La responsabilità

Psicologia, Società… Nessun Commento »

responsabilitàMi sono reso conto che spesso, nei miei post ma anche quando lavoro, parlo di responsabilità, di prendersi la responsabilità, di avere la responsabilità di guidare le proprie scelte, le proprie decisioni, la propria vita. Le parole, e anche questo è un mio leitmotiv abbastanza ricorrente, hanno un peso e costituiscono l’impalcatura attraverso la quale costruiamo e creiamo la realtà all’interno della quale ci muoviamo. Per questo mi è sembrata doverosa una riflessione sul termine stesso: responsabilità. Cosa vuol dire essere responsabili? In che modo ci si può prendere la responsabilità? Come per tutte le cose, credo sia meglio partire dall’inizio, dal significato del termine. Secondo la definizione dell’enciclopedia Treccani, la parola responsabilità deriva dal latino responsum «risposta» e sarebbe la capacità di rispondere dei propri comportamenti, rendendone ragione e accettandone le conseguenze. Cercando la stessa parola su Google, abbiamo questa definizione: ‘congruenza con un impegno assunto o con un comportamento, in quanto importa e sottintende l’accettazione di ogni conseguenza, specie dal punto di vista della sanzione morale e giuridica: assumersi, addossarsi, prendersi la responsabilità di un’azione; una grande, una grave responsabilità; mi assumo per intero la responsabilità; non voglio alcuna responsabilità’.

Queste prime definizioni riescono a darci un’idea generale di cosa sia, nel senso comune, la responsabilità e il significato è contenuto nell’etimologia stessa della parola. Responsabilità è parola formata da altre due parole: responso (risposta appunto in latino) e abilità. La responsabilità sarebbe dunque l’abilità di dare risposta, la capacità di rimandare il perché della propria azione, l’idea di riuscire a rispondere delle conseguenze dei propri atti. Ecco un primo punto: rimandare a chi? A chi si deve rispondere delle proprie azioni? Generalmente ci si immagina che il primo al quale si debba rendere questa risposta sia l’altro ed è per l’altro che ci si prende la responsabilità di quello che si è fatto, sia che la cosa fatta abbia valenza positiva sia che la cosa fatta abbia valenza negativa. Se, giocando a pallone, rompessi il vetro di una finestra, il pensiero immediato sarebbe prendermi (o non prendermi, naturalmente!) la responsabilità rispetto agli altri di quello che ho fatto. Se fossi ancora a scuola e prendessi un bel voto, il primo pensiero, probabilmente, sarebbe di immaginare cosa penseranno gli altri quando sapranno che ho preso un voto così bello. La responsabilità sembra acquistare senso compiuto quando la si relaziona agli altri quando, cioè, si pensa alle conseguenze di quell’azione e alla capacità di rispondere di quell’azione in relazione al vissuto degli altri.

Questo, però, è solo un primo passo nella riflessione. Se è vero che nell’accezione immediata il riferimento è agli altri, all’esterno, si può, nello stesso tempo, parlare di responsabilità nei confronti di sé stessi? Si può essere responsabili nei confronti di quello che è la propria storia, la personale esperienza e il proprio vissuto? La risposta dovrebbe essere si, ma non sempre è quello che viene in mente quando si tratta questo tema, dal momento che la responsabilità la si immagina, come abbiamo appena detto, in relazione agli altri.

Credo sia necessario rivalutare la dimensione personale della responsabilità e iniziare a pensarla non più come solo in relazione all’altro, ma prendendo come punto di partenza sé stessi. La responsabilità di sé è la capacita di rispondere in primo luogo a noi stessi, l’abilità di capire il perché di quel comportamento, di quell’azione a partire, ripeto, da noi stessi. E in qualche modo di non pensare che l’unica responsabilità sia da riferire al mondo esterno. Questo processo non è automatico, anzi: non siamo abituati a pensare di dover chiarire innanzitutto a noi stessi il perché di quello che facciamo, sentire di avere l’abilità di risposta in primo luogo a noi, convinti, come siamo, che gli unici verso i quali siamo responsabili siano gli altri. Solo recuperando questa dimensione saremo veramente più responsabili. Anche con gli altri. Perché considerare questa prospettiva non vuol dire negare l’altra, anzi. Essere responsabili in primis per sé stessi non vuol dire non esserlo rispetto agli altri. Le due dimensione non sono contrapposte ma profondamente integrabili. Nel momento in cui io sono responsabile di quello che faccio (o penso o credo, ecc), non posso necessariamente che esserlo anche per l’altro perché conscio che quello che ho fatto rappresenta me stesso. Se parto da me, cercando di assumermi la responsabilità di capire cosa mi rappresenti di quello che faccio, avrò la possibilità di essere altrettanto responsabile anche nei confronti dell’altro. Se invece penso alla mia responsabilità partendo da quello che credo si aspetti l’altro, potrei anche portare avanti delle azioni (o delle idee o delle convinzioni) che non so quanto mi rappresentino, correndo il rischio di essere solo apparentemente responsabile di quello che sto portando avanti.

Questa presa di responsabilità nei confronti prima di sé stessi che dell’esterno è particolarmente importante perché segna un ideale passaggio dall’attribuire il perché di quello che facciamo dall’esterno all’interno di noi. Come detto, se pongo il focus della responsabilità all’esterno, allora crederò di dover essere responsabile per quello che gli altri si aspettano da me; ma potrei non essere del tutto in sintonia con quello che in realtà penso. Se pongo il focus all’interno di me stesso, non potrò non essere responsabile di quello che porto avanti.

Come detto fin qua sembra un discorso tutto sommato semplice. Ma esistono situazioni nelle quali la responsabilità del singolo e quella collettiva non sono facilmente districabili. Un esempio che possa fare intuire la complessità di quello su cui stiamo ragionando potrebbe essere questo: immaginiamo un soldato tedesco in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Quel soldato è responsabile di quello che avviene intorno a lui? Se poniamo il focus al suo esterno possiamo dire che c’è una guerra in corso, o che lui non prende le decisioni ma esegue soltanto gli ordini, che la situazione generale è ben più complessa e così via. Se poniamo il focus della responsabilità al suo interno, non possiamo dire nulla di tutto questo, perché quel soldato è nelle condizioni di comprendere quello che sta succedendo attorno a lui. È responsabile? Naturalmente so che è un quesito estremamente complesso, ma il modo in cui immaginate di rispondere lascia intravedere come vi poniate rispetto all’idea di responsabilità. Senza semplificare troppo, perché l’esempio costruito non lo consentirebbe, il soldato avrebbe potuto fare qualunque cosa per rifiutarsi di fare quello che sta facendo. Finanche non diventare un soldato. Invece si trova lì, di guardia, e suppongo si possa affermare che abbia già parte della responsabilità di costruire quello che sta succedendo attorno a lui. Anche perché, e ne sono sempre più convinto, le cose dipendono in grandissima misura da ognuno di noi. Tornando all’esempio, quello che è successo durante la Seconda Guerra Mondiale non è qualcosa comparso dal nulla, ma un processo costruito da milioni di singoli comportamenti, singole responsabilità rivolte verso lo stesso obiettivo e allineate nella stessa direzione. Ogni singola persona è stata responsabile di quello che è stato costruito, ma la maggior parte ne attribuiva all’esterno le cause. I cittadini tedeschi sono stati responsabili alla stregua di un soldato? Già questo singolo esempio può essere utile per rivelarci la complessità e l’intreccio di piani (personale, sociale, fisico ed emotivo) che il tema necessariamente comporta.

Tornando al nostro tema, rivolgere il focus attentivo al nostro interno, piuttosto che all’esterno, è decisamente articolato perché, come appena accennato, implica prendersi in toto la responsabilità del nostro agito/vissuto senza la possibilità di poter addossare agli altri le conseguenze di quello che succede nella nostra vita. Ed è questo l’aspetto che più mette in difficoltà ognuno di noi, sentirsi costruttori attivi di quello che è la vita nella quale ci muoviamo. Ed è per questo che possiamo vivere in maniera consolatoria l’attribuire ad altri le responsabilità delle cose ‘brutte’ che ci succedono. 

Ma forse mi sto dilungando troppo in questa riflessione: ho sicuramente la responsabilità di essere prolisso e scrivere post lunghi, ma vi lascio quella di avermi seguito fino a questo punto.

Se voleste prendervi anche quella di dirmi che ne pensate, sapete come fare!

A presto…

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati 

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

Gli adolescenti in terapia

Adolescenza, Psicologia Nessun Commento »

adolescenzaL’argomento di questo post nasce da una considerazione circa la presunta differenza tra il comportamento degli adolescenti nella vita quotidiana e in terapia. Mi spiego meglio. Dalla mia posizione professionale la cosa più macroscopica che mi trovo spesso a dover fronteggiare quando un adolescente arriva in terapia è la discrepanza tra come lo stesso adolescente è raccontato dai suoi genitori e come invece si comporta durante la seduta stessa. E, in generale, durante la durata del lavoro con me. Nella professione, quando ho a che fare con un minore, il primo colloquio è organizzato con i genitori del ragazzo stesso di modo che possa farmi un’idea dell’organizzazione familiare.

Durante questo primo colloquio capita spesso che i genitori facciano del proprio figlio un quadretto non proprio edificante. Immaginatevi la sorpresa quando al posto dell’essere selvaggio descritto dai genitori viene in seduta un ragazzo educato, rispettoso, attento, spesso molto sensibile e in grado di relazionarsi con un adulto. Ovviamente, questa discrepanza potrebbe essere legata al fatto che il nostro sia un primo incontro. Nel momento in cui acquisirà più confidenza, penso, vedrò anche io quegli aspetti deleteri che mi hanno descritto i suoi genitori. Invece no, la ‘magia’ continua anche dopo la prima seduta e il lavoro continua, talvolta attraversando temi complessi, ad essere piacevole e produttivo. Come è possibile questa discrepanza? Come possono essere così diversi da un ambiente all’altro? Ho trovato a questo proposito interessante un passaggio del testo dello psicoterapeuta Pietropolli Charmet che vi riporto: 

Alla temperatura relazionale adatta al suo temperamento, la fragilità narcisistica dell’adolescente di oggi diventa una risorsa impensabile in altri contesti e a diversi climi relazionali. Ne posso portare devota testimonianza professionale: gli adolescenti fragili che ho incontrato in questi anni di consultazioni durante le crisi evolutive -anche di una certa gravità per i rischi che comportavano, se ritenevano di potersi fidare dell’interlocutore, se cioè lo ritenevano adatto a condividere la loro verità, assumevano nei confronti della relazione responsabilità elevatissime, ed erano capaci di sincerità e generosità relazionali altissime, quasi commoventi soprattutto non sapendo come ricambiare tanta fiducia e creatività relazionale. Non è un’esperienza solo di qualche psicologo particolarmente esperto o seduttivo, ma fa parte del bagaglio di esperienze di qualsiasi adulto sia stato disponibile ad ingaggiare una relazione con un’adolescente alla ricerca di adulti competenti. Si avvera in questi casi un evento relazionale quasi sorprendente, del tutto impensabile se ricondotto all’afasia simbolica che lo stesso adolescente presenta in classe, in gruppo, in famiglia o in palestra. Nella relazione investita affettivamente, l’adolescente fragile sfoggia una sensibilità strepitosa ed una capacità introspettiva che rendono ragione della sua fragilità, e che gli regalano un contatto intenso e veritiero con alcune rappresentazioni mentali profonde, generalmente inaccessibili, perché scomode da pensare e fonti di malessere per chi non si abituato a mantenere un contatto con i contenuti più profondi della propria mente. È molto probabile che sia questo il motivo che rende sorprendenti certi prodotti creativi dell’adolescente fragile, che sembrerebbero incompatibili con lo stile comunicativo trasandato e scontato con cui si esprime nella quotidianità scolastica e familiare; e che, del tutto inopinatamente, sono prodotti espressivi di qualità. [1]

Ma allora cosa contribuisce a costruire quella che l’autore chiama temperatura relazionale adatta? Una delle grandi doti che è necessario avere è la capacità di ascolto e l’interesse per quello che l’altro condivide. Sono due ingredienti fondamentali e per niente scontati nelle relazioni in generale e nelle relazioni con adolescenti in particolare. In un momento della loro vita nel quale stanno cambiando, è necessario che abbiano una figura adulta di riferimento che possa aiutarli a far venire fuori quanto di non detto caratterizza le loro vite perché, pensano spesso, ‘tanto di me che gliene importa’. Quando si accorgono quanto a qualcuno gliene importi di loro, si può avere in cambio una relazione che ha risvolti sorprendenti e che consente di aprire spiragli inediti sulla loro storia. Ripeto, non è una magia e non credo di avere poteri magici. Anzi, spesso, paradossalmente, chiedo loro quale magia avvenga in studio che non sia possibile replicare all’esterno dello studio stesso. Questo li obbliga a pensare come quello che hanno appena sperimentato con me possa essere replicato anche fuori. Li costringe ad uscire dalle risposte più scontate, come ‘ma qui è diverso‘ o ‘ma tu sei uno psicologo‘, e permette loro di autorizzarsi a far si che ciò che hanno costruito con me sia possibile anche in altri contesti. In questo caso le possibilità di condividere la loro storia è decisamente molto più probabile e porta a risultati insperati.

Chi volesse condividere le esperienze con adolescenti (genitori, fratelli, nonni, professionisti) è invitato a farlo (mail: fabrizioboninu@gmail.com oppure telefono 3920008369). Se poi volessero parlare gli stessi protagonisti di questo post… beh, non potrebbero farmi un regalo migliore. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Pietropolli Charmet, G. (2008), Fragile e spavaldo, Editori Laterza, Roma, pp. 106- 108

Tutti i diritti riservati

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

 

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

Il terapeuta in terapia

Psicologia 1 Comment »

questo non è un divanoCome si lavora in terapia? Questa domanda è (o dovrebbe essere) presente nella quotidianità del lavoro terapeutico, perché la capacità di porsi tale quesito denota una buona capacità di osservazione di se stessi ed è una delle caratteristiche necessarie e indispensabili nella vita lavorativa di ogni psicologo. Il punto fondamentale è l’immagine che un professionista ha di quello che è il suo ruolo in terapia. Cosa pensa debba fare in terapia? Cominciamo con una premessa: non esiste un’immagine fissa e statica di quello che dovrebbe essere il suo ruolo perché, come tutte le immagini, è soggetta a cambiamenti e ad aggiustamenti. Molti di noi, per lo meno ad inizio carriera professionale, hanno un’idea abbastanza preconcetta e precostituita di cosa voglia dire fare lo psicologo: cosa bisogna fare, come mi devo comportare, quali siano le cosa migliori da fare in terapia. Insomma, si costituisce uno schema fisso su cosa si deve fare e cosa non si deve fare per essere un buon terapeuta e questa immagine può diventare uno schema molto rigido che costituisce una sorta di cornice invalicabile a quello che si ritiene sia opportuno fare terapia. L’esperienza quotidiana del lavoro porta, di contro, ad affrontare situazioni complesse che travalicano gli schemi, situazioni che sono mutevoli e instabili, non prevedibili e discontinue e vanno aldilà dello schema che ci imponiamo. Questo continuo incontro/scontro con i confini dovrebbe portare lo psicologo ad interrogarsi su quale senso abbiano questi confini, su come definiscano la professione, su come definiscano il suo modo di lavorare, su come siano importanti nel definire la sua relazione col lavoro, su come riescano ad influenzare l’idea stessa della propria professionalità in relazione al suo lavoro.

Quando ho iniziato a lavorare ritenevo non fosse particolarmente saggio rivelare dettagli della mia vita in nessun caso all’interno della relazione terapeutica. La mia immagina era quella di relazione sbilanciata (il paziente parla, lo psicologo tace), l’immagine dello psicologo ‘misterioso’ , che mai si sognerebbe di giocare dettagli della sua vita in terapia. In realtà, con l’esperienza e con la formazione avuta successivamente, ho iniziato a pensare che fornire dei particolari della propria vita, e quindi raccontarsi, possa avere una funzione importante nello stabilire un contatto ed una vicinanza con il proprio paziente. Continuando a studiare, ho appreso che questa viene usata come tecnica nel lavoro ed è chiamata self-disclosure.

Lo stile di conduzione della terapia da parte del terapeuta è, in definitiva, il risultato di una molteplicità di fattori che ha come centro di partenza il terapeuta stesso e la sua visione della sua relazione col paziente. Parte dalla sua formazione e, non fermandosi a questa, costruisce una relazione basata sulle caratteristiche uniche e personali del terapeuta stesso e quelle della persona con la quale lavora e sta costruendo una relazione terapeutica.

A questo proposito ho trovato particolarmente interessante il passaggio del libro che vi riporto, e che reputo uno dei migliori letti ultimamente, (trovate tutti i riferimenti bibliografici in fondo all’articolo). L’unica premessa della quale avete bisogno è l’utilizzo che l’autore fa del termine guru con il quale intende il terapeuta che costituisce la guida del suo pellegrino (paziente). Non fatevi fuorviare dal termine: nel libro è usato in maniera ironica e sancisce proprio la possibilità che non esista un ‘guru’ ma che ognuno debba trovare in se stesso la capacità di prendere in mano la sua vita:

Quando lavoro con un paziente, non solo ascolto la sua storia ma gli racconto anche la mia. Per raggiungere una meta, dobbiamo conoscerci a vicenda. Uno dei lussi dell’essere uno psicoterapeuta è che aiuta a mantenerti onesto. È un po’ come rimanere nella terapia per tutta la vita. Mi aiuta a rimanere impegnato nella narrazione ripetuta della mia storia per il resto di quel pellegrinaggio che è la mia vita. La ricerca condotta nell’autorilevazione appoggia la mia esperienza che l’apertura personale del guru facilita e invita l’apertura crescente del pellegrino. Ma io opero non per aiutare il paziente, ma per aiutare me stesso. È dal centro del mio stesso essere che vengo spinto a partecipare la mia storia. Il fatto che ciò aiuti il paziente è un vantaggio secondario. Ogni volta che commetto l’errore di dare una parte di me stesso deliberatamente per spingere il paziente a condividere con me una parte maggiore di se stesso, egli si ribella alla manipolazione, alla qualità ipocrita e pretenziosa dei miei sforzi. Negli ultimi anni, al contrario, mi fido sempre più dei miei sentimenti, e faccio quanto mi sento di fare senza cercare di controllare l’effetto sul paziente. Quando un paziente diffidente mette in questione la mia sincerità in contrapposizione al mio uso deliberato di tecniche psicoterapeutiche, mi trovo totalmente disinteressato alla distinzione. Non mi chiedo se sono sincero o tecnico quasi da quando ho rinunciato a chiedermi se sono egoista o altruista. Che differenza fa tutto questo? Come possono aiutarmi le risposte a tali domande? (…)

Lo scambio reciproco delle autoriparazioni tra guru e pellegrino, naturalmente, dà priorità a quella del cercatore. Sotto certi aspetti io sono un esperto pagato per offrire servizi. Il paziente, anche se può esserne inconsapevole sa esattamente, sempre meglio di me, dove cominciare ogni seduta. [1]

Questa è la sintesi perfetta di ciò che intendevo, sulla capacità che ognuno di noi dovrebbe avere in seduta di iniziare da se stesso, di partire dalla propria realtà, di aiutare aiutandosi. Solo partendo da noi possiamo arrivare all’altro, solo mettendo l’accento su quanto possiamo aiutare noi stessi siamo in grado di essere d’aiuto agli altri.

E credo fosse una possibilità che neanche prendevo in considerazione quando ho iniziato a lavorare. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] S. B., Kopp (1972), Se incontri il Buddha per la strada uccidilo, Astrolabio, Roma, pag. 29

Tutti i diritti riservati 

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

Sempre a proposito dell’idealizzazione dello psicologo (2)

Psicologia Nessun Commento »

Sempre a proposito dell'idealizzazione dello psicologo (2)Se vogliamo la condizione di subalternità o di non autonomia del paziente potrebbe essere rafforzata proprio perché avviene in un contesto al quale si è rivolto per essere aiutato e nemmeno in questa occasione, per il paziente molto importante, si sentirà di essere stato in grado di fronteggiare autonomamente la propria vita. Il terapeuta deve essere consapevole che questa possibilità è così insidiosa e dovrebbe avere chiari i rischi che si corrono nel credere al proprio ruolo di guru.

Se accetta questo ruolo corre il rischio di innestare questo ruolo su quelle che sono le aspettative del paziente: la terapia può sfociare in un gioco assolutamente complesso nel quale, magari inconsapevolmente ed inconsciamente, le aree del paziente colludono con le aree del terapeuta. La soluzione di questo tipo di situazioni possono essere diverse: o ci si rivolge ad un professionista che con un suo lavoro personale abbia affrontato queste aree collusive e che possa pertanto muoversi meglio nel momento in cui queste stesse aree vengono attivate nella relazione coi pazienti, oppure ci si dovrebbe affidare a persone che con empatia, ma anche con fermezza, possano gestire questo tipo di situazioni in terapia.

Diffidata da un terapeuta che con facilità dispensa consigli su quello che dovreste fare nella vostra vita: vi sta implicitamente dicendo che voi non siete in grado di viverla! Ma è lo stesso Whitaker a suggerire un modo in apparenza molto semplice, ma in realtà terribilmente complesso, per superare questo rischio: palesare l’impotenza del terapeuta: È molto difficile prendere la decisione alternativa di fare terapia con l’intento di essere sia partecipe sia separato, e ancora più difficile mantenerla. Uno dei modi per raggiungere questo obiettivo è rendere palese l’impotenza del terapeuta[1] 

Non pensiate che sia semplicemente un alzata di mani ad una situazione difficile da gestire. Il rendere palese la sua impotenza equivale, per il terapeuta, ad ottenere diversi risultati: a) essere consapevole della difficoltà che sta incontrando in terapia, b) ammetterlo con un suo paziente, c) non rendere vana la terapia introducendo o un elemento di rottura rispetto alla terapia stessa, oppure la possibilità di inviare il proprio paziente da un altro collega. Questo permetterà di non vanificare il lavoro terapeutico stesso. 

Ma il risultato in assoluto più importante che si può ottenere con una mossa di questo tipo è ribadire al paziente che nessuno, eccetto egli stesso, è in grado di vivere la propria vita, e che non si sostituirà a lui dandogli un’ulteriore conferma della sua inadeguatezza. E questo è uno dei risultati più alti all’interno di un percorso terapeutico.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Whithaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 233

Tutti i diritti riservati

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Sempre a proposito dell’idealizzazione dello psicologo (1)

Psicologia Nessun Commento »

Sempre a proposito dell'idealizzazione dello psicologo (1)Il post di oggi vuole occuparsi di un tema del quale mi era già occupato in passato (L’idealizzazione dello psicologo, 06.12.2011) e che riguarda un aspetto molto importante all’interno della terapia. Sto parlando dell’ idealizzazione dello psicologo, quel processo mediante il quale il terapeuta viene appunto idealizzato da un suo paziente e che porta il paziente ad identificare il suo medico come una sorta di guru che tutto può e che tutto risolve. Ora questa posizione, lungi dall’essere una posizione facilmente gestibile all’interno di un percorso psicoterapeutico per il paziente, è pericolosa per lo stesso terapeuta che può trovare solleticate in terapie parti di sé onnipotenti che, se non conosciute e risolte, possono sfociare nel riconoscimento e nell’accettazione di questo ruolo.

Questo porta la terapia ad essere potenzialmente rischiosa per il paziente stesso e la presa in carico terapeutica si rivela estremamente difficile da gestire. Di questo tema si sono occupati tutti i più grandi terapeuti sistemico familiari. Vi riporto la posizione in proposito di uno dei più grandi e originali innovatori in materia, Carl Whitaker nel suoConsiderazioni notturne di un terapeuta della famiglia:

Una delle difficoltà di accedere al campo di gioco terapeutico dipende dal delirio di grandezza che viene sollecitato dal paziente e dei suoi bisogni; il terapeuta è visto come un Dio onnipotente e onnisciente. Mi pare inoltre chiaro che, come il terapeuta è al centro del mondo del paziente, il paziente e al centro del mondo del terapeuta. Se il terapeuta si fa sedurre da questo delirio di grandezza, la terapia diventa inutile[1] 

Il rischio è appunto questo: se il terapeuta si fa sedurre da questo delirio di grandezza, la terapia diventa inutile. Vi starete chiedendo forse se un terapeuta non dovrebbe essere pronto a gestire investimenti di questo tipo da parte di un suo paziente. Dovrebbe. Ma non sempre è facile gestire questo tipo di dinamiche. Soprattutto nel momento in cui possono essere così pervasive o seducenti da indurre il terapeuta stesso a crederci. La difficoltà più grande può essere quella per cui, una volta attivato e non riconosciuto questo meccanismo da parte del terapeuta stesso, questo si propaghi e si espanda vanificando di fatto la terapia. 

Se il terapeuta crede infatti al ruolo ‘divino’ che il paziente gli (o le naturalmente!) assegna, si comporterà come tale e, invece di far riflettere il suo stesso paziente sulla sua vita, gli subentrerà, dispensando consigli e modi su come lui affronterebbe una data situazione e sostituendosi de facto al paziente stesso. Questo confermerà l’idea in entrambi che uno dei due (il terapeuta) sia in una posizione superiore mentre l’altro (il paziente) sia in una posizione più bassa.

– Continua –

 [1] Whithaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 233

Tutti i diritti riservati

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Storia di Francesca (2)

Psicologia Nessun Commento »

Storia di Francesca (2)La laurea triennale e la successiva laurea specialistica sembravano più dei passatempi che delle e vere e proprie aspirazioni professionali per Francesca. La famiglia le metteva fretta ma mai abbastanza perché portasse a compimento il suo corso di studi. Altro fattore era il peso. Francesca era molto sovrappeso. Sembrava incastrata in un corpo non suo, poco femminile e poco disponibile ad essere impiegato nel gioco della seduzione adulta. Anche il suo corpo riusciva a proteggerla da quella serie di definizioni ed indipendenze o cambiamenti che la vita porta ad affrontare giunti sulla soglia dell’età adulta.

Si trovava in un corpo enorme che, come tutto quello che la circondava, dava per scontato nella sua vita, una sorta di corazza con la quale chiedeva al mondo di lasciarla stare dove si trovava, di permettere alle cose che caratterizzavano la sua vita di rimanere così com’erano. Di non cambiare. Anche in terapia assistemmo a questa duplice richiesta: assicurami che cambieremo tutto affinché nulla cambi. Ovviamente questa prima richiesta così contraddittoria, doveva essere, più che sbrogliata, esplicitata. Doveva essere chiaro che uno dei meccanismi all’interno del quale Francesca si dibatteva era che tutto cambiasse affinché tutto restasse uguale.

Ma nel momento in cui questa richiesta è stata esplicita e in qualche misura smascherata, le cose hanno iniziato a fluire meglio. Quando si agisce un meccanismo che è un automatico, non ci si accorge neanche più di farlo, diventa una sorta di punto fermo nella nostra vita che non ci si disturba neanche più di mettere in discussione. Nel momento in cui ci si prende la briga di guardare l’automatismo, di non farlo continuare ad essere tale, di iniziare a domandarsi perché le cose devono seguire pedissequamente quello schema, ecco già questo porta ad un incrinatura nell’automatismo stesso e lo mette in discussione. Questo è quello che è successo con Francesca. Gli automatismi hanno iniziato a lasciare il posto dapprima ad alcune domande mai poste, in seguito ad alcuni cambi di prospettiva che hanno portato ad una vero e propria rivoluzione nella sua vita. Dopo anni si è laureata, iniziando un tirocinio che le interessa e la soddisfa. Ha iniziato a fare delle scelte indipendenti, come quella di viaggiare con alcune sue amiche in giro per capitali europee. Va a trovare alcuni suoi amici che vivono all’estero, senza porsi poi tanti problemi su chi si occuperà di casa. Ma il grande cambiamento di Francesca ha riguardato il cibo e il suo aspetto fisico.

Francesca, quando ha iniziato ad intuire cosa potesse voler dire avere un corpo come il suo, ha iniziato seriamente a pensare a come fronteggiare questo aspetto della sua vita. Seguita da un nutrizionista, ha deciso di iniziare seriamente una dieta che, non senza sacrifici ma con enormi risultati, l’ha portata a perdere ben 30 kg rispetto al peso iniziale che aveva al momento in cui ha iniziato la terapia. Ora è semplicemente un’altra persona. Molto più curata, molto più consapevole della sua femminilità, inizia a permettersi di far intravedere la persona che per tanto tempo ha preferito celare. Le dico sempre che dovrei pubblicare una foto del prima e dopo la terapia, per testimoniare quanto la nostra percezione  spesso influenzi il modo in cui noi ci relazioniamo col mondo. Il percorso di Francesca non è finito, ma il mio supporto sta iniziando ad essere meno impegnativo. Francesca è in grado di riconoscere i suoi risultati, quello che ha ottenuto e come vorrebbe che fosse il suo futuro. Ed è stato un onore per me poter accompagnare una persona alla scoperta di se stessa. 

presto…
 Fabrizio Boninu
Tutti i diritti riservati

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Storia di Francesca (1)

Psicologia Nessun Commento »

Storia di Francesca (1)Il post di oggi è dedicato alla descrizione di un caso clinico. Naturalmente, come per quelli che vi ho raccontato fino ad adesso il nome e alcuni dettagli sono inventati perché non sia riconoscibile la protagonista, ma la storia è assolutamente autentica e spero possa ottenere il risultato di essere utile per qualcuno che la legge. Come inizia questa storia? Alcuni anni fa venne da me una ragazza che appunto chiameremo Francesca, 27 anni, per un problema molto vago: qualcosa non andava bene nella sua vita. Lo definisco qualcosa perché non sembrava in grado di focalizzare cosa di specifico fosse ‘sbagliato’ nella sua vita. Francesca apparentemente non sembrava neanche troppo infelice, anzi solo che nulla nella sua vita sembrava avere la piega che questa voleva prendesse: la cosa che più mancava sembrava essere una sua progettualità, le cose procedevano in automatico ma non si capiva dove fosse l’intenzione che Francesca voleva dare alla sua stessa vita. Bloccata nella frequenza della laurea triennale, non sembrava per niente consapevole del suo poter essere indipendente, coltivava molte relazioni, apparentemente molto superficiali o comunque non definite. Un altro dei suoi grandi crucci era quello legato al peso e all’alimentazione. Francesca, quando arriva è parecchio sovrappeso ma, come per altri aspetti, della sua vita, neanche questo sembra darle particolare fastidio, sembra quasi un dato di fatto con cui convivere.

In realtà, come molti altri casi prima di lei, le cose iniziano a disvelarsi e ad acquisire un diverso significato mano a mano che compaiono nel racconto che Francesca fa della sua stessa vita. La prima cosa che sembra acquisire rilevanza nel suo racconto è la mancanza di confini che porta chiunque a non essere mai dentro ne fuori rispetto alla sua vita. La prima che sperimenta questa condizione è proprio lei, che non sembra riuscire a dare un ‘ordine’ alle sue priorità, alle sue aspirazioni o alle sue scelte. Tutto sembra uguale, non realmente importante secondo una sua scala di valori. Cosa faceva si che fosse difficile identificare le priorità? La sua storia familiare stessa era confusiva, era una storia nella quale vi erano spesso interscambi tra ruoli: i genitori assumevano funzioni filiali e i figli, e tra i figli molto spesso proprio Francesca, assumeva un ruolo genitoriale nei confronti dei suoi stessi genitori. Questa confusività era portatrice di ulteriore mancanza di confini, sia generazionali che di funzione e portava a considerare spesso un vero e proprio fardello la vita familiare.

Uno dei primi punti qualificanti della sua terapia è stato proprio quello di cercare di fare luce e chiarezza su ciò che succedeva come un automatismo nella sua casa. Lungi dall’essere utile per lei, questo continuo salto di funzione, se da una parte era molto lusinghiero, perché le permetteva di diventare la figura di riferimento all’interno della sua stessa casa, dall’altro era parecchio impegnativo perché la stringeva a doppio filo coi membri della sua famiglia, non permettendole neanche di potersi pensare come indipendente e con un disegno di vita lontano da loro.

Tutto quello che avrebbe potuto portarla lontano o fuori di casa come ci si aspetta da una persona che inizia ad avvicinarsi ai 30 anni, veniva negato o sabotato. Francesca aveva delle relazioni molto sfilacciate con alcuni suoi coetanei, nulla che potesse trasformarsi in un vero e proprio rapporto, nulla che potesse allontanarla dalla famiglia. La famiglia ben tollerava queste storie, perché parecchio protettive per l’equilibrio della famiglia stessa. 

– Continua –

Tutti i diritti riservati

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Fuga nella guarigione & fuga nella ricaduta…

Psicologia Nessun Commento »

Fuga nella guarigione & fuga nella ricaduta...Il post di oggi vuole occuparsi di due aspetti della relazione terapeutica che accadono spesso all’interno del percorso personale di una persona e che possono essere utilizzate come porta di accesso ulteriore per conoscere le dinamiche relazioni e personali che quella persona stessa usa per interfacciarsi con gli altri. Mi sto riferendo alla cosiddetta fuga nella guarigione a cui corrisponde anche la contraria fuga nella ricaduta. Cosa indicano questi due termini apparentemente ostici? Durante il percorso di terapia individuale, può capitare che il paziente, dopo pochissime sedute, dica di sentirsi notevolmente meglio e inizi a manifestare insofferenza per il prosieguo della terapia. Considerando che le prime sedute sono essenzialmente conoscitive, sembra strano che possa esserci un cambiamento così rapido in così poco tempo. Il paziente sta agendo quella che viene definita una fuga nella guarigione. Questo indica un movimento fatto dal paziente stesso per porre un freno alla terapia stessa. Come se volesse dimostrare, innanzitutto a se stesso, di essere guarito e di non avere più bisogno di continuare un percorso personale che non lo potrà guarire più di così! Questo movimento va segnalato al paziente stesso, è necessario esplicitarlo e cercare di capire che funzioni può avere rispetto alla persona stessa. Può, per esempio, avere una funzione di tipo difensivo, dal momento che pone un limite alla possibilità di effettuare un lavoro più profondo. Può avere una funzione rassicurante per il paziente (non sono poi così malato!). Può avere una funzione di indipendenza, dal momento che il paziente marca, in questo modo, il tempo della terapia, stabilendo lui quando è guarito oppure no. Va detto che questo tipo di movimento andrebbe discusso e lavorato. Può essere un ottimo modo per cercare di arrivare a qualcosa in più su di noi che possa funzionare in terapia. Va segnalato, poi, come spesso questo movimento di fuga sia del tutto provvisorio, non costituendo una campo di cambiamento e di riflessione duraturo nell’esperienza del soggetto.

Dall’altra parte del continuum terapeutico, possiamo,invece, trovare, la cosiddetta fuga nella ricaduta. Questo movimento sarebbe caratterizzato da una ricaduta o un riaggravarsi dei sintomi della persona in momenti importanti della terapia. Uno dei momenti più topici del percorso terapeutico è la fine, il momento nel quale la persona dovrebbe essere lasciata libera di spendere autonomamente le maggiori consapevolezze che la terapia avrebbe dovuto dargli. Questo momento è, inevitabilmente, un momento di importante passaggio, che non tutti vivono allo stesso modo. Molti possono essere spaventati, altri possono essere tristi, altri ancora non sentirsi pronti. Ecco allora che una ‘ricaduta’ può essere molto rassicurante e garantire anche alla persona più spaventata che non sarà lasciata, che non sarà abbandonata a se stessa. La fuga nella ricaduta ha dunque una valenza molto protettiva per questo tipo di persone. Anche in questo caso credo che il modo migliore per affrontare questo movimento sia che esso venga esplicitato in terapia, affinché possa essere discusso, significato e compreso nella relazione terapeutica. Solo così può è possibile comprendere che tipo di valore ha per la persona che ci si siede davanti.

Quelli descritti sono movimenti tipici del percorso terapeutico. Non hanno in sé valenza negativa o positiva: si tratta, piuttosto, di riuscire a comprenderli e a dotarli di significato rispetto alla nostra storia personale.

Che ne pensate? 

A presto…

Fabrizio

Tutti i diritti riservati
MyFreeCopyright.com Registered & Protected