapia non mi posso aspettare come andrà a finire. Posso lavorare verso una direzione, ma nulla mi può far pensare che quella direzione verrà intrapresa e quella meta raggiunta. Posso e devo immaginare le conseguenze di quello che sto facendo, ma quello che poi succederà lo saprò nel momento stesso in cui è successo. E le conseguenze di questo cambiamento, saranno comprensibili solo alla luce di quello che avverrà più avanti, in una continua catena di cambiamenti, correzioni, errori che costituiscono la base della nostra stessa esistenza.

Spero mi abbiate seguito fino a questo punto, perché consapevole che quello che sto facendo non è un discorso semplice, e comprendo che quello che dico possa sembrare arduo. Ma credo che faccia la differenza porre attenzione sui termini che utilizziamo, perché da essi dipende il racconto della realtà che ci costruiamo. Il punto è che troppo spesso sottovalutiamo come la nostra capacità narrativa influisca sul nostro stesso mondo, come possa modificare la nostra percezione e come questa sia influenzabile a partire dal modo che scegliamo per narrarla.  Sono, in altri termini, consapevole che sia un discorso molto complicato.

O molto complesso?  

A presto…

Fabrizio Boninu

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Ho sognato di volare: che significa?

Psicologia 2 Comments »

UnknownSpesso capita che quando le persone vengono a sapere che sono uno psicologo mi sottopongano i loro sogni anche nei contesti più improbabili: al bar, in strada, in spiaggia… Di solito la conversazione comincia con un: ‘tu che sei psicologo…’ Poco tempo fa, per esempio, mi è stato chiesto in spiaggia di cercare di interpretare cosa volesse dire sognare di volare!

Questo tipo di domande mi fanno sempre uno strano effetto perché se da un lato segnalano la fortissima curiosità che circonda il tema della psicologia applicata al quotidiano, come per esempio i sogni, è anche vero che denotano una forte banalizzazione del tema come se uno psicologo, forte delle proprie doti divinatorie, potesse comprendere attraverso un sogno il mondo ricco e complesso di un individuo. Alla mia reticenza nell’interpretazione spesso le persone non reagiscono bene. Questo pensiero semplificatorio è, credo, frutto di anni e anni di disinformazione, nei quali riviste e giornali (o altri mezzi di comunicazione) hanno accolto la pagina dedicata allo psicologo di turno in grado di dare soluzioni a tutto. Secondo me è una banalizzazione eccessiva e tutte le rubriche di questo tipo dovrebbero ricordarlo ai propri lettori o ai propri ascoltatori. Mettendo da parte un momento questa polemica, che ci porterebbe troppo lontano dal tema che voglio affrontare, le ragioni per cui io non mi sento di accondiscendere a questo tipo di richieste sono fondamentalmente due: da una parte credo che per utilizzare al meglio uno strumento come il sogno questo vada inserito in una conoscenza della persona che lo porta. E’ del tutto inutile che azzardi a caso un’interpretazione basata sul nulla, che non ha alcun valore probativo rispetto a quello che può dire chiunque altro voglia interpretarlo. In più, e questo è il secondo forte motivo, mi sembrerebbe di fare un torto al sogno se banalizzassi così il suo significato.

In realtà credo che il sogno sia una porta enorme e affascinante sul mondo interno dell’individuo. Come tutte le cose va saputo significare nel migliore dei modi, ne va capito il senso in relazione alla vita dell’individuo che lo porta. Già Freud nel suo testo fondamentale L’interpretazione dei sogni (1898)[1], pose in luce alcune delle funzioni e dei meccanismi di funzionamento del sogno stesso e il valore assolutamente rilevante che i sogni potevano avere non solo nel lavoro terapeutico con il paziente, ma anche nella complessa economia conoscitiva delle modalità di funzionamento psichico dell’individuo che quei sogni portava. La ricerca attuale sul sogno, accantonando molte delle presunte non oggettività del percorso psicanalitico, si è concentrata sui correlati fisiologici del sogno stesso, grazie ai potenti mezzi di visualizzazione dell’attività cerebrale dei quali possiamo disporre attualmente. Pur non ritenendo necessaria la possibilità di studiare una materia complessa come i sogni, data la loro difficile classificazione secondo il metodo scientifico, viene comunque da chiedersi perché, all’interno di un’ottica evolutiva che privilegia i cambiamenti necessari, il sogno sia rimasto un elemento presente nell’attività mentale umana. Questo grande interrogativo non permette di liquidare i sogni come semplici sottoprodotti dell’attività cosciente. In questo senso sono perfettamente in linea con le parole della collega Occhionero: alcuni liquidano il sogno come un fenomeno assolutamente irrilevante per per l’economia cognitiva: l’attività mentale durante il sonno è un semplice epifenomeno del sonno stesso. Detto in altri termini, il cervello, in quanto tale, non può non produrre fatti cognitivi anche se non ve ne è nessuna necessità. Non esiste alcuna condizione (…) in cui il cervello dell’uomo non sia in grado di produrre una qualche attività mentale. (…) Il sogno è uno stato mentale e come tale ha a che fare con la coscienza, meglio, esso è uno stato della coscienza, essendoci un accordo generale tra tutti i ricercatori nel considerare la coscienza come un universo a molti livelli di complessità. [2] 

Questa complessità è l’aspetto che più mi fa stare alla larga dalla semplificazione del sogno stesso, da una facile lettura e ridefinizione che non tenga conto della stratificazione di significati, vissuti, pensieri che il sogno stesso rappresenta. E, se questa premessa è vera, non si può non dover riconsiderare il bisogno di un lavoro attento e preciso sull’interpretazione del sogno stesso, un lavoro che necessariamente non può prescindere da un lavoro più ampio sulla persona stessa.

Altrimenti l’interpretazione di un sogno rimane alla stregua di un gioco. Certo, si può fare e può essere divertente. Ma non si dovrebbe dimenticare che come gioco è nato e che di gioco si tratta. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Freud, S. (2010), L’interpretazione dei sogni, Newton Compton, Roma

[2] Occhionero, M. (2009), Il sogno, Carocci, Roma, pag. 89

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Il terapeuta in terapia

Psicologia 4 Comments »

questo non è un divanoCome si lavora in terapia? Questa domanda è (o dovrebbe essere) presente nella quotidianità del lavoro terapeutico, perché la capacità di porsi tale quesito denota una buona capacità di osservazione di se stessi ed è una delle caratteristiche necessarie e indispensabili nella vita lavorativa di ogni psicologo. Il punto fondamentale è l’immagine che un professionista ha di quello che è il suo ruolo in terapia. Cosa pensa debba fare in terapia? Cominciamo con una premessa: non esiste un’immagine fissa e statica di quello che dovrebbe essere il suo ruolo perché, come tutte le immagini, è soggetta a cambiamenti e ad aggiustamenti. Molti di noi, per lo meno ad inizio carriera professionale, hanno un’idea abbastanza preconcetta e precostituita di cosa voglia dire fare lo psicologo: cosa bisogna fare, come mi devo comportare, quali siano le cosa migliori da fare in terapia. Insomma, si costituisce uno schema fisso su cosa si deve fare e cosa non si deve fare per essere un buon terapeuta e questa immagine può diventare uno schema molto rigido che costituisce una sorta di cornice invalicabile a quello che si ritiene sia opportuno fare terapia. L’esperienza quotidiana del lavoro porta, di contro, ad affrontare situazioni complesse che travalicano gli schemi, situazioni che sono mutevoli e instabili, non prevedibili e discontinue e vanno aldilà dello schema che ci imponiamo. Questo continuo incontro/scontro con i confini dovrebbe portare lo psicologo ad interrogarsi su quale senso abbiano questi confini, su come definiscano la professione, su come definiscano il suo modo di lavorare, su come siano importanti nel definire la sua relazione col lavoro, su come riescano ad influenzare l’idea stessa della propria professionalità in relazione al suo lavoro.

Quando ho iniziato a lavorare ritenevo non fosse particolarmente saggio rivelare dettagli della mia vita in nessun caso all’interno della relazione terapeutica. La mia immagina era quella di relazione sbilanciata (il paziente parla, lo psicologo tace), l’immagine dello psicologo ‘misterioso’ , che mai si sognerebbe di giocare dettagli della sua vita in terapia. In realtà, con l’esperienza e con la formazione avuta successivamente, ho iniziato a pensare che fornire dei particolari della propria vita, e quindi raccontarsi, possa avere una funzione importante nello stabilire un contatto ed una vicinanza con il proprio paziente. Continuando a studiare, ho appreso che questa viene usata come tecnica nel lavoro ed è chiamata self-disclosure.

Lo stile di conduzione della terapia da parte del terapeuta è, in definitiva, il risultato di una molteplicità di fattori che ha come centro di partenza il terapeuta stesso e la sua visione della sua relazione col paziente. Parte dalla sua formazione e, non fermandosi a questa, costruisce una relazione basata sulle caratteristiche uniche e personali del terapeuta stesso e quelle della persona con la quale lavora e sta costruendo una relazione terapeutica.

A questo proposito ho trovato particolarmente interessante il passaggio del libro che vi riporto, e che reputo uno dei migliori letti ultimamente, (trovate tutti i riferimenti bibliografici in fondo all’articolo). L’unica premessa della quale avete bisogno è l’utilizzo che l’autore fa del termine guru con il quale intende il terapeuta che costituisce la guida del suo pellegrino (paziente). Non fatevi fuorviare dal termine: nel libro è usato in maniera ironica e sancisce proprio la possibilità che non esista un ‘guru’ ma che ognuno debba trovare in se stesso la capacità di prendere in mano la sua vita:

Quando lavoro con un paziente, non solo ascolto la sua storia ma gli racconto anche la mia. Per raggiungere una meta, dobbiamo conoscerci a vicenda. Uno dei lussi dell’essere uno psicoterapeuta è che aiuta a mantenerti onesto. È un po’ come rimanere nella terapia per tutta la vita. Mi aiuta a rimanere impegnato nella narrazione ripetuta della mia storia per il resto di quel pellegrinaggio che è la mia vita. La ricerca condotta nell’autorilevazione appoggia la mia esperienza che l’apertura personale del guru facilita e invita l’apertura crescente del pellegrino. Ma io opero non per aiutare il paziente, ma per aiutare me stesso. È dal centro del mio stesso essere che vengo spinto a partecipare la mia storia. Il fatto che ciò aiuti il paziente è un vantaggio secondario. Ogni volta che commetto l’errore di dare una parte di me stesso deliberatamente per spingere il paziente a condividere con me una parte maggiore di se stesso, egli si ribella alla manipolazione, alla qualità ipocrita e pretenziosa dei miei sforzi. Negli ultimi anni, al contrario, mi fido sempre più dei miei sentimenti, e faccio quanto mi sento di fare senza cercare di controllare l’effetto sul paziente. Quando un paziente diffidente mette in questione la mia sincerità in contrapposizione al mio uso deliberato di tecniche psicoterapeutiche, mi trovo totalmente disinteressato alla distinzione. Non mi chiedo se sono sincero o tecnico quasi da quando ho rinunciato a chiedermi se sono egoista o altruista. Che differenza fa tutto questo? Come possono aiutarmi le risposte a tali domande? (…)

Lo scambio reciproco delle autoriparazioni tra guru e pellegrino, naturalmente, dà priorità a quella del cercatore. Sotto certi aspetti io sono un esperto pagato per offrire servizi. Il paziente, anche se può esserne inconsapevole sa esattamente, sempre meglio di me, dove cominciare ogni seduta. [1]

Questa è la sintesi perfetta di ciò che intendevo, sulla capacità che ognuno di noi dovrebbe avere in seduta di iniziare da se stesso, di partire dalla propria realtà, di aiutare aiutandosi. Solo partendo da noi possiamo arrivare all’altro, solo mettendo l’accento su quanto possiamo aiutare noi stessi siamo in grado di essere d’aiuto agli altri.

E credo fosse una possibilità che neanche prendevo in considerazione quando ho iniziato a lavorare. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] S. B., Kopp (1972), Se incontri il Buddha per la strada uccidilo, Astrolabio, Roma, pag. 29

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Le mete della terapia: un caso clinico (2)

Famiglia, Psicologia Nessun Commento »

le mete della terapiaSe torniamo per un momento alle tre regole, possiamo vedere come il sistema familiare sia stato destabilizzato da una versione alternativa del loro racconto e gli sia stato ‘impedito’ di procedere continuando nel mito  condiviso per il quale il figlio costituisse l’unico contrasto all’interno della famiglia. Questa sorta di disvelamento riuscì in qualche modo a far riposizionare tutti gli attori in gioco, padre, madre e figlio, su posizioni diverse rispetto a quelle iniziali. Il forte attrito familiare non era solo del figlio ma, anzi, coinvolgeva molto più il livello genitoriale e di coppia. Il figlio si ritrovava in qualche modo ad agire questa frizione, attuando dei comportamenti che non gli erano propri neanche a detta dei genitori. Le sedute successive servirono per stabilizzare la presa di coscienza di questa situazione, servirono a tutti e tre i protagonisti ad accettare la situazione tra loro, farla emergere e sopratutto potersi confrontare in merito, anziché fingere che non esistesse e che non stesse provocando lacerazioni così forti.  

Il ruolo del terapeuta all’interno di questo processo è quello di agevolare e proporre una visione alternativa di quello che sta succedendo:  il terapista non ricerca l’ipotesi più plausibile, non ritiene di avere ragione nella sua interpunzione dei fatti, si propone di creare e offrire delle ipotesi alternative, delle connessioni diverse tra gli eventi per sbloccare la famiglia da una interpretazione rigida che non permette la risoluzione del problema. È in questo processo di punteggiatura che si fa un ampio uso della ridefinizione [1]. Questo è uno degli elementi maggiormente interessante, perché permette, sia nelle terapie familiari sia nelle terapie individuali, di svincolare la famiglia dal racconto che si è data e che costituisce un blocco e una restrizione nella sua ulteriore evoluzione. Un nuovo racconto condiviso tra i membri permette la ridefinizione di una serie di fattori: ruoli, percezioni, collegamenti, relazioni. Dovendo riassumere tutte queste funzioni in un termine credo potrebbe essere senso. Il senso di quello che succede, il senso di come sia organizzata la famiglia (o la vita dell’individuo!) viene ricostruita a partire da considerazioni diverse rispetto a quelle con le quali la famiglia stessa è arrivata in terapia. Immaginate, nel caso della famiglia raccontata, come possa essere stato liberatorio per il figlio poter scrollarsi di dosso la responsabilità di tutto il malessere che circolava all’interno della famiglia e sentirsi come parte di quello che stava succedendo a livello più ampio e che coinvolgeva elementi che andavano ben oltre le sue frequentazioni o il suo rendimento scolastico oppure a come dev’essere stato importante, per quanto doloroso, per i genitori poter discutere apertamente del nuovo assetto che si stava prospettando per la loro famiglia.

La famiglia viene in terapia con un’ipotesi che organizza il suo rapporto con la realtà; compito del terapista è impedire che questa perseveri nelle premesse. Non si tratta certo di sostituire l’interpunzione della famiglia con un’ altra più ‘corretta’ quanto di proporre varie letture perché la famiglia a prendere a organizzare i dati [1].

Nel nostro caso, non si tratta quindi di dare una ‘versione corretta’ di quello che sta succedendo, quanto di proporre una versione alternativa a quello che viene portato, una nuova visione che permetta loro di uscire dall’unico racconto di senso che si sono autorizzati a vivere. Torniamo a questo punto alla domanda iniziale: abbiamo forse curato la famiglia? L’abbiamo guarita? Curare o guarire sono termini che presuppongono riportare qualcosa o qualcuno da uno stato di malattia ad uno stato di sanità. Possiamo dire di avere fatto questo? Probabilmente no, non si è trattato di curare quanto di agevolare un percorso in un momento evolutivo specifico della famiglia o dell’individuo. Più che di cura, allora, sarebbe necessario parlare di una sorta di processo accompagnatore. Utilizzando un’immagine, mi piace immaginarlo simile al compito che ha un’ostetrica quando aiuta una donna nel parto: non la sta guarendo dalla gravidanza, la sta accompagnando ed aiutando all’interno di un processo che determina l’enorme cambiamento che sta coinvolgendo la sua vita. 

Questo è uno degli enormi obiettivi della terapia: un accompagnamento consapevole, attento e partecipe nel percorso di cambiamento che una famiglia, o un individuo, decidono di affidarti. Un percorso che porta in qualche modo alla ristrutturazione della prospettiva di vita dell’individuo che decide di fidarsi di noi.

Credo sia una meta, un traguardo decisamente più appassionante di quello di voler guarire una famiglia (o una persona).  

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Boscolo, L., Caille, P., et al. (1983), La terapia sistemica, Editore Astrolabio, Roma, pp. 46-47

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Le mete della terapia: un caso clinico (1)

Famiglia, Psicologia Nessun Commento »

le mete della terapiaUno degli interrogativi più importanti, che spesso le persone con le quali lavoro mi chiedono, è quali possano essere considerate le mete, gli obiettivi della terapia. Qual è l’obiettivo che si dovrebbe raggiungere in terapia, quali sono gli scopi, e verso cosa sarebbe necessario tendere nel lavoro? All’interno della cornice sistemica, orientamento psicoterapeutico nel quale sono specializzato, il concetto stesso di malattia è messo in discussione, sostituito dal concetto di significato: un comportamento che sembra ‘malato’ dall’esterno, spesso acquista un senso nel momento in cui ci si rende conto che ha un’utilità all’interno del sistema familiare nel quale viene portato avanti. In quest’ottica epistemologica, questa premessa ha, come necessaria conseguenza, considerare come l’obiettivo della terapia non possa essere la ‘guarigione’, dal momento che non c’è nessuna guarigione da perseguire. L’obiettivo può allora diventare la consapevolezza dei meccanismi che, diventati automatici, sono talmente radicati e istintivi da diventare del tutto inconsapevoli. L’obiettivo può essere quello di una risignificazione, costruire un nuovo significato a ciò che definiamo ‘malato’. Questa presa di coscienza presuppone un cambiamento? Non necessariamente, dal momento che, data maggiore consapevolezza al sistema familiare che lo persegue, la famiglia stessa potrebbe decidere comunque di portare avanti quel tipo di comportamento. Ma allo stesso tempo è vero che qualunque presa di consapevolezza, qualunque riflessione sui modi che sottostanno al comportamento stesso costituisce già di per  un cambiamento perché porta quel comportamento da uno stato di automatismo ad uno stato di maggiore consapevolezza.

Come si ottiene che si dia l’avvio ad un processo terapeutico?

Tre sono i momenti (…):
1) destabilizzare il sistema ponendosi come campo di forza esterno in grado di provocare o amplificare una fluttuazione, offrendo informazioni alternative e una lettura differente degli accadimenti;
2) impedire che la famiglia proceda nel solito percorso e favorire l’introduzione di informazioni che facilitino il processo di riorganizzazione introducendo una costante;
3)  sapersi separare al momento in cui si innesta il processo di riorganizzazione (Fivaz, 1980)[1]

Va fatta una premessa: l’autore fa questo lavoro riferendosi specificamente alla terapia familiare ma credo che il senso sia estendibile anche alle terapie individuali. Il terapeuta, all’interno della terapia familiare, può dunque dare vita a tre momenti diversi: può destabilizzare il sistema offrendo un racconto diverso rispetto a quello che si da la stessa famiglia. Proporre una lettura alternativa a quello che è il racconto della famiglia, può impedire che essa torni o tenda al solito percorso, introducendo in questo modo una costante nuova, una variabile, che possa modificare la visione. Il terapeuta dovrebbe, infine, comprendere quando questo processo è avviato e riuscire a separarsi, favorendo l’autonomia, l’individuazione e l’indipendenza della famiglia.

Un esempio concreto renderà questo discorso più facilmente comprensibile: tempo fa avevo in terapia la famiglia Bianchi, composta da padre, madre e un figlio di 16 anni. Vennero perché il figlio, a loro dire, era particolarmente indisponente, non faceva più nulla di quello che doveva fare, andava male a scuola, frequentava persone che non piacevano ai genitori, aveva iniziato a fumare e così via. Volevano che lo curassi, che lo facessi tornare ‘normale’. Accolsi questa loro richiesta e proposi loro qualche incontro col ragazzo. Il ragazzo che mi si presentò era molto diverso dalla descrizione che me ne era stata data: era un ragazzo disponibile, aperto, molto educato e faticai a riconoscere in lui il ‘mostro’ che mi era stato dipinto.

Pensai, allora, che un incontro con tutti e tre i membri della famiglia assieme potesse far incontrare le diverse visioni che avevano sulla loro stessa famiglia. Nell’appuntamento successivo vennero, dunque, tutti e tre e, per lo meno inizialmente, la seduta si concentrò su quanto il comportamento del figlio fosse l’unica causa del malessere in famiglia. Con tutti i membri del nucleo familiare presenti era però possibile rendere loro l’idea che questo focus così forte sul comportamento del figlio, potesse anche essere un modo per ‘occultare’ qualunque altro movimento all’interno della famiglia. Concentrarsi esclusivamente sul comportamento del figlio rendeva completamente invisibile tutto il resto che riguardava la famiglia e non lasciava molto spazio per i malesseri dei singoli membri. Tentai di passare loro la mia idea che il comportamento del figlio costituisse una sorta di grande distrattore familiare che non permetteva di vedere altro. Cos’altro accadeva in famiglia? Spostando il comportamento del ragazzo dal centro dell’attenzione, vennero fuori aspetti particolarmente interessanti. Il padre era completamente insoddisfatto della sua vita lavorativa e meditava, avendolo di fatto già deciso, di partire all’estero per cercare di fare qualcosa di più interessante oltreché più remunerativo. D’altro lato la madre era completamente insoddisfatta (e spaventata) da questa prospettiva, ed era altrettanto insoddisfatta della piega che stava prendendo la sua vita familiare, dal momento che si apprestava a diventare una madre sola con un figlio adolescente, con un marito lontano per molti mesi all’anno che non avrebbe più potuto occuparsi attivamente dell’educazione del figlio. Al figlio non era stato detto nulla dell’enorme cambiamento che si andava prospettando ma, come tutti voi avrete avuto modo di sperimentare in famiglia, le cose le aveva in qualche modo intuite anche se nulla era stato apertamente ammesso (potremmo aprire una parentesi enorme sulla gestione del dialogo in questa famiglia, soprattutto nei confronti del figlio, ma il tema ci porterebbe troppo lontano dall’idea centrale di questo post). Insomma, una serie di movimenti, dei quali non si poteva neanche parlare, stavano interessando tutto il nucleo familiare. Ecco allora che il comportamento del figlio, concomitante con questa fase di vita familiare, acquista un significato del tutto diverso. Il comportamento del ragazzo ha un senso contrario rispetto al valore che ne veniva dato nella descrizione iniziale: anziché disturbatore della pace familiare, il ragazzo catalizza le attenzioni dei genitori, permettendo a tutti loro di non concentrarsi su un divario ben più pericoloso e consistente.

– CONTINUA –

[1] Boscolo, L., Caille, P., et al. (1983), La terapia sistemica, Editore Astrolabio, Roma, pp. 46-47

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INIZIATIVE: SETTIMANA DEL BENESSERE PSICOLOGICO

Argomenti vari, Iniziative, Società… Nessun Commento »

psicologiDal 02 all’08 Novembre si svolgerà nelle provincie di Cagliari e Carbonia-Iglesias, promossa dall’ordine degli Psicologi della Regione Sardegna, la Settimana del Benessere Psicologico. L’iniziativa, come ogni anno, propone una serie di eventi (seminari, workshop, conferenze, studi aperti) che permettono di avvicinare le persone ad una professione, quella dello psicologo e dello psicoterapeuta, spesso percepite come lontane e distanti. Si terranno, quindi, una serie di dibattiti, seminari, e aperture di studi con la finalità di avvicinare la nostra professione alle persone che ne sono interessate.

Ho aderito per il terzo anno consecutivo a questo progetto, convinto della bontà di un’iniziativa che permette ad un sempre maggiore numero di persone di conoscere più da vicino il mio lavoro. Il contributo che ho pensato di dare è di offrire un colloquio di consulenza gratuito a coloro che ne fossero interessati (bambini, adolescenti, adulti, coppie e famiglie). Chi volesse approfittare dell’iniziativa può contattarmi tramite:

Telefono: 392 0008369

Mail: fabrizioboninu@gmail.com

I colloqui si svolgeranno, previo appuntamento, presso i miei studi:

Piazza Salento, 7 CAGLIARI (da lunedì 02.11.15 a giovedì 05.11.15)

Via Roma angolo piazza Marmilla, CARBONIA (venerdì 06.11.15)

Per maggiori informazioni, potete visitare il sito www.lopsicologovirtuale.it o il blog fabrizioboninu.blog.tiscali.it

Tutti coloro i quali volessero un elenco completo delle iniziative che si svolgeranno durante l’intera settimana può cliccare su Calendario Eventi Settimana del Benessere Psicologico. Sarete reindirizzati sulla pagina del sito dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna all’interno della quale troverete, divise giorno per giorno, l’elenco completo delle iniziative che sono state programmate durante tutta la settimana.

Spero che in tanti possiate avvalervi delle iniziative proposte. 

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Tre diversi modi di essere in terapia (3)

Psicologia Nessun Commento »

Dopo aver visto le prime due posizioni, vediamo la terza ed ultima possibilità esposta da Whitaker:

Un terzo modello può essere definito come ridare potere al paziente o alla famiglia. Questo approccio è utile quando l’adulto si sente debole, desideroso di appartenere, è prostrato dal fallimento, vorrebbe far parte di una squadra, riassumere la responsabilità di se stesso, ma non sa come fare. Il terapeuta diventa quindi un padre, che esorta, chiede, crede che il paziente sia in grado, se si sforza, di adattarsi allo stress. In questo caso il compito del terapeuta consiste nel richiedere al paziente di acquistare forza, senza offrirgli però un sostegno diretto, come fa un allenatore di una squadra di calcio quando incoraggia i giocatori ad aumentare la loro capacità aerobica, a mettercela tutta, a essere spontanei e a prendere iniziative. Il terapeuta deve avere potere e controllo solo su alcuni aspetti limitati della vita del paziente – essenzialmente sulla durata e sul tipo di esercizio da fare, sul luogo e l’ora dell’allenamento. Se questo metodo è successo il paziente continua a ‘tenere in gioco la palla’, sarà gratificato da sui progressi. Vi è comunque un periodo iniziale, nel quale ‘l’allenatore’ deve forzare il ‘giocatore’ a riprendersi il potere: il terapeuta deve spingere il paziente a definire il suo gioco, la propria partecipazione, a scegliere con lui la più congeniale, che può dargli soddisfazione con il minor dispendio di energie. A quel punto l’allenatore, il terapeuta, diventa un tifoso, che si rallegra per i progressi e i sogni del paziente.

Questa è quella che Whitaker stesso definisce come posizione paterna, una posizione che riguarda la possibilità di intervento supportiva del terapeuta nei confronti del paziente. In questo caso più che la dipendenza, il problema può essere quello legato allo sprono da parte del terapeuta che, almeno inizialmente, deve, proprio come nella metafora dell’allenatore, motivare il proprio giocatore e obbligarlo a costruire e tracciare il proprio percorso. Per quanto si ripeta spesso che la terapia dovrebbe essere un accompagnare il paziente all’interno del suo stesso percorso, si palesa una posizione che in terapia è spesso necessario tenere, almeno nelle prime fasi iniziali del processo stesso.

L’autore utilizza il termine di ‘forzatura’, che appunto, perlomeno inizialmente, è necessario utilizzare affinché il paziente possa riappropriarsi della sua posizione. Dovendo superare un insieme di automatismi che ormai conosce bene, il paziente deve essere spinto verso una nuova prospettiva. Il lavoro è molto delicato perché il terapeuta deve sapere dove fermarsi dal momento che, se imponesse la sua visione al paziente, starebbe, come nella prima posizione, assumendo per vero lo stereotipo che, all’interno della relazione terapeutica, sia lui quello che sa come fare. Incorrerebbe, in questo caso, nella stessa posizione di onnipotenza che spesso porta la terapia a falsi avanzamenti e continue ricadute del paziente stesso.

Come dice lo stesso Whitaker: Il meta-problema, in tutte queste forme di psicoterapia, è come far si che il terapeuta impari a perfezionare il proprio ruolo terapeutico, senza diventare schiavo né della dipendenza del paziente, né delle proprie fantasie di potere. Il pericolo che corre il terapeuta è simile a quello che corre una madre: è quasi impossibile modificare il proprio ruolo e porsi su un piano di parità con qualcuno che, un tempo, era nostro figlio! 

Perfezionare il ruolo di psicoterapeuta richiede una difficile fusione tra la capacità di essere persona e la capacità di entrare in un ruolo e credo sia una di quelle cose che, con una espressione inglese, viene definita lifelong learning , qualcosa per imparare la quale occorra tutta una vita. Credo che l’importante sia avere la consapevolezza della delicatezza ed importanza del proprio ruolo nei confronti della vita dell’altro. Solo così è possibile evitare di cadere nella trappola dei propri stereotipi.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Whitaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 174

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Tre diversi modi di essere in terapia (2)

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Abbiamo già visto una delle diverse posizioni che possono essere assunte all’interno del rapporto psicoterapeutico. Dopo aver visto un primo orientamento, quello che vedeva un terapeuta esperto e un paziente ‘dipendente’ vediamo un secondo orientamento. Il brano che vi riporto è tratto, come nel primo post, dal testo Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, di Carl Whitaker e ve lo riporto integralmente:

Un secondo orientamento psicoterapeutico è basato sull’offerta di un modello di ristrutturazione. Di solito questo si fonda sull’intuizione, la comprensione, l’analisi e sul tentativo di dimostrare che il terapeuta conosce il segreto di una vita migliore. Considerando il fatto che la sofferenza e l’impotenza rendono il paziente insicuro, l’apprendimento di queste nuove tecniche può essere molto utile. Il rischio è, ancora una volta, che il fascino della dipendenza e della mancanza di iniziativa prenda il sopravvento, trasformando il paziente in un adolescente che si dibatte oscillando fra il suo bisogno di dipendere e il suo desiderio di essere indipendente, fra la paura di perdere il proprio senso di identità e quella di soffocare la propria creatività. [1]

Questa posizione sembra molto più equilibrata rispetto alla posizione vista con il primo esempio. In questo caso il terapeuta non si fa conquistare dal fascino della posizione che il paziente cerca di attribuirgli (tu sai come fare!) ma si preoccupa semplicemente di fornire un ‘modello di ristrutturazione’, un modello alternativo a quello che è il modello del paziente.

Se, volendo esemplificare, il paziente si raccontasse come vittima della malevolenza della moglie, e che attorno a questo tutta la sua vita ha assunto dei contorni tragici, scopo della terapia potrebbe essere quello di introdurre un nuovo punto di vista che possa permettere al paziente di ristrutturare la propria immagine e non vedersi solo, come nel’esempio, vittima della moglie. Si tratterebbe in questo secondo caso, di capire cosa, per esempio, ha fatto si che questo marito accettasse la malevolenza della moglie e quale significato avrebbe questo per lui. Questa nuova lettura può aprire prospettive interessanti perché permette di scardinare storie ormai sedimentate nelle quali spesso ci riconosciamo senza avere più la possibilità di metterle in discussione.

Anche in questo caso è necessario prestare particolare attenzione alla posizione del terapeuta dal momento che questo lavoro oscilla tra il bisogno di smarcare il paziente e renderlo indipendente e il bisogno del paziente di coltivare la dipendenza nel rapporto. Questa posizione può essere elaborata accogliendo le richieste del paziente, ma utilizzando qualunque richiesta stessa per lavorarci assieme in terapia, dotarla di significato e renderla esplicita nella relazione terapeutica stessa. Nel momento in cui questo viene esplicitato nel rapporto infatti, è possibile lavorarci col paziente ed è possibile che il paziente stesso, grazie alla consapevolezza acquisita, possa utilizzarlo come strumento di una nuova cognizione di se. 

– Continua –

[1] Whitaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 173

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Tre diversi modi di essere in terapia (1)

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tre diversi modi di essere in terapiaIl post di oggi ha a come obiettivo quello di cercare di delineare quelle che sono le diverse ‘tendenze’ all’interno di un percorso di terapia. Molti spesso credono che ci sia un solo modo di fare terapia, come se uno psicoterapeuta, una volta che ha imparata una tecnica, la potesse pedissequamente applicare ad ogni persona con la quale ha la fortuna di trovarsi a lavorare. In realtà la ‘materia’ della psicoterapia, la persona o il gruppo con cui si lavora, è materia liquida, complessa, ed è per questo che non si può fare a priori una definizione o una delineazione di quello che succederà in terapia, data la costruzione stessa del rapporto terapeutico che non può essere inquadrato in regole o in classi. E’ possibile, ed è questo che proviamo a fare oggi, cercare di delineare uno ‘stile’ di terapia, un modus operandi che il terapeuta applica all’interno del suo lavoro. Questo post è basato sulle posizioni e sulle considerazioni dello psicoterapeuta americano Carl Whitaker che nel suo bellissimo libro Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, cerca di delineare alcune riflessioni su cosa voglia dire essere uno psicoterapeuta e su come questo mestiere debba interagire con l’altro. Vi riporto i tre modi con cui Whitaker cerca di delineare degli ‘stili di terapia:

Il primo è l’eliminazione del sintomo. Il paziente la famiglia arrivano in uno stato di carenza emotiva, simili a bambini indifesi, insicuri ed incapaceidi agire, per mancanza di nutrimento, di forza, di opportunità di crescita. La risposta più ovvia a questi sintomi è l’offerta di nutrimento  e di cure di una madre affidataria. Il rapporto che si crea è molto simile a quello di un maestro che incoraggia il bambino a leggere, studiare, a imparare, a creare, stimolandolo sempre di più ad apprendere. Uno dei problemi principali che derivano da questo atteggiamento è la sindrome ‘mamma sa tutto’.

Il terapeuta escogita sempre nuovi trucchi per cambiare le cose, ma finisce per far perdere completamente al paziente la libertà di prendere iniziative. Questo significa che il paziente e la famiglia diventano sempre più dipendenti e dubitano sempre di più di se stessi, mettendo il genitore affidatario nella temporanea ma gratificante situazione di essere un Dio onnipotente. A quel punto il genitore affidatario deve trovare il sistema per risolvere una situazione simile, per molti aspetti, a quella che di un bambino nel distaccarsi dalla famiglia, in un’età in cui ha ancora bisogno di dare e di ricevere affetto. [1]

Il primo modo è il modo in apparenza più semplice. Si tratta di delineare all’interno della relazione chi sa (il terapeuta) e chi non sa (il paziente). Chi sa deve prodigarsi affinché chi non sa abbia una soluzione al problema per il quale è venuto e ha iniziato una terapia. Questo porta a due conseguenze entrambe pericolose se non maneggiate con consapevolezza dal terapeuta: chi non sa ottiene una soluzione a sua misura, ma indirettamente riceve la conferma che se non ci fosse stato l’intervento del terapeuta non avrebbe saputo come fare e quindi rinforza in se stesso l’idea di non ‘saper fare’ autonomamente.

Il terapeuta può, invece, crogiolarsi nel ruolo di colui che ‘sa come/cosa fare’, crederci in blocco e passare dalla posizione aperta di terapeuta (ti aiuto ad aiutarti) alla posizione chiusa di guru (fai come ti dico). In questa posizione la libertà del paziente è messa a dura prova, perché penserà di avere sempre bisogno del supporto del terapeuta per poter procedere, mentre l’onnipotenza del terapeuta ne uscirà rafforzata perché si alimenterà di un nuovo caso nel quale i suoi consigli hanno apparentemente risolto la situazione. Credo che questo, se il terapeuta non è consapevole di ciò che sta avvenendo, non sia un buon modo di fare terapia per varie ragioni: non si rende indipendente il paziente all’interno delle sue scelte e si coltiva la disparità di ruolo all’interno della relazione terapeutica (io terapeuta so vs. tu, paziente non sai).

– Continua –

[1]Whitaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 173

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Ma io chi sono?

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imagesL’idea dell’argomento di questo post è di un lettore, anzi una lettrice che mi rivolge una domanda circa cosa succeda in terapia. Questa la domanda: Caro dott. Boninu, capita, talvolta, in terapia, che un suo assistito le chieda: -Ma IO, chi sono-? Nel qual caso, si è preparato una risposta? Come risponde, Lei? E i suoi colleghi, come rispondono? Ma voi medici, ve lo chiedete, a volte? I libri di testo sono ‘illuminanti’? No, perché altrimenti, Vi chiedo se me ne indicate uno … buona sera, Graziella

E questa la mia risposta: Salve Graziella, non credo mi sia stata mai posta come domanda così diretta. E, naturalmente, non ho una risposta pronta perché dipende da chi ho davanti. In realtà tenderei a non rispondere ad una domanda del genere ma propenderei per aiutare la persona a trovare autonomamente la sua risposta. Il rischio sarebbe, in caso contrario, che facesse sua la mia risposta. Non ho idea di come potrebbero rispondere i miei colleghi. Spero rispettino il tempo e il senso dell’altro. Credo che ognuno di noi ad un certo punto della sua vita si chieda chi è, o cosa vorrebbe essere, e le assicuro che la risposta difficilmente viene dai libri, che possono sicuramente aiutare ma mai quanto l’esperienza stessa di vivere questa vita per cui ci impegniamo a trovare un significato. Grazie per le domande Graziella… A presto

Ho pensato, al di là della curiosità legittima di Graziella, che fosse il caso di approfondire il tema. Uno dei punti che vorrei chiarire è che non esiste un mezzo standard per affrontare il paziente che si ha davanti. Ci sono naturalmente dei metodi o delle tecniche alle quali riferirsi, oppure può essere l’orientamento teorico dello psicologo ad influenzare il modo in cui la terapia stessa è svolta. Ma dubito (e spero!) che nessun mio collega applichi un metodo standard che non prenda in considerazione la persona che ha seduta di fronte. Ogni caso è un caso a se e, se è possibile fare un intervento che sia utile per la persona, credo sia dovuto al fatto che l’intervento stesso è calibrato ed adatto alla persona stessa e non è, dunque, standardizzato. Quindi, per rispondere a Graziella, non esistono risposte univoche alle domande che i pazienti fanno. O per lo meno, non le troverete nel lavoro con me.

Altro punto che reputo importante riguarda il fatto del dare risposte. Ho già affrontato diverse volte il tema: non credo che uno psicologo (e uno psicoterapeuta) debbano fornire risposte o dare consigli su come fare. Questo è un ruolo molto richiesto da parte dei pazienti che vorrebbero avere un ‘guru’che fornisce delle soluzioni su come procedere nella vita. Credo profondamente che questo ruolo non debba essere, se non forse in minima parte e con un accurata consapevolezza, accettato dal professionista, proprio perché l’accettazione di questo ruolo delegittimerebbe ancora di più il paziente e le sue capacità e confermerebbe, anche da parte del ‘guru’, che non è in grado di affrontare la sua vita autonomamente ma che dipenda, nel fare questo, da un’altra persona che ritiene più esperto di lui (o di lei ovviamente!).

Ecco io credo che questo punto sia fondamentale nella terapia: cercare di non rinforzare l’idea di incompetenza e di inesperienza che il paziente ha nei confronti della sua stessa vita. L’obiettivo è, anzi, fornire un punto di vista differente, provando a farlo sentire come unico esperto (quale in realtà è) della sua vita. Rendere questo ad un paziente è profondamente difficile, soprattutto per coloro i quali vorrebbero essere supportati dal consiglio dell”esperto’. Se ci si pensa, sarebbe molto più semplice dare questi consigli, ma questo credo non sarebbe un modo per rinforzare l’autonomia della persona con la quale si lavora. Molte persone mi rendono questa idea, l’immagine dello psicologo come una sorta di dispenser di consigli, di facili soluzioni per affrontare al meglio la propria vita.

Non si tratta di non comprendere o di non accogliere il bisogno che muove la richiesta, bisogno ancora maggiore nel momento della vita in cui ci si sente disorientati, ma se venisse assecondata questa richiesta, verrebbe  indirettamente confermata l’inadeguatezza che quella persona ha del suo ruolo nella sua vita. Vorrei, invece, restituire l’idea che nessuno sia più adatto a vivere la propria vita come chi quella vita la sta vivendo, di modo che sia la persona stessa, anche col mio supporto se questo è ciò di cui sente la necessità, a rispondere alla domanda iniziale: riuscire a dirmi chi sia.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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