Perché io valgo

Emozioni, Psicologia, Società… 1 Comment »

frustrazioneIl titolo di questo post vi suona sicuramente familiare. Insieme a migliaia di altre frasi e slogan che da anni e per anni vengono ripetuti quasi quotidianamente, anche questo è uno di quelli che, volenti o nolenti, è entrato a far parte del nostro linguaggio. Che avvenga tramite tv, Internet, radio, manifesti, foto, è un dato di fatto che ormai molti marchi siano identificabili solamente con la frase che viene ripetuta ad ogni spot. Siamo talmente bombardati da messaggi che ormai è necessario che il consumatore identifichi la marca immediatamente. Il più delle volte questa identificazione avviene, appunto, tramite una frase, ma non è l’unico metodo: può essere un simbolo grafico oppure un suono (penso, per esempio, alle pubblicità di BMW o di Audi che terminano sempre con una sorta di brevissimo jingle). Nulla di nuovo, penserete: sono gli slogan pubblicitari, piccole frasi che condensano, in poche parole, l’essenza del prodotto che devono reclamizzare. Devono (o dovrebbero) essere brevi e facilmente ricordabili, devono essere chiari e comprensibili immediatamente per imprimersi nella mente di chi, come noi, ogni giorno, viene subissato da una serie di stimolazioni visive, uditive e tattili.

Non molto tempo fa gli slogan avevano a che fare con il prodotto stesso, ed esaltavano alcune caratteristiche del prodotto rispetto ai concorrenti. Ricorderete slogan famosissimi come ‘Altissima, Purissima, Levissima‘, o lo slogan della ‘scarpa che respira‘. Ben presto i pubblicitari si sono resi conto che per far presa su un mercato sempre più competitivo, la spinta all’acquisto doveva trasferirsi da fattori contingenti, come per esempio la qualità o la differenza rispetto ai concorrenti del prodotto, a caratteristiche più emozionali, più istintuali. Per questo si è arrivati a slogan sempre più emotivi, slogan che cercavano di fare presa sulla sensazione nell’avere o nell’usare un determinato prodotto. Si è arrivati, così, a frasi che non fanno più riferimento a caratteristiche del prodotto o a differenze rispetto alla concorrenza, ma che cercano appunto di veicolare l’emozione associata all’uso di quel tipo di bene: penso a slogan celeberrimi come ‘no Martini, no party‘, ‘dove c’è Barilla, c’è casa‘, ‘Just do it‘ fino al celeberrimo ‘think different‘ di Apple. 

Dove voglio arrivare, vi starete chiedendo. Il punto, ovviamente, non sono gli slogan: sono sempre esistiti come parte identificativa della campagna pubblicitaria che ci veniva proposta. Gli slogan, però, si sono ulteriormente evoluti in una deriva sempre più egoistica, sempre più individualistica, e sono proposti come leva per forzare la nostra fame di onnipotenza, di potere, lisciando emozionalmente il pelo al nostro egocentrismo. Pensiamo al messaggio di una notissima marca di prodotti di cosmetica, che qualche anno fa coniò lo slogan ‘perché io valgo‘, slogan associato a modelle famosissime e bellissime. Ho sempre pensato che uno slogan del genere fosse controproducente perché il messaggio era facilmente fraintendibile da tutte le persone che, vedendo lo spot con uno slogan di questo tipo, e non essendo top-model famosissime come le testimonial, si sarebbero sentite escluse, da una comunicazione il cui sottotesto poteva essere ‘mentre voi no, non valete’. Ed evidentemente anche i pubblicitari si resero conto del sottomessaggio passato, perché lo slogan fu poi cambiato in un più generico ‘perché voi valete‘. Ma non è il solo esempio.

Una notissima catena che vende prodotti tecnologici usa, dal 2014, lo slogan ‘voglio il mondo‘. E potrei farvene altri. Come ‘impossibile è niente‘. Ecco, io credo che questo tipo di slogan sia profondamente insidioso. Credo lo sia per persone adulte, ma ancora più complesso per le menti e i cuori dei ragazzi che hanno più difficoltà ad analizzare e rendersi conto della ambivalenza di messaggi di questo tipo. Qualcuno di voi potrebbe obiettare a questo punto, come queste siano solamente frasi, che non si dovrebbe dare così tanta importanza ad un aspetto così marginale come uno slogan pubblicitario. Potrebbe essere vero. È solo una frase dopotutto, non può essere così dannosa. Ma il punto è che non è solo una frase. Sono tante frasi. E sono ripetute migliaia di volte al giorno, instillando in noi, piano piano ma con costanza, l’idea di dover aver tutto, che non ci sia nulla di impossibile, che noi valiamo e perciò nulla ci potrà essere negato. D’altronde noi vogliamo il mondo. Mettiamo, invece, per assurdo, che il mondo non possa essere nostro. Cresciuti e iperstimolati con l’idea che dobbiamo avere tutto, perché valiamo solo in virtù delle cose che possediamo, come reagirà il nostro piccolo io che magari non è così convinto del suo valore? Come reagirà il nostro amor proprio quando si accorgerà di non poter ottenere il mondo e si dovrà accontentare di qualcosa di decisamente meno? Come ne uscirà la nostra immagine personale quando ci accorgeremo di non ottenere che un millesimo di quello che, per diritto pubblicitario instillato in anni di bombardamento, riteniamo ci appartenga di diritto? Quanta paura avremo che gli altri si accorgano di quanto poco valiamo perché non siamo riusciti ad ottenere quel mondo promesso? Ecco, credo che tutte queste domande possano circolare, non consapevoli né esplicitate, dentro di noi provocando un senso di malessere per ogni meta (imposta!) che non riusciamo a raggiungere. Come dicevo prima, questo è ancora più difficoltoso per i bambini e i ragazzi che possiedono meno strumenti per comprendere quante pressioni vengano esercitate per trasformali in perfetti consumatori prima che persone. Ed è questo che mi inquieta, questa continua rincorsa non più a solo a comprare, ma a diventare padroni, bramare, volere e valere in base a quello che compriamoo. Questa onnipotenza ipertrofica avrà l’amaro risveglio nel momento in cui passerà dal magico mondo pubblicitario, dove tutto è facile, veloce, accessibile (ma anche pulito, bello, liscio, giovane e perfetto) al mondo reale, ben più complesso di quello dipinto.

Donald Winnicot, celeberrimo pediatra e psicanalista inglese, descrivendo lo sviluppo del bambino, parlava di onnipotenza soggettiva per descrivere la fase nella quale il bimbo molto piccolo ha solo sé stesso come riferimento, e vive all’interno di una realtà percepita come costruita da lui e nel quale è creatore del suo mondo. In questa fase il bambino, essendo creatore di questo mondo, è fondamentalmente come un dio, e supera questa fase nel momento in cui si rende conto che il mondo non è suo, ma è una realtà condivisa con altri, ognuno dei quali portatore dei propri bisogni. Questa fase di sviluppo viene (o dovrebbe essere) superata con l’integrazione dell’altro e delle sue esigenze nel mondo.

In questo gli slogan compiono il salto regressivo del quale vi parlavo, nel momento in cui solleticano sempre più profondamente le istanze egoistiche di ciascuno di noi nell’assicurare i propri bisogni, non prendendo in considerazione quelli degli altri.

Su questo punto invito a prestare particolare attenzione, affinché messaggi di questo tipo non riescano più ad agire senza la nostra consapevolezza. Sarà un grande momento evolutivo quello nel quale ci scontreremo/incontreremo con la nostra impossibilità di avere il mondo. La nostra solleticata onnipotenza farà i conti con la realtà, potendone, forse, finalmente prenderne le misure. E riuscendo a prendere anche le misure di sè stessi, dei propri desideri, delle proprie aspirazioni, del proprio valore, della paura di non averne. Arrivando a comprendere, infine, quanto valiamo. A prescindere dal fatto che ce lo ricordino solo per comprare uno shampoo. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Violenza sulle donne: una testimonianza diretta

Famiglia, Psicologia, Società… Nessun Commento »

74de2-violenza-sulle-donneIl post di oggi è dedicato ad un tema sempre più dibattuto, soprattutto in questi ultimi tempi di fatti ancora più efferati e violenti, fatti nei quali insufficienti sembrano le parole delle dirette protagoniste. Sto parlando di violenza sulle donne. Il tema è presente nel dibattito dell’opinione pubblica e su molti media: ne parlano giornali, tv, internet dando la parola ad esperti, o presunti tali, che disquisiscono su cosa sia meglio o no fare, o dibattono su casi di cronaca nera dei quali, magari, non hanno nessuna conoscenza diretta. Più rare sono le parole di chi quella violenza l’ha subita sulla propria pelle riuscendo, con difficoltà, a trovare il modo per riuscire a descriverla. Angela, la protagonista di questa storia, ha generosamente deciso di condividere la sua esperienza con tutti noi, con l’augurio che possa servire alle tante persone che, come lei, si trovano o si sono trovate in una situazione analoga.

Salve Angela, innanzitutto benvenuta. Puoi dirci qualcosa di più su di lei? 

Partirei da uno stato d’animo: il senso della progressiva perdita della mia identità, come una donna che andava dissolvendo la propria essenza e che per questo alternava sensazioni di paura e di colpa.

Vuole raccontarci come vi siete conosciuti con il suo ex compagno?

Eravamo compagni di classe alle scuole superiori. Ma restammo soltanto amici durante quegli anni e poi ci perdemmo di vista. Ci incontrammo nuovamente, dopo un mio percorso di studi all’estero, quando eravamo studenti universitari.

Come è stata la vostra vita di coppia?

La nostra vita di coppia cominciò in una modalità non proprio convenzionale, nel senso che in realtà avevamo avuto la nostra prima figlia e ci sposammo senza formare in effetti una famiglia. Ho cresciuto da sola mia figlia per circa tre anni.

Quando ha iniziato ad avvertire che le cose stessero cambiando tra voi?

Eravamo ancora fidanzati, giovani ma non ragazzini. Fu quando mi resi conto che fu sconvolto al pensiero che avremmo avuto un figlio, letteralmente impreparato al ruolo di padre. Iniziò la nostra più grave divergenza inerente una decisione che mi sentii di prendere unilateralmente in assoluta libertà, come donna e come madre. Ma dopo un primo suo allontanamento, vista la mia scelta irremovibile di tenere mia figlia, tornò da me convincendomi delle sue buone intenzioni di non lasciarmi sola. Ero molto innamorata e fui felice di poter garantire a mia figlia anche la presenza di suo padre. 

Che succedeva nella vostra vita e nella vostra famiglia?

Nei mesi a seguire e durante i primi anni di vita della bambina cominciò a manifestare una certa instabilità comportamentale, e tanta, tanta insofferenza nei miei confronti. Si arrabbiava sempre più spesso e diventava via via più duro e anaffettivo, contraddittorio nelle parole e nelle azioni. Gli esternai le mie preoccupazioni circa il nostro rapporto e l’influsso dannoso del suo atteggiamento anche nei confronti della nostra bambina, ma lui mi rassicurava che la sua instabilità era dovuta al fatto che non eravamo ancora autonomi economicamente. Quando cominciammo a vivere insieme mi resi conto che mentiva spesso e, con grande preoccupazione, realizzai che quelli che avevo ritenuto potessero essere dei normali difetti caratteriali si rivelarono in realtà degli eccessi che mi incutevano sempre più paura: urlava spesso, mi insultava, non aveva gestione dei suoi impulsi quando si arrabbiava. Diventò aggressivo fino a schiaffeggiarmi, spingermi fino a farmi cadere per terra. Capitava anche che trovandomi per terra mi colpisse con dei calci insultandomi senza alcun controllo, anche in presenza della bambina.

Cosa ha fatto?

Un giorno in cui accadde che fu più aggressivo e violento del solito nei miei confronti, in presenza della bambina, mi recai alla caserma dei Carabinieri vicina alla nostra abitazione per raccontare l’accaduto. Non ebbi ancora il coraggio di denunciarlo, ma il maresciallo stilò un rapporto e mi rassicurò che lo avrebbe ammonito. Lo informai che mi sarei allontanata dalla nostra casa, dove ci eravamo trasferiti pochi mesi prima, per recarmi all’estero dalla famiglia di mia sorella dove mi sarei sentita al sicuro e avrei avuto modo di riflettere su quale direzione prendere per il mio bene e, soprattutto, per il benessere psicologico di mia figlia, nei confronti della quale sentivo una grande responsabilità educativa e di tutela.

I vostri genitori e, in genere, la famiglia allargata che ruolo ha giocato in quello che accadeva? Erano al corrente di ciò che stava succedendo tra voi?

I miei familiari avevano avuto modo di sentire alcune delle sue urla ed offese nei miei confronti e non mancarono di esternarmi inizialmente le loro perplessità circa la sua mancanza di rispetto verso di me e in seguito la loro preoccupazione circa la totale mancanza di autocontrollo quando si arrabbiava con me per futili motivi. Ma riusciva, in loro presenza, a limitarsi alle urla e alle aggressioni verbali. Le aggressioni fisiche avvenivano sempre quando si trovava da solo con me o, qualche volta, in presenza di nostra figlia. Poi si allontanò affettivamente dalla mia famiglia, fino a spezzare ogni legame con essi. Con me parlava dei miei familiari con disprezzo ed ingiurie nei loro confronti. Capii più tardi che i suoi erano al corrente del “cattivo carattere” di mio marito, soprattutto sua madre e i fratelli, i quali non sono mai intervenuti in mia difesa, nonostante sapessero e spesso avessero udito, senza mai riflettere sul fatto che il loro intervento poteva essere d’aiuto anche per il loro fratello.

Ha mai sporto denuncia nei confronti del suo compagno? Cosa è successo nel caso?

Fu dopo il nostro trasferimento in una città del nord che mi resi conto che i problemi erano dovuti a delle sue componenti caratteriali e disturbi della personalità che andavano sempre peggiorando. Sporsi denuncia dopo che fece male a me e ai nostri due figli di 11 e 4 anni. A me personalmente causò, con una violenta spinta, un politrauma cranico e una frattura all’osso sacrale. Mia figlia, la maggiore, mi vide distesa per terra priva di sensi. Fu lei a interessarsi chiamando immediatamente il 118 e la polizia. Dopo essermi un po’ ripresa dalle ferite fisiche e morali, lo denunciai. In quel periodo (sia prima che dopo la denuncia), non ci fu alcun suo interesse né per me, né verso i nostri figli. Non è facile sporgere denuncia. Costa tanta sofferenza, forza e coraggio. Credo di esserci riuscita per amore e senso di responsabilità per la tutela dei miei figli, prima che per me stessa. Ma, seppure possa apparire paradossale, ero convinta che forse avrei potuto offrire una possibilità a mio marito di riflettere sulla sua condotta, di realizzare finalmente tutto il male che aveva fatto a me e ai miei figli, di scuotere la sua coscienza. Oggi sono più che mai convinta che le donne che subiscono violenza dai loro partner, non fanno alcun dono ad essi non denunciandoli. Si tratta anche della prima urgente forma di tutela per i figli, oltre che per se stesse.

A suo avviso qual è stato il momento in cui ha realizzato che le cose dovessero cambiare?

Non c’è un momento solo in cui pensi che le cose debbano “cambiare”. E, nel contempo, non è che vedi prospettive, pensi che sarebbe un miracolo se solo riuscissi a fuggire. Ogni altra alternativa ti pare per forza migliore, qualunque essa sia. Pensi solo che devi attendere il momento buono per fuggire, scappare. E’ come un buio tunnel in cui corri, corri, tenendo per mano i figli. Qualunque spiraglio diventa una porta che tenti di aprire. Se non è quella buona corri ancora, senza perdere tempo. Lui non accettava la separazione, era impensabile. Ma, nel contempo, distruggeva tutto e tutti noi. A ogni mio tentativo di aiutarlo era come se anziché aggrapparsi a me tirandosi su, mi trascinasse nel baratro con lui. Non si metteva in discussione: Ero diventata il contenitore di tutti i suoi mali. Tutto ciò che gli accadeva di negativo lo destabilizzava terribilmente. Non accettava di dover fronteggiare dei problemi, perfino i capricci dei nostri bambini erano motivo di forte stress per lui, con reazioni aggressive abnormi. Vivevo riflettendo su questa sua condotta, prestando la massima attenzione a non provocarlo minimamente, ad evitare ogni possibile litigio per il bene dei figli. Essi non mi hanno mai sentito rivolgermi al loro padre con una parola offensiva. Ma mi resi conto che non era più possibile vivere col cuore in gola, chiamandolo alla sera al cellulare per monitorare il suo umore e sapere come aspettarsi che rientri a casa, in modo da consigliare anche ai figli come comportarsi, perché lui non si irritasse. Posso dire che i fatti più significativi, che maggiormente mi hanno consapevolizzata che dovevo reagire e rifiutare quel tipo di violenze psicologiche, fisiche ed economiche, sono stati i maltrattamenti verso i figli e il mio stato di salute psico-emotivo sempre più fragile. Dovevo riuscire a controllare la mia paura di lui, il mio terrore e la disperazione nel vedere i miei figli esposti a dei comportamenti insani del loro padre. Non avrei mai voluto che mia figlia un giorno avesse cercato una figura maschile come quella di suo padre, né mai avrei potuto essere complice di una stessa modalità di comportamento maschile verso la propria donna, da parte di mio figlio, allora un bambino. Dovevo fermare questa spirale prima che fosse troppo tardi.

Cosa è successo?

Accadevano numerosi fatti che mi persuadevano sempre di più che, accanto a dei suoi tratti caratteriali molto negativi, c’erano anche sentimenti di cattiveria, insensibilità. Dopo aver picchiato i figli, e dopo offese e ingiurie terribili, sia verso di loro che verso di me in loro presenza, non mostrava mai ripensamento, pentimento e sofferenza per quanto aveva fatto o detto. Mai un ravvedimento. Intravedevo dei sentimenti, anzi complessi, di superiorità perfino in famiglia. Aveva un altissimo concetto di sé. Mi sentivo una formica ai piedi di una montagna che mi schiacciava sempre di più con la sua sola ombra. Mi capitava di aspettare che i figli fossero a scuola per tentare di parlare con lui, di ragionare, di fargli capire che non poteva fare finta che nulla fosse accaduto. Gli chiedevo se si rendesse conto di ciò che aveva fatto, ma, nel vedere i risultati disastrosi, il ripetersi dei suoi scatti d’ira, in quanto non dovevo assolutamente fare riemergere problemi che secondo lui erano già risolti, prudenzialmente e impaurita mi allontanavo. Finiva sempre col dire che la responsabilità era tutta mia. Ho tentato di aiutarlo indirizzandolo verso uno specialista, uno psicoterapeuta. Lui stesso mi chiese aiuto due volte, impaurito da ciò che egli stesso era capace di fare. Ma la prima volta tornò dicendomi che la specialista gli disse che non aveva bisogno di alcuna terapia psicologia. La seconda fu da uno psichiatra molto bravo e noto nella nostra città. Da lui vi si recò più volte, ma si rifiutò di tornarci dopo che anch’io mi ci recai con lui, su richiesta del medico. Emerse che non aveva mai esternato di avere problemi in famiglia, ma solo al lavoro. Dovetti dire al dottore che eravamo sull’orlo della separazione. Quando dovetti rispondere con sincerità alle domande postemi, si infuriò e urlò volgarità nei miei confronti anche vicino a lui. Lo stesso medico mi disse che aveva capito, e che veramente non mi restava altro da fare che separarmi. Più tardi riferì al mio avvocato che mentre io mi mettevo in discussione, lui era rigido, con un atteggiamento molto ostile e accusatorio nei miei confronti e che non sapeva autogestirsi nelle reazioni. Mi disse che era preoccupato per l’incolumità mia e dei nostri figli.

Si è mai chiesta perché sia successo questo nella sua vita di coppia?

Si, infinite volte, ma nel passato. E, purtroppo, tendevo a colpevolizzarmi. Oggi direi che è successo perché è ciò che succede nelle stesse situazioni in cui la donna è molto innamorata, e forse anche un po’ ingenua nel credere di farcela, con l’amore, a cambiare l’uomo che ti fa del male. Ma non posso generalizzare. Forse l’unico comun denominatore in questi casi è la buona fede di noi donne, il valore della famiglia, la speranza che tutto possa, gradualmente risolversi. Ma sentirsi sempre in colpa è solo dannoso. Sono uomini che hanno una doppia personalità, che prendono possesso della donna e della sua vita, come un oggetto. Quando li vedi buoni e affettuosi sono così diversi dall’altro sé che ci credi o ci vuoi credere che stia cambiando, questa volta. Sono uomini che agli altri appaiono innamoratissimi, responsabili padri di famiglia. Poi, a casa, ti spaventi nel vedere nel cestino della spazzatura quella rosa in argento che ti aveva regalato (uno dei suoi pochi regali), piegata e danneggiata. L’avevi cercata, avevi chiesto a lui se l’avesse vista, spostata. Ti guarda e ti dice stupito che no, che senso avrebbe avuto spostarla? Vedi che quando si arrabbia toglie la fede e la lascia nella vetrina in soggiorno per mesi. Trovi fotografie dei figli coi tuoi parenti strappate. Cartoline dei parenti anche queste strappate, nascoste nei cassetti. Durante le vacanze estive, ti tiene lontana dai parenti, ti isola. Chi ti vuole bene è da lui odiato, e ha tutti i difetti di questo mondo. E tu sei una stupida, una cretina, una che non vale niente e che non avrebbe fatto niente nella vita, se non fosse per lui che t’ha “raccolta”. Sono uomini che sperano di convincerti, a furia di gridartelo, che sei uno schifo e non vali niente. 

Che rapporti ha attualmente col suo ex compagno e che rapporti ha lui con i vostri figli?

Non ho un vero “rapporto”. Ha avuto una condanna dal Tribunale di un anno e otto mesi, per maltrattamenti in famiglia e abuso dei mezzi di correzione. Serba in sé un profondo rancore nei miei confronti e della nostra figlia maggiore. Con lei non ha alcun rapporto da oltre otto anni, da quando era appena adolescente. Ha verso di lei un totale rifiuto. E lei ha dichiarato anche al giudice, in tribunale, di non avere mai avuto un padre. Faccio sforzi da equilibrista nel gestire il suo rapporto con il figlio minore. Non è facile, in quanto il loro è un rapporto altalenante, discontinuo, alternato da lunghi periodi senza frequentazione tra di loro ad altri brevi periodi in cui si vedono. Si sta perdendo, lentamente, anche il figlio minore, con atteggiamenti che rientrano ancora nel maltrattamento psicologico.

Si è sentita protetta, aiutata dalle istituzioni preposte dopo la denuncia dei maltrattamenti e delle lesioni? Come ha superato tale difficile e dolorosa esperienza?

Comincio dalla seconda domanda. E’stato importante per me capire cosa mi fosse successo. Ho ripercorso tutto il mio cammino con lui, riletto decine di volte tutte le lettere che mi aveva inviato da fidanzati. Vedevo, rileggendo, delle avvisaglie della sua personalità che non ero riuscita a intravedere allora, che avrebbero potuto farmi riflettere. Ho scritto tanto, tanti pensieri, per riuscire a convivere con il dolore che avevo nell’anima. Cercavo con disperazione e fiducia nel contempo, le modalità più consone alla ricomposizione del mio io frantumato, a partire dalla lettura del mio stato d’animo e delle mie emozioni, del mio dolore. Questo percorso è stato dolorosissimo, ma essenziale. Questo dolore interiore è molto più dilaniante di un dolore fisico. Ma ho imparato a non avere paura di osservarlo, per potermi curare non solo “da” esso, ma “con” esso. Ho imparato anche ad avere rispetto della mia storia, della quale nulla era da buttare. Nulla di essa era spazzatura. Tutto doveva essere compreso in un bagaglio umano e dignitoso. Scrivevo come se dovessi consigliare a un’amica come farsi forza, come andare avanti con coraggio. Volevo guardare in faccia il dolore senza paura, per non imprigionarlo in me. Quando non si è capaci di odiare, nonostante tutto, si ha il coraggio di toccare le proprie ferite, di accarezzarle e di ricomporre i pezzi lesi della propria personalità, della propria dignità di donna e di madre. 

Ho avuto il grande sostegno morale e materiale dei miei familiari, seppure vivono, purtroppo, lontano da noi. Mi ha aiutata tantissimo mia sorella medico. Mi ha aiutata tanto anche documentarmi sulla personalità di questi mariti, partner. E’ stata oltremodo interessante e d’aiuto la lettura dell’articolo “Violenza in famiglia e disturbi psichici”, di Dott. Domenico Chindemi (Magistrato di Cassazione) e Dott.ssa Valeria Cardile; il libro “Donne che amano troppo”, della psicologa americana Dott.ssa Robin Norwood e, più recentemente, l’articolo del Dott. Giuseppe Raspadori: “Tribunale per minorenni: una giustizia priva di confini, dedicato al silenzio delle madri a cui il dolore toglie anche la dignità della parola”. Quest’ultimo è inerente un altro percorso che sto attualmente vivendo, inteso a tutela del mio figlio minore, ma con gravi errori giudiziari che dovrebbero essere riconosciuti e colmati da regolamentazioni più consone ai casi di violenza in famiglia e modalità di affido che dovrebbero essere intraprese senza indugio alcuno, come detta fermamente la stessa Convenzione di Istanbul. 

Ho dovuto imparare ad avere cura di me stessa. Non ho avuto alcun particolare aiuto morale e psicologico dalle autorità, dalle istituzioni, né consigli su indirizzi di istituzioni preposte all’aiuto delle donne nella nostra città. Non ho incontrato in esse persone preparate nel campo di questi eventi di violenza domestica. Ho riscontrato frequenti contraddizioni e perfino considerazioni maschiliste anche in ambito giudiziario e dalle autorità istituzionali. Sulla base della mia personale esperienza, posso dire che la donna è lasciata sola dalle istituzioni nel suo percorso doloroso. Devo ammettere, però, che l’unica persona ad aver dimostrato particolare perspicacia nel capire la personalità del mio ex marito e la psicologia degli uomini maltrattanti è stato il Pubblico Ministero. Ma non è riuscito in pieno a passare la sua dettagliata analisi, introduttiva alla sua richiesta di condanna al giudice, in Tribunale. Però a me ha fatto bene, moralmente e psicologicamente. Per quanto ho potuto sperimentare, l’iter giudiziario nelle aule dei tribunali, molto burocratico e freddo, non è uno scenario idoneo alla presa di coscienza di una necessaria informazione e formazione per l’aspetto psicologico e doloroso dei maltrattamenti in famiglia. Noi donne maltrattate potremmo dire tanto, essere loro d’aiuto perché siano in grado di aiutarci effettivamente.

Com’è stato l’iter giudiziario?

Lunghissimo. E’ durato per più di sei anni. Senza alcuna regolamentazione delle frequenze tra padre e figlio (la maggiore non l’ha mai più cercata), nessuna ammonizione, nulla. 

Le udienze sono state rimandate numerose volte, per un frequente turnover dei giudici, per errori di notifica, o su richiesta dei suoi avvocati, o per assenza dell’imputato. Questo sistema giudiziario farraginoso determinava un sempre maggiore senso di ansia in me e in mia figlia, influendo negativamente sulla nostra qualità della vita, come se ci trovassimo in una strada di cui non vedevamo la fine. Tutte sensazioni ed emozioni che ho esternato ai giudici e al mio avvocato. Ha inciso molto anche il fatto che, non avendo i mezzi per pagare un avvocato, ho dovuto ricorrere al gratuito patrocinio.

Quali pensieri le vengono in mente in relazione al terribile fenomeno del femminicidio, così attuale nelle nostre cronache quotidiane?

Ogni volta che sento di una donna vittima della violenza di un uomo, spesso fino a morirne, penso che è stata solo per fortuna che anch’io non sia finita nelle cronache tra le vittime del femminicidio. Sento anche, ovviamente, un forte senso di pietà umana. Ogni donna che muore per mano di violenza del proprio uomo, è mia sorella. Nel contempo, provo un sentimento di impotenza, nella piena consapevolezza di come le esposizioni di questi fatti di cronaca sui giornali, le inadeguate e superficiali risposte delle sentenze dei tribunali e la solitudine delle donne vittime sopravvissute ma gravemente segnate anche fisicamente per la vita, non solo non costituiscano prevenzione, ma addirittura favoriscano pericolosamente la spirale della violenza di genere e quindi del femminicidio. C’è tanta letteratura sulla prevenzione del fenomeno. Ci fanno scuola le convenzioni internazionali circa la tutela dei diritti delle donne. Bisognerebbe cambiare mentalità, a cominciare dall’immagine della donna imposta dai media, dalle pubblicità offensive verso la dignità delle donna, troppo spesso rappresentata come mero oggetto erotico. Si dovrebbe sentire maggiore responsabilità verso la formazione delle nuove generazioni per un nuovo concetto di rispetto per la donna. Senza questo rispetto non c’è civiltà, non c’è democrazia, non c’è parità di genere. 

Nel giugno del 2012, nel corso della 2° Sessione del Consiglio dei Diritti Umani, l’Onu condannava così l’Italia: “La violenza sulle donne in Italia resta un problema grave, risolverlo è un obbligo internazionale è un crimine di Stato, fate di più.”. Ciò a seguito delle pesanti osservazioni all’Italia di Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite, in un Rapporto tematico annuale del 2012 sugli omicidi basati sul genere, ed il Rapporto sulla violenza sulle donne in Italia. Il Rapporto contiene dati, osservazioni e raccomandazioni alle istituzioni italiane in materia di violenza sulle donne. 

L’ONU denuncia: “Femminicidio e violenza sulle donne sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita – ha detto Manjoo a Ginevra -. In Italia, sono stati fatti sforzi da parte del Governo, attraverso l’adozione di leggi e politiche, incluso il Piano di Azione Nazionale contro la violenza”, riconosce, “questi risultati non hanno però portato a una diminuzione di femminicidi o tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine (…) In Italia c’è l’incapacità di riconoscere alle donne posizioni e ruoli pari agli uomini e l’incapacità a rispondere con strumenti adeguati a proteggere le vittime. In un contesto sociale patriarcale, dove la violenza domestica non viene sempre percepita come un crimine e le risposte dello Stato non sono appropriate e sufficienti”.

Nell’appena trascorso 2015, dopo due anni e mezzo dalla ratifica della Convenzione di Istanbul, l’Onu ha ammonito ancora una volta l’Italia per non avere fatto abbastanza per ridurre la violenza di genere.

Noi donne non dobbiamo mollare, sono certa che riusciremo a scuotere le coscienze.

So che è difficile generalizzare, e ne sono consapevole ancora di più in situazioni di questo tipo, ma ripensando a quello che è successo cosa suggerirebbe alle persone che si trovano in una situazione simile?

Suggerirei di pensare guardando in avanti. Di fronte a voi c’è l’altra sponda. Dietro l’abisso. Ci fosse anche un oceano che vi separa da quella sponda di salvezza, credete in voi. Se avete dei figli, teneteveli stretti, abbracciati, trattenete il respiro, tenete bene gli occhi aperti e fate il salto più lungo che potete. Vi meraviglierete di scoprire di avere le ali. Quelle dell’amore, per il quale le distanze non hanno misura. E’ possibile una vita migliore, in cui potrete affrontare ogni problema con un’autostima che non verrà più minata. Parlate delle violenze subite coi parenti, con gli amici più cari e fidati, non chiudete tutto dentro voi stessi, altrimenti diventerà sempre più difficile essere consapevoli di vivere una storia che non è normale. Documentatevi, chiedete aiuto a degli esperti sensibili al problema, che purtroppo è molto diffuso. Consultatevi con delle associazioni per la difesa della donna, a gruppi di mutuo aiuto. Cominciate un percorso di liberazione interiore da un laccio che inevitabilmente ha interrotto la vostra vera esistenza, tenendovi in apnea. Non sentitevi in colpa. Non perdetevi nel rancore, nell’odio. Sarebbero sentimenti che vi terrebbero ancora legati al vostro partner. Aver scelto di sposare o di convivere con l’uomo che amavate non è una colpa. Ci sono dinamiche che in una coppia si manifestano soltanto con la convivenza e, fortunatamente o sfortunatamente, è con essa che riusciamo, via via, a capire dolorosamente in che spirale insana ci si trova a vivere. Siate libere come mai prima. Uscite, camminate, frequentate le persone che veramente vi fanno stare bene. Ricominciate a fare delle scelte per il vostro benessere. Ascoltatevi respirare, ascoltate la vostra anima e vogliate bene a voi stesse. Abbiate cura amorevole di voi. Fate della vostra fragilità un punto di forza nella vita e per la vita. Scrivete a voi stesse di essere rinate.

 

Per il momento ci fermiamo qua. Ringrazio di cuore Angela per la generosità con la quale ha accettato le mie domande che sono doppiamente impegnative, sia perché ripercorrono un’esperienza così dolorosa, sia perché condivise in contesti pubblici come il blog e il sito. Sono consapevole della delicatezza del tema e qualsiasi intervento è ben accetto. Chiunque volesse partecipare alla discussione è invitato a farlo, tenendo sempre presente il rispetto dovuto in vicende così complesse. Qualora preferiste contattarmi in privato potete farlo alla mia mail fabrizioboninu@gmail.com.  

A presto…

Fabrizio Boninu

 

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PEDOFILIA: intervista a Massimiliano Frassi

Bambini, Famiglia, Primo piano, Psicologia 4 Comments »

abuso

Il tema che affrontiamo in questo post è un tema duro, complesso e disturbante. Parliamo di pedofilia e lo facciamo con una persona che se ne occupa da parecchi anni e in diversi contesti. Una di quelle persone preziose che, anziché ritrarsi inorridito da questo baratro, ha deciso di guardarci dentro e a fondo, cercando di illuminarne gli anfratti, di chiedere e chiedersi il perché, di portare alla luce tutti gli elementi che avvicinano questo baratro a noi e alle nostre storie. Una persona che ha cercato di svegliare le coscienze intorpidite dalla paura e dall’orrore, coscienze che spesso si voltano, con le pericolose conseguenze che ne discendono, pur di non vedere una realtà spaventosa. Sto parlando di Massimiliano Frassi, autore di diversi bestseller sul tema della pedofilia, organizzatore con l’associazione Prometeo del coordinamento nazionale delle vittime di abuso. Ci racconterà meglio lui la sua storia e il suo percorso. Per quanto riguarda la mia storia, mi sto occupando sempre più spesso di questo tema, inserito all’interno della distorsione adultocentrica della nostra società e, in questo mio percorso di conoscenza e approfondimento, ho avuto la fortuna di incontrare Massimiliano ad un convegno organizzato dalla fondazione Domus de Luna (clicca sul nome per visualizzare la pagina della fondazione) a Cagliari.

Scomodo, emozionante, pungente, disturbante, sconvolgente, sono solo alcuni degli aggettivi che mi vengono in mente per descrivere il convegno. E, forse, adatti per descrivere Massimiliano stesso. 

Parlare di materie così complesse mette in difficoltà, costringe a confrontarci con una realtà impossibile solo da immaginare. Una realtà che, invece, esiste e che, su questa nostra difficoltà, prospera e cresce. Una realtà misconosciuta, dove giocano anche stereotipi e pregiudizi che, con l’aiuto di Massimiliano, cercheremo di vagliare. 

Ciao Massimiliano, benvenuto e grazie per aver accettato l’invito e parlare con me di un tema che ti/ci sta tanto a cuore. Dopo la mia breve presentazione, vogliamo darne una più approfondita per chi non conoscesse il tuo lavoro: chi sei e di cosa ti occupi?

Sono il responsabile di Prometeo Onlus, una associazione, da me fondata circa 20 anni fa e tra le più attive, in Italia, nel campo della lotta alla pedofilia. Da una parte siamo operativi e diamo assistenza e tutela alle vittime, molte delle quali adulte che solo oggi trovano la forza e la possibilità di parlare e chiedere aiuto e dall’altra parte facciamo formazione e sensibilizzazione affinché l’omertà che protegge chi abusa sia definitivamente annientata.

La prima curiosità è: come sei arrivato ad occuparti di un tema così forte come la pedofilia?

Non per aver subito abusi io stesso, semmai per poter dare agli altri la stessa infanzia che ho avuto io. Professionalmente parlando è stata parte di un percorso, partito con una scelta di vita che mi ha portato ad operare prima come operatore di strada, che si occupava di emarginazione grave e poi di minori, specializzandomi e fondando la Prometeo.

Che realtà è la pedofilia oggi?

La realtà di sempre. Che vede un abusante e buona parte della società, abilmente impegnati a zittire un bambino. Per potergli nuocere.

All’interno del tuo intervento, mi ha colpito come tu sia riuscito a mettere in discussione alcuni stereotipi ben radicati. Il primo è che, nell’immaginario collettivo, la pedofilia sia un fenomeno prettamente maschile. É proprio così?

Purtroppo da alcuni anni a questa parte assistiamo ad un fiorire di una pedofilia al femminile. Numericamente minoritaria, con percentuali molto basse, ma pesanti “qualitativamente”. Perché quando è la mamma ad abusare, ad es., è chiaro che le ferite saranno ancora più profonde.

Altro stereotipo: gli abusanti sono spesso stati abusati a loro volta. Possiamo confermarlo?

Sì, ma non lo dico io, anche se 20 anni di esperienza mi danno il potere di poterlo gridare forte. Lo dicono tutti i trattati scientifici che hanno davvero studiato questa assurda equazione. Creata dai pedofili per, in qualche modo, difendersi, tutelarsi e nuovamente infangare le vittime. Poi può capitare che su un numero elevatissimo di vittime ci sia chi diventa pedofilo, ma se c’è è davvero un numero bassissimo che non rende tale equazione reale. Chi lo sostiene dimostra di non aver mai lavorato nel campo dell’abuso ma ancora prima, dimostra di non aver rispetto delle vere vittime.

Sapessi quante donne seguo che hanno paura di rimanere incinta perché “magari poi diventano pedofile e fanno provare al proprio figlio quanto hanno provato loro” e questa mala educazione, gliel’ha inculcata chi doveva guarirle. Non renderle vittime a vita.

Ancora: il pedofilo è un mostro, una sorta di orco facilmente identificabile. Cosa c’è di vero?

Nulla. È ovviamente mostruoso l’atto che compie. Ma se cerchiamo l’orco, così come pensiamo lo sia, non lo vedremo mai nel bravo vicino di casa, nello zio affettuoso, nel maestro severo ma presente, nel parroco pacioccone.

Ho letto il tuo lavoro ‘Il libro nero della pedofilia‘ e le cifre sono spaventose. Credi sia un fenomeno in aumento o stia semplicemente affiorando sempre più in superficie?

Forse entrambe le cose.

Oggi se ne parla poco ma sicuramente molto più di quando iniziammo anche solo 20 anni fa. Poi c’è internet, con il suo lato oscuro e la possibilità di avere accesso a materiale che farebbe uscire di testa qualsiasi essere umano, ma che a loro dà piacere. Ed a lungo andare si stuferanno della “sola” foto e passeranno al contatto diretto. Poi ancora oggi c’è la possibilità di fare viaggi dall’altro capo del mondo, con spese irrisorie rispetto ad una volta e comunque alla portata di tutti, che favoriscono i turisti sessuali, cacciatori di bambine e bambini coetanei dei figli che lasciano a casa.

Sono tutte varianti che portano allo stesso punto: il progresso di questa civiltà ha paradossalmente portato ad una regressione di parte della stessa. In parole spicce, se da una parte siamo andati sulla Luna, dall’altra siamo tornati a Jurassic Park.

In questo giocano un ruolo enorme le nuove tecnologie: social network, smartphone rendono la pedofilia più ‘facile’ e ‘fruibile’? 

Sì, purtroppo sì. Molto banalmente: pensiamo a cosa voleva dire per un pedofilo dover far sviluppare un rullino con delle immagini di abusi da lui prodotte. E pensiamo oggi con il più piccolo smartphone cosa non si può fare.

Quali sono le aree geografiche più interessate al fenomeno?

È un fenomeno trasversale. Che tocca tutte le sfere della società. Non certo solo le aree più povere. Poi di sicuro se dobbiamo fare una analisi “geografica”, posso dire che ci sono aree dove il retaggio culturale ancora favorisce il silenzio. L’omertà. Ma questo vale nel paesino del bresciano, come in quello del cagliaritano.

La pedofilia è una realtà percepita come distante dalla nostra vita quotidiana. Queste sono cose che succedono agli altri, lontani da noi. Noi, e i nostri figli, siamo ‘al sicuro’. E funziona fino a quando un caso cruento di cronaca nera scuote le coscienze. Penso al caso di Yara Gambirasio. O del piccolo Tommaso Onofri. Come possiamo stare attenti a quello che succede intorno a noi?

Questo non è un paese per bambini. Lo grido, disperatamente, da tempo. Basandomi su fatti concreti. Avrei preferito che i fatti mi smentissero. Che i pazzi fossimo noi. Ma purtroppo così non è stato. E la piccola Yara o il nostro angioletto Tommaso, sono solo la punta dell’iceberg. Bimbi strappati dal loro mondo. E sottratti al nostro futuro. Sarebbero diventati dei grandi adulti, in grado di fare grandi cose. Ma qualcuno ha scelto che così non fosse e l’ha deciso con la violenza.

Pensare a loro come fossero figli nostri, forse la risposta sta proprio lì….loro ovviamente in rappresentanza di Salvo, Roberto, Susanna, Lucia, Silvia, Carolina, Alex, Giovanni, Massimo, Rosaria, Andrea, e via dicendo per un elenco di bambini numericamente elevatissimo. Bimbi non finiti per fortuna sul tavolo di un obitorio, ma morti dentro. Fino a quando non troveranno chi riaccenderà in loro la speranza e la voglia di vivere.

C’è, tra i diversi casi che ha seguito personalmente, un caso che ti ha coinvolto più degli altri?

No. Ognuno ha la sua importanza. Ognuno il suo dolore. Poi sì, di sicuro c’è quello che ti resta più dentro, per vari motivi, ma ripeto sono tutti uguali e tutti meritano lo stesso posto e lo stesso rispetto.

La pedofilia spaventa e atterrisce perché è un fenomeno di proporzioni enormi. Nel nostro quotidiano, cosa possiamo fare noi?

Informarci. Ed indignarci. Non chiediamo molto, non credi? Peraltro lo facciamo per mille cose futili. Farlo per qualcosa di serio, non sarebbe male. E sarebbe ora!

C’è qualcosa che non ti ho chiesto che mi vorresti dire? 

Sì, se c’è vita, un futuro dopo l’abuso. E la risposta è: “certo che c’è. Si può e si deve tornare a vivere. E quando accade, ed accade sempre, è meraviglioso!”.

Parola di Massimiliano Frassi.

Ringrazio di cuore Massimiliano per essersi prestato alle mie domande. Il tema è vasto e mi riprometto di tornarci. Chi fosse interessato può visitare il blog di Massimiliano: potete cliccare sul link L’INFERNO DEGLI ANGELI e verrete reindirizzati al sito. Consiglio vivamente anche la lettura dei suoi testi (trovate tutta la bibliografia sul sito L’inferno degli angeli), tra tutti il già citato Il libro nero della pedofilia con prefazione di Alessia Sinatra ed edito da La Zisa. 

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Bullismo omofobico: risponde il dr. Jimmy Ciliberto

Adolescenza, Bambini 3 Comments »

bullismoIl post di oggi ha come tema un fenomeno che ha radici profonde ma che, complici alcuni fatti di cronaca con risvolti particolarmente tragici, è diventato argomento dibattuto nelle cronache nazionali. Sto parlando del bullismo omofobico e questa attenzione testimonia una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica su temi legati alla violenza omofoba, argomento, questo, che possiamo considerare strettamente legato al dibattito più ampio che interessa la possibile approvazione in parlamento di una legge che regoli le unioni civili. Ma torniamo a noi: cosa si intende con il termine bullismo omofobico? Sostanzialmente consiste in atteggiamenti o comportamenti violenti tramite i quali una persona viene presa di mira da un coetaneo (o da un gruppo organizzato di suoi coetanei) in una relazione all’interno della quale il rapporto di potere non è paritario. La persona prescelta viene oppressa con vari atteggiamenti (derisione, minacce, insulti, esclusione…) ed il pretesto per l’attacco è dato, appunto, dalle scelte sessuali o dall’orientamento sessuale (reale o presunto) della vittima.

Per parlare di questo importante tema ho pensato di rivolgermi ad una persona che, per professione, è un conoscitore della materia. Mi riferisco a Jimmy Ciliberto, psicologo, psicoterapeuta, autore, insieme ai colleghi Paolo Rigliano e Federico Ferrari del testo Curare i gay?, edito da Cortina. Jimmy da tempo dedica la sua attenzione a tematiche legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Chi volesse ulteriore dettagli sul libro può cliccare qui mentre chi volesse saperne di più sul dr. Ciliberto può cliccare qui.

Ciao Jimmy, innanzitutto grazie per aver accettato l’invito e benvenuto! Direi di partire dalla definizione di bullismo omofobico: come potremo descriverlo?

Ciao Fabrizio e grazie a te per il tema che hai deciso di trattare.

Possiamo definire generalmente bullismo omofobico quell’insieme di comportamenti apertamente squalificanti e discriminatori assunti da una o più persone nei confronti di un ragazzo o di una ragazza omosessuale (o solo considerati tali), proprio a causa del loro presunto o reale orientamento non eterosessuale. Questa è però una definizione molto generale, per quanto utile a capire di cosa stiamo parlando. Penso che il fenomeno sia molto più complesso, e come tale vada trattato, altrimenti si rischia di considerarlo come una nuova etichetta diagnostica che riguarda solo la persona che mette in atto il comportamento vessatorio.

Io preferisco parlare di contesti eterosessisti che favoriscono, a diverso grado, un insieme di dinamiche che hanno l’effetto di far sentire la persona non eterosessuale (o presumibilmente tale) sola, impotente, isolata, colpevole, proprio per le caratteristiche che la rendono unica.

Penso inoltre che le dinamiche discriminatorie non siano elicitate tanto dall’orientamento non eterosessuale in sé, quanto da tutti gli aspetti che rimandano ad una idea di maschio e femmina che sfida la dicotomia esistente.

In base alla tua esperienza, è una realtà diffusa oppure un fenomeno di nicchia?

Purtroppo constato ancora che negli ultimi anni della scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado, quelli durante i quali nascono le situazioni di bullismo omofobico, la situazione è stagnante. Le parole che rimandano alla non eterosessualità di una persona vengono usate come presa in giro e insulto, pochissimi insegnanti si sentono competenti e a proprio agio nel parlare di queste tematiche, e l’idea che un proprio alunno o una propria alunna possano essere omosessuali continua a rimanere, nella maggior parte delle situazioni, una “non idea”.

Diversa è la situazione nella scuole secondarie di secondo grado, dove emergono differenze significative tra Istituti e Istituti. Affianco a contesti non dissimili a quelli di cui sopra, esistono realtà (principalmente nei grandi centri urbani) che accolgono la diversità, sia tra pari che con gli adulti.

Cosa provocano questi attacchi alla persona colpita?

Come ho detto prima, questi comportamenti hanno l’effetto di far sentire la persona non eterosessuale (o presumibilmente tale) sola, impotente, isolata, colpevole, proprio per le caratteristiche che la rendono unica. Se la persona vive poi in un contesto che sente come non sufficientemente supportivo, od addirittura collusivo con quello che a scuola lo discrimina, possono esserci conseguenze più complesse che possono andare dallo sviluppo di una sintomatologia ansioso-depressiva, all’assunzione di comportamenti a rischio, od anche (raramente per fortuna) all’ideazione suicidaria.

E quali sono le reazioni più comuni a questo tipo di discriminazioni?

Parlare di reazioni comuni è molto difficile, possiamo però affermare che sono ancora troppe le situazioni in cui c’è collusione, soprattutto tra i pari, o sottovalutazione della portata del problema da parte degli adulti.

La maggior parte di questi episodi avviene durante la preadolescenza e l’adolescenza, età nelle quali i ragazzi sono per molto tempo a scuola. Prendiamo in considerazione come si comportano gli altri attori di questa istituzione: gli insegnanti come affrontano questi episodi?

Purtroppo non ci sono risposte omogenee: a fronte di docenti che affrontano la situazione in maniera complessa, promuovendo discussioni con i ragazzi, parlando con le famiglie, attivando anche risorse extra qualora necessario (progetti educativi, supporti psicologici etc), troviamo anche insegnanti che si limitano ad intervenire in maniera punitiva, oppure altri ancora che non intervengono perché sentono di non avere gli strumenti o perché pensano che non rientri tra le loro mansioni.

Mentre le scuole come istituti che fanno?

Ritroviamo la stessa eterogeneità di cui sopra. Alcune scuole non prendono minimamente in considerazione la questione, altre organizzano momenti di riflessione a prescindere dalla presenza o meno di comportamenti discriminatori.

All’interno della famiglia, come pensi dovrebbero comportarsi i genitori dei ragazzi presi di mira? 

Rassicurare i figli che il loro amore prescinde dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, mettersi in posizione d’ascolto e chiedere ai figli stessi cosa possano fare per aiutarli. È fondamentale che i ragazzi e le ragazze sentano di valere, soprattutto per la propria famiglia d’origine.

Mentre le famiglie dei bulli a cosa dovrebbero prestare attenzione?

Non mi piace pensare alle famiglie dei bulli, ma alle famiglie in generale, che a loro volta sono parte di comunità locali via via più ampie. Dobbiamo fare lo sforzo di uscire di modalità di azione basata sulla risposta alle urgenze, in maniera parcellizzata, ed iniziare ad abbracciare una modalità di pensiero e azione più sistemica e dialogica.

Hai dei suggerimenti da dare agli attori coinvolti in queste vicende per affrontare episodi di questo tipo?

Come dicevo prima, ascoltare questi ragazzi, vederli, restituire in maniera forte il fatto che loro valgono per la loro straordinaria unicità.

Alle famiglie e alle scuole, invece, il mio invito è quello di rendere chiaro, nelle loro comunicazioni e nelle loro azioni, che una persona vale ed è unica a prescindere dal proprio orientamento sessuale .. un modo semplice, ma potente è quello di usare una comunicazione che non dia per scontato l’eterosessualità di una persona, mai …

Come possiamo collaborare per far si che episodi come questi diventino sempre più ostracizzati?

Penso che le azioni da compiere debbano essere più che altro nella direzione di renderli sempre meno sensati ed attraenti. Come dicevo sopra, penso sia fondamentale lavorare con gli insegnanti, di ogni ordine e grado, e con coloro che formano gli insegnanti, nei contesti universitari e post universitari, affinché interiorizzino sempre più profondamente un cambio di premesse, tale da consentire una comunicazione, nell’accezione più ampia del termine, che veicoli il messaggio che anche le persone non eterosessuali sono presenti nelle loro teste, indipendentemente dal fatto che ci sia una persona esplicitamente glb.

 

Ringrazio di cuore Jimmy Ciliberto per la disponibilità nell’essersi prestato alle mie domande. Il tema naturalmente è vasto e ci torneremo ancora con altri interventi. Credo sia un ulteriore, importante passo per introdurre questo argomento in un dibattito che coinvolga più spazi possibili.

Se ci fossero persone interessate a testimoniare o a condividere la loro esperienza, naturalmente in forma assolutamente anonima (a meno che non desiderino il contrario!), possono contattarmi telefonicamente (3920008369) o per mail (fabrizioboninu@gmail.com).

Come sempre fatemi sapere che ne pensate.

A presto…

Fabrizio Boninu

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La persecuzione del bambino

Adolescenza, Bambini, Emozioni, Famiglia, Psicologia 1 Comment »

violenza sui bambini

Tra i temi dei quali amo scrivere e occuparmi, una menzione particolare andrebbe fatta per i bambini e gli adolescenti. Il lavoro in loro compagnia è fonte di continue scoperte ed è spesso grazie all’incontro con le loro esigenze che le mie opinioni si affinano e migliorano.

Non sempre è stato così e, soprattutto all’inizio, mi sono trovato imprigionato all’interno di un’ideologia ‘adultocentrica’ che mi ha messo in difficoltà rispetto al confronto con i bambini e con i ragazzi. Rimuovendo tutto ciò che siamo stati e tutto ciò che abbiamo subito da bambini, una volta cresciuti costruiamo un modo di pensare che colloca l’adulto in una posizione privilegiata: questo ostacola la comunicazione e l’ascolto e fa si che idee quali superiorità, durezza, insensibilità, violenza, maltrattamento e costrizione si frappongano all’ascolto aperto e autentico della loro verità.

In questo senso, mi ha impressionato il libro dal quale ho tratto il brano che vi riporto. Scritto da Alice Miller, psicologa e psicoterapeuta svizzera, la quale si occupò, in quasi tutte le sue opere, della relazione tra i maltrattamenti subiti da bambini e i successivi maltrattamenti inflitti, una volta che questi bambini sono diventati adulti, alla generazione successiva. Nei suoi scritti la Miller arrivò a criticare pesantemente la psicoanalisi freudiana che, secondo l’autrice, costituisce un’ulteriore rimozione rispetto alle violenze subite dai bimbi in nome di alti principi come l’educazione. Il brano, riportato integramente, è tratto dall’opera La persecuzione del bambino (trovate tutti i riferimenti bibliografici alla fine del post) e costituisce una sorta di manifesto del processo che, partendo dall’infanzia, fa di ognuno di noi le vittime delle coercizioni subite da bambini che si perpetuano una volta che quel bambino sia diventato, a sua volta, adulto. Solo partendo da questa consapevolezza è possibile avvicinare, guardando con occhi diversi, il mondo dell’infanzia di oggi. Personalmente, soprattutto nel mio lavoro, reputo questa attenzione e questa consapevolezza la rappresentazione di ciò che un terapeuta attento dovrebbe avere in mente nel momento in cui ha la fortuna di lavorare con un bambino o con un ragazzo:

1) Ogni bambino viene al mondo per crescere, svilupparsi, vivere, amare ed esprimere i propri bisogni e sentimenti, allo scopo di meglio tutelare la propria persona.

2) Per potersi sviluppare armoniosamente, il bambino ha bisogno di ricevere attenzione e protezione da parte di adulti che lo prendano sul serio, gli vogliano bene e lo aiutino onestamente a orientarsi nella vita.

3) Nel caso in cui questi bisogni vitali del bambino vengano frustrati, egli viene allora sfruttato per soddisfare i bisogni degli adulti, picchiato, punito, maltrattato, manipolato, trascurato, ingannato, senza che in suo aiuto intervenga alcun testimone di tali violenze. In tale modo l’integrità del bambino viene lesa in maniera irreparabile.

4) La normale reazione a tali lesioni dell’integrità sarebbe di ira e dolore, ma poiché in un ambiente simile l’ira rimane un sentimento proibito per il bambino e poiché l’esperienza del dolore sarebbe insopportabile nella solitudine, egli deve reprimere tali sentimenti, rimuovere il ricordo del trauma e idealizzare i suoi aggressori. In seguito non sarà più consapevole di ciò che è stato fatto.

5) I sentimenti di ira, disperazione, desiderio struggente, paura e dolore – ormai scissi dallo sfondo che li aveva motivati – continuano tuttavia a esprimersi in atti distruttivi rivolte contro gli altri (criminalità e stermini) o contro se stessi (tossicomania, alcolismo, prostituzione, disturbi psichici, suicidio).

6) Vittime di tali atti vendicativi sono assai spesso i propri figli, che hanno la funzione di capri espiatori e la cui persecuzione è ancora sempre pienamente legittimata nella nostra società, anzi gode persino di alta considerazione, non appena si autodefinisca ‘educazione’. Il tragico è che si picchiano i propri figli per non prendere atto di ciò che ci hanno fatto i nostri genitori.

7) Perché un bambino maltrattato non divenga un delinquente o un malato mentale, è necessario che egli, perlomeno una volta nella vita, incontri una persona la quale sappia per certo che ‘deviante’ non è il bambino picchiato e smarrito, bensì l’ambiente che lo circonda. La consapevolezza o l’ignoranza della società aiutano, in tal senso, a salvare una vita o contribuiscono a distruggerla. Di qui la grande opportunità che viene offerta a parenti, avvocati, giudici, medici e assistenti sociali di stare, senza mezzi termini, dalla parte del bambino e di dargli la loro fiducia.

8) Finora la società proteggeva gli adulti e colpevolizzava le vittime. Nel suo accecamento, essa si appoggiava a teorie che, corrispondendo ancora interamente al modello educativo dei nostri nonni, vedevano nel bambino una creatura astuta, un essere dominato da impulsi malvagi, che racconta storie non vere e critica i poveri genitori innocenti, oppure li desidera sessualmente. In realtà, invece, non v’è bambino che non sia pronto ad addossarsi lui stesso la colpa della crudeltà dei genitori, al fine di scaricare da loro, che egli continua pur sempre ad amare, ogni responsabilità.

9) Solo da alcuni anni, grazie all’impiego di nuovi metodi terapeutici, si può dimostrare che le esperienze traumatiche rimosse nell’infanzia vengono immagazzinate nella memoria corporea e che esse, rimaste a livello inconscio, continuano a esercitare la loro influenza sulla vita dell’individuo ormai adulto. I rilevamenti elettronici compiuti sul feto hanno inoltre rivelato una realtà che finora non era stata percepita dalla maggior parte degli adulti: e cioè che sin dai primi attimi di vita il bambino è in grado di recepire e di apprendere atteggiamenti sia di tenerezza che di crudeltà.

10) Grazie a queste nuove conoscenze, ogni comportamento assurdo rivela la sua logica sino a quel momento nascosta, non appena l’esperienza traumatica subita nell’infanzia non debbano più rimanere nell’ombra.

11) L’aver acquisito sensibilità per le crudeltà commesse verso i bambini, che sinora venivano generalmente negate, e per le loro conseguenze arresterà il riprodursi della violenza di generazione in generazione.

12) Individui che nell’infanzia non hanno dovuto subire violazioni alla loro integrità, e a cui è stato consentito di sperimentare protezione, rispetto e lealtà da parte dei loro genitori, da giovani e anche in seguito saranno intelligenti, ricettivi, capaci di immedesimarsi negli altri e molto sensibili. Godranno della gioia di vivere e non avranno affatto bisogno di far del male agli altri o a se stessi né addirittura di uccidere. Useranno il proprio potere per difendersi, e non per aggredire gli altri. Non potranno fare a meno di rispettare e proteggere più deboli, ossia anche i propri figli, dal momento che essi stessi, un tempo, hanno compiuto tale esperienza, e dal momento che fin dall’inizio in loro è stato memorizzato proprio questo sapere (e non la crudeltà). Questi individui non saranno mai nella condizione di capire come mai i loro avi nel passato abbiano dovuto impiantare una mastodontica industria bellica per sentirsi a loro agio e sicuri nel mondo. Dal momento che il compito inconscio della loro vita non consisterà più nel difendersi dalle minacce subite nell’infanzia, essi saranno in grado di affrontare in maniera più razionale e creativa le minacce presenti nella realtà.[1]

 

 Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Miller, A., La persecuzione del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 1987, pag. XII e seg.

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La morte differente: Oriente e Occidente

Psicologia, Società… 3 Comments »

cimitero giapponeseRecentemente sono stato in Giappone. Per un occidentale il primo impatto è spiazzante ed è come trovarsi in un altro mondo, un posto completamente diverso sotto molti punti di vista e alcuni luoghi, come Tokyo, sembrano nel futuro. La curiosità, parte del bagaglio essenziale di ogni mio viaggio (e della mia vita in realtà!), è stata molto solleticata nel confronto con una cultura tanto diversa

Uno degli aspetti che più mi colpiva, è che vedevo continuamente in ogni piccolo paesino che attraversavo nei lunghi spostamenti in treno, è la differenza esistente con noi nel rapporto che hanno con la morte. Piccola premessa: in Giappone la consuetudine è quella di cremare i morti. I cimiteri sono generalmente molto piccoli e ‘spartani’ rispetto ai nostri. Detto questo, e tenuto conto delle imposizioni che in molti paesi europei si ebbero per motivi igienico sanitari dopo le riforme ottocentesche napoleoniche (il cosiddetto editto di Saint Cloud), salta all’occhio come la cultura occidentale e quella giapponese differiscano nel rapporto con la morte: semplicemente noi tendiamo ad isolarla e nasconderla. In Europa il suo massimo simbolo, il cimitero, è spesso fisicamente separato dal resto della città. L’unica eccezione la abbiamo nei cimiteri storici, ma il fatto che siano in piena città è dovuto alla crescita delle città che, col tempo, li hanno inglobati. A parte questi casi, da noi il cimitero è un’entità estranea alla città. Nella nostra cultura la morte è temuta, è spaventosa ed è tenuta lontano a livello psicologico e fisico. Tendiamo a non parlare di morte, tendiamo a cercare di rinviare il più possibile l’idea che sia un aspetto della vita che possa coinvolgerci. E, come dicevo, lo stesso luogo che rappresenta la morte ha queste caratteristiche: i cimiteri sono spesso circondati da mura molto alte, che lo separano anche visivamente dalla vita quotidiana. Per riuscire a vederlo dentro non rimane altro che entrarci e questo spetta solo alle persone toccate recentemente da un lutto. Tutti gli altri possono continuare a far finta di non sapere/vedere/sentire cosa ci sia dentro quelle mura.  

In Giappone, invece, i cimiteri si trovano all’interno delle aree urbane. Non sono circondati da mura, spesso non c’è neanche una rete che li divida dalle abitazioni intorno. Già, hanno abitazioni affianco. Per noi è inconcepibile abitare vicino ad un cimitero a meno che, appunto, il cimitero non sia storico e si trovi all’interno della città. In Giappone è invece la norma, e molte case sorgono in prossimità dei cimiteri. Questa differenza è il segno tangibile del diverso atteggiamento nei confronti della morte. Nel mondo giapponese la morte è semplicemente una esperienza che fa parte della vita stessa. La morte è entrata, inevitabilmente se si pensa alle tragedie spesso di dimensioni immani che costellano la storia del paese, penso per esempio allo tsunami del 2011, nella vita quotidiana del cittadino giapponese. Ed anziché relegare e nascondere questa esperienza la includono nella loro realtà.

Poter fare queste riflessioni ha avuto una valenza profondamente educativa nel farmi comprendere che alla morte, per quanto spesso esperienza dolorosa, ci si possa avvicinare in maniera differente. La morte fa parte della vita, la definisce e la ricomprende, la delimita dandole, in ultima analisi, senso. Probabilmente se non morissimo, desiderio insito in ognuno di noi, la nostra stessa vita avrebbe un significato completamente diverso rispetto quello che ha ora. Noi occidentali, spesso impegnati nella rincorsa di un’eterna giovinezza che altro non è se non l’idea di poter vivere per sempre, non potendo sconfiggere la morte né, spesso, affrontarla come idea, abbiamo semplicemente deciso di farla ‘sparire’. Vince una sorta di rimozione collettiva, rimane un’idea con la quale abbiamo difficoltà a relazionarci. Nel momento in cui questa esperienza entra nella nostra vita, ci scopre impreparati, incapaci di dare forma e parola alle emozioni che stiamo vivendo e incapaci di comunicare questa difficoltà a noi stessi e a coloro che ci stanno accanto.

La consapevolezza di questa censura, di questa rimozione può costituire il punto di partenza per una riflessione che ci faccia comprendere quanto sia necessario fare un lavoro di inclusione con una realtà, la morte, che altre culture sono state in grado di comprendere ed includere nella loro esperienza di vita.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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INIZIATIVE: SETTIMANA DEL BENESSERE PSICOLOGICO

Argomenti vari, Iniziative, Società… Nessun Commento »

psicologiDal 02 all’08 Novembre si svolgerà nelle provincie di Cagliari e Carbonia-Iglesias, promossa dall’ordine degli Psicologi della Regione Sardegna, la Settimana del Benessere Psicologico. L’iniziativa, come ogni anno, propone una serie di eventi (seminari, workshop, conferenze, studi aperti) che permettono di avvicinare le persone ad una professione, quella dello psicologo e dello psicoterapeuta, spesso percepite come lontane e distanti. Si terranno, quindi, una serie di dibattiti, seminari, e aperture di studi con la finalità di avvicinare la nostra professione alle persone che ne sono interessate.

Ho aderito per il terzo anno consecutivo a questo progetto, convinto della bontà di un’iniziativa che permette ad un sempre maggiore numero di persone di conoscere più da vicino il mio lavoro. Il contributo che ho pensato di dare è di offrire un colloquio di consulenza gratuito a coloro che ne fossero interessati (bambini, adolescenti, adulti, coppie e famiglie). Chi volesse approfittare dell’iniziativa può contattarmi tramite:

Telefono: 392 0008369

Mail: fabrizioboninu@gmail.com

I colloqui si svolgeranno, previo appuntamento, presso i miei studi:

Piazza Salento, 7 CAGLIARI (da lunedì 02.11.15 a giovedì 05.11.15)

Via Roma angolo piazza Marmilla, CARBONIA (venerdì 06.11.15)

Per maggiori informazioni, potete visitare il sito www.lopsicologovirtuale.it o il blog fabrizioboninu.blog.tiscali.it

Tutti coloro i quali volessero un elenco completo delle iniziative che si svolgeranno durante l’intera settimana può cliccare su Calendario Eventi Settimana del Benessere Psicologico. Sarete reindirizzati sulla pagina del sito dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna all’interno della quale troverete, divise giorno per giorno, l’elenco completo delle iniziative che sono state programmate durante tutta la settimana.

Spero che in tanti possiate avvalervi delle iniziative proposte. 

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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Un vaccino per leoni

Primo piano, Psicologia, Società… 3 Comments »

vaccini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono un genitore che ha scelto consapevolmente di non vaccinare i propri figli. La libertà di scelta per la salute è un diritto democratico irrinunciabile. Chiedo pertanto all’Azienda Sanitaria, all’assessore alla salute, dottoressa Donata Borgonovo Re, al presidente Ugo Rossi e a tutto il consiglio provinciale di rispettare il diritto alla tutela della salute e di non demonizzare coloro che hanno fatto questa scelta consapevolmente, assumendosi le proprie responsabilità. Non voglio entrare in polemica su quanto viene scritto in questi giorni a riguardo, ma penso che, se è vero che stanno tornando alcune malattie, non sia per il mancato vaccino dei bambini, ma forse per altre cause, una delle quali, forse potrebbe essere l’incontrollata flusso di migranti, i quali non credo siano stati tutti accuratamente sottoposti ad una profilassi per le vaccinazioni.

Andrea Leoni

Questa lettera è comparsa qualche giorno fa in un giornale locale di Trento. La lettera è ben scritta, non apertamente offensiva, con tanti forse. Eppure sento il retrogusto amaro, un disgusto poco classificabile, ed è lo stesso sottile disagio che provo ogni volta che le persone utilizzano la frase ‘io non sono razzista/omofobo/intollerante, però…’ Però. Quattro lettere e un accento non dovrebbero essere così disturbanti mi dico. In questa lettera, la neanche tanto velata punta di intolleranza compare nel momento in cui si attribuisce agli immigrati la recrudescenza di alcune malattie ricomparse in Italia. Parla di responsabilità, di scelte, ma paradossalmente non se ne assume nessuna scaricando, sempre con tanti forse, alcune patologie ad una categoria che, da sempre, ma oggi più che mai, paga per i nostri mali sociali.

Fatemi fare un inciso: esiste da tempo un ragionamento circa l’opportunità o meno di far vaccinare i propri figli. Molti genitori, stante la possibilità che i vaccini non garantiscano un’affidabilità del 100%, rifiutano di far vaccinare i propri figli. Questa scelta sta portando alla ricomparsa di malattie considerate ormai debellate. A Giugno di quest’anno, in Spagna, comparve la notizia che un bambino era stato ricoverato in ospedale per difterite. Era dal 1987 che in Spagna non si avevano ricoveri per questa malattia. Comprendo le paure legate alla salute dei propri figli, e capisco che l’obiettivo di un genitore dovrebbe essere quello di fare il meglio per la salute del proprio bambino. Temo, però, che il dibattito sui vaccini, come purtroppo accade per molti altri temi, si stia spostando sempre più dal terreno della considerazione razionale dei dati al terreno, molto più scivoloso e insidioso, delle credenze, dei ‘sentito dire’, delle fazioni, degli studi senza nessuna conferma che, forti della paura che inducono in molti, propinano dei rimedi che sono spesso peggiori del male da curare. E temo che la paura e il timore non siano abili consiglieri, in questo come in nessun caso. (Vi consiglio, in merito alla paura che diventa ossessione per i figli,  il bellissimo film Hungry Hearts).

Premesso questo, ma tornando al tema, la lettera è l’emblema della discriminazione elegante, il sunto del ‘si, però’, di tutti coloro che ‘non guardate me, guardate che le cause del vostro male stanno da un’altra parte’, nel continuo rimbalzo del ‘io faccio le mie scelte, non osate criticarle, e non guardate me se quelle scelte hanno conseguenze anche per voi’. La lettera parla di consapevolezza e responsabilità, non avendone e non volendone assumere nessuna. Non sono i nostri bambini a diffondere malattie, saranno quelli arrivati da chissà dove, nati e cresciuti in chissà quali condizioni, che vengono qua a renderci le cose ancora più difficili (sembrano gli untori di manzoniana memoria). Come si può pensare poi che un bambino nato e cresciuto in un paese sanitariamente stabile come il nostro, possa portare malattie? 

Vorrei che si informasse il signor Leoni che, per quanto ben vestito e circondato di comodità, senza nessun trasbordo su un gommone con altre centinaia di persone, pregando che la barca non si rovesci, anche un bambino nato in Italia può non solo contrarre ma anche diffondere queste malattie.

Vorrei ricordare al signor Leoni che i virus e i batteri, ben più evoluti di noi da questo punto di vista, non fanno distinzione tra residenti e immigrati, non chiedono la carta d’identità prima di infettare qualcuno e non si informano sulle condizioni sanitarie del paese nel quale l’ammalato si trova.

Vorrei precisare al signor Leoni che si, ha ragione, le condizioni sanitarie attraverso le quali si muovono queste persone sono disastrose, ma contrapporre la NOSTRA salute con la LORO salute, non aumenterà la probabilità di affrontare al meglio il problema.

Vorrei chiarire al signor Leoni che queste persone fuggono da paesi in guerra, o da paesi in condizioni disastrose, dove non solo spesso non esiste una sanità, ma neanche un diritto alla vita. 

Vorrei dire al signor Leoni che è del tutto pretestuoso accampare delle libertà per i propri figli, stabilendo che (forse) non possano fungere da vettori di contagio per altre persone, decretando indirettamente un diritto alla salute da preservare solo in alcuni casi (i nostri) nei confronti di tutti gli altri. 

Vorrei anche ribadire al signor Leoni che lui non si assume la piena responsabilità: lui si assume, come tutti i genitori, il rischio di fare delle scelte nei confronti dei figli. Come lui, altri genitori, che non possono assumersi nessuna responsabilità ma solo rischi pesantissimi perché non esistono alternative, ‘decidono’ di imbarcarsi verso viaggi terribili, che spesso terminano con morti orribili, con i propri figli. E vorrei che tenesse presente che questi genitori a volte si assumono la terribile responsabilità di far partire i loro figli da soli pur di non farli crescere nelle stesse condizioni in cui sono cresciuti loro.

Ecco io vorrei dire al signor Leoni tutte queste cose. E mi scuserà se utilizzo il suo esempio per parlare con i tanti leoni da tastiera che sempre con più difficoltà tengono a bada la loro intolleranza, a tutti questi leoni senza coraggio che hanno deciso di puntare il dito contro qualcuno, ostinandosi a chiudere gli occhi, le orecchie e il cuore di fronte al dramma che stiamo vivendo in diretta tutti i giorni. Lo vorrei dire a tutte quelle persone nel cuore delle quali urla sempre più forte l’egoismo per la paura della presunta perdita di pochi, piccoli privilegi e che si sentono minacciati da un massa di persone sempre più disperata e affamata.

Vorrei dirlo anche ai leoni peggiori, quelli mascherati da agnelli tolleranti e comprensivi, quelli che ‘io non sono razzista, però’, con il suo corrispettivo 2.0 ‘io farei una distinzione tra immigrati e profughi’, quelli che inneggiano alle sparate becere e populiste del politico di turno che, cavalcando le paure e le angosce di tutti noi, indicano l’immigrazione come la fonte di tutti i mali. 

Prevengo già le critiche che mi sono state rivolte decine di volte. Non voglio fare il buonista, immagino che l’accoglienza e la gestione di questi flussi sia cosa complicata. A differenza delle sempre più facili ricette sentite,  non so che cosa ci sia da fare, non ho quelle facili soluzioni care ai leoni spaventati. So solo che respingerli in massa o rimpatriarli nei loro paesi di origine, non farli sbarcare, lasciarli in mare, non mi sembrano grandi soluzioni. Come non mi sembra una grande soluzione accusarli, forse, della ricomparsa di alcune malattie (vedi la temibilissima scabbia). Sono sicuro che anche se gli dessimo fuoco, come tanti pietosi leoni propongono, nascerebbero dei comitati di protesta che urlerebbero a squarciagola ‘benzina agli italiani’.

Cari leoni, anziché puntare la zampa sull’altro, provate ad assumervi sul serio la vostra responsabilità, e a rivolgere quel dito verso di voi: magari riuscirete a scoprire cosa vi spaventa, cosa vi atterrisce e terrorizza. E non sarete costretti a fare branco per sentirvi più forti e spalleggiati. E ricordate che il leone più aggressivo è quello che ha più paura. Scrivere su Facebook ‘diamogli fuoco’ o gioire per un naufragio non vi rende simpatici: svela quanto terrore abbiate. E la paura è direttamente proporzionale alle idiozie che pubblicate e condividete. Comprendo non sia facile, ma urlare dietro alle ‘colpe’ dell’altro vi porterà sempre più lontano da voi stessi.

Questo è quello che volevo scrivere ai tanti leoni da tastiera che ho la fortuna di incontrare. Tutti gli altri mi scuseranno ma sentivo il bisogno di rimarcare alcune cose e condividere alcuni pensieri che da tempo, e con sempre più insistenza, agitano il mio cuore, sconvolto di fronte ad immagini sempre più abominevoli. 

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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La tanto agognata sanità mentale

Psicologia 1 Comment »

folliaNella quotidianità del mio lavoro, capita spesso di parlare con persone che non si definiscono sane, che hanno paura di sentirsi e di essere considerate strane, non comuni, non a posto. ‘Sono sicuro che sono la persona più strana che ha sentito’, ‘Non saranno in tanti messi male come me’, ‘I miei racconti ti hanno spaventato?’ sono solo alcune delle frasi che sento ripetere. Tutto questo ha avuto come conseguenza l’interrogarmi sul perché del bisogno di questa categorizzazione. Cosa significa essere sani? Chi di noi può definirsi tale?  

Prima di affrontare questo tema, ho bisogno di una piccola premessa. Da una parte temiamo profondamente che i nostri comportamenti o le nostre emozioni non siano sane, che siano strane. Di contro, invece, ci troviamo in un contesto sociale che spinge, almeno apparentemente, a considerarci e a percepirci come unici e diversi l’uno dall’altro. Ci troviamo in una sorta di dilemma: da un lato la società incoraggia la nostra originalità, dall’altro noi stessi temiamo questa originalità e cerchiamo di non apparire come troppo diversi dagli altri, di non scostarci troppo dalla norma.

Andando a scavare più a fondo, si scopre che la presunta spinta sociale ad essere diversi, unici, in realtà non è così ben accetta e che, anzi, la società spinga al conformismo e alla stereotipia, ad una omologazione, soprattutto emotiva, sempre più ampia. L’unicità che viene accettata sembra, infatti, poter riguardare solo aspetti marginali della nostra vita, legati più che altro al consumismo. Mi viene in mente un fenomeno tipicamente contemporaneo. Le nostre auto, oggi considerate un’emanazione della persona che le possiede, possono essere personalizzate all’eccesso, di modo che nessun altro abbia una vettura uguale alla nostra. Sarà UNICA. In questo caso l’anticonvenzionalità viene incentivata e sviluppata. Ma di cosa stiamo parlando? Di prodotti. Di cose. Paradossalmente non possiamo godere dello status del quale possono godere le nostre auto.

Stavamo, però, parlando di sanità: perché ora stiamo parlando di unicità? Credo che le due cose siano strettamente legate e che la nostra paura di non essere sani, o che qualcuno possa giudicarci tali, derivi dalla pressione sociale ad essere omologati e ad essere simili. Il punto importante è che finiamo per credere a questa omologazione e che, di conseguenza, facciamo di tutto per non essere diversi, diventando in questo modo i nostri primi censori, giudici inflessibili che non accettano le nostre stesse unicità.

La paura di essere giudicati e di essere esclusi, parte dallo stesso giudizio e dalla stessa esclusione che noi perpetriamo nei confronti di noi stessi. Se ognuno di noi dovesse realmente coltivarsi, a discapito di quello che può essere l’interesse dominante, verrebbe bollato come strano, diverso, difforme, ribadendo come la nostra unicità possa essere applicata solo ai dettagli della nostra vita, non alla sua interezza. E sappiamo come questo marchio di stranezza, diversità, difformità serva ad escludere l’altro. Ma è un marchio che noi stessi ci premuriamo di coltivare, perché primi a non accettare parti di noi che definiamo strane, o ‘non sane’. E questo processo di esclusione, partito da noi, sembra ormai più automatico del processo inverso, quello inclusivo. Siamo noi ad avere difficoltà ad integrare questa parti di noi stessi e, spaventati da quello che sentiamo o proviamo, ne cerchiamo la legittimazione all’esterno, come se il fatto che quelle emozioni le sentano anche gli altri ci rassereni e ci faccia sentire più ‘normali e sani’ di quello che saremmo disposti a concedere a noi stessi

Come possono conciliarsi allora desiderio di unicità e paura di essere diversi? Semplicemente non possono. Non lo fanno. Si vive con il disagio, con la paura di non sapere aderire ai dettami principali. ‘Non pensare a te pensa ad essere socialmente accettato’ sembra essere una di queste leggi non scritte. E nel non pensare a se stessi troviamo tutta la non accettazione della propria vita emotiva, il non occuparsi del proprio sentire. Da questa mancanza di attenzione per  stessi deriva, in seguito, la mancanza di attenzione per quelle che sono le emozioni dell’altro, in un circolo vizioso continuo che si perpetua. 

Questa non accettazione delle proprie emozioni genera, alla lunga, una grande sofferenza e un grande disagio, perché comunichiamo a noi stessi la nostra incapacità ad accogliere e a supportare quella che è la nostra unicità, e il disagio psichico è, in quest’ottica, la conseguenza di un non sentire emotivo molto costoso da raggiungere, frutto di uno scarto tra un sentire giudicato inammissibile e un “non ascoltarsi” socialmente accettato.

Ed è questa distanza, dagli altri ma soprattutto da noi stessi, che può portare a sviluppare un malessere vero e proprio che non ci fa stare bene né con noi stessi né con gli altri. Spezzare questo circolo è possibile e penso dipenda dalla capacità di recuperare il nostro senso di unicità, nel senso più pieno del termine. Non mi riferisco a scelte egoistiche che prescindano dagli interessi degli altri quanto alla riscoperta delle proprie peculiarità, delle proprie passioni, delle proprie ragioni. Ed è necessario, in questo lavoro, partire da se stessi, da ciò che più si sente autenticamente proprio, riportando l’attenzione su quegli aspetti di sé che spesso vengono sacrificati sull’altare dell’accettazione.

L’insensibilità emotiva verso se stessi diventa causa di malessere e di disagio profondo. Solo riprendendo il contatto con la nostra realtà intima, recuperando l’amore per quella nostra parte originale che spesso tendiamo non solo a non mostrare agli altri ma anche e soprattutto a noi stessi, riconoscendola e legittimandola come nostra, riusciremo a smettere di chiedere se siamo sani, non avendo paura di essere bollati dall’esterno come malati o ‘strani’.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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#Iononriparo (2)

Psicologia, Società… Nessun Commento »

just-love

–  Attaccare continuamente l’autoconsapevolezza del reprobo, tramite l’istigazione alla confusione, all’incertezza e all’insicurezza, la promozione di ogni dinamica di autosqualifica e l’imposizione di immagini degradate precostituite. Si lede in questo modo nelle persone omosessuali un diritto umano cruciale: quello di potersi valorizzare nelle forme affettive amorose che più corrispondono alla propria autenticità. Si impedisce al diverso di esprimersi alla pari con gli altri: è la strada maestra per raggiungere anche tutti gli altri obiettivi. In questo modo si impedisce al deviante – e ai suoi familiari – ogni alternativa esistenziale, sociale, etica e prima ancora psicologica. Egli deve vedere davanti a sé solo la distruzione di ogni prospettiva e del futuro, una completa mancanza di speranza e di senso, perdendo ogni sfiducia e aspettativa di bene.

–  Impedire in tutti modi che il soggetto elabori una visione alternativa positiva di sé e della propria affettività: ogni tecnica deve essere impiegata per rendere il soggetto incapace di operare un distacco dalla visione negativa in cui è cresciuto. Egli deve trovarsi così senza punti di riferimento, bandito e disprezzato dalla comunità di appartenenza, squalificato eticamente e psicologicamente e dunque leso nel proprio Sé. Deve arrivare ad autoaccusarsi di negare i valori di correttezza, di seguire le leggi di Dio, della natura, dell’ordine fecondo del mondo.

– Sottoporre le persone omosessuali – e la loro famiglie – a predizioni negative catastrofiche, imputando loro un destino maligno e infelice; e lanciare profezie di sventura perché fatalmente sia avverino. D’altronde, è facile fare profezie negative sul triste destino degli oppressi, perché distruggere le possibilità è assai più facile che costruirne. Ecco perché in questi testi c’è un’insistenza drammatica sulla disperazione e la negatività di ogni cosa che riguarda il gay, così come una massificazione deterministica. Perché se venisse fuori che tante sono le possibilità e le forme di vita, allora vorrebbe dire che differenti sono i destini che le persone omosessuali possono avere. E, dunque, è possibile sottrarsi al percorso nefasto che si vorrebbe loro imporre come destino. Addirittura, è possibile vivere serenamente. Che fine farebbero, allora, le minacce alle profezie apocalittiche così facilmente sollecitate? [1]

Divisione, contrapposizione, espulsione, istigazione, patologizzazione sono solo alcune delle caratteristiche di questo tipo di teorie che basano il loro successo sulla divisione tra una (presunta) normalità da perseguire e un’anormalità da colpire e ostracizzare. Questo bisogno di etichettamento porta a non considerare la storia dell’individuo, le sofferenze che, spesso per la colpevole repressione sociale che ancora circonda le scelte sessuali individuali, caratterizzano la sua vita e anzi, approfittando di questa debolezza e di questo bisogno di (presunta) normalità, cerca di instillare il bisogno di accettazione nel paziente insistendo su quanto potrebbe essere migliore una scelta sessuale che sia socialmente approvata e non repressa ed ostacolata e come questo potrebbe significare minore sofferenza per il soggetto stesso. Quest’ultimo, affidandosi e fidandosi del suo terapeuta, ritiene che una scelta di questo tipo possa essere preferibile e possa evitare alcune sofferenze sebbene sia una scelta che  si accompagna alla repressione e al rinnegare i propri istinti più naturali, più ‘normali’ proprio perché innati

É contro questo tipo di deriva patologizzante che ci siamo impegnati, mettendoci anche la faccia, per ribadire la scorrettezza di questo tipo di pratiche. Pressioni di questo tipo sono profondamente scorrette qualunque sia il tema, dal momento che il terapeuta non ha il compito di dire al suo paziente cosa debba fare/essere, quanto di cercare di capire con lui quali scelte siano più adatte nella sua vita.  E, non dimentichiamolo, costituisce una violazione profonda del Codice Deontologico degli Psicologi il quale, all’articolo 3, sancisce come lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale.

Insomma ancora una volta il rispetto della persona che ci si siede davanti dovrebbe venire prima di tutte le nostre considerazioni personali, morali o religiose che siano. Questa attenzione è premessa per me indispensabile per svolgere con correttezza e attenzione il delicato lavoro che abbiamo scelto di portare avanti. 

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure commentando il post.  

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Rigliano, P., Ciliberto, J., Ferrari, F. (2012), Curare i gay?, Raffaello Cortina Editore, Milano, pp. 170-172

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#Iononriparo (1)

Psicologia, Società… Nessun Commento »

just-loveQualche tempo fa io e la mia collega Carla Sale Musio, aderendo alla campagna nazionale di sensibilizzazione sul tema, abbiamo pubblicato la foto con la scritta #iononriparo. Molti contatti ci hanno chiesto cosa volesse dire quel cartello, a cosa si riferisse e cosa non riparassimo. La maggior parte delle persone pensava fosse legato al fatto che ‘non ripariamo i matti’, e che semplicemente aiutiamo le persone ma non le aggiustiamo. Sicuramente è vero che, nel senso letterale del termine, non ‘ripariamo’ nessuno, ma in realtà il focus di quella campagna era molto più specifico e si riferiva alla netta contrarietà che noi, e moltissimi altri colleghi, nutriamo nei confronti delle cosiddette teorie riparative nei confronti dell’omosessualità. Grazie a questa foto, mi sono reso conto che poche persone conoscono queste posizioni e sarebbe forse il caso di cercare di capire cosa siano e su quali princìpi si basino. Le cosiddette teorie riparative, dette anche terapie di conversione, sono terapie che hanno come finalità la negazione dell’orientamento sessuale dell’individuo e il suo riorientamento verso una sessualità percepita come normale, quindi sostanzialmente ed esclusivamente la sessualità eterosessuale. Le terapie di conversione basano la loro efficacia sulla repressione del proprio desiderio primario per l’assecondamento di un desiderio sessuale considerato più ‘normale’ o socialmente accettato. Gran parte di queste teorie sono sostenute da psicologi o terapeuti fortemente legati ad organizzazioni religiose, ottica che necessariamente altera da principio il lavoro con la persona omosessuale. Queste posizioni sono fortemente osteggiate dalle associazioni di psicologi e psichiatri, sia americani che europei, in quanto forzerebbero la terapia con il paziente verso esiti imposti socialmente e contribuirebbero all’associazione omosessualità=malattia, associazione rinnegata da tempo da tutte le più importanti organizzazioni internazionali di psicologi, nonché dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. 

Quali sono i princìpi sui quali queste teorie si basano? Quali sono le premesse che fondano questa classificazione tra una sessualità ‘accettata’ e una invece inaccettabile e da modificare? Questo lavoro è basato sulla disanima fatta nel testo Curare i gay?(in fondo al post, come sempre, trovate tutti i riferimenti bibliografici) che ha provato a classificare i presupposti metodologici dei quali questo tipo di teorie si fa forte:

– Contrapporre in modo rigido identità maschile e femminile, dentro l’unico ordine naturale possibile, quello eterosessuale. Dunque tutto ciò che si discosta da questo schema binario non può che essere patologia o peccato, più spesso tutti e due.

– Sottoporre l’omosessualità di cui il soggetto è malato a ogni sorta di denigrazione e squalifica – psicologica, etica, religiosa – e precludere al soggetto stesso ogni bene e valore in cui pure il soggetto crede e che gli viene imputato di negare per definizione a priori.

– Contrapporre in modo insanabile il bene e il male, secondo una logica “tutto o nulla”.

– Espellere l’omosessualità dall’Ordine dell’umanità: essa non esiste se non come patologia, chi vuole farne un’identità si contrappone ai principi e alle forme eterne in cui si incarna il progetto di Dio per l’umanità.

– Legittimare, non condannandolo, l’odio sociale, il disprezzo fino all’ostracismo, fino agli attacchi fisici – a partire dalla riprovazione fino all’espulsione da parte della propria famiglia; se il deviante è soggetto all’isolamento e all’emarginazione, che implica la mancanza di ogni supporto, questo è una conseguenza del suo essere. 

– Instaurare un vero e proprio processo di patologizzazione basato sulla disumanizzazione delle persone omosessuali, per arrivare a contestarne l’esistenza. Tale processo si svolge attraverso varie tappe: separare “gli omosessuali” da “i normali”; indicarne le tappe di una progressiva degenerazione; evidenziarne i segni patologici affinché i sani possano esercitare il proprio acume diagnostico; eliminare tutto ciò che contrasta con questa visione, fino a leggerne i segni positivi come contro reazione compensatore fraudolenta; costruire una visione catastrofica deterministica del loro destino; evitare sempre di analizzare il contesto in cui diversi sono costretti a vivere. Viene instaurato un circolo vizioso autogiustificantesi: dal metaforico si passa al corpo e poi al simbolico e quindi al comportamento. Dal disordine del desiderio si passa alla immoralità del comportamento, al danno provocato al proprio fisico, rintracciando in esso i segni che dicono la morbosa malvagità del gay, e poi di nuovo si giunge alla condanna psicologico-morale, stabilita definitivamente in sede etico-religiosa: i gay sono moralmente disonesti perché oggettivamente disordinati.

– Strutturare così un perfetto meccanismo di circolarità paranoica, che genera generalizzazione (“tutti gli omosessuali sono uguali”, cioè malati, ma anche “tutti i gay sono uguali”, cioè perversi), personalizzazione (ciò che vedo dei comportamenti è proprio come la persona è), insensatezza (per essere così devono per forza avere qualcosa di sbagliato), deresponsabilizzazione (se sono così è solo colpa loro). Quando si fa fatica a trovare ciò che si cerca, lo si suppone, e allora scatta il delirio di riferimento e di persecuzione: è il grande complotto della lobby gay, la congiura degli insospettabili corrotti contro gli innocenti.

 

– CONTINUA –

[1] Rigliano, P., Ciliberto, J., Ferrari, F. (2012), Curare i gay?, Raffaello Cortina Editore, Milano, pp. 170-172

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Ipersemplificare la realtà

Psicologia, Società… Nessun Commento »

semplificareIl sottotitolo di questo post potrebbe essere ‘viaggio al centro di una realtà più facile’. Una delle tendenze che ho notato maggiormente, nel mondo virtuale ma non solo, è come tutto venga semplificato in maniera incredibile. Di qualunque cosa si tratti, di qualunque cosa si parli, di qualunque cosa si discuta, le posizioni degli interlocutori si polarizzano sulla semplificazione estrema, su un buono e su un cattivo, su un giusto e sbagliato, anche quando si tratta di realtà ben più complesse. Come mai avviene tutto questo? Che bisogno abbiamo di questo movimento? Una delle prime spiegazioni che mi viene in mente riguarda il fatto che forse proprio ora abbiamo idea della complessità della realtà che ci circonda. Mi spiego meglio: siamo nel momento storico in cui abbiamo la maggiore disponibilità di informazioni che l’uomo abbia mai avuto. Non so se tutto sia disponibile online, ma è vero che un enorme numero di informazioni è disponibile per chiunque.

Il vero problema in questa mole di informazioni diventa, semmai, quello di vagliare la validità o meno di queste informazioni. Se è vero che i nuovi media, come i social network, hanno fornito una massa di informazioni in più, che l’uomo non ha mai avuto a disposizione, è anche vero che è diventato ancora più complicato cercare di interpretare questa quantità enorme di informazioni, cercare di capirne il senso e conseguentemente capire il nostro senso rispetto a quello che veniamo a sapere. Fare questo non è assolutamente facile, ne semplice, anzi.

La difficoltà percepita nel maneggiare ed interpretare queste informazioni rinforza la tendenza a sfrondare il più possibile la realtà da quegli elementi che non comprendiamo per non aumentare ancora di più la possibile confusione interpretativa. Questo lavoro di sfoltimento comporta necessariamente la problematicità di stabilire che cosa sia o che cosa non sia realistico, che cosa sia o che cosa non sia veritiero. Inevitabilmente questo comporta la necessità di semplificare quello che abbiamo capito essere troppo complesso. Ad esempio considerare l’Euro in tutta la sua complessità è molto più ostico rispetto al dire che l’Euro è colpevole di tutti i mali nei quali ci troviamo. Che, se ci si sofferma a pensare, sarebbe come affermare che il maggior numero di feriti per armi da taglio dipenda dal fatto che ci sono troppi coltelli in giro.

Questo disorientamento informativo porta ad una ipersemplificazione della realtà perché le persone non sentono più di avere gli strumenti, nel mare magnum delle informazioni disponibili, per accettare il livello di complessità che la realtà ha ormai mostrato. Inoltre è molto più protettivo per noi pensare di conoscere (e padroneggiare) la realtà nella quale ci troviamo. Questo, credo, è ciò che avviene: più informazioni abbiamo, più abbiamo bisogno di semplificare quello che ci vien detto dovendo sacrificare, sull’altare della comprensione, la complessità della realtà all’interno della quale ci muoviamo. Più ci addentriamo nella conoscenza, più ci addentriamo nel sapere che cosa succede, più ci addentriamo e capiamo qual è appunto la complessità di tutto ciò che ci circonda, più abbiamo bisogno di negare questa complessità.

La prospettiva da preferire, per quanto ovviamente più difficile, sarebbe appunto quella  della complessità: è fuorviante pensare che esista un’unica causa per spiegare quello che ci circonda, è complicato capire dove possa collocarsi il ‘colpevole’ o la ‘vittima’, dove si collochi il buono e dove il cattivo in molti ambiti della nostra vita quotidiana. E’, invece, apparentemente più semplice, ma credo meno esaustivo, concentrarci su chi sia il buono da tifare o il cattivo da stigmatizzare, dove sia il giusto e dove sia lo sbagliato, cosa sia da mettere sugli altari e cosa gettare nella polvere.

L’ottica della complessità è per me assolutamente necessaria per cercare di capire quella che è la sovrapposizione di diversi livelli della realtà che ci circonda. La soluzione non è quella di semplificare le informazioni che riceviamo perché questo movimento solo apparentemente ci aiuta nella comprensione di cosa sta succedendo intorno a noi. Semplificare può essere rassicurante, ma non ci consente di leggere la natura di ciò che ci circonda. Il fatto che la complessità comporti uno sforzo maggiore per comprendere sarà alla lunga ben più appagante che tifare quello che abbiamo eletto il buono (o il cattivo naturalmente!).

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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Storie di ordinaria sofferenza

Adolescenza, Emozioni, Psicologia 6 Comments »

Storie di ordinaria sofferenzaUn giorno come tanti, in studio. Il penultimo appuntamento di un martedì è con un ragazzo nuovo. Lo chiameremo Luca.

Luca, per quanto odi questo termine, è un ‘normale’ ragazzo di 12 anni. Va bene a scuola, fa sport, è integrato nel gruppo dei suoi amici. Apparentemente non ha nulla di cui parlare e, perlomeno nei primi istanti, mi chiedo cosa ci faccia li con me. Avverto un non detto, una paura che aleggia sopra la normalità della sua vita di dodicenne. Mi  racconta tante cose, è aperto e si fida della mia curiosità, mi racconta delle sue passioni, mi introduce ai suoi sentimenti. Come se stesse entrando in un territorio minato, avverto il cambio di clima emotivo e, mentre inizia a parlare del fratello spiazzandomi, come solo gli adolescenti riescono, inizia a piangere.

Piange molto, piange lacrime amare che cerca di nascondere. Piange e io non so che fare. Non riesco a capire cosa lo abbia fatto piangere, non riesco a capire che cosa lo stia spaventando tanto, non riesco a capire cosa stiano esprimendo quelle lacrime. Non so se fermarmi o se chiedergli cosa non vada, se interpreterà meglio il mio silenzio o le mie parole. Alla fine è lui a spezzare il momento. Sempre continuando a piangere, mi dice che è così triste perché una persona ha apostrofato suo fratello col termine ‘frocio’. Ci sta male, soffre per la cattiveria delle persone e sente di non essere in grado di proteggere il fratello dall’insensibilità altrui.

Mi trovo subito a pensare cosa fare. Cercare di fargli capire quanto le persone a volte siano insensibili e non si accorgano di quanto possano fare male? Cercare di fargli comprendere quello che sente? Il mio voler fare non mi permette bene di accorgermi di ciò a cui sto assistendo: il mio spiazzamento di fronte alla bellezza, alla pulizia dei sentimenti di un ragazzo che piange per il modo ignobile in cui viene apostrofato il fratello. Mi inorgoglisce pensare di avere a che fare con una persona così bella. Penso che se ci fossero tante persone così, il mondo sarebbe un posto migliore, le persone baderebbero di più a non ferirsi. La verità è che mi emoziona. Mi emoziona profondamente. Mi fa, per l’ennesima volta, amare profondamente quello che faccio, mi fa amare il mio privilegio di poter assistere, spesso nascosta dietro alla sofferenza e alle lacrime, alla bellezza delle persone. Mi emoziona profondamente poter pensare al grande insegnamento che, magari del tutto inconsapevolmente, questo ragazzo mi sta dando. Mi emoziona profondamente la sensibilità con la quale riesce ad aprirsi davanti ad uno sconosciuto e comunicare in un solo istante le paure che prova. Mi emoziona e lo ringrazio per questo.

Sono convinto che condividere un disagio di questo tipo sia profondamente terapeutico, perché diamo la possibilità a noi stessi di far emergere i sentimenti che temiamo e che non sappiamo come gestire. Ed è profondamente terapeutico trovare una persona che non rimane indifferente a ciò che ti ferisce.

Di un’altra cosa sono convinto: di quanto profondamente mi rattristi che un ragazzo debba piangere perché le persone non accettino che il fratello potrebbe essere omosessuale. Per l’ignoranza che ancora circonda le scelte di vita che una persona può (o può non) fare. Per la superficialità con la quale le persone spesso feriscono. Non ho soluzioni per quello che mi racconta, non posso prepararlo a proteggere meglio il fratello di quanto non faccia, ne a cambiare le persone. Posso solo invitarlo a comunicare quello che prova, in primis al fratello stesso, lasciando che sappia che l’epiteto che gli rivolgono lo colpisce molto, gli provoca tutta una serie di emozioni. E che sappia che quello che prova o quello che deve subire il fratello non lascia tutti indifferenti.

A cominciare da me. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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FILM: Requiem for a dream

Cinema, Psicologia Nessun Commento »

Requiem-for-a-Dream-Wallpaper-Il film del quale voglio parlarvi oggi è uno dei film più descrittivi di quello che è la dipendenza in ogni suo aspetto. Requiem for a dream (2000) diretto da Darren Aronofsky, è la lenta discesa di ognuno dei quattro personaggi principali nella sua personale dipendenza. Il titolo è abbastanza esplicativo di quello che verrà mostrato: il requiem per ogni sogno, per ogni speranza e per ogni illusione delle persone che mostra. I protagonisti sono la signora Sara Goldfarb (Ellen Burstyn) madre e casalinga, completamente e totalmente dipendente dalla sua televisione e dal figlio Harry (Jared Leto), unico scopo della sua vita. Harry, a sua volta tossicodipendente, è molto legato all’amico Tyrone (Marlon Wayans) e alla fidanzata Marion (Jennifer Connelly), tossicodipendenti a loro volta.

Ognuno dei protagonisti si lega alla dipendenza dell’altro e ha come obiettivo il proprio riscatto, che persegue con ogni mezzo fino all’autodistruzione, al requiem del titolo per il sogno di farcela. Il film è secondo me perfetto per descrivere non solo la dipendenza, quanto l’alienazione, sia nei confronti degli altri che nei confronti di se stessi, che il mancato riconoscimento di queste debolezze porta a non affrontare.

La madre, Sara, è del tutto presa dalla realtà fittizia dei suoi programmi televisivi, dai continui gesti stereotipati che scandiscono il passaggio del tempo in una routine quotidiana ormai insignificante, mentre coltiva la speranza e il desiderio di partecipare al suo programma preferito e, tramite questo, avere il suo personale riscatto da una vita solitaria nella quale non le è rimasto nulla dopo la morte del marito. In vista della ipotetica partecipazione ad uno dei suoi programmi tv, Sara coltiva una vera e propria ossessione per il suo aspetto fisico, volendo rientrare in un abito che non indossava più da tanto tempo. Questo obiettivo assurge a diventare idolo della sua stessa esistenza, unico e inutile scopo di una vita vuota. Per ottenere l’agognato risultato, si rivolge ad un medico che le fa assumere (e sviluppare un’altra dipendenza) delle anfetamine, farmaci anoressizzanti.

Nessuna delle amiche della donna interviene, nessuna (ma questo accade di continuo nel film tra i diversi personaggi) si rapporta con la persona reale quanto con le aspettative che hanno nei confronti dell’altro. L’alienazione è ben descritta dal rapporto che Sara ha con il medico che ne segue la dieta: in nessuna occasione la degna di uno sguardo: il loro rapporto è dato semplicemente dalla compilazione della ricetta per le pillole.

La relazione di Sara col figlio Harry è sullo stesso piano: alienante. Sara non sembra chiedersi mai chi sia/cosa faccia il figlio ma proietta su di lui i suoi desideri (che lavori, che trovi una fidanzata, che abbia una vita ‘normale’); a sua volta il figlio non si rende conto dell’alienazione della mamma nel suo isolamento, mirando semplicemente a farla felice cercando di comprarle una televisione migliore. Non esiste nessuna famiglia, non c’è una relazione: il loro è l’incontro di debolezze, speranze e desideri che si proiettano sull’altro. La ragazza di Harry, Marion è un altro esempio di come la famiglia sia del tutto assente: proviene da una famiglia benestante (che non compare mai nel film) il cui unico scopo è mantenerla e pagarle le cure da uno psichiatra. Anche lo psichiatra, così come il medico che segue la mamma Sara, è una figura misera in questo quadro, un approfittatore delle debolezze altrui. Harry e l’amico Tyrone hanno come unico scopo quello di riuscire a diventare spacciatori sempre più grandi e affrancarsi da una vita fallimentare diventando ricchi (vedi le fantasie risarcitorie ricorrenti di Tyrone con la madre e le sue promesse che ‘ce l’avrebbe fatta’). 

Il risultato, ovviamente, sarà di tutt’altro tipo: una lenta discesa nell’inferno personale di ciascuno di loro, una totale incapacità di accettare i propri limiti e le proprie possibilità, un continuo stordirsi con tutto (droga, tv, sesso…) qualunque cosa permetta loro di allontanarsi da quello che sono e possa far sognare realtà che non esistono, vite degne di nota, possibilità di riscatto nate e cresciute dall’essere qualcun’altro piuttosto che riuscire a partire da se stessi.

Questa scissione tra chi si è e cosa si vorrebbe essere è data anche a livello visivo dall’uso che il regista fa del cosiddetto split screen, la divisione in due diverse inquadrature dello schermo. I protagonisti sono spesso scissi tra una realtà immaginaria e consolatoria e una verità che non accettano e che rifuggono. Un continuo alternarsi tra vita reale e speranza, tra mondo concreto e illusione che trova il suo apice nei deliri della madre ridicolizzata dal suo scintillante alter-ego televisivo e totalmente frastornata dalle sue paure nel mondo reale, del tutto in balia della sua separazione, incapace di permettere un dialogo tra le sue varie anime che acquistano spessore e che arrivano a scontrarsi frontalmente.

Il film è diviso in tre episodi intitolati Summer (estate), Autumn (autunno) e Winter (inverno). L’inverno è l’inverno delle anime, anime diventate completamente fredde, completamente sorde a se stesse, impegnate nella ricerca di qualcosa o di qualcuno esterno loro che possa far sentire il senso della propria vita che si avverte perduto. All’inverno non segue nessuna primavera, nessun risveglio, nessuna rinascita. La lenta discesa è compiuta, l’alienazione è arrivata all’apice: ognuno di loro non ha più idea di chi sia ne del proprio senso. Un film assolutamente cupo, nelle atmosfere, nella fotografia, nelle luci, nella splendida colonna sonora, un film crudo su cosa siano le dipendenze (emblematico, in questo senso, il fatto che lo spaccio avvenga all’interno di un supermercato, moderno luogo delle nostre molteplici dipendenze, quali esse siano: alimentari, igieniche, ludiche…).

Un film estremo che spinge a riflettere sulla dipendenza, sulle diverse forme di dipendenza e su come queste abbiano la capacità di allontanarci da noi stessi, nel portare il baricentro del nostro equilibrio sempre più lontano fino a farci crollare, fino a farci collassare in un inverno perenne.

Qualora l’aveste visto e voleste farmi sapere la vostra opinione, lasciate un commento o scrivetemi (fabrizioboninu@gmail.com)

A presto…

Fabrizio Boninu

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A scuola di violenza

Adolescenza, Psicologia, Scuola Nessun Commento »

A scuola di violenzaSono rimasto colpito, come molti di voi credo, dall’ennesimo caso di cronaca riguardante un episodio di violenza scolastica. In breve il racconto (come apparso sul quotidiano L’Unione Sarda): un insegnante di disegno di una scuola di Cagliari, è stato denunciato dai genitori di un suo alunno sedicenne perché lo avrebbe schiaffeggiato. L’episodio risale al 29 ottobre scorso. Sempre stando a quanto riportato dal quotidiano, il ragazzo era stato ripreso diverse volte perché disturbava la lezione ed era stato infine mandato fuori dall’aula. Il professore sostiene di essere stato aggredito dal ragazzo e di avergli dato uno schiaffo per difendersi. Nell’articolo si riporta anche la posizione dei genitori del ragazzo che qualificano l’episodio come ingiustificabile.

A corredo dell’articolo, i commenti dei lettori all’episodio rendono molto bene la posizione generale su questo tipo di episodi: ‘Non credo che il professore abbia torto ma credo che i genitori oltre allo schiaffo del prof dovrebbero darglielo anche loro. Coraggio prof io sono con te.’, ‘Il prof. ha fatto benissimo, due ceffoni ben dati quando ci vogliono fanno solo bene. Io li darei anche a certi genitori che sono più cafoni dei loro figli’, ‘Siamo arrivati all’assurdo non solo non sono in grado di educare i figli ma si permettono pure di denunciare. …… mio padre mi avrebbe preso a calci …..povera Italia !’, ‘Se i fatti si sono svolti come riporta la cronaca:PIENA SOLIDARIETÀ AL DOCENTE. Sono una madre di tre figli e ho avuto molto dalla scuola per i miei ragazzi, ai quali ho sempre insegnato rispetto per le istituzioni’, e ancora ‘Se ai miei tempi un insegnante fosse arrivato al punto di darmi uno schiaffo e lo avessi riferito a casa ne avrei preso il doppio dai miei genitori’, ‘Confido nel Giudice chiamato ad esprimersi sull’accaduto affinché dia un paio di calci nel sedere a quel genitore degno di cotanto figlio!’, ‘Purtroppo questi teppisti da strapazzo riescono a compromettere la vita è la serenità di una intera comunità provocando all’inverosimile e non consentendo di fare lezione.. Ma la cosa grave è che sono anche spalleggiati da genitori incapaci ad educare che in queste situazioni hanno sempre la denuncia facile per raggranellare qualche soldo. Fosse stata mia madre, lui avrebbe aggiunto su me altri sonori ceffoni dopo quello del professore’, ‘Difesa totale nei confronti del professore’, e infine ‘Perché non denunciarli ai tribunali dei minori per l’inadeguatezza della loro educazione?’.

Il tono dei commenti è sorprendentemente simile. Sostanzialmente abbiamo la condanna dei genitori, la condanna del ragazzo e il supporto dell’insegnante. Lo schieramento è palese. Nessuno si chiede cosa abbia fatto degenerare in questo modo la situazione. Nessuno ipotizza che questo sia solo l’ultimo anello di una catena molto lunga che vede noi adulti coinvolti nella sempre più marcata incapacità di fornire modelli positivi ai ragazzi. Si parte lancia in resta con l’accusa, non sembra esserci spazio per una riflessione, per un’interrogarsi che non ha facili ricette.

Il disagio all’interno delle scuole sta diventando sempre più evidente e palpabile, ed è qualcosa che travalica sempre più spesso il contesto scolastico e assurge a fatto di cronaca. Alcuni punti sembrano però chiari e compaiono anche in questa vicenda: il più evidente è l’allentamento dell’alleanza genitori/insegnanti. Se un tempo c’era il riconoscimento sociale del ruolo dell’insegnante e della sua funzione educativa, ora spesso sembra di assistere ad una battaglia tra due eserciti schierati che sembrano non condividere gli stessi obiettivi. In questo scollamento gli insegnanti si trovano soli a fronteggiare difficoltà che, per paura che sfocino in denunce, vengono lasciate perdere e non contenute. Quest’ultimo aspetto, il ricorso frequente a denunce, non fa che esacerbare ulteriormente le posizioni, disimpegnando gli insegnanti.

Qual è la soluzione a tutto questo? Non ho facili consigli da dare, perché ritengo la situazione particolarmente complessa. Mi vengono in mente, invece, una serie di condizionali: andrebbe rivista la nostra scelta educativa, andrebbe favorito il confronto tra posizioni diverse, andrebbe coltivato il rispetto delle persone e della loro funzione, andrebbe svelenito il clima, andrebbe rinsaldata l’alleanza tra le figure che, a vario titolo, si occupano dell’educazione dei ragazzi. Andrebbero fatte tante cose in effetti. Andrebbe anche evitato uno schieramento aprioristico su posizioni facili (ha ragione l’insegnante/hanno ragione i genitori) che non solo ci fanno perdere la complessità della vicenda, ma che temo non aiutino a comprendere quello che succede.

Che ci sia spesso un atteggiamento esecrabile da parte di alcuni ragazzi è, purtroppo sempre più frequente. Che quei ragazzi siano cresciuti con modelli adulti quantomeno discutibili è un altro tassello del puzzle. Che le cose possano essere risolte additando un colpevole, questo è un aspetto del quale non sono poi tanto sicuro

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

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