Bullismo omofobico: risponde il dr. Federico Ferrari

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Il post di oggi, concomitante con questo nuovo inizio anno scolastico, ha come tema un argomento del quale ci siamo già occupati, (Bullismo omofobico: risponde il dr. Jimmy Ciliberto), un fenomeno che, come detto, ha radici profonde ma che solo ultimamente è diventato un argomento dibattuto nelle cronache nazionali. Sto parlando di bullismo omofobico e questa attenzione testimonia finalmente una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica su temi legati alla violenza omofobica. Abbiamo visto come il bullismo omofobico sia l’atteggiamento o il comportamento violento tramite il quale una persona viene presa di mira da un coetaneo (o da un gruppo di coetanei) in una relazione all’interno della quale il rapporto di potere non è paritario. La persona prescelta viene oppressa con vari atteggiamenti (derisione, minacce, insulti, esclusione…) ed il pretesto per l’attacco è dato, appunto, dalle scelte sessuali o dall’orientamento sessuale (reale o presunto) della vittima.

Per continuare a parlare di questo importante tema, ho pensato di rivolgermi ad un collega che, per professione, è un profondo conoscitore della materia. Mi riferisco a Federico Ferrari, psicologo, psicoterapeuta e autore, insieme ai colleghi Paolo Rigliano e Jimmy Ciliberto, del testo Curare i gay? Oltre l’ideologia riparativa dell’omosessualitàedito da Cortina. Federico dedica la sua attenzione e il suo impegno anche a tematiche legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Chi volesse ulteriore dettagli sul libro citato può cliccare qui mentre chi volesse saperne di più sul dr. Ferrari può cliccare qui.

Ciao Federico, innanzitutto grazie per aver accettato l’invito e benvenuto! Direi di partire dalla definizione di bullismo omofobico: come potremo descriverlo?

Quando si parla di “bullismo” di solito ci si riferisce a relazioni tra pari (compagni, colleghi, etc.) nelle quali uno o più cercano di affermarsi agendo varie forme di violenza, ci possono essere allora una o più vittime, scelte per il fatto di essere facili da isolare dagli altri, non solo deboli, ma anche portatrici di caratteristiche che le rendono meno “popolari”, almeno secondo i bulli. Infatti in queste situazioni l’obiettivo del “bullo” è di affermare la propria forza di fronte ad un pubblico, attaccando qualcuno che in qualche modo possa meritare, agli stessi occhi del pubblico, la violenza che subisce. Spesso in realtà gli spettatori della violenza non intervengono per ben altri motivi, ma il loro silenzio alimenta la sensazione del bullo di apparire forte e quella della vittima di solitudine e disvalore. Per questo il bullismo omofobico, ossia agito su qualcuno per il fatto che è o appare omosessuale, non ha bisogno di contesti strettamente antiomosessuali per proliferare: è sufficiente che siano contesti, per così dire, “eterosessisti”, ovvero in cui l’omosessualità non è presa in considerazione, e non si afferma la necessità di difenderne il valore paritario rispetto all’eterosessualità. In molti ambienti, specie tra gli adolescenti, l’omosessualità è ancora qualcosa di cui non si parla se non come insulto, e questo ne fa una caratteristica catalizzante per i comportamenti di bullismo. Per il bullo probabilmente se non fosse l’omosessualità sarebbe qualcos’altro, perché si tratta di un individuo insicuro, scarsamente empatico, che cerca pretesti per affermarsi in modo facile e prepotente, ma le persone omosessuali (o che secondo gli stereotipi correnti lo sembrano) rappresentano un gruppo a rischio per il fenomeno del bullismo. Per altro ad oggi ci sarebbe un discorso a parte da fare sulle forme della violenza e le trasformazioni cui va incontro a fronte della massiccia diffusione dei social network e delle relazioni virtuali…

In base alla tua esperienza, è una realtà diffusa oppure un fenomeno di nicchia?

In generale si tratta di un fenomeno ampiamente sottovalutato: laddove è infatti più probabile che si verifichino episodi di bullismo omofobico è anche dove di solito si presta minore importanza alla tutela delle differenze di identità sessuale. Di conseguenza si genera un substrato specialmente fertile per questo tipo di fenomeno, e contemporaneamente si distoglie l’attenzione dai segnali di un suo possibile verificarsi. Oppure, quando si identifica, si tende ad attribuirlo ad altro. Per altro anche le modalità con cui questi atti si manifestano dipendono in parte dal contesto culturale: possiamo incontrare contesti “conservatori” in cui sono presi come bersaglio ragazze o ragazzi che hanno fatto il proprio coming out contro tutto e tutti, ma capitano anche contesti per così dire “liberali” in cui vengono vittimizzati ragazzi effeminati perché non si definiscono omosessuali, e l’etichetta con cui vengono stigmatizzati diventa quella del “gay che non si accetta” (del genere: “…dillo che sei gay!”). Spesso infatti le dinamiche sono più complesse di ciò che sembra, e chi è preso di mira lo è su tutta una serie di aspetti di “divergenza” dal gruppo, di cui l’omosessualità (o l’idea di essa) rappresenta solo una categoria esplicativa stigmatizzata/ante intorno alla quale si organizzano gli “insulti” e la “maldicenza” verso il diverso. Quello che davvero hanno però in comune questi contesti è di essere luoghi in cui non c’è spazio per la diversità e il rispetto dell’unicità, in cui la sessualità viene fagocitata dalla norma sociale rimanendo in bilico tra vergogna e vanità. In questi spazi il bullo agisce la sua violenza a partire dalle norme implicite, usandole come arma di umiliazione, e i suoi spettatori, nella più classica dinamica della “banalità del male”, gli danno ragione, o non riescono a trovare un torto sufficiente nella sua violenza per intervenire, perché significherebbe mettersi a loro volta contro delle regole che in parte condividono…

Cosa provocano questi attacchi alla persona colpita, e quali sono le reazioni più comuni a questo tipo di discriminazioni?

Naturalmente il bullismo può avere diversi livelli di gravità, ma chi ne è vittima può vivere l’inferno. In generale per la vittima ne scaturiscono sentimenti di profonda solitudine, umiliazione, ingiustizia e rabbia, che facilmente però possono evolvere in senso di impotenza e di disperazione. Si aggiunga a tutto ciò il fatto che, per la natura del fenomeno, chi di solito è scelto come vittima è anche qualcuno che in quel dato contesto si profila già come più fragile, magari solo perché l’ultimo arrivato, magari perché stigmatizzato, altre volte perché in difficoltà nei rapporti interpersonali, o in crisi rispetto a sé, o per tutte queste cose insieme. Si aggiunga che gay e lesbiche scoprono la propria omosessualità in un contesto che non la prevede, dopo aver passato i primi anni della propria vita senza prevederla nemmeno loro, e non di rado in adolescenza si trovano ad essere insicuri e combattuti su come gestire ed integrare nella propria identità questa nuova informazione su di sé. Ecco quindi che la vittimizzazione può trasformare un passaggio di crisi e di fatica personale in un’idea di sé senza speranza, in un senso d’indegnità traumatico, che mina la possibilità di trovare un valore di sé. Se poi pensiamo che l’omosessualità è ancora un tabù in molte famiglie, che i e le giovani omosessuali e bisessuali spesso non sentono la possibilità di parlare di questa parte di sé con i propri genitori, chiedere aiuto può diventare impossibile. Se dunque viene a mancare qualunque sostegno e il bullismo colpisce nell’indifferenza totale, il senso di disperazione può spingere anche a decisioni drastiche, nelle quali la richiesta di aiuto e la voglia di farsi del male non sono sempre distinguibili l’una dall’altra.

La maggior parte di questi episodi avviene durante la preadolescenza e l’adolescenza, età nelle quali i ragazzi sono per molto tempo a scuola. Prendiamo in considerazione come si comportano gli altri attori di questa istituzione: gli insegnanti come affrontano questi episodi?

E’ chiaramente difficile generalizzare. Molto dipende dalla competenza e dalla sensibilità dei singoli insegnanti, dalla loro formazione sui temi della discriminazione e dell’identità sessuale, ma anche dal loro modo di intendere il proprio ruolo di educatori. E su questo non basta davvero un generico impegno ad andare oltre la trasmissione di un sapere tecnico, per garantire le buone maniere ed il rispetto reciproco, è necessario farsi carico delle relazioni con i ragazzi.

Da un lato, è fondamentale la prevenzione perché in un contesto in cui i pari valorizzano il rispetto, la dinamica del bullismo non si sviluppa. Le occasionali uscite aggressive o violente vengono respinte da chi assiste. Coloro che maggiormente faticano a mettersi nei panni degli altri, e tendono a ricorrere alla prepotenza, hanno occasione di sperimentare strategie di autoaffermazione differenti e talvolta di apprendere l’empatia. Prendersi il tempo per coltivare con la classe i temi del confronto e del rispetto, farsi promotori di uno spazio in cui il valore della pluralità e della differenza si fanno parte integrante dell’insegnamento e del modo di stare a scuola non è semplice, perché significa creare una cornice di dialogo tra sistemi di valori diversi, in cui il rispetto della persona umana rappresenti una premessa irrinunciabile. Dobbiamo riconoscere che spesso le condizioni in cui gli insegnanti lavorano semplicemente non permettono un lavoro di questo respiro. Spesso questo tipo di intervento viene però attivato ai primi segnali di bullismo, quando il clima in classe comincia a farsi teso e difficile per alcuni, e ci sono state delle prime occasioni di violenza psicologica o fisica.

Dover lavorare sull’urgenza, e muoversi di fronte a casi di violenza conclamata è per molti versi già una sconfitta, ma è soprattutto estremamente complesso, richiedendo di tenere insieme più istanze, a volte anche opposte. Da un lato è fondamentale intercettare i segnali della violenza psicologica, o agita fuori dal campo visivo degli insegnanti, oltre che quella eventualmente palese ed agita in classe. Poi si tratta di creare lo spazio e il tempo adeguato perché la vittima si senta libera di denunciare la violenza, senza sentirsi ulteriormente stigmatizzata come “quello o quella che chiede la protezione dall’insegnante”. Dall’altro lato, è necessario attivarsi verso il bullo sanzionando tempestivamente i suoi comportamenti, assicurandosi che le regole che ogni istituto dovrebbe avere per casi di questo tipo, siano attuate senza se e senza ma. Tuttavia ogni intervento “contro il bullo”, se non si riesce ad attuarlo in una cornice di preoccupazione nei suoi confronti, evitando la caccia alle streghe, coinvolgendo sinergicamente la famiglia, è destinato a fallire, rafforzando ulteriormente le sue istanze di prepotenza: trasformare il bullo nel mostro psicopatico della situazione, umiliarlo perché impari a rispettare l’autorità, e altre sciocchezze simili non fanno che aggiungere violenza ad un contesto evidentemente già disfunzionale, rischiando di spostare la violenza ad altri spazi ed altri luoghi in cui alla fine esploderà, se possibile aumentata. Infine è necessario assodare il coinvolgimento della classe, capire il ruolo degli spettatori, e considerare i pro ed i contro di un intervento con loro, recuperare un’attività di prevenzione che è mancata in partenza.

Mentre le scuole come istituti che fanno?

Le scuole sempre di più sono chiamate a pensare il problema in anticipo, creare programmi di prevenzione e protocolli di azione. Una volta di più diviene fondamentale però che siano gli interventi preventivi ad avere la priorità. Creare occasioni di formazione continua per gli insegnanti su ogni forma di differenza, inclusa le differenze di identità sessuale. Solo maneggiando con maggiore confidenza questi temi, affrontando i propri stessi pregiudizi, recuperando i dati della scienza, gli insegnanti possono farsi promotori e mediatori di spazi di confronto e di dialogo tra gli studenti. Oggi, se possibile, è ancora più difficile per due ragioni. La prima, propria piuttosto di alcune realtà di frontiera, è che sono gli stessi insegnanti a sentirsi “bullizzati”: in contesti che ne sminuiscono la dignità e l’autorevolezza, e in cui un allievo violento può trovare nel resto della classe un pubblico supportivo ad uno scontro con i rappresentanti stessi di un’istituzione di cui la maggioranza del suo gruppo non capisce più il significato. In questi casi è il contesto istituzionale allargato che sta mancando nell’offrire senso e risorse ad intere fette di popolazione, alimentando una violenza diffusa che certamente finirà per trovare sfogo sui soggetti divergenti, quale che sia la caratteristica che li rende tali.

La seconda, più legata a certi contesti “conservatori”, è che sembra crescere il numero di quelli che considerano i propri valori come un “diritto alla discriminazione”. Questo lo abbiamo visto banalmente nel caso di progetti di educazione all’affettività, accusati di farsi promotori di una fantomatica “ideologia del genere” perché semplicemente incoraggiavano gli studenti a superare alcuni stereotipi sessuali, che sono provati essere alla base della violenza sulle donne e di quella omofobica. Quando questo modo di intendere i valori diviene dominante, l’insegnante può sentirsi incapacitato ad affermare la regola del rispetto proprio a causa del suo “mandato di rispetto dei valori di tutti”, o per timore di dover affrontare genitori che difendono il diritto dei figli ad esprimere idee omofobiche, o che contestano l’idea che l’insegnante intervenga sui valori insegnati in famiglia. In questi casi è fondamentale che la scuola (dal preside al ministro) sostenga gli insegnanti, perché non si trovino lasciati soli nell’affermare il proprio mandato educativo.

All’interno della famiglia, come pensi dovrebbero comportarsi i genitori dei ragazzi presi di mira? 

Chiaramente la famiglia dovrebbe essere prima di tutto un luogo protettivo in cui non debbano ripetersi le dinamiche che hanno reso possibile il bullismo altrove. Un ragazzo gay o una ragazza lesbica o bisessuale devono poter parlare della propria identità sessuale, e quindi del fatto che questa è divenuta il pretesto per prenderli di mira. Diversamente, il rischio è che per paura di dover fare un coming out a casa, le vittime di bullismo non parlino delle prese in giro nemmeno con i propri genitori. Anche quando si tratti solo di una percepita omosessualità, se il ragazzo o la ragazza pensa che i propri genitori trovino la cosa sbagliata o vergognosa, possono provare vergogna nel dire di essere trattati come tale.

In secondo luogo quando il proprio figlio riferisce di essere vittima di bullismo è fondamentale attivarsi immediatamente, prima di tutto con la scuola, poi, se appare indicato dalle circostanze, con i genitori del bullo, in casi estremi con le forze dell’ordine. E’ importante avere determinazione senza alimentare un clima di scontro: l’obbiettivo è quello di garantire la sicurezza del ragazzo senza metterlo al centro di un conflitto tra fazioni. L’aspetto fondamentale, in ogni caso, è che il senso di solitudine venga spezzato, che i ragazzi sentano il supporto e la fiducia negli adulti. Poi può essere utile provare a lavorare con questi ragazzi sulle loro strategie interpersonali, per capire se nel contesto specifico queste risultino funzionali o se per qualche ragione li stiano predisponendo in modo particolare alle prevaricazioni dei prepotenti.

Mentre le famiglie dei bulli a cosa dovrebbero prestare attenzione?

Certamente a non sottovalutare i comportamenti del figlio, non etichettarli come “bravate” o “ragazzate”, che è poi un modo di non occuparsi di loro, di sminuire il problema ed in definitiva di non occuparsene. Il “bullo” ha molto bisogno della sua famiglia: ha bisogno di sapere che non ne perderà l’affetto per ciò che ha fatto, ma che ciò che ha fatto avrà delle conseguenze. Spesso manca un sistema etico di riferimento forte, dei modelli coerenti e affettivamente presenti in grado di trasmettere il senso del bene e del male. Talvolta, quando il “bullo” è parte di un “branco”, di un gruppo cioè in cui si è assistito ad una diffusione della responsabilità, e ciascuno si è sentito solo di andare dietro agli altri, ciò che è importante è aiutarlo a sviluppare la forza di opporsi agli altri quando viene passato un limite, nonché modi diversi di affermarsi nel gruppo, credere in sé, scoprire di avere qualità diverse e più importanti che non la capacità di attaccare ed umiliare gli altri.

Come possiamo collaborare per far si che episodi come questi diventino sempre più ostracizzati?

Mi vengono in mente due cose: offrire formazione per gli insegnanti e per i ragazzi spazio e tempo per imparare a confrontarsi, conoscersi e rispettarsi.

Un grazie di cuore a Federico per la disponibilità nell’essersi prestato alle mie domande. Il tema è vasto e ci torneremo ancora con altri interventi. Credo sia un ulteriore, importante passo per introdurre questo argomento in un dibattito che coinvolga più sedi possibili. 

Se ci fossero persone interessate a testimoniare o a condividere la loro esperienza, naturalmente in forma assolutamente anonima (a meno che non desiderino il contrario!), possono contattarmi telefonicamente (3920008369) o per mail (fabrizioboninu@gmail.com).

Come sempre fatemi sapere che ne pensate.

A presto…

Fabrizio Boninu

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Bullismo omofobico: risponde il dr. Jimmy Ciliberto

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bullismoIl post di oggi ha come tema un fenomeno che ha radici profonde ma che, complici alcuni fatti di cronaca con risvolti particolarmente tragici, è diventato argomento dibattuto nelle cronache nazionali. Sto parlando del bullismo omofobico e questa attenzione testimonia una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica su temi legati alla violenza omofoba, argomento, questo, che possiamo considerare strettamente legato al dibattito più ampio che interessa la possibile approvazione in parlamento di una legge che regoli le unioni civili. Ma torniamo a noi: cosa si intende con il termine bullismo omofobico? Sostanzialmente consiste in atteggiamenti o comportamenti violenti tramite i quali una persona viene presa di mira da un coetaneo (o da un gruppo organizzato di suoi coetanei) in una relazione all’interno della quale il rapporto di potere non è paritario. La persona prescelta viene oppressa con vari atteggiamenti (derisione, minacce, insulti, esclusione…) ed il pretesto per l’attacco è dato, appunto, dalle scelte sessuali o dall’orientamento sessuale (reale o presunto) della vittima.

Per parlare di questo importante tema ho pensato di rivolgermi ad una persona che, per professione, è un conoscitore della materia. Mi riferisco a Jimmy Ciliberto, psicologo, psicoterapeuta, autore, insieme ai colleghi Paolo Rigliano e Federico Ferrari del testo Curare i gay?, edito da Cortina. Jimmy da tempo dedica la sua attenzione a tematiche legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Chi volesse ulteriore dettagli sul libro può cliccare qui mentre chi volesse saperne di più sul dr. Ciliberto può cliccare qui.

Ciao Jimmy, innanzitutto grazie per aver accettato l’invito e benvenuto! Direi di partire dalla definizione di bullismo omofobico: come potremo descriverlo?

Ciao Fabrizio e grazie a te per il tema che hai deciso di trattare.

Possiamo definire generalmente bullismo omofobico quell’insieme di comportamenti apertamente squalificanti e discriminatori assunti da una o più persone nei confronti di un ragazzo o di una ragazza omosessuale (o solo considerati tali), proprio a causa del loro presunto o reale orientamento non eterosessuale. Questa è però una definizione molto generale, per quanto utile a capire di cosa stiamo parlando. Penso che il fenomeno sia molto più complesso, e come tale vada trattato, altrimenti si rischia di considerarlo come una nuova etichetta diagnostica che riguarda solo la persona che mette in atto il comportamento vessatorio.

Io preferisco parlare di contesti eterosessisti che favoriscono, a diverso grado, un insieme di dinamiche che hanno l’effetto di far sentire la persona non eterosessuale (o presumibilmente tale) sola, impotente, isolata, colpevole, proprio per le caratteristiche che la rendono unica.

Penso inoltre che le dinamiche discriminatorie non siano elicitate tanto dall’orientamento non eterosessuale in sé, quanto da tutti gli aspetti che rimandano ad una idea di maschio e femmina che sfida la dicotomia esistente.

In base alla tua esperienza, è una realtà diffusa oppure un fenomeno di nicchia?

Purtroppo constato ancora che negli ultimi anni della scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado, quelli durante i quali nascono le situazioni di bullismo omofobico, la situazione è stagnante. Le parole che rimandano alla non eterosessualità di una persona vengono usate come presa in giro e insulto, pochissimi insegnanti si sentono competenti e a proprio agio nel parlare di queste tematiche, e l’idea che un proprio alunno o una propria alunna possano essere omosessuali continua a rimanere, nella maggior parte delle situazioni, una “non idea”.

Diversa è la situazione nella scuole secondarie di secondo grado, dove emergono differenze significative tra Istituti e Istituti. Affianco a contesti non dissimili a quelli di cui sopra, esistono realtà (principalmente nei grandi centri urbani) che accolgono la diversità, sia tra pari che con gli adulti.

Cosa provocano questi attacchi alla persona colpita?

Come ho detto prima, questi comportamenti hanno l’effetto di far sentire la persona non eterosessuale (o presumibilmente tale) sola, impotente, isolata, colpevole, proprio per le caratteristiche che la rendono unica. Se la persona vive poi in un contesto che sente come non sufficientemente supportivo, od addirittura collusivo con quello che a scuola lo discrimina, possono esserci conseguenze più complesse che possono andare dallo sviluppo di una sintomatologia ansioso-depressiva, all’assunzione di comportamenti a rischio, od anche (raramente per fortuna) all’ideazione suicidaria.

E quali sono le reazioni più comuni a questo tipo di discriminazioni?

Parlare di reazioni comuni è molto difficile, possiamo però affermare che sono ancora troppe le situazioni in cui c’è collusione, soprattutto tra i pari, o sottovalutazione della portata del problema da parte degli adulti.

La maggior parte di questi episodi avviene durante la preadolescenza e l’adolescenza, età nelle quali i ragazzi sono per molto tempo a scuola. Prendiamo in considerazione come si comportano gli altri attori di questa istituzione: gli insegnanti come affrontano questi episodi?

Purtroppo non ci sono risposte omogenee: a fronte di docenti che affrontano la situazione in maniera complessa, promuovendo discussioni con i ragazzi, parlando con le famiglie, attivando anche risorse extra qualora necessario (progetti educativi, supporti psicologici etc), troviamo anche insegnanti che si limitano ad intervenire in maniera punitiva, oppure altri ancora che non intervengono perché sentono di non avere gli strumenti o perché pensano che non rientri tra le loro mansioni.

Mentre le scuole come istituti che fanno?

Ritroviamo la stessa eterogeneità di cui sopra. Alcune scuole non prendono minimamente in considerazione la questione, altre organizzano momenti di riflessione a prescindere dalla presenza o meno di comportamenti discriminatori.

All’interno della famiglia, come pensi dovrebbero comportarsi i genitori dei ragazzi presi di mira? 

Rassicurare i figli che il loro amore prescinde dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, mettersi in posizione d’ascolto e chiedere ai figli stessi cosa possano fare per aiutarli. È fondamentale che i ragazzi e le ragazze sentano di valere, soprattutto per la propria famiglia d’origine.

Mentre le famiglie dei bulli a cosa dovrebbero prestare attenzione?

Non mi piace pensare alle famiglie dei bulli, ma alle famiglie in generale, che a loro volta sono parte di comunità locali via via più ampie. Dobbiamo fare lo sforzo di uscire di modalità di azione basata sulla risposta alle urgenze, in maniera parcellizzata, ed iniziare ad abbracciare una modalità di pensiero e azione più sistemica e dialogica.

Hai dei suggerimenti da dare agli attori coinvolti in queste vicende per affrontare episodi di questo tipo?

Come dicevo prima, ascoltare questi ragazzi, vederli, restituire in maniera forte il fatto che loro valgono per la loro straordinaria unicità.

Alle famiglie e alle scuole, invece, il mio invito è quello di rendere chiaro, nelle loro comunicazioni e nelle loro azioni, che una persona vale ed è unica a prescindere dal proprio orientamento sessuale .. un modo semplice, ma potente è quello di usare una comunicazione che non dia per scontato l’eterosessualità di una persona, mai …

Come possiamo collaborare per far si che episodi come questi diventino sempre più ostracizzati?

Penso che le azioni da compiere debbano essere più che altro nella direzione di renderli sempre meno sensati ed attraenti. Come dicevo sopra, penso sia fondamentale lavorare con gli insegnanti, di ogni ordine e grado, e con coloro che formano gli insegnanti, nei contesti universitari e post universitari, affinché interiorizzino sempre più profondamente un cambio di premesse, tale da consentire una comunicazione, nell’accezione più ampia del termine, che veicoli il messaggio che anche le persone non eterosessuali sono presenti nelle loro teste, indipendentemente dal fatto che ci sia una persona esplicitamente glb.

 

Ringrazio di cuore Jimmy Ciliberto per la disponibilità nell’essersi prestato alle mie domande. Il tema naturalmente è vasto e ci torneremo ancora con altri interventi. Credo sia un ulteriore, importante passo per introdurre questo argomento in un dibattito che coinvolga più spazi possibili.

Se ci fossero persone interessate a testimoniare o a condividere la loro esperienza, naturalmente in forma assolutamente anonima (a meno che non desiderino il contrario!), possono contattarmi telefonicamente (3920008369) o per mail (fabrizioboninu@gmail.com).

Come sempre fatemi sapere che ne pensate.

A presto…

Fabrizio Boninu

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A scuola di violenza

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A scuola di violenzaSono rimasto colpito, come molti di voi credo, dall’ennesimo caso di cronaca riguardante un episodio di violenza scolastica. In breve il racconto (come apparso sul quotidiano L’Unione Sarda): un insegnante di disegno di una scuola di Cagliari, è stato denunciato dai genitori di un suo alunno sedicenne perché lo avrebbe schiaffeggiato. L’episodio risale al 29 ottobre scorso. Sempre stando a quanto riportato dal quotidiano, il ragazzo era stato ripreso diverse volte perché disturbava la lezione ed era stato infine mandato fuori dall’aula. Il professore sostiene di essere stato aggredito dal ragazzo e di avergli dato uno schiaffo per difendersi. Nell’articolo si riporta anche la posizione dei genitori del ragazzo che qualificano l’episodio come ingiustificabile.

A corredo dell’articolo, i commenti dei lettori all’episodio rendono molto bene la posizione generale su questo tipo di episodi: ‘Non credo che il professore abbia torto ma credo che i genitori oltre allo schiaffo del prof dovrebbero darglielo anche loro. Coraggio prof io sono con te.’, ‘Il prof. ha fatto benissimo, due ceffoni ben dati quando ci vogliono fanno solo bene. Io li darei anche a certi genitori che sono più cafoni dei loro figli’, ‘Siamo arrivati all’assurdo non solo non sono in grado di educare i figli ma si permettono pure di denunciare. …… mio padre mi avrebbe preso a calci …..povera Italia !’, ‘Se i fatti si sono svolti come riporta la cronaca:PIENA SOLIDARIETÀ AL DOCENTE. Sono una madre di tre figli e ho avuto molto dalla scuola per i miei ragazzi, ai quali ho sempre insegnato rispetto per le istituzioni’, e ancora ‘Se ai miei tempi un insegnante fosse arrivato al punto di darmi uno schiaffo e lo avessi riferito a casa ne avrei preso il doppio dai miei genitori’, ‘Confido nel Giudice chiamato ad esprimersi sull’accaduto affinché dia un paio di calci nel sedere a quel genitore degno di cotanto figlio!’, ‘Purtroppo questi teppisti da strapazzo riescono a compromettere la vita è la serenità di una intera comunità provocando all’inverosimile e non consentendo di fare lezione.. Ma la cosa grave è che sono anche spalleggiati da genitori incapaci ad educare che in queste situazioni hanno sempre la denuncia facile per raggranellare qualche soldo. Fosse stata mia madre, lui avrebbe aggiunto su me altri sonori ceffoni dopo quello del professore’, ‘Difesa totale nei confronti del professore’, e infine ‘Perché non denunciarli ai tribunali dei minori per l’inadeguatezza della loro educazione?’.

Il tono dei commenti è sorprendentemente simile. Sostanzialmente abbiamo la condanna dei genitori, la condanna del ragazzo e il supporto dell’insegnante. Lo schieramento è palese. Nessuno si chiede cosa abbia fatto degenerare in questo modo la situazione. Nessuno ipotizza che questo sia solo l’ultimo anello di una catena molto lunga che vede noi adulti coinvolti nella sempre più marcata incapacità di fornire modelli positivi ai ragazzi. Si parte lancia in resta con l’accusa, non sembra esserci spazio per una riflessione, per un’interrogarsi che non ha facili ricette.

Il disagio all’interno delle scuole sta diventando sempre più evidente e palpabile, ed è qualcosa che travalica sempre più spesso il contesto scolastico e assurge a fatto di cronaca. Alcuni punti sembrano però chiari e compaiono anche in questa vicenda: il più evidente è l’allentamento dell’alleanza genitori/insegnanti. Se un tempo c’era il riconoscimento sociale del ruolo dell’insegnante e della sua funzione educativa, ora spesso sembra di assistere ad una battaglia tra due eserciti schierati che sembrano non condividere gli stessi obiettivi. In questo scollamento gli insegnanti si trovano soli a fronteggiare difficoltà che, per paura che sfocino in denunce, vengono lasciate perdere e non contenute. Quest’ultimo aspetto, il ricorso frequente a denunce, non fa che esacerbare ulteriormente le posizioni, disimpegnando gli insegnanti.

Qual è la soluzione a tutto questo? Non ho facili consigli da dare, perché ritengo la situazione particolarmente complessa. Mi vengono in mente, invece, una serie di condizionali: andrebbe rivista la nostra scelta educativa, andrebbe favorito il confronto tra posizioni diverse, andrebbe coltivato il rispetto delle persone e della loro funzione, andrebbe svelenito il clima, andrebbe rinsaldata l’alleanza tra le figure che, a vario titolo, si occupano dell’educazione dei ragazzi. Andrebbero fatte tante cose in effetti. Andrebbe anche evitato uno schieramento aprioristico su posizioni facili (ha ragione l’insegnante/hanno ragione i genitori) che non solo ci fanno perdere la complessità della vicenda, ma che temo non aiutino a comprendere quello che succede.

Che ci sia spesso un atteggiamento esecrabile da parte di alcuni ragazzi è, purtroppo sempre più frequente. Che quei ragazzi siano cresciuti con modelli adulti quantomeno discutibili è un altro tassello del puzzle. Che le cose possano essere risolte additando un colpevole, questo è un aspetto del quale non sono poi tanto sicuro

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Alunni, insegnanti & Facebook

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Alunni, insegnanti & FacebookEccoci nuovamente a settembre. L’inizio di un nuovo anno scolastico porta sempre con sé un misto di paure e desideri. Lavoro spesso con ragazzi che frequentano le scuole e mi capita di interagire anche con i loro insegnanti. Il rapporto tra questi due ruoli è sempre stato complesso e delicato nella nostra società per la funzione che svolgono ma, negli ultimi tempi, si è aggiunto un fattore nuovo, i social network come Facebook o Twitter, che rendono il quadro ancora più complesso. Avendo a che fare con persone che si occupano di scuola, capita  di sapere che i ragazzi chiedano di interagire in tanti modi, così che possano avere un contatto diretto con, per esempio, gli insegnanti. Hanno la mail personale, spesso formano con altri studenti gruppi su Whatsapp che consentono di comunicare con tutti i membri della classe, hanno i contatti di Facebook tramite i quali possono interagire con gli insegnanti stessi.

Da questa disponibilità nasce il dilemma: questa possibilità di contatto aiuta od ostacola il rapporto tra alunni e docenti? Credo che l‘interazione possa essere particolarmente proficua per entrambi gli attori in gioco sempre che si sia consapevoli dei mezzi che vengono utilizzati e, soprattutto, che vengano osservate alcune semplice regole da ambo le parti: entrambi dovrebbero per esempio prestare attenzione a non sovrapporre il proprio profilo scolastico con quello privato: quest’ultimo dovrebbe, a mio avviso, essere distinto da quello che si usa per scuola. La sovrapposizione e mescolanza di profilo pubblico e privato ingenera una serie di confusioni che non sono facilmente gestibili nell’ambito di un rapporto come quello tra alunni ed insegnanti.  

Altro fattore che gli insegnanti dovrebbero prendere in considerazione riguarda lo sbilanciamento di potere nel rapporto tra loro e gli alunni. Il rapporto infatti non è paritario, ed è impossibile che lo diventi nel momento in cui sono amici su Facebook. La relazione è sbilanciata da una serie di disparità, prima fra tutte quella per cui un professore, per lavoro, giudica il suo alunno. Sarebbe più proficuo, quindi, non giocare a fare gli amici dei propri allievi: i ragazzi possono trovare amici tra i coetanei; se ricercano la presenza di un adulto è perché desiderano qualcuno che, affiancandoli, possa aiutarli nelle loro scelte

Da questo punto ne consegue un altro: se i professori e gli alunni condividessero la bacheca di Facebook questo probabilmente potrebbe portare ad una minore libertà e ad una minore spontaneità nel comportamento dei ragazzi. Tanto per fare un esempio: come potrebbero dei ragazzi scherzare su un professore della loro scuola se uno stesso insegnante della scuola è presente e legge le loro bacheche? Anche se virtuale, la bacheca di Facebook (o di Twitter, o di Instagram ecc) è uno spazio privato anche se nell’era della condivisione totale andrebbe ridefinito il significato delle parole privato o pubblico. Proprio questa possibile confusione potrebbe ingenerare fraintendimenti complicati da gestire rispetto al ruolo, alla professione, al pubblico e al privato, al rapporto che si può costruire tra alunni e insegnanti.

Quale soluzione può esserci? Ostracizzare il mondo virtuale come luogo di comunicazioni non rientra nei miei obiettivi (sarebbe abbastanza strano screditare un aggettivo che compare nel nome del mio sito!), ma credo sia necessario trovare un modo per interagire che possa permettere ad entrambi gli attori in gioco di far si che l’esperienza sia positiva. Se per esempio i ragazzi potessero accedere ad una pagina di discussione con gli insegnanti che fosse solo professionale, si potrebbe creare uno spazio di incontro ulteriore tra alunni ed insegnanti. 

La materia è attualmente discussa e diverse sono le correnti di pensiero. Alcune scuole nel mondo sono arrivate a vietare per regolamento questo tipo di realtà: (qui un articolo che si occupa della materia). In Italia non si hanno ancora notizie di scuole che abbiano fatto passi di questo tipo. Insomma una materia in divenire, che rende necessario riflettere circa una maggiore consapevolezza nell’utilizzo di questi mezzi. 

Come sempre se ci fossero insegnanti o ragazzi o genitori che volessero/potessero condividere la loro esperienza possono farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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L’alfabetizzazione emotiva a scuola

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L'alfabetizzazione emotiva a scuolaSempre a proposito del tema affrontato nel post Analfabeti delle emozioni pubblicato il 25 Febbraio 2013 (potete cliccare sul titolo in arancio per rileggerlo), ho trovato un interessante articolo riguardo al tema che si occupa di un punto particolare della stessa alfabetizzazione emotiva: l’alfabetizzazione emotiva a scuola. Tendenzialmente, consideriamo la scuola un luogo dove si Apprende: si apprende a leggere, si apprende a far di conto, si apprendono i confini degli stati e tante altre cose che costituiscono il ‘terreno di elezione’ dell’apprendimento scolastico. Un aspetto che raramente viene preso in considerazione è quello che riguarda la possibilità di trasformare la scuola anche in un grande laboratorio dove provare ad imparare quali sono le emozioni, imparare a riconoscerle, cosa comporta il viverle, come affrontare al meglio i momenti nei quali queste emozioni spiegano tutta la loro forza lasciandoci, talvolta, impreparati. In questo la scuola, lungi dall’essere l’unico ambito nel quale questa maturazione deve avvenire, e lungi anche dal considerare l’ambiente scolastico come unico depositario di un apprendimento così importante e così marcato, può, però, se affrontato con persone preparate che con questi temi possono avere una certa dimestichezza e facilità d’uso, diventare un ottimo strumento per portare l’attenzione su un dettaglio della maturazione e della crescita spesso ritenuto e considerato secondario ma che, invece può essere l’elemento che fa la differenza nella vita di una persona.

In proposito vi riporto un bel passo che illustra bene ciò di cui sto parlando: A volte, a scuola, ci imbattiamo in alunni che rispondono alle provocazioni dei compagni sempre nella stessa maniera – sempre aggredendo, ad esempio, o sempre subendo – senza tenere conto delle differenti entità delle offese. Ciò denota una sorta di risposta generalizzata, che non prende in considerazione le sfumature della situazione e del momento, l’intensità di ciò che è detto, operando una semplificazione della realtà che certo non giova ad arricchire la capacità di rispondere. Solo un adulto può aiutare l’altro a differenziare, prendendo in considerazione non soltanto ciò che appare ma guardando oltre, interpretando appunto le sfumature che non son immediatamente comprensibili. A volte abbiamo bisogno di aiutare a comprendere ciò che sta accadendo, traducendo un comportamento che può essere ambiguo oppure ad attribuire un significato diverso da quello che siamo abituati a dare. Il mancato esercizio di riconoscere e attribuire emozioni diverse può portare una persona a diventare un adulto con una ridotta competenza emotiva. Per questo motivo ormai si parla di alfabetizzazione emotiva, di quoziente emotivo, di competenza emotiva, che va acquisita di pari passo alla competenza cognitiva. Non dimentichiamo che l’apprendimento è molto influenzato dagli stati emozionali, dai quali può essere facilitato oppure ostacolato. Per questo motivo alterazioni, riduzioni, distorsioni della parte emozionale sono un campo di azione congiunto scuola-famiglia poiché influenzano tutta la persona sia nel ruolo di adulto che nel ruolo di figlio. Non è un compito da poco… ma non affrontarlo potrebbe mettere a rischio il corretto sviluppo del ragazzo. [1]

Il brano mi sembra interessante per diversi aspetti: ribadisce il ruolo di guida dell’adulto nella considerazione della comprensione del peso che l’emozione può giocare in un determinato frangente. L’adulto, come abbiamo accennato, deve essere in grado di percepire questo stessa differenziazione in se stesso: se anche egli ha difficoltà ad entrare in contatto con il suo lato emozionale, difficilmente potrà essere di grande aiuto o fare da guida, nel permettere al bimbo di entrare in contatto e maneggiare il proprio lato emotivo. Il secondo fattore che mi preme mettere al centro in questa discussione è il peso che il fattore emotivo ha sull’apprendimento stesso. Credo sia una di quelle esperienze che accomuna tutti: sappiamo quali scherzi può fare l’ansia in un’interrogazioni nella quale pensavamo di essere molto preparati. La sensibilità emotiva può far percepire le difficoltà del singolo alunno che può essere guidato alla comprensione e accettazione dei suoi stati d’animo. Solo il riuscire a stabilire un contatto con la propria realtà emotiva può portare a cercare di capire e comprendere quanto questo tipo di fattori possano influire non solo sul nostro apprendimento, quanto sull’intera possibilità di rapportarci con la nostra stessa vita. Non è un discorso semplice da fare, alla luce poi del disinvestimento sociale e il generale discredito che l’istituzione scolastica sembra vivere in questo periodo. Ma è un punto di partenza: impegnativo, difficile e forse gravoso da portare avanti ma necessario per cercare di non considerare la scuola solo come luogo di mero apprendimento accademico ma come porta d’ingresso principale per la formazione di individui maturi e completi. O quantomeno più consapevoli del loro mondo emozionale.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, Giunti Demetra, Firenze, pp. 98-99

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I compiti per le vacanze…

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Prueba1669Ci siamo. Le tanto sospirate vacanze di Natale sono arrivate. Per molti bambini e ragazzi è arrivato finalmente il momento in cui, essendo liberi dalle tante incombenze che caratterizzano la loro routine quotidiana, pensano di potersi dedicare a ciò che più piace loro. Questo sarebbe possibile se non avessero quello che per molti è un vero e proprio incubo da vacanza: i compiti delle vacanze appunto. Esistono due tipi di scuole al riguardo: coloro che reputano i compiti necessari per tenere in allenamento i ragazzi e coloro che li ritengono l’ennesimo modo per tenerli sotto scacco anche nei momenti in cui dovrebbero essere più liberi. In supporto alla seconda tesi ho trovato un interessante articolo che fa un elenco dei motivi per cui sarebbe preferibile che i ragazzi non avessero compiti durante le vacanze. L’elenco è stato stilato da Miriam Clifford, insegnante e blogger che si occupa del tema scuola attraverso InformEd, sorta di laboratorio di idee sulla scuola. Trovate il link in fondo al post.

Intanto i punti:

  1. Gli studenti  imparano tutto il tempo nel 21° secolo. In una società come la nostra, costantemente connessa e nella quale circolano una miniera di informazioni ovunque, non si può pensare che i ragazzi apprendano solamente all’interno del contesto scolastico. Questo rende in parte superflua l’idea di compiti da fare a casa, legati alla visione di tenere vive e fresche le conoscenze acquisite a scuola durante l’anno;
  2. Non necessariamente molti compiti equivalgono ad una maggiore realizzazione: non è detto cioè che assegnare compiti a casa faccia studenti più diligenti o più bravi a scuola;
  3. I paesi che assegnano più compiti a casa non sono i migliori. Spesso invece è vero il contrario. Per esempio il Giappone ha abolito l’utilizzo di compiti a casa per favorire il tempo in famiglia mentre paesi del nord Europa, come per esempio la Finlandia, hanno limitato i compiti a casa ad un impegno massimo di mezz’ora al giorno;
  4. Invece di assegnare compiti, suggerire che leggano per divertimento: invece di assegnare un compito si può cercare di far interessare ad una lettura libera, per divertimento, che consenta di superare la logica di imposizione dei compiti a casa;
  5. Non assegnare troppo lavoro durante le vacanze: è controproducente anche al momento del ritorno a scuola; 
  6. Invitare gli studenti a partecipare a un evento culturale locale: questo tipo di attività, oltre ad essere percepita come più attiva rispetto allo svolgimento dei soli compiti, può portare il ragazzo a conoscere aspetti della sua realtà che non avrebbe mai preso in considerazione altrimenti;
  7. Il tempo in famiglia è più importante nelle vacanze: spesso infatti è una delle poche occasioni nella quale tutti  i membri, essendo anche gli altri in vacanza, possono passare del tempo insieme, non distratti dalla mille incombenze quotidiane che portano spesso ad incontrarsi tutti assieme solamente a cena; 
  8. Per gli studenti che viaggiano durante le vacanze, i compiti possono ostacolare l’apprendimento sul loro viaggio: dovendosi portare i compiti appresso hanno meno tempo di dedicarsi all’esperienza che stanno vivendo; 
  9. I bambini hanno bisogno di tempo per essere bambini: il fatto di avere spesso doveri non aiuta molto questo aspetto; 
  10. Alcuni esperti consigliano una fine a tutti i compiti: il rischio è, come detto, quello del sovraccarico; 
  11. Inviare una lettera ai genitori per spiegare perché non si stia assegnando lavoro: questo punto è dedicato agli insegnanti che possono spiegare con una lettera ai genitori dei propri alunni per quale motivo non reputano necessario assegnare loro compiti;
  12. È possibile rendere le vacanze un momento per un “progetto aperto” per crediti supplementari: si può, cioè, affidare alla fantasia e alla creatività del ragazzo l’esecuzione di un compito che sia dal ragazzo pensato, progettato ed eseguito. Il progetto sarà poi valutato a seconda delle qualità che il ragazzo ha deciso di mettere in gioco; 
  13. Suggerire la visita di un museo: se a scuola si studia il Medioevo, una visita ad un museo che ha questo tipo di reperti può essere più interessante che l’ennesima scheda su un brano letto nel libro di storia; 
  14. Esortare gli studenti a fare volontariato durante il periodo di vacanza: questo genere di attività, come nel punto 6, può essere percepita come più attivante rispetto al fare semplicemente dei compiti, e può spronare il ragazzo ad impegnarsi in attività che lo portino ad interessarsi all’altro e ai suoi bisogni;
  15. Sviluppare un gioco di classe: prima delle vacanze è possibile costruire un’attività scolastica la cui fine può essere poi assegnata a casa, coinvolgendo anche altri membri della famiglia. Questo favorirà un maggior tempo che i membri passano tra loro; 
  16. Gli studenti possono imparare di più osservando il mondo reale, piuttosto che fargli fare compiti su quello stesso mondo;
  17. Fare escursioni a piedi: e utilizzare le impressioni registrate. Come per altri punti precedenti, un’esperienza diretta è spesso più formativa dello studio della stessa esperienza; 
  18. Dire agli studenti di visitare un parco divertimenti: concetti spesso astratti come le forze fisiche possono essere sperimentate direttamente con molti giochi presenti in questi parchi!
  19. I bambini hanno bisogno di riposo: come tutti noi, anzi forse sopratutto loro, hanno bisogno di un momento di stacco dalle attività quotidiane;
  20. Molti genitori e studenti non amano compiti delle vacanze: sulla veridicità di questo punto non sono molto d’accordo, perché da per scontato che i genitori vogliano passare più tempo coi figli durante le vacanze e non sempre le cose stanno così.

Come avrete notato, uno dei punti principali di questo elenco è quello di preferire delle attività pratiche piuttosto che mere attività scolastico/mentali. Il tempo che rimane libero può essere utilizzato per far vivere delle realtà (musei, volontariato…) che normalmente vengono solamente insegnate. Come accennavo nell’ultimo punto, questo comporterebbe passare e dedicare maggior tempo ai propri figli e per molti genitori, in vacanza a loro volta, potrebbe essere un impegno non da poco che eviterebbero volentieri per riposarsi a loro volta. Sarebbe interessante allora chiedersi a chi giovi che i figli abbiano compiti da svolgere anche durante le vacanze.

Che ne pensate? A che scuola di pensiero appartenete? I compiti sono per voi una cosa utile oppure una vessazione cui cercare di porre al più presto rimedio?

Se voleste leggere l’articolo per intero, solo in inglese, cliccate qui

A presto…

Fabrizio Boninu

P.s. Dato che siamo in tema di vacanze natalizie, approfitto per fare a tutti voi un augurio di Buon Natale:)

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Cosa chiedono gli insegnanti alla scuola?

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Cosa chiedono gli insegnanti alla scuolaDopo il post Cosa chiedono i genitori alla scuola?  è venuto il momento di affrontare l’altro punto di vista quello degli insegnanti. Il rischio, se non si prendono in considerazione più punti di vista in gioco, è il fatto che ogni soggetto del contenzioso è convinto che la responsabilità sia completamente dell’altro senza valutare che questo gioco disfunzionale si alimenta con il contributo di tutti, perché ognuno fa qualcosa che non dovrebbe fare e non fa ciò che dovrebbe fare. [1] Uno dei primi e più importanti errori di valutazione è proprio questo: essere convinti che la responsabilità di ciò che succede all’interno di un sistema come quello scolastico, sia di una e non invece delle parti. Come attori in gioco sullo stesso piano, andrebbe tenuto presente, infatti, che ogni singola parte gioca un ruolo fondamentale nella definizione del tutto e che qualunque azione, anche la più lieve possibile, produce delle conseguenze sulle altre parti del sistema stesso. Torniamo al tema: cosa chiedono gli insegnanti ad un genitore? Sostanzialmente di essere sicuro e fiducioso delle scelte che compiono la scuola nel suo complesso e i singoli insegnanti (…) nei confronti di suo figlio e soprattutto di essere riconosciuta capace di leggere altro rispetto a ciò che il genitore sa del proprio figlio perché la realtà della classe, che è condizione di confronto e a volte anche di scontro, è diversa da quella di casa, e perciò i comportamenti del singolo alunno possono essere molto diversi da come il genitore se li immagina. I docenti sono stanchi di non essere creduti solo perché dicono qualcosa di diverso da quello che i genitori vorrebbero sentirsi dire sul proprio figlio. [1]

Questo passaggio è molto importante perché contiene una delle critiche maggiori che i genitori rivolgono agli insegnanti quando viene fatto notare loro che il figlio, all’interno del contesto scolastico, non è quel docile agnellino che loro sono abituati a vedere in casa. Questo rilievo provoca spesso, nei genitori, un senso di spaesamento, come se fossero stati messi di fronte al fatto che non conoscono il loro figlio. La reazione può essere diversa, ma quella tipica non è mettere in discussione la veridicità di quello che viene loro detto, quanto il fatto che l’insegnante non capisca, non riesca a leggere tra le righe del loro figlio. Ma se lo fraintende così tanto, o non lo conosce o non lo capisce, come può quello essere un buon insegnante? E come può una scuola seria accettare nei suoi ranghi un insegnante così poco capace di leggere i suoi alunni? Insomma,  il passo per una squalifica ben più ampia è veloce e può portare non solo ad estremizzare le posizioni ma anche a cercare alleati (gli altri genitori i cui figli avranno le stesse possibilità di non essere conosciuti bene!). Un punti nodale che dovremmo sempre tenere a mente riguarda, secondo me, il considerare sempre il sistema all’interno dei quali gli individui si muovono.

Se è vero che vostro figlio può essere il bambino più bravo del mondo in casa, è vero che a scuola, all’interno di un sistema più ampio e ben più complesso, si trovi ad affrontare e a reagire ad aspetti che a casa non possono succedere. D’altronde non c’è niente di più facile che pensare alle innumerevoli variabili all’interno del mondo scolastico che possono tramutare un bambino tranquillo in un bambino più complesso da gestire: altri compagni, contesto competitivo, continue richieste, compiti, esposizione, prestazione ecc. Quale bambino potrebbe comportarsi perfettamente come in un ambiente domestico? Il punto allora è: quanto possiamo accettare di non conoscere nostro figlio? Purtroppo le conseguenze di questa scoperta, apparentemente non piacevole, può portare a prendercela con la scuola che, pensiamo, non sappia capire o non sappia valorizzare il nostro ragazzo. Fermarsi e considerare tutti i possibili fraintendimenti, può essere particolarmente risolutorio nel momento in cui, invece di accusare o di delegare, ci si ferma a capire il nostro ruolo in tutto questo. Certo non è un compito facile, ma se lo si affronta dal punto di vista strutturato, può veramente far percepire la possibilità che si possa costruire un vero e proprio patto formativo che preveda l’interazione e l’integrazione dei diversi attori in gioco: scuola-genitori-ragazzi.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

[1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, Giunti Demetra, Firenze, pp. 20-23

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Cosa chiedono i genitori alla scuola?

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Cosa chiedono i genitori alla scuolaCome vi avevo raccontato in un post di qualche tempo fa (La complessità sui banchi di scuola(1) e (2)), tra le varie esperienze di quest’anno, ho avuto modo di lavorare in una scuola di Cagliari per cercare di intercettare e risolvere il clima di compromissione collaborativa che si stava instaurando tra la scuola e i genitori dei ragazzi. Mi sono accorto, per la prima volta dall’interno, di quanto fosse complesso e sfaccettato il mondo scolastico, di quante problematiche potessero essere insiti i rapporti tra le parti, di quale ruolo comunicativo dovesse essere tenuto presente per cercare di comprendere come gestire al meglio la comunicazione tra le varie parti che compongono il sistema nella sua interezza. Ovviamente sono emerse con forza, e non potevano non farlo, anche le aspettative sui ruoli, sia da parte degli insegnanti nei confronti dell’istituzione scuola e dei genitori dei loro alunni, sia, inevitabilmente, dei genitori verso la scuola.

Più volte mi sono ritrovato a pensare cosa volessero le parti l’una dall’altra, tenendo conto di quelle che sono le rappresentazioni da entrambe le parti. Separatamente i genitori pensano che gli insegnanti non abbiamo genericamente più voglia di fare, non abbiano entusiasmo, siano presi troppo dalla loro vita personale per occuparsi bene di ciò che succede a scuola. L’accusa che gli insegnanti muovono più spesso ai genitori è quella di non volerli più educare, di aver abdicato al loro naturale ruolo educativo e di demandare questo ad istituzioni esterne (scuola in primo luogo, ma anche sport ecc…) e, nell’offerta proposta dagli altri, di non essere mai allineati con la scuola ma anzi piuttosto critici. Ho letto un interessante libro su queste tematiche. L’autrice, Manuela Rosci si occupa di problematiche legate al mondo della scuola nella Regione Lazio e cura il sito www.lascuolapossibile.it.  Secondo l’autrice entrambi i ruoli, quello del genitore e dell’insegnante sono due ruoli educativi (…) svolti da persone che sono alle prese con il loro mondo interiore, con le loro interpretazioni di ciò che è il bene del proprio figlio/del proprio alunno. E’ proprio questa l’essenza della relazione: entrambi, genitori e docenti, hanno aspettative e fanno scelte per e sulla stessa persona (figlio/alunno). Il rischio potrebbe essere quello di non andare nella stessa direzione o, meglio, di non riconoscere il valore dell’altro in questo “gioco” che è la crescita e la formazione dell’individuo. [1] 

L’autrice sostiene la necessità che genitori ed insegnanti concordino sullo stesso fronte dell’alleanza educativa un patto che dovrebbe sancire la convergenza verso temi comuni che possono essere condivisi e supportati da entrambi i lati del versante educativo. Ovviamente le parti, per il ruolo e le funzioni che rivestono, hanno un diverso approccio e hanno diverse richieste nei confronti della scuola. Cosa chiedono i genitori alla scuola? Cosa chiedono invece gli insegnanti? Vediamoli separatamente: un genitore chiede essenzialmente che i suoi figli siano “normali” e “funzionino bene” e che a scuola vada tutto liscio! Questa esigenza di sapere che i nostri figli stanno acquisendo “bene” e che stanno sviluppando sempre più capacità di relazionarsi “bene” con gli altri ci accompagna per tutto il percorso scolastico e il nostro atteggiamento potrà spostarsi lungo l’asse “sono molto tranquillo/sono molto ansioso per come procedono le cose”. In sintesi il genitore chiede alla scuola di essere rassicurato, di mantenere quindi uno stato di sicurezza che è dato, appunto, dal sentire le persone e l’ambiente scolastico sicuro e capace di assolvere a questo ruolo genitoriale. (…)

Ancora un genitore chiede alla scuola di essere all’altezza di suo figlio, di saperlo accompagnare, di sapergli dare quelle cose che servono nella vita e, anche, di essere riconosciuti come genitori competenti, che fanno quello che possono e intendono scegliere per il figlio. Certo la fragilità dell’adulto di oggi, l’instabilità affettiva e professionale diffusa, la mancanza di prospettive possono ingenerare errori di valutazione su cosa è meglio fare, incapacità di operare scelte (che a volte vengono perfino lasciate ai figli), deresponsabilizzazione e attribuzioni di ‘colpe agli altri (“è l’insegnante che non lo capisce”, “è la scuola che non funziona!”) senza sentirsi parte integrante del gioco. [1]

L’analisi è secondo me, molto valida perché mette assieme molti dei possibili punti di vista: relazionale scuola-genitori, rassicurazione sulla formazione dei figli e sulla loro adeguatezza come genitori. Vedremo in un altro post il punto di vista degli altri attori in gioco, gli insegnanti.

Che ne pensate?

– Continua –

 [1] Rosci, M. (2010), Scuola: istruzioni per l’uso, Giunti Demetra, Firenze, pp. 14-20

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Perché sembra che i ragazzi ‘peggiorino’ nelle scuole medie? (2)

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Perché sembra che i ragazzi 'peggiorino' nelle scuole medie (2)Torniamo sul tema introdotto dal post Perché sembra che i ragazzi ‘peggiorino’ nelle scuole medie? (1) (per rileggerlo potete cliccare sul titolo in arancione) L’autrice parla di senso di inadeguatezza dovuto al cambiamento scolastico ma credo non sia errato pensare che questo senso di inadeguatezza sia più ampio è abbia a che fare con la generale inadeguatezza che si inizia a percepire in quella fase della nostra vita, sia a livello di preparazione ma anche e soprattutto con le inadeguatezze a livello prepuberale (si inizia a non essere più bambini ma neanche adulti), a livello di relazioni (non si possono più fare certi giochi, soprattutto tra maschi e femmine perché non più ‘adeguati’).

Insomma tutta una serie di manchevolezze che possono pesare nel momento di massimo cambiamento del soggetto interessato. Aggiungiamo a questo il fatto che i ragazzi spesso non hanno una grande capacità di lettura di quello che sta succedendo, non capiscono perché non possano continuare a fare ciò che , fino a poco tempo prima, era autorizzato e tollerato nel mondo degli adulti. Tutto questo è disorientante non solo per il ragazzo ma anche per le figure che gli stanno intorno: i genitori spesso si trovano spiazzati dal cambiamento del proprio figlio e non sembrano in grado di ‘fronteggiare’ tutto ciò che il mutamento stesso comporta. Anche gli insegnanti si trovano a fronteggiare una delle situazioni più tipiche senza avere il  tempo né la disponibilità per stare attenti alle singole esigenze dei ragazzi. Questo porta ad una contrapposizione spesso frontale tra i genitori e la scuola: i primi, frustrati dal peggioramento, e in considerazione di come andasse bene il figlio alle elementari, attribuiscono alla nuova scuola il ‘merito’ del peggioramento del figlio per una serie di ragioni ( personale non preparato, scarsa offerta formativa, poca motivazione degli insegnanti ecc); gli insegnanti, all’ennesima massa di ragazzi chiassosi, si lamentano che ormai nessun ragazzo sembra in grado di arrivare con una famiglia alle spalle che possa dargli quel contenimento che spesso viene demandato alla scuola stessa. Nel mezzo di tutto questo stanno i ragazzi, disorientati dall’ennesima doppia lettura (colpa della scuola o della famiglia?) che non permette in un nuovo ambito di capire cosa stia succedendo. 

Quali sono le soluzioni per affrontare tutto questo? L’autrice cita i diversi attori in gioco: per i ragazzi sarebbe utile cercare di imparare a stare sul senso di inadeguatezza che l’età inevitabilmente comporta. Non pretendere che tutto questo sparisca e ‘vada via’ senza lasciar traccia, quanto cercare di comprendere come questo periodo possa essere fondamentale nello sviluppo della persona adulta che un giorno quel ragazzo diventerà. Per gli insegnanti sarebbe necessario, tenuto conto delle effettive e pratiche difficoltà, cercare di prestare il massimo dell’attenzione per ciò che quei giovani adulti stanno cercando di comunicare all’interno del contesto scolastico stesso. Per i genitori iniziare a pensare che quello che si ha davanti non è la semplice ’emanazione’ di ciò che sono i genitori, ma una persona che inizia ad essere indipendente, autonomo, una persona con la quale, pian piano, cercare di relazionasi su basi nuove che ci vedano inevitabilmente coinvolti ma che permettano all’adulto che si trova nei nostri figli di poter emergere. 

Per tutti e tre gli attori in gioco dovrebbe valere la consapevolezza di quanto la realtà della quale stiamo parlando sia multisfaccettata e complessa e di quanto eccessive ipersemplificazioni (è colpa della scuola, è colpa degli insegnanti…) lungi dall’aiutare la ricerca di una soluzione, finiscano con il deresponsabilizzare le scelte che ognuno di noi porta avanti e di attribuire la causa di ciò che succede essenzialmente a ciò che fa l’altro. Solo cercando di capire il nostro ruolo e la nostra posizione all’interno della realtà possiamo essere d’aiuto nello stabilire un modus che riesca a portare alla comprensione della situazione stessa. Sono consapevole che non sia facile, ma credo sia necessaria questa presa di coscienza rispetto ad una delle realtà che viene percepita come tra le più problematiche all’interno della nostra società.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio 

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Perché sembra che i ragazzi ‘peggiorino’ nelle scuole medie? (1)

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Perché sembra che i ragazzi 'peggiorino' nelle scuole medie (1)L’idea per questo post mi è stata data da alcuni genitori che inevitabilmente mi chiedevano perché il loro apparentemente perfetto figlio si fosse trasformato all’ingresso della scuola media. Nelle loro descrizioni era come se il loro figlio (o figlia naturalmente) all’ingresso nella scuola media, quindi tra gli undici e i tredici anni, fosse, come in una sorta di maledizione, condannato a cambiare diventando molto diverso rispetto a come era stato durante le scuole elementari. La domanda, inevitabilmente, è sorta spontanea: che succede ai ragazzi quando entrano nella scuola media? Per aiutarci a capire a cosa possa essere dovuto questo ‘peggioramento’, ho trovato un brano che credo possa illustrare molto bene alcune delle dinamiche che possono portare a questo: 

I problemi più seri iniziano con l’ingresso nella scuola secondaria di primo grado (l’ex scuola media) perché ‘tutti’ da capaci tornano ad essere ‘meno capaci’. Mi spiego. Se la scuola proponesse un percorso che non avesse come obiettivo primario l’apprendimento, tutto sarebbe più semplice: ognuno farebbe quel che sa fare e tutti viaggeremmo senza la necessità di sopportare la frustrazione del non saper fare. in fin dei conti l’apprendimento pone sempre questo problema: appena hai imparato qualcosa di nuovo, un docente ‘rompe’ e ti chiede quello che ancora non sai, quasi una sorta di perfidia che si accanisce contro l’alunno. Ognuno giustamente reagisce come può! Che cosa succede effettivamente! Che ciò che ti ha reso capace alla fine di un percorso quinquennale di scuola primaria (e rende tranquillo il genitore…) in poco tempo svanisce: le richieste tornano ad essere ‘incomprensibili’ come quando avevi iniziato in prima elementare e ti sembra di stare in un ambiente che parla un’altra lingua, fa strane richieste e s’inalbera perché tu, studente cresciuto, non sai dare risposte adeguate, più mature, più adatte alle classi che frequenti. Ma cosa hai imparato nei precedenti anni scolastici? Forse cose troppo elementari, nemmeno insegnate troppo bene e valutate… troppo ‘ottimamente’: al massimo sarai stato uno studente da ‘buono’. Che cosa succede in questa fase della vita delle persone?

  • Per gli alunni: si deve ricominciare, si deve tollerare di non capire subito, si deve sopportare che qualcuno ti metta in difficoltà e che spacci tutto questo come necessario per condurti ad un livello superiore di capacità critica, di ragionamento logico.
  • Per i docenti: la preoccupazione che la sfida assunta con il proprio lavoro non dia risultati perché accompagnare ‘questi mocciosi’ a diventare persone che ragionano è veramente dura e… c’è poco tempo, non sanno fare, sono distratti, sono ancora troppo bambini, vogliono giocare, i genitori demandano tutto alla scuola e così via.
  • Per i genitori: l’intemperanza preadolescenziale comincia a farsi sentire e le contrapposizioni iniziano ad apparire, lasciando disorientati i più, che avevano goduto dei successi, non solo scolastici, di un figlio bravo e rispettoso… Per quanto pronti ad affrontare i problemi legati alla crescita, non si è mai così pronti a sopportare  l’idea che nostro figlio rischi di diventare uno che si perde, che va male a scuola, che devia dalla norma! [1]
Secondo l’autrice l’idea del peggioramento sarebbe dovuta al senso di inizio che i ragazzi hanno all’entrata nella nuova scuola. Le competenze che pensavano fossero maturate nelle scuole elementari si rivelano nuovamente inadeguate.

– Continua –

[1] Rosci, M. (2009), Scuola: istruzioni per l’uso, Giunti Demetra, Firenze, pp. 88-89

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Scuola, insegnanti & genitori…

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scuola insegnanti e genitoriCiao Fabrizio…come tu sai sono un’insegnante di sostegno ormai da tanti anni. Approfitto di questo blog per chiederti quali sono le strategie che è meglio utilizzare per aiutare i genitori a rivolgersi con fiducia ad uno psicologo, dal quale potrebbero trarre enormi vantaggi sia in termini di aiuto nell’accettazione dell’handicap ma soprattutto per individuare percorsi agevoli ed efficaci nell’educazione dei ragazzi. Troppo spesso il nostro consiglio viene frainteso o visto come atto d’accusa. grazie e grazie soprattutto per aver messo a disposizione di tutti la tua professionalità e competenza. un bacio Gloria

Ciao Gloria..

Innanzitutto grazie per l’ottimo quesito. Ho già affrontato in parte l’argomento in un precedente articolo dal titolo Salute mentale e malattia…(08.03.11). La mia posizione è che dallo psicologo non ci vadano per niente i matti quanto persone che vogliono in qualche modo fare il punto sulla loro situazione. Il mio punto di vista non è però supportato dalla stragrande maggioranza delle persone per le quali vale sempre il sottotesto per cui, se ti rivolgi ad uno psicologo, c’è qualcosa che non va in te. Quindi credo di capire il problema che mi poni. Mi chiedi quali siano le strategie. Sinceramente, non credo ci sia una strategia per far capire alle persone quanto potrebbero giovarsi di questo tipo di percorso. Credo che una possibile strategia sia la fiducia nel rapporto che hai instaurato con loro. Voglio dire: se sanno con quanta dedizione ti occupi al tuo lavoro, se pensano a come consideri i tuoi allievi non lavoro ma persone, se conoscono la passione con la quale ti occupi dei loro problemi, non possono non vederti come un punto di riferimento anche in questioni extrascolastiche. Nel momento in cui tu, in base alla tua esperienza, dovessi fare una proposta del genere a dei genitori come pensi che potrebbero pensare che li stai giudicando? Anzi, forse ti saranno grati per avere saputo indirizzarli verso un possibile appianamento della situazione. La questione potrebbe sorgere, secondo me, nel momento in cui questo consiglio viene dato solo per scaricare su altri un presunto problema. In quel momento i genitori possono non sentirsi supportati e pensare che li si stia giudicando inadeguati e incompetenti.

Questo punto mi porta alla considerazione più ampia per cui dovrebbe esistere un lavoro di rete, di società che, lontano dal volere approfittare dei malesseri altrui, possa in qualche modo fungere da fattore di indirizzamento e di orientamento per varie persone. Questa eccessiva parcellizzazione delle mansioni porta a non volersi mai prendere carico di qualcosa che vada appena al di fuori delle nostre responsabilità. Forse, invece, è ora di assumere queste nostre responsabilità per far si che il nostro passo in più possa, in qualche modo, aiutare l’altro.

Questo è uno dei motivi principali che mi ha spinto a creare questo blog: la possibilità che si potesse far rete, che persone con esperienze diverse potessero mettere in gioco ognuno il suo punto di vista mossi da una visione comune. Dovremmo cercare di renderci conto delle enormi potenzialità che l’affrontare una questione da molteplici punti di vista grazie all’integrazione piuttosto che alla frammentazione degli interventi potrebbe portarci.

A presto…

Fabrizio 

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