La responsabilità

Psicologia, Società… Nessun Commento »

responsabilitàMi sono reso conto che spesso, nei miei post ma anche quando lavoro, parlo di responsabilità, di prendersi la responsabilità, di avere la responsabilità di guidare le proprie scelte, le proprie decisioni, la propria vita. Le parole, e anche questo è un mio leitmotiv abbastanza ricorrente, hanno un peso e costituiscono l’impalcatura attraverso la quale costruiamo e creiamo la realtà all’interno della quale ci muoviamo. Per questo mi è sembrata doverosa una riflessione sul termine stesso: responsabilità. Cosa vuol dire essere responsabili? In che modo ci si può prendere la responsabilità? Come per tutte le cose, credo sia meglio partire dall’inizio, dal significato del termine. Secondo la definizione dell’enciclopedia Treccani, la parola responsabilità deriva dal latino responsum «risposta» e sarebbe la capacità di rispondere dei propri comportamenti, rendendone ragione e accettandone le conseguenze. Cercando la stessa parola su Google, abbiamo questa definizione: ‘congruenza con un impegno assunto o con un comportamento, in quanto importa e sottintende l’accettazione di ogni conseguenza, specie dal punto di vista della sanzione morale e giuridica: assumersi, addossarsi, prendersi la responsabilità di un’azione; una grande, una grave responsabilità; mi assumo per intero la responsabilità; non voglio alcuna responsabilità’.

Queste prime definizioni riescono a darci un’idea generale di cosa sia, nel senso comune, la responsabilità e il significato è contenuto nell’etimologia stessa della parola. Responsabilità è parola formata da altre due parole: responso (risposta appunto in latino) e abilità. La responsabilità sarebbe dunque l’abilità di dare risposta, la capacità di rimandare il perché della propria azione, l’idea di riuscire a rispondere delle conseguenze dei propri atti. Ecco un primo punto: rimandare a chi? A chi si deve rispondere delle proprie azioni? Generalmente ci si immagina che il primo al quale si debba rendere questa risposta sia l’altro ed è per l’altro che ci si prende la responsabilità di quello che si è fatto, sia che la cosa fatta abbia valenza positiva sia che la cosa fatta abbia valenza negativa. Se, giocando a pallone, rompessi il vetro di una finestra, il pensiero immediato sarebbe prendermi (o non prendermi, naturalmente!) la responsabilità rispetto agli altri di quello che ho fatto. Se fossi ancora a scuola e prendessi un bel voto, il primo pensiero, probabilmente, sarebbe di immaginare cosa penseranno gli altri quando sapranno che ho preso un voto così bello. La responsabilità sembra acquistare senso compiuto quando la si relaziona agli altri quando, cioè, si pensa alle conseguenze di quell’azione e alla capacità di rispondere di quell’azione in relazione al vissuto degli altri.

Questo, però, è solo un primo passo nella riflessione. Se è vero che nell’accezione immediata il riferimento è agli altri, all’esterno, si può, nello stesso tempo, parlare di responsabilità nei confronti di sé stessi? Si può essere responsabili nei confronti di quello che è la propria storia, la personale esperienza e il proprio vissuto? La risposta dovrebbe essere si, ma non sempre è quello che viene in mente quando si tratta questo tema, dal momento che la responsabilità la si immagina, come abbiamo appena detto, in relazione agli altri.

Credo sia necessario rivalutare la dimensione personale della responsabilità e iniziare a pensarla non più come solo in relazione all’altro, ma prendendo come punto di partenza sé stessi. La responsabilità di sé è la capacita di rispondere in primo luogo a noi stessi, l’abilità di capire il perché di quel comportamento, di quell’azione a partire, ripeto, da noi stessi. E in qualche modo di non pensare che l’unica responsabilità sia da riferire al mondo esterno. Questo processo non è automatico, anzi: non siamo abituati a pensare di dover chiarire innanzitutto a noi stessi il perché di quello che facciamo, sentire di avere l’abilità di risposta in primo luogo a noi, convinti, come siamo, che gli unici verso i quali siamo responsabili siano gli altri. Solo recuperando questa dimensione saremo veramente più responsabili. Anche con gli altri. Perché considerare questa prospettiva non vuol dire negare l’altra, anzi. Essere responsabili in primis per sé stessi non vuol dire non esserlo rispetto agli altri. Le due dimensione non sono contrapposte ma profondamente integrabili. Nel momento in cui io sono responsabile di quello che faccio (o penso o credo, ecc), non posso necessariamente che esserlo anche per l’altro perché conscio che quello che ho fatto rappresenta me stesso. Se parto da me, cercando di assumermi la responsabilità di capire cosa mi rappresenti di quello che faccio, avrò la possibilità di essere altrettanto responsabile anche nei confronti dell’altro. Se invece penso alla mia responsabilità partendo da quello che credo si aspetti l’altro, potrei anche portare avanti delle azioni (o delle idee o delle convinzioni) che non so quanto mi rappresentino, correndo il rischio di essere solo apparentemente responsabile di quello che sto portando avanti.

Questa presa di responsabilità nei confronti prima di sé stessi che dell’esterno è particolarmente importante perché segna un ideale passaggio dall’attribuire il perché di quello che facciamo dall’esterno all’interno di noi. Come detto, se pongo il focus della responsabilità all’esterno, allora crederò di dover essere responsabile per quello che gli altri si aspettano da me; ma potrei non essere del tutto in sintonia con quello che in realtà penso. Se pongo il focus all’interno di me stesso, non potrò non essere responsabile di quello che porto avanti.

Come detto fin qua sembra un discorso tutto sommato semplice. Ma esistono situazioni nelle quali la responsabilità del singolo e quella collettiva non sono facilmente districabili. Un esempio che possa fare intuire la complessità di quello su cui stiamo ragionando potrebbe essere questo: immaginiamo un soldato tedesco in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Quel soldato è responsabile di quello che avviene intorno a lui? Se poniamo il focus al suo esterno possiamo dire che c’è una guerra in corso, o che lui non prende le decisioni ma esegue soltanto gli ordini, che la situazione generale è ben più complessa e così via. Se poniamo il focus della responsabilità al suo interno, non possiamo dire nulla di tutto questo, perché quel soldato è nelle condizioni di comprendere quello che sta succedendo attorno a lui. È responsabile? Naturalmente so che è un quesito estremamente complesso, ma il modo in cui immaginate di rispondere lascia intravedere come vi poniate rispetto all’idea di responsabilità. Senza semplificare troppo, perché l’esempio costruito non lo consentirebbe, il soldato avrebbe potuto fare qualunque cosa per rifiutarsi di fare quello che sta facendo. Finanche non diventare un soldato. Invece si trova lì, di guardia, e suppongo si possa affermare che abbia già parte della responsabilità di costruire quello che sta succedendo attorno a lui. Anche perché, e ne sono sempre più convinto, le cose dipendono in grandissima misura da ognuno di noi. Tornando all’esempio, quello che è successo durante la Seconda Guerra Mondiale non è qualcosa comparso dal nulla, ma un processo costruito da milioni di singoli comportamenti, singole responsabilità rivolte verso lo stesso obiettivo e allineate nella stessa direzione. Ogni singola persona è stata responsabile di quello che è stato costruito, ma la maggior parte ne attribuiva all’esterno le cause. I cittadini tedeschi sono stati responsabili alla stregua di un soldato? Già questo singolo esempio può essere utile per rivelarci la complessità e l’intreccio di piani (personale, sociale, fisico ed emotivo) che il tema necessariamente comporta.

Tornando al nostro tema, rivolgere il focus attentivo al nostro interno, piuttosto che all’esterno, è decisamente articolato perché, come appena accennato, implica prendersi in toto la responsabilità del nostro agito/vissuto senza la possibilità di poter addossare agli altri le conseguenze di quello che succede nella nostra vita. Ed è questo l’aspetto che più mette in difficoltà ognuno di noi, sentirsi costruttori attivi di quello che è la vita nella quale ci muoviamo. Ed è per questo che possiamo vivere in maniera consolatoria l’attribuire ad altri le responsabilità delle cose ‘brutte’ che ci succedono. 

Ma forse mi sto dilungando troppo in questa riflessione: ho sicuramente la responsabilità di essere prolisso e scrivere post lunghi, ma vi lascio quella di avermi seguito fino a questo punto.

Se voleste prendervi anche quella di dirmi che ne pensate, sapete come fare!

A presto…

Fabrizio Boninu

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Gli adolescenti in terapia

Adolescenza, Psicologia Nessun Commento »

adolescenzaL’argomento di questo post nasce da una considerazione circa la presunta differenza tra il comportamento degli adolescenti nella vita quotidiana e in terapia. Mi spiego meglio. Dalla mia posizione professionale la cosa più macroscopica che mi trovo spesso a dover fronteggiare quando un adolescente arriva in terapia è la discrepanza tra come lo stesso adolescente è raccontato dai suoi genitori e come invece si comporta durante la seduta stessa. E, in generale, durante la durata del lavoro con me. Nella professione, quando ho a che fare con un minore, il primo colloquio è organizzato con i genitori del ragazzo stesso di modo che possa farmi un’idea dell’organizzazione familiare.

Durante questo primo colloquio capita spesso che i genitori facciano del proprio figlio un quadretto non proprio edificante. Immaginatevi la sorpresa quando al posto dell’essere selvaggio descritto dai genitori viene in seduta un ragazzo educato, rispettoso, attento, spesso molto sensibile e in grado di relazionarsi con un adulto. Ovviamente, questa discrepanza potrebbe essere legata al fatto che il nostro sia un primo incontro. Nel momento in cui acquisirà più confidenza, penso, vedrò anche io quegli aspetti deleteri che mi hanno descritto i suoi genitori. Invece no, la ‘magia’ continua anche dopo la prima seduta e il lavoro continua, talvolta attraversando temi complessi, ad essere piacevole e produttivo. Come è possibile questa discrepanza? Come possono essere così diversi da un ambiente all’altro? Ho trovato a questo proposito interessante un passaggio del testo dello psicoterapeuta Pietropolli Charmet che vi riporto: 

Alla temperatura relazionale adatta al suo temperamento, la fragilità narcisistica dell’adolescente di oggi diventa una risorsa impensabile in altri contesti e a diversi climi relazionali. Ne posso portare devota testimonianza professionale: gli adolescenti fragili che ho incontrato in questi anni di consultazioni durante le crisi evolutive -anche di una certa gravità per i rischi che comportavano, se ritenevano di potersi fidare dell’interlocutore, se cioè lo ritenevano adatto a condividere la loro verità, assumevano nei confronti della relazione responsabilità elevatissime, ed erano capaci di sincerità e generosità relazionali altissime, quasi commoventi soprattutto non sapendo come ricambiare tanta fiducia e creatività relazionale. Non è un’esperienza solo di qualche psicologo particolarmente esperto o seduttivo, ma fa parte del bagaglio di esperienze di qualsiasi adulto sia stato disponibile ad ingaggiare una relazione con un’adolescente alla ricerca di adulti competenti. Si avvera in questi casi un evento relazionale quasi sorprendente, del tutto impensabile se ricondotto all’afasia simbolica che lo stesso adolescente presenta in classe, in gruppo, in famiglia o in palestra. Nella relazione investita affettivamente, l’adolescente fragile sfoggia una sensibilità strepitosa ed una capacità introspettiva che rendono ragione della sua fragilità, e che gli regalano un contatto intenso e veritiero con alcune rappresentazioni mentali profonde, generalmente inaccessibili, perché scomode da pensare e fonti di malessere per chi non si abituato a mantenere un contatto con i contenuti più profondi della propria mente. È molto probabile che sia questo il motivo che rende sorprendenti certi prodotti creativi dell’adolescente fragile, che sembrerebbero incompatibili con lo stile comunicativo trasandato e scontato con cui si esprime nella quotidianità scolastica e familiare; e che, del tutto inopinatamente, sono prodotti espressivi di qualità. [1]

Ma allora cosa contribuisce a costruire quella che l’autore chiama temperatura relazionale adatta? Una delle grandi doti che è necessario avere è la capacità di ascolto e l’interesse per quello che l’altro condivide. Sono due ingredienti fondamentali e per niente scontati nelle relazioni in generale e nelle relazioni con adolescenti in particolare. In un momento della loro vita nel quale stanno cambiando, è necessario che abbiano una figura adulta di riferimento che possa aiutarli a far venire fuori quanto di non detto caratterizza le loro vite perché, pensano spesso, ‘tanto di me che gliene importa’. Quando si accorgono quanto a qualcuno gliene importi di loro, si può avere in cambio una relazione che ha risvolti sorprendenti e che consente di aprire spiragli inediti sulla loro storia. Ripeto, non è una magia e non credo di avere poteri magici. Anzi, spesso, paradossalmente, chiedo loro quale magia avvenga in studio che non sia possibile replicare all’esterno dello studio stesso. Questo li obbliga a pensare come quello che hanno appena sperimentato con me possa essere replicato anche fuori. Li costringe ad uscire dalle risposte più scontate, come ‘ma qui è diverso‘ o ‘ma tu sei uno psicologo‘, e permette loro di autorizzarsi a far si che ciò che hanno costruito con me sia possibile anche in altri contesti. In questo caso le possibilità di condividere la loro storia è decisamente molto più probabile e porta a risultati insperati.

Chi volesse condividere le esperienze con adolescenti (genitori, fratelli, nonni, professionisti) è invitato a farlo (mail: fabrizioboninu@gmail.com oppure telefono 3920008369). Se poi volessero parlare gli stessi protagonisti di questo post… beh, non potrebbero farmi un regalo migliore. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Pietropolli Charmet, G. (2008), Fragile e spavaldo, Editori Laterza, Roma, pp. 106- 108

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Le 10 qualità di uno psicologo competente (1)

Psicologia Nessun Commento »

PsicologoQuali possono essere le qualità di uno psicologo? Quali possono essere i fattori che concorrono nel rendere un professionista valido oppure no? Queste domande mi circolano per la mente da qualche tempo e, sull’onda della mia esperienza personale e di quello che mi raccontano i colleghi con i quali ho la fortuna di essere in contatto, ho pensato di stilare una sorta di elenco di quelle che possono essere le caratteristiche che fanno di un professionista un buon professionista e cercare di capire quale di queste caratteristiche possano essere fondamentale nella costruzione di un buon rapporto terapeutico. 

  • Capacità di comunicare e ascoltare: la prima dote che dovrebbe averne uno psicologo suppongo possa essere la capacità di comunicare. Questo non vuol dire che uno psicologo debba essere un oratore, quanto che riesca a comprendere e a farsi comprendere dal suo interlocutore. All’interno di una relazione terapeutica questo aspetto è particolarmente importante perché la relazione stessa si basa sulla comunicazione. Se questa è deficitaria, lo sarà la relazione stessa. Uno psicologo devo essere in grado di comunicare e di ascoltare quello che la persona che ha di fronte gli porta. E questo fa la differenza tra un uno psicologo competente e uno psicologo incompetente. Comunicare è qualcosa di ben più complesso di prestare l’orecchio quando qualcuno sta parlando con me, perché comprende la gestione dei tempi, degli spazi, dei silenzi nella relazione. Ed è questa l’abilità che un professionista competente dovrebbe stare attento ad affinare.

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Complicato o complesso?

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complicato‘Come riesci a fare il tuo lavoro? Ascoltare ogni giorno tutte quelle persone che ti parlano dei loro problemi, ricordarti tutto, riuscire ad aiutarle deve essere una cosa complicata!’.

Oppure: ‘ Si, dottore, fare quello che mi dice sembra una bella cosa. Solo credo che per me farlo sia complicato!’

Coloro che mi seguono, sanno della mia ‘battaglia’ per l’uso appropriato delle parole con le quali descriviamo la nostra vita, dal momento che credo, e ne sono sempre più convinto, che il modo in cui raccontiamo le cose plasmi le cose stesse. Dall’attenzione che riservo alle parole, mie e delle persone con cui lavoro, è nata questa riflessione, una riflessione sul mio lavoro e sul rapporto che si costruisce con la persona che mi si siede davanti. Tornando all’inizio, molti definiscono il mio lavoro complicato. Eppure complicato non credo che sia il termine più adatto a descrivere quello che succede in terapia. Il mio lavoro è complicato? Oppure è ‘solo’ complesso?

Ma come, direte, questi due termini non sono sinonimi? Apparentemente molto vicini, in realtà questi due termini non indicano specificamente la stessa cosa. Complicata è una realtà che, benché contorta, siamo in grado di prevedere nelle sue conseguenze, della quale possiamo immaginare un esito, che presenta delle soluzioni possibili ed immaginabili e alla quale ad alcune premesse corrispondono alcune derivazioni. Complesso, invece, ha a che fare con la possibilità che tutte le conseguenze siano ipoteticamente possibili data una situazione di base, che ci siano dei risultati che non possiamo ragionevolmente prevedere  indicare. Proviamo a fare degli esempi che ci aiutino a capire la differenza: riparare una macchina è complicato, crescere un figlio è complesso. Riparare una macchina ha a che fare con un lavoro (a me ignoto, sia chiaro!) che produce delle conseguenze prevedibili. Se ho problemi al cambio, agendo sui meccanismi dei quali il cambio è costituito, ragionevolmente mi aspetto un esito: che il cambio funzioni. Crescere un figlio è complesso perché non è un processo così lineare e preciso. Per quanto io possa impegnarmi per crescerlo ‘bene’, ci sono una serie di fattori e di variabili intervenienti che possono avere conseguenze non previste e non prevedibili che rendono qualsiasi tipo di esito ugualmente probabile. Se potessimo riassumerlo con un’immagine, sarebbe così:

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Il Piccolo Principe e la relazione terapeutica

Adolescenza, Bambini, Emozioni, Libri, Psicologia Nessun Commento »

landscape-1431634997-il-piccolo-principe-con-la-volpeChi di noi non ha letto il Piccolo Principe? Considerato, riduttivamente, uno dei testi fondamentali della letteratura per ragazzi, credo sia uno dei testi più complessi per la molteplicità dei punti di vista dal quale può essere colto. Letto per la prima volta a scuola, l’ho ripreso diverse volte nel corso degli anni, trovandoci sempre suggestioni diverse. Ho come l’impressione che il libro cresca insieme a me, che non sia statico e finito ma mi permetta, in spazi e tempi diversi, di cogliere riferimenti e muovermi tra suggestioni che nella lettura precedente non avevo colto. Tra le varie riletture diventavo (come ormai saprete!) psicologo specializzandomi, poi, in psicoterapia familiare. L’ho (per caso?) ripreso in mano qualche giorno fa per rileggerlo, curioso di capire cosa mi avrebbe comunicato in questa fase della vita. E, ovviamente, non sono stato deluso. Tralasciando la complessità dei riferimenti sempre presenti nel testo, la suggestione in questa lettura è stata nel rapporto tra il bambino e la volpe, associando la descrizione di questo rapporto, alla costruzione della relazione terapeutica.

In generale, in ogni relazione abbiamo l’incontro di due mondi che si incontrano. La peculiarità della relazione terapeutica è forse quella che quest’ultima ha (o dovrebbe avere!) come fine la maggiore coscienza di se stessi. La relazione terapeutica è particolare perché uno dei capisaldi è la non totale reciprocità nel rapporto, aspetto che la differenzia da un rapporto amicale. È una relazione nella quale dovrebbero svolgere un ruolo determinante diversi fattori: la capacità di costruire una relazione, l’accoglienza del terapeuta, la presenza di empatia, la mancanza di giudizio per le vicende del paziente, la pazienza, la responsabilità. E forse vi starete chiedendo: come si lega questo con la storia del Piccolo Principe? Proviamo a vederlo assieme.

Ad un certo punto nella storia, il piccolo principe incontra nel suo percorso una volpe (che poi diventa LA volpe, ma ci arriveremo…) e inizia un dialogo con l’animale. Inizialmente il piccolo principe chiede alla volpe di giocare con lui, ma la volpe gli risponde che non lo può fare perché non è addomesticata e, nella sua infinita saggezza istintuale, chiede al piccolo di addomesticarla. Il piccolo principe chiede alla volpe cosa significhi addomesticare. La volpe gli risponde che vuol dire creare dei legami. Spiegando ancora:

“Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremmo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”

Primo passo nella relazione è proprio quella dell’addomesticamento, la possibilità cioè di stabilire una relazione. La relazione terapeutica può essere basata, inizialmente, sul bisogno, sulla necessità. Da questo primo movimento può nascere, con costanza, fiducia e impegno, una relazione basata sull’importanza e non più esclusivamente sull’urgenza. Altro elemento presente in questo passo è l’unicità nella relazione, il momento nel quale si ha il passaggio dall’essere una volpe tra le volpi per diventare LA volpe con la quale si intrattiene un rapporto, un riconoscimento reciproco del ruolo che ognuno di noi assume per l’altro. Questo passaggio è necessario nel momento in cui, come dice la volpe, “non si conoscono le cose se non si addomesticano”, non si riesce a comprendere una realtà con le quali non si è riusciti a stabilire una relazione. L’addomesticamento è un processo a doppio senso, non interessa solo uno dei due membri, per quanto la relazione terapeutica sia apparentemente sbilanciata dal disvelamento su un lato (il paziente) e un disvelamento minore dall’altro (il terapeuta). Ma la creazione del legame è reciproca. Ed è unica. L’unicità nella/della relazione è un principio fondamentale. Il paziente è consapevole che ogni terapeuta veda altre persone, ma deve avere la sicurezza che al momento in cui noi siamo con lui, siamo totalmente presenti e centrati sulla relazione che in quel momento abbiamo nel rapporto con lui:

“(…) Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”

La relazione ha la capacità di significare il nostro mondo. All’interno della relazione le cose acquistano un diverso valore e un campo di grano, che non ricordava nulla alla volpe, diventa significativo nel momento in cui viene associato al colore dei capelli del bimbo. È la relazione col piccolo principe a dare senso al grano. Così, nella relazione terapeutica, è la relazione stessa la base del cambiamento di senso del mondo del paziente

Uno degli aspetti più rilevanti per l’addomesticamento è sicuramente la pazienza:

Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”

L’avvicinamento è costante e graduale. La relazione, qualunque essa sia, è inizialmente fondata sulle parole. Ma da subito, ad un livello che non riusciamo neanche a capire e spiegare, possono intervenire fattori non legati esclusivamente alla comunicazione verbale. Sappiamo subito, a pelle, se una persona può piacerci oppure no. È un aspetto inconscio che nella relazione terapeutica è basato anche sulla fiducia, sull’empatia, sull’accoglienza, sulla mancanza di giudizio.  

Altro aspetto rilevante nello strutturare la relazione terapeutica è la costanza:

“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai ancora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”

Come accennato, la costanza è una parte rilevante nella strutturazione della relazione terapeutica. È necessario il rispetto di alcune regole nella costruzione della relazione, che all’inizio appaiono costrittive ma che strutturano la costruzione relazionale della stessa. È necessario prepararsi il cuore prima dell’incontro? Io credo di si, credo sia necessario ‘sintonizzare’ il proprio cuore con quello della persona che deve venire. E questo ha a che fare con l’unicità nella relazione terapeutica stessa:

“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente,” disse. “Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora per me unica al mondo”.

Nessuna rosa/persona è uguale all’altra, e solo il suo addomesticamento, la costruzione di una relazione con essa, permette di dare un significato a quella rosa/persona.

Ma qual è il fine della relazione terapeutica? Io credo che l’obiettivo sia la costruzione di una maggiore consapevolezza della persona e la si può ottenere accompagnando la persona stessa nell’esplorazione del suo mondo interiore, l‘anima

“Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”

La costruzione del rapporto può avvenire anche in maniera non verbale, ma istintuale e inconscia, senza mediazione visiva o linguistica. Chiave di accesso per questo mondo è una delle doti fondamentali del terapeuta l’empatia, la capacità cioè di relazionarsi intimamente con l’altro, avvicinandosi al suo sentire, accogliendolo e comprendendolo, dando la possibilità all’altro di far emergere e condividere la sua realtà interiore.  

All’interno della relazione terapeutica altro spazio fondamentale è la responsabilità

Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa”  

Ho fatto mia questa frase. Mi sento pienamente responsabile, anche a distanza di tempo, delle rose che ho avuto la fortuna di incontrare in tutti questi anni di professione. Ho cercato di stabilire una connessione con ognuna di loro, addomesticandole e venendone addomesticato. 

Anche nella relazione terapeutica può arrivare, come in ogni relazione, il momento di separazione, un momento nel quale il cammino di due persone può portarle ad allontanarsi l’una dall’altra. È un momento importante, spesso etichettato come triste:

“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”.
“È vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“È certo”, disse la volpe…
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.

Ci si può focalizzare su due momenti alla fine della relazione: il momento della perdita, il fatto che le cose ‘stiano finendo’, ma ci si può concentrare anche sulla gratitudine dell’incontro, sull’essersi trovati. Le persone tendono a focalizzare la loro attenzione sul primo aspetto, scordandosi di quanto ci si è arricchiti nell’incontro. Anche questo essenziale è invisibile agli occhi ed è il concetto stesso di perdita che altera l’idea dell’incontro. Non c’è perdita, né di relazione, né di tempo. D’altronde:

“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”

E se il tempo che abbiamo dedicato loro le ha rese così importanti non si comprende dove sia la perdita!

Poi soggiunse: 
“Và a riveder le rose. Capirai che la tua è unica al mondo” [1] 
E sono sempre più convinto che ognuna delle rose che ho (e mi hanno) addomesticato sia unica al mondo.

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Antoine De Saint-Exupéry (1949), Il Piccolo Principe, Bompiani, Milano pp. 91-98

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Il terapeuta in terapia

Psicologia 1 Comment »

questo non è un divanoCome si lavora in terapia? Questa domanda è (o dovrebbe essere) presente nella quotidianità del lavoro terapeutico, perché la capacità di porsi tale quesito denota una buona capacità di osservazione di se stessi ed è una delle caratteristiche necessarie e indispensabili nella vita lavorativa di ogni psicologo. Il punto fondamentale è l’immagine che un professionista ha di quello che è il suo ruolo in terapia. Cosa pensa debba fare in terapia? Cominciamo con una premessa: non esiste un’immagine fissa e statica di quello che dovrebbe essere il suo ruolo perché, come tutte le immagini, è soggetta a cambiamenti e ad aggiustamenti. Molti di noi, per lo meno ad inizio carriera professionale, hanno un’idea abbastanza preconcetta e precostituita di cosa voglia dire fare lo psicologo: cosa bisogna fare, come mi devo comportare, quali siano le cosa migliori da fare in terapia. Insomma, si costituisce uno schema fisso su cosa si deve fare e cosa non si deve fare per essere un buon terapeuta e questa immagine può diventare uno schema molto rigido che costituisce una sorta di cornice invalicabile a quello che si ritiene sia opportuno fare terapia. L’esperienza quotidiana del lavoro porta, di contro, ad affrontare situazioni complesse che travalicano gli schemi, situazioni che sono mutevoli e instabili, non prevedibili e discontinue e vanno aldilà dello schema che ci imponiamo. Questo continuo incontro/scontro con i confini dovrebbe portare lo psicologo ad interrogarsi su quale senso abbiano questi confini, su come definiscano la professione, su come definiscano il suo modo di lavorare, su come siano importanti nel definire la sua relazione col lavoro, su come riescano ad influenzare l’idea stessa della propria professionalità in relazione al suo lavoro.

Quando ho iniziato a lavorare ritenevo non fosse particolarmente saggio rivelare dettagli della mia vita in nessun caso all’interno della relazione terapeutica. La mia immagina era quella di relazione sbilanciata (il paziente parla, lo psicologo tace), l’immagine dello psicologo ‘misterioso’ , che mai si sognerebbe di giocare dettagli della sua vita in terapia. In realtà, con l’esperienza e con la formazione avuta successivamente, ho iniziato a pensare che fornire dei particolari della propria vita, e quindi raccontarsi, possa avere una funzione importante nello stabilire un contatto ed una vicinanza con il proprio paziente. Continuando a studiare, ho appreso che questa viene usata come tecnica nel lavoro ed è chiamata self-disclosure.

Lo stile di conduzione della terapia da parte del terapeuta è, in definitiva, il risultato di una molteplicità di fattori che ha come centro di partenza il terapeuta stesso e la sua visione della sua relazione col paziente. Parte dalla sua formazione e, non fermandosi a questa, costruisce una relazione basata sulle caratteristiche uniche e personali del terapeuta stesso e quelle della persona con la quale lavora e sta costruendo una relazione terapeutica.

A questo proposito ho trovato particolarmente interessante il passaggio del libro che vi riporto, e che reputo uno dei migliori letti ultimamente, (trovate tutti i riferimenti bibliografici in fondo all’articolo). L’unica premessa della quale avete bisogno è l’utilizzo che l’autore fa del termine guru con il quale intende il terapeuta che costituisce la guida del suo pellegrino (paziente). Non fatevi fuorviare dal termine: nel libro è usato in maniera ironica e sancisce proprio la possibilità che non esista un ‘guru’ ma che ognuno debba trovare in se stesso la capacità di prendere in mano la sua vita:

Quando lavoro con un paziente, non solo ascolto la sua storia ma gli racconto anche la mia. Per raggiungere una meta, dobbiamo conoscerci a vicenda. Uno dei lussi dell’essere uno psicoterapeuta è che aiuta a mantenerti onesto. È un po’ come rimanere nella terapia per tutta la vita. Mi aiuta a rimanere impegnato nella narrazione ripetuta della mia storia per il resto di quel pellegrinaggio che è la mia vita. La ricerca condotta nell’autorilevazione appoggia la mia esperienza che l’apertura personale del guru facilita e invita l’apertura crescente del pellegrino. Ma io opero non per aiutare il paziente, ma per aiutare me stesso. È dal centro del mio stesso essere che vengo spinto a partecipare la mia storia. Il fatto che ciò aiuti il paziente è un vantaggio secondario. Ogni volta che commetto l’errore di dare una parte di me stesso deliberatamente per spingere il paziente a condividere con me una parte maggiore di se stesso, egli si ribella alla manipolazione, alla qualità ipocrita e pretenziosa dei miei sforzi. Negli ultimi anni, al contrario, mi fido sempre più dei miei sentimenti, e faccio quanto mi sento di fare senza cercare di controllare l’effetto sul paziente. Quando un paziente diffidente mette in questione la mia sincerità in contrapposizione al mio uso deliberato di tecniche psicoterapeutiche, mi trovo totalmente disinteressato alla distinzione. Non mi chiedo se sono sincero o tecnico quasi da quando ho rinunciato a chiedermi se sono egoista o altruista. Che differenza fa tutto questo? Come possono aiutarmi le risposte a tali domande? (…)

Lo scambio reciproco delle autoriparazioni tra guru e pellegrino, naturalmente, dà priorità a quella del cercatore. Sotto certi aspetti io sono un esperto pagato per offrire servizi. Il paziente, anche se può esserne inconsapevole sa esattamente, sempre meglio di me, dove cominciare ogni seduta. [1]

Questa è la sintesi perfetta di ciò che intendevo, sulla capacità che ognuno di noi dovrebbe avere in seduta di iniziare da se stesso, di partire dalla propria realtà, di aiutare aiutandosi. Solo partendo da noi possiamo arrivare all’altro, solo mettendo l’accento su quanto possiamo aiutare noi stessi siamo in grado di essere d’aiuto agli altri.

E credo fosse una possibilità che neanche prendevo in considerazione quando ho iniziato a lavorare. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] S. B., Kopp (1972), Se incontri il Buddha per la strada uccidilo, Astrolabio, Roma, pag. 29

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INIZIATIVE: SETTIMANA DEL BENESSERE PSICOLOGICO

Argomenti vari, Iniziative, Società… Nessun Commento »

psicologiDal 02 all’08 Novembre si svolgerà nelle provincie di Cagliari e Carbonia-Iglesias, promossa dall’ordine degli Psicologi della Regione Sardegna, la Settimana del Benessere Psicologico. L’iniziativa, come ogni anno, propone una serie di eventi (seminari, workshop, conferenze, studi aperti) che permettono di avvicinare le persone ad una professione, quella dello psicologo e dello psicoterapeuta, spesso percepite come lontane e distanti. Si terranno, quindi, una serie di dibattiti, seminari, e aperture di studi con la finalità di avvicinare la nostra professione alle persone che ne sono interessate.

Ho aderito per il terzo anno consecutivo a questo progetto, convinto della bontà di un’iniziativa che permette ad un sempre maggiore numero di persone di conoscere più da vicino il mio lavoro. Il contributo che ho pensato di dare è di offrire un colloquio di consulenza gratuito a coloro che ne fossero interessati (bambini, adolescenti, adulti, coppie e famiglie). Chi volesse approfittare dell’iniziativa può contattarmi tramite:

Telefono: 392 0008369

Mail: fabrizioboninu@gmail.com

I colloqui si svolgeranno, previo appuntamento, presso i miei studi:

Piazza Salento, 7 CAGLIARI (da lunedì 02.11.15 a giovedì 05.11.15)

Via Roma angolo piazza Marmilla, CARBONIA (venerdì 06.11.15)

Per maggiori informazioni, potete visitare il sito www.lopsicologovirtuale.it o il blog fabrizioboninu.blog.tiscali.it

Tutti coloro i quali volessero un elenco completo delle iniziative che si svolgeranno durante l’intera settimana può cliccare su Calendario Eventi Settimana del Benessere Psicologico. Sarete reindirizzati sulla pagina del sito dell’Ordine degli Psicologi della Sardegna all’interno della quale troverete, divise giorno per giorno, l’elenco completo delle iniziative che sono state programmate durante tutta la settimana.

Spero che in tanti possiate avvalervi delle iniziative proposte. 

 

A presto…

Fabrizio Boninu

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#Iononriparo (2)

Psicologia, Società… Nessun Commento »

just-love

–  Attaccare continuamente l’autoconsapevolezza del reprobo, tramite l’istigazione alla confusione, all’incertezza e all’insicurezza, la promozione di ogni dinamica di autosqualifica e l’imposizione di immagini degradate precostituite. Si lede in questo modo nelle persone omosessuali un diritto umano cruciale: quello di potersi valorizzare nelle forme affettive amorose che più corrispondono alla propria autenticità. Si impedisce al diverso di esprimersi alla pari con gli altri: è la strada maestra per raggiungere anche tutti gli altri obiettivi. In questo modo si impedisce al deviante – e ai suoi familiari – ogni alternativa esistenziale, sociale, etica e prima ancora psicologica. Egli deve vedere davanti a sé solo la distruzione di ogni prospettiva e del futuro, una completa mancanza di speranza e di senso, perdendo ogni sfiducia e aspettativa di bene.

–  Impedire in tutti modi che il soggetto elabori una visione alternativa positiva di sé e della propria affettività: ogni tecnica deve essere impiegata per rendere il soggetto incapace di operare un distacco dalla visione negativa in cui è cresciuto. Egli deve trovarsi così senza punti di riferimento, bandito e disprezzato dalla comunità di appartenenza, squalificato eticamente e psicologicamente e dunque leso nel proprio Sé. Deve arrivare ad autoaccusarsi di negare i valori di correttezza, di seguire le leggi di Dio, della natura, dell’ordine fecondo del mondo.

– Sottoporre le persone omosessuali – e la loro famiglie – a predizioni negative catastrofiche, imputando loro un destino maligno e infelice; e lanciare profezie di sventura perché fatalmente sia avverino. D’altronde, è facile fare profezie negative sul triste destino degli oppressi, perché distruggere le possibilità è assai più facile che costruirne. Ecco perché in questi testi c’è un’insistenza drammatica sulla disperazione e la negatività di ogni cosa che riguarda il gay, così come una massificazione deterministica. Perché se venisse fuori che tante sono le possibilità e le forme di vita, allora vorrebbe dire che differenti sono i destini che le persone omosessuali possono avere. E, dunque, è possibile sottrarsi al percorso nefasto che si vorrebbe loro imporre come destino. Addirittura, è possibile vivere serenamente. Che fine farebbero, allora, le minacce alle profezie apocalittiche così facilmente sollecitate? [1]

Divisione, contrapposizione, espulsione, istigazione, patologizzazione sono solo alcune delle caratteristiche di questo tipo di teorie che basano il loro successo sulla divisione tra una (presunta) normalità da perseguire e un’anormalità da colpire e ostracizzare. Questo bisogno di etichettamento porta a non considerare la storia dell’individuo, le sofferenze che, spesso per la colpevole repressione sociale che ancora circonda le scelte sessuali individuali, caratterizzano la sua vita e anzi, approfittando di questa debolezza e di questo bisogno di (presunta) normalità, cerca di instillare il bisogno di accettazione nel paziente insistendo su quanto potrebbe essere migliore una scelta sessuale che sia socialmente approvata e non repressa ed ostacolata e come questo potrebbe significare minore sofferenza per il soggetto stesso. Quest’ultimo, affidandosi e fidandosi del suo terapeuta, ritiene che una scelta di questo tipo possa essere preferibile e possa evitare alcune sofferenze sebbene sia una scelta che  si accompagna alla repressione e al rinnegare i propri istinti più naturali, più ‘normali’ proprio perché innati

É contro questo tipo di deriva patologizzante che ci siamo impegnati, mettendoci anche la faccia, per ribadire la scorrettezza di questo tipo di pratiche. Pressioni di questo tipo sono profondamente scorrette qualunque sia il tema, dal momento che il terapeuta non ha il compito di dire al suo paziente cosa debba fare/essere, quanto di cercare di capire con lui quali scelte siano più adatte nella sua vita.  E, non dimentichiamolo, costituisce una violazione profonda del Codice Deontologico degli Psicologi il quale, all’articolo 3, sancisce come lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale.

Insomma ancora una volta il rispetto della persona che ci si siede davanti dovrebbe venire prima di tutte le nostre considerazioni personali, morali o religiose che siano. Questa attenzione è premessa per me indispensabile per svolgere con correttezza e attenzione il delicato lavoro che abbiamo scelto di portare avanti. 

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure commentando il post.  

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Rigliano, P., Ciliberto, J., Ferrari, F. (2012), Curare i gay?, Raffaello Cortina Editore, Milano, pp. 170-172

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#Iononriparo (1)

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just-loveQualche tempo fa io e la mia collega Carla Sale Musio, aderendo alla campagna nazionale di sensibilizzazione sul tema, abbiamo pubblicato la foto con la scritta #iononriparo. Molti contatti ci hanno chiesto cosa volesse dire quel cartello, a cosa si riferisse e cosa non riparassimo. La maggior parte delle persone pensava fosse legato al fatto che ‘non ripariamo i matti’, e che semplicemente aiutiamo le persone ma non le aggiustiamo. Sicuramente è vero che, nel senso letterale del termine, non ‘ripariamo’ nessuno, ma in realtà il focus di quella campagna era molto più specifico e si riferiva alla netta contrarietà che noi, e moltissimi altri colleghi, nutriamo nei confronti delle cosiddette teorie riparative nei confronti dell’omosessualità. Grazie a questa foto, mi sono reso conto che poche persone conoscono queste posizioni e sarebbe forse il caso di cercare di capire cosa siano e su quali princìpi si basino. Le cosiddette teorie riparative, dette anche terapie di conversione, sono terapie che hanno come finalità la negazione dell’orientamento sessuale dell’individuo e il suo riorientamento verso una sessualità percepita come normale, quindi sostanzialmente ed esclusivamente la sessualità eterosessuale. Le terapie di conversione basano la loro efficacia sulla repressione del proprio desiderio primario per l’assecondamento di un desiderio sessuale considerato più ‘normale’ o socialmente accettato. Gran parte di queste teorie sono sostenute da psicologi o terapeuti fortemente legati ad organizzazioni religiose, ottica che necessariamente altera da principio il lavoro con la persona omosessuale. Queste posizioni sono fortemente osteggiate dalle associazioni di psicologi e psichiatri, sia americani che europei, in quanto forzerebbero la terapia con il paziente verso esiti imposti socialmente e contribuirebbero all’associazione omosessualità=malattia, associazione rinnegata da tempo da tutte le più importanti organizzazioni internazionali di psicologi, nonché dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. 

Quali sono i princìpi sui quali queste teorie si basano? Quali sono le premesse che fondano questa classificazione tra una sessualità ‘accettata’ e una invece inaccettabile e da modificare? Questo lavoro è basato sulla disanima fatta nel testo Curare i gay?(in fondo al post, come sempre, trovate tutti i riferimenti bibliografici) che ha provato a classificare i presupposti metodologici dei quali questo tipo di teorie si fa forte:

– Contrapporre in modo rigido identità maschile e femminile, dentro l’unico ordine naturale possibile, quello eterosessuale. Dunque tutto ciò che si discosta da questo schema binario non può che essere patologia o peccato, più spesso tutti e due.

– Sottoporre l’omosessualità di cui il soggetto è malato a ogni sorta di denigrazione e squalifica – psicologica, etica, religiosa – e precludere al soggetto stesso ogni bene e valore in cui pure il soggetto crede e che gli viene imputato di negare per definizione a priori.

– Contrapporre in modo insanabile il bene e il male, secondo una logica “tutto o nulla”.

– Espellere l’omosessualità dall’Ordine dell’umanità: essa non esiste se non come patologia, chi vuole farne un’identità si contrappone ai principi e alle forme eterne in cui si incarna il progetto di Dio per l’umanità.

– Legittimare, non condannandolo, l’odio sociale, il disprezzo fino all’ostracismo, fino agli attacchi fisici – a partire dalla riprovazione fino all’espulsione da parte della propria famiglia; se il deviante è soggetto all’isolamento e all’emarginazione, che implica la mancanza di ogni supporto, questo è una conseguenza del suo essere. 

– Instaurare un vero e proprio processo di patologizzazione basato sulla disumanizzazione delle persone omosessuali, per arrivare a contestarne l’esistenza. Tale processo si svolge attraverso varie tappe: separare “gli omosessuali” da “i normali”; indicarne le tappe di una progressiva degenerazione; evidenziarne i segni patologici affinché i sani possano esercitare il proprio acume diagnostico; eliminare tutto ciò che contrasta con questa visione, fino a leggerne i segni positivi come contro reazione compensatore fraudolenta; costruire una visione catastrofica deterministica del loro destino; evitare sempre di analizzare il contesto in cui diversi sono costretti a vivere. Viene instaurato un circolo vizioso autogiustificantesi: dal metaforico si passa al corpo e poi al simbolico e quindi al comportamento. Dal disordine del desiderio si passa alla immoralità del comportamento, al danno provocato al proprio fisico, rintracciando in esso i segni che dicono la morbosa malvagità del gay, e poi di nuovo si giunge alla condanna psicologico-morale, stabilita definitivamente in sede etico-religiosa: i gay sono moralmente disonesti perché oggettivamente disordinati.

– Strutturare così un perfetto meccanismo di circolarità paranoica, che genera generalizzazione (“tutti gli omosessuali sono uguali”, cioè malati, ma anche “tutti i gay sono uguali”, cioè perversi), personalizzazione (ciò che vedo dei comportamenti è proprio come la persona è), insensatezza (per essere così devono per forza avere qualcosa di sbagliato), deresponsabilizzazione (se sono così è solo colpa loro). Quando si fa fatica a trovare ciò che si cerca, lo si suppone, e allora scatta il delirio di riferimento e di persecuzione: è il grande complotto della lobby gay, la congiura degli insospettabili corrotti contro gli innocenti.

 

– CONTINUA –

[1] Rigliano, P., Ciliberto, J., Ferrari, F. (2012), Curare i gay?, Raffaello Cortina Editore, Milano, pp. 170-172

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Tre diversi modi di essere in terapia (3)

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Dopo aver visto le prime due posizioni, vediamo la terza ed ultima possibilità esposta da Whitaker:

Un terzo modello può essere definito come ridare potere al paziente o alla famiglia. Questo approccio è utile quando l’adulto si sente debole, desideroso di appartenere, è prostrato dal fallimento, vorrebbe far parte di una squadra, riassumere la responsabilità di se stesso, ma non sa come fare. Il terapeuta diventa quindi un padre, che esorta, chiede, crede che il paziente sia in grado, se si sforza, di adattarsi allo stress. In questo caso il compito del terapeuta consiste nel richiedere al paziente di acquistare forza, senza offrirgli però un sostegno diretto, come fa un allenatore di una squadra di calcio quando incoraggia i giocatori ad aumentare la loro capacità aerobica, a mettercela tutta, a essere spontanei e a prendere iniziative. Il terapeuta deve avere potere e controllo solo su alcuni aspetti limitati della vita del paziente – essenzialmente sulla durata e sul tipo di esercizio da fare, sul luogo e l’ora dell’allenamento. Se questo metodo è successo il paziente continua a ‘tenere in gioco la palla’, sarà gratificato da sui progressi. Vi è comunque un periodo iniziale, nel quale ‘l’allenatore’ deve forzare il ‘giocatore’ a riprendersi il potere: il terapeuta deve spingere il paziente a definire il suo gioco, la propria partecipazione, a scegliere con lui la più congeniale, che può dargli soddisfazione con il minor dispendio di energie. A quel punto l’allenatore, il terapeuta, diventa un tifoso, che si rallegra per i progressi e i sogni del paziente.

Questa è quella che Whitaker stesso definisce come posizione paterna, una posizione che riguarda la possibilità di intervento supportiva del terapeuta nei confronti del paziente. In questo caso più che la dipendenza, il problema può essere quello legato allo sprono da parte del terapeuta che, almeno inizialmente, deve, proprio come nella metafora dell’allenatore, motivare il proprio giocatore e obbligarlo a costruire e tracciare il proprio percorso. Per quanto si ripeta spesso che la terapia dovrebbe essere un accompagnare il paziente all’interno del suo stesso percorso, si palesa una posizione che in terapia è spesso necessario tenere, almeno nelle prime fasi iniziali del processo stesso.

L’autore utilizza il termine di ‘forzatura’, che appunto, perlomeno inizialmente, è necessario utilizzare affinché il paziente possa riappropriarsi della sua posizione. Dovendo superare un insieme di automatismi che ormai conosce bene, il paziente deve essere spinto verso una nuova prospettiva. Il lavoro è molto delicato perché il terapeuta deve sapere dove fermarsi dal momento che, se imponesse la sua visione al paziente, starebbe, come nella prima posizione, assumendo per vero lo stereotipo che, all’interno della relazione terapeutica, sia lui quello che sa come fare. Incorrerebbe, in questo caso, nella stessa posizione di onnipotenza che spesso porta la terapia a falsi avanzamenti e continue ricadute del paziente stesso.

Come dice lo stesso Whitaker: Il meta-problema, in tutte queste forme di psicoterapia, è come far si che il terapeuta impari a perfezionare il proprio ruolo terapeutico, senza diventare schiavo né della dipendenza del paziente, né delle proprie fantasie di potere. Il pericolo che corre il terapeuta è simile a quello che corre una madre: è quasi impossibile modificare il proprio ruolo e porsi su un piano di parità con qualcuno che, un tempo, era nostro figlio! 

Perfezionare il ruolo di psicoterapeuta richiede una difficile fusione tra la capacità di essere persona e la capacità di entrare in un ruolo e credo sia una di quelle cose che, con una espressione inglese, viene definita lifelong learning , qualcosa per imparare la quale occorra tutta una vita. Credo che l’importante sia avere la consapevolezza della delicatezza ed importanza del proprio ruolo nei confronti della vita dell’altro. Solo così è possibile evitare di cadere nella trappola dei propri stereotipi.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Whitaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 174

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Tre diversi modi di essere in terapia (2)

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Abbiamo già visto una delle diverse posizioni che possono essere assunte all’interno del rapporto psicoterapeutico. Dopo aver visto un primo orientamento, quello che vedeva un terapeuta esperto e un paziente ‘dipendente’ vediamo un secondo orientamento. Il brano che vi riporto è tratto, come nel primo post, dal testo Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, di Carl Whitaker e ve lo riporto integralmente:

Un secondo orientamento psicoterapeutico è basato sull’offerta di un modello di ristrutturazione. Di solito questo si fonda sull’intuizione, la comprensione, l’analisi e sul tentativo di dimostrare che il terapeuta conosce il segreto di una vita migliore. Considerando il fatto che la sofferenza e l’impotenza rendono il paziente insicuro, l’apprendimento di queste nuove tecniche può essere molto utile. Il rischio è, ancora una volta, che il fascino della dipendenza e della mancanza di iniziativa prenda il sopravvento, trasformando il paziente in un adolescente che si dibatte oscillando fra il suo bisogno di dipendere e il suo desiderio di essere indipendente, fra la paura di perdere il proprio senso di identità e quella di soffocare la propria creatività. [1]

Questa posizione sembra molto più equilibrata rispetto alla posizione vista con il primo esempio. In questo caso il terapeuta non si fa conquistare dal fascino della posizione che il paziente cerca di attribuirgli (tu sai come fare!) ma si preoccupa semplicemente di fornire un ‘modello di ristrutturazione’, un modello alternativo a quello che è il modello del paziente.

Se, volendo esemplificare, il paziente si raccontasse come vittima della malevolenza della moglie, e che attorno a questo tutta la sua vita ha assunto dei contorni tragici, scopo della terapia potrebbe essere quello di introdurre un nuovo punto di vista che possa permettere al paziente di ristrutturare la propria immagine e non vedersi solo, come nel’esempio, vittima della moglie. Si tratterebbe in questo secondo caso, di capire cosa, per esempio, ha fatto si che questo marito accettasse la malevolenza della moglie e quale significato avrebbe questo per lui. Questa nuova lettura può aprire prospettive interessanti perché permette di scardinare storie ormai sedimentate nelle quali spesso ci riconosciamo senza avere più la possibilità di metterle in discussione.

Anche in questo caso è necessario prestare particolare attenzione alla posizione del terapeuta dal momento che questo lavoro oscilla tra il bisogno di smarcare il paziente e renderlo indipendente e il bisogno del paziente di coltivare la dipendenza nel rapporto. Questa posizione può essere elaborata accogliendo le richieste del paziente, ma utilizzando qualunque richiesta stessa per lavorarci assieme in terapia, dotarla di significato e renderla esplicita nella relazione terapeutica stessa. Nel momento in cui questo viene esplicitato nel rapporto infatti, è possibile lavorarci col paziente ed è possibile che il paziente stesso, grazie alla consapevolezza acquisita, possa utilizzarlo come strumento di una nuova cognizione di se. 

– Continua –

[1] Whitaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 173

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Tre diversi modi di essere in terapia (1)

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tre diversi modi di essere in terapiaIl post di oggi ha a come obiettivo quello di cercare di delineare quelle che sono le diverse ‘tendenze’ all’interno di un percorso di terapia. Molti spesso credono che ci sia un solo modo di fare terapia, come se uno psicoterapeuta, una volta che ha imparata una tecnica, la potesse pedissequamente applicare ad ogni persona con la quale ha la fortuna di trovarsi a lavorare. In realtà la ‘materia’ della psicoterapia, la persona o il gruppo con cui si lavora, è materia liquida, complessa, ed è per questo che non si può fare a priori una definizione o una delineazione di quello che succederà in terapia, data la costruzione stessa del rapporto terapeutico che non può essere inquadrato in regole o in classi. E’ possibile, ed è questo che proviamo a fare oggi, cercare di delineare uno ‘stile’ di terapia, un modus operandi che il terapeuta applica all’interno del suo lavoro. Questo post è basato sulle posizioni e sulle considerazioni dello psicoterapeuta americano Carl Whitaker che nel suo bellissimo libro Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, cerca di delineare alcune riflessioni su cosa voglia dire essere uno psicoterapeuta e su come questo mestiere debba interagire con l’altro. Vi riporto i tre modi con cui Whitaker cerca di delineare degli ‘stili di terapia:

Il primo è l’eliminazione del sintomo. Il paziente la famiglia arrivano in uno stato di carenza emotiva, simili a bambini indifesi, insicuri ed incapaceidi agire, per mancanza di nutrimento, di forza, di opportunità di crescita. La risposta più ovvia a questi sintomi è l’offerta di nutrimento  e di cure di una madre affidataria. Il rapporto che si crea è molto simile a quello di un maestro che incoraggia il bambino a leggere, studiare, a imparare, a creare, stimolandolo sempre di più ad apprendere. Uno dei problemi principali che derivano da questo atteggiamento è la sindrome ‘mamma sa tutto’.

Il terapeuta escogita sempre nuovi trucchi per cambiare le cose, ma finisce per far perdere completamente al paziente la libertà di prendere iniziative. Questo significa che il paziente e la famiglia diventano sempre più dipendenti e dubitano sempre di più di se stessi, mettendo il genitore affidatario nella temporanea ma gratificante situazione di essere un Dio onnipotente. A quel punto il genitore affidatario deve trovare il sistema per risolvere una situazione simile, per molti aspetti, a quella che di un bambino nel distaccarsi dalla famiglia, in un’età in cui ha ancora bisogno di dare e di ricevere affetto. [1]

Il primo modo è il modo in apparenza più semplice. Si tratta di delineare all’interno della relazione chi sa (il terapeuta) e chi non sa (il paziente). Chi sa deve prodigarsi affinché chi non sa abbia una soluzione al problema per il quale è venuto e ha iniziato una terapia. Questo porta a due conseguenze entrambe pericolose se non maneggiate con consapevolezza dal terapeuta: chi non sa ottiene una soluzione a sua misura, ma indirettamente riceve la conferma che se non ci fosse stato l’intervento del terapeuta non avrebbe saputo come fare e quindi rinforza in se stesso l’idea di non ‘saper fare’ autonomamente.

Il terapeuta può, invece, crogiolarsi nel ruolo di colui che ‘sa come/cosa fare’, crederci in blocco e passare dalla posizione aperta di terapeuta (ti aiuto ad aiutarti) alla posizione chiusa di guru (fai come ti dico). In questa posizione la libertà del paziente è messa a dura prova, perché penserà di avere sempre bisogno del supporto del terapeuta per poter procedere, mentre l’onnipotenza del terapeuta ne uscirà rafforzata perché si alimenterà di un nuovo caso nel quale i suoi consigli hanno apparentemente risolto la situazione. Credo che questo, se il terapeuta non è consapevole di ciò che sta avvenendo, non sia un buon modo di fare terapia per varie ragioni: non si rende indipendente il paziente all’interno delle sue scelte e si coltiva la disparità di ruolo all’interno della relazione terapeutica (io terapeuta so vs. tu, paziente non sai).

– Continua –

[1]Whitaker, C. (1989), Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia, Astrolabio, Roma, pag. 173

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Lavorare in studio con i bambini

Psicologia 1 Comment »

Il post di oggi è dedicato ad una clientela particolare: i bambini. Lavorare con i bambini non è sempre facile e non è scontato che si possa fare con le stesse tematiche o con le stesse modalità con le quali si lavora con gli adulti. La differenza più rilevante può essere dovuta al fatto che un adulto in terapia di solito è più consapevole della relazione che si sta costruendo. Questa consapevolezza è, naturalmente un pregio, ma può diventare un’aspetto in più di cui tenere conto nel momento in cui subentrano paure, ansie, timori che possono inficiare la stessa relazione terapeutica. Un bambino è, invece, per sua stessa natura molto più immediato, più istintivo, può essere più aperto e pronto al dialogo (o al gioco!) senza tante paure. Ovviamente possono essercene anche nel caso dei bambini, ma a causa di questa immediatezza è il caso di prestare particolare attenzione a come lavoriamo con loro.

Come sarebbe meglio lavorare con i bambini? Il tema non è facile soprattutto per la delicatezza delle persone coinvolte nel trattamento. È assolutamente necessario cercare di riflettere su quelle che sono le prerogative dei bambini nel lavoro terapeutico. Una delle indicazioni viene fornita dal noto psicoterapeuta Luigi Cancrininessun operatore sociale (e, dunque, nessuno psicoterapeuta) dovrebbe accettare di rispondere a quesiti specialistici relativi ad un bambino senza esaminarlo nel vivo della relazione che egli ha con il suo ambiente. Nessuna decisione andrebbe presa relativamente ad un bambino, di conseguenza, senza tenere conto in via prioritaria dell’effetto che essa avrà sul contesto in cui il bambino è posto [1]. Secondo l’autore sarebbe necessario lavorare con un bambino cercando di osservarlo nella sua interazione con l’ambiente nel quale si muove. Per diverse ragioni, è spesso difficile che uno psicologo possa recarsi fisicamente in casa di ogni suo piccolo paziente. Questo limite può essere superato con un primo incontro che preveda la partecipazione dei genitori. L’incontro con i genitori permette infatti di delineare le ‘modalità di funzionamento’ della famiglia stessa, e permette di farsi un quadro delle dinamiche della famiglia.

Un’altro aspetto al quale sarebbe bene prestare attenzione riguarda il sintomo stesso che quel bambino porta in terapia. Un secondo consiglio sulla psicoterapia dei bambini riguarda la doppia importanza del sintomo che non è solo causa di sofferenza, ma anche, e spesso soprattutto, di un arresto pericolosissimo del suo processo di crescita e di socializzazione: disturbando o bloccando la relazione con genitori e insegnanti su cui si basa tanta parte del suo sviluppo emotivo; rendendo difficile l’insostituibile rapporto con i coetanei e con la scuola; creandogli intorno un clima che favorisce (invece di contrastare) le sue tendenze regressive [1]. In questo passaggio l’autore sottolinea l’importanza del sintomo come comunicatore di disagio e di blocco per la crescita del bambino. Naturalmente ogni sintomo ha una valenza e una funzione ben precisa che con un buon lavoro sarebbe necessario chiarire. E’ importante tenere sempre bene a mente come l’insorgenza del sintomo sia causa di blocco nel bambino stesso e possa, poi, ripercuotersi sui diversi ambiti della sua vita (scuola, coetanei, ecc).

L’autore propone anche le possibili soluzioni a situazioni di questo tipo:

– Interventi rapidi e inizialmente centrati sul sintomo;
– Misure di socializzazione che facciano leva sulla consapevolezza degli adulti che si occupano di lui a proposito della necessità di non farlo ‘restare indietro’: puntigliosamente insistendo, con l’aiuto anche di interventi specifici: nel caso in cui il ritardo è giustificato anche da cause di ordine neurologico; sulla necessità di farlo crescere il più possibile;
– Sviluppo di un clima collaborativo e di uno ‘spirito di squadra’ fra tutti gli adulti che di lui, a vario titolo, sì occupano, compresi, ovviamente, i genitori la cui competenza primaria non andrebbe mai posta in discussione[1]

Punto nodale, così come nel lavoro con gli adulti, rimane quello di accogliere in un primo momento il sintomo e lavorare a partire da quello. Solo in un secondo momento si può estendere il lavoro cercando di riflettere e di comprendere come si è arrivati allo stesso sintomo. La peculiarità del lavoro con i bambini riguarda il fatto che il lavoro deve necessariamente passare per una inclusione delle figure significative del bambino stesso, e per una maggior coordinazione tra gli adulti che si occupano di lui. Questa è una delle aree più problematiche dell’intervento psicologico, laddove, spesso, esistono discrepanze tra gli obiettivi degli adulti coinvolti. Uno dei casi più emblematici, a questo riguardo, è l’esempio in cui i genitori del bambino stiano separandosi in maniera conflittuale.

Queste sono solo alcune riflessioni scaturite dal lavorare coi bambini. Ribadisco come sia necessario prestare particolare attenzione nel lavorare con loro: equivale ad offrire, se possibile, ancora più comprensione, tatto, attenzione, empatia e rispetto nell’entrare nel loro mondo.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Cancrini, L. (1991), Il vaso di Pandora, Carocci, Roma, pag. 195

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Perchè è meglio non fare terapia ad un amico

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psicologo3Una delle domande più frequenti che mi vengono fatte è sicuramente quella del perché non posso prendere in terapia amici o persone che già conosco. ‘Ma scusa, ci conosciamo già, avrei meno difficoltà a raccontarti alcune cose della mia vita, perché non posso venire da te?’ In effetti, visto dall’esterno, il fatto che uno psicologo non possa fare terapia ad un suo conoscente sembra un controsenso. Nell’accezione comune, il fatto che ci si conosca aiuta ad aprirsi e rende più facile andare da un professionista.

Perché allora è categoricamente meglio non farlo? Quello che dall’esterno appare come un punto di forza, visto dall’interno della relazione terapeutica appare invece come un’enorme debolezza. Parte dell’effetto della terapia è dato dal fatto che il terapeuta sia estraneo alla vita della persona che prende in carico. Questa estraneità fa sì che il paziente possa fidarsi, dato che il terapeuta non è orientato verso nessuno delle persone coinvolte nel racconto della vita del paziente, è estraneo alle sue dinamiche familiari ed è, in una parola, equidistante da tutti. Poniamo, invece, il caso contrario: il terapeuta e il paziente sono amici/conoscenti. In questo caso è probabile che il primo conosca persone che fanno parte della vita del suo paziente e il paziente, a sua volta, di persone che fanno parte della vita del terapeuta o, ancora più probabile nel caso le due persone fossero amiche strette, condividano le persone che conoscono. Questo è problematico perché potrebbe rendere meno liberi entrambi di parlare di queste persone: il paziente potrebbe non voler parlare di cose che coinvolgano anche il terapeuta mentre il terapeuta potrebbe essere meno libero nel poter fare restituzioni che coinvolgano persone conosciute da entrambi. Insomma non ci sarebbe una libertà di movimento che è invece indispensabile nella relazione terapeutica.

Altra difficoltà è che il terapeuta e l’ipotetico paziente/amico conoscendosi prima della terapia siano in un rapporto paritario nella relazione. Una dei capisaldi della terapia, che la distingue da un rapporto tra amici, è che una persona si espone molto nella relazione l’altra meno. Se ci fosse un rapporto amicale tra terapeuta e paziente, questa premessa non esisterebbe perché anche il paziente saprebbe tutto della vita del suo terapeuta. Entrambi sarebbero esposti allo stesso modo e questo inficerebbe non solo la costruzione di una relazione terapeutica (dal momento che già esiste una relazione amicale) ma di fatto impedisce l’uso che il terapeuta può fare delle proprie esperienze di vita in terapia. Come può il terapeuta utilizzare qualche dettaglio della sua esperienza dal momento che l’amico probabilmente conoscerebbe già l’episodio raccontato? 

Va inoltre ricordato che essendo conoscenti potrebbero esserci delle risonanze nelle dinamiche personali che potrebbero entrare in gioco nel rapporto terapeutico stesso. Mi spiego meglio: se una persona conosce l’altra è già presente nella loro relazione una serie di elementi (pregiudizi, idee, impressioni) su quella persona. Anche in questo caso queste premesse possono invalidare la costruzione del rapporto tra terapeuta e paziente. In una relazione terapeutica ‘ideale’, invece, la costruzione del rapporto avviene nella terapia stessa, e non dovrebbero esserci elementi conoscitivi pregressi che possano entrare in gioco. 

Per questi motivi è sempre bene evitare di prendere un amico o un conoscente in terapia e, piuttosto, inviarlo ad un collega che goda della nostra fiducia. Non è un atto di incomprensione e il motivo non è non volersi prendere cura del proprio conoscente. La ragione è, piuttosto, aver chiara una visione dei confini della propria professione, non cercare di sovrapporla al ruolo amicale e capire quando possiamo non essere la persona più adatta per fare un lavoro con un nostro amico. Questo non impedirà al nostro amico di annoverare tra le sue conoscenze uno psicologo conscio dei suoi limiti potendo, in più, avere anche il suo ascolto (come amico!) qualora volesse condividere l’esperienza della terapia.  

Che ne pensate?

P.s.: Approfitto di questo post per salutarvi per qualche settimana. La serie di nuovi progetti sui quali sto lavorando, sommati a quelli portati avanti in questo proficuo 2014, entusiasmanti ed impegnativi allo stesso tempo, richiedono che mi ricarichi le batterie e sono consapevole del fatto che solo una persona che si prende cura di se stessa può efficacemente prendersi cura degli altri.

Vi lascio comunque in compagnia di oltre 200 articoli tra i quali potete trovare la lettura che vi interessa. Vi saluto, vi auguro un Buon Natale ed un felice anno nuovo. Ci rivediamo a Gennaio..

…a presto…

Fabrizio Boninu

 

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Psicologia: cos’è la sintassi terapeutica?

Psicologia 2 Comments »

Psicologia cos'è la sintassi terapeuticaIl post di oggi vuole essere spunto per una riflessione più approfondita su quelle che sono le regole, sia implicite che esplicite, che sovrintendono al lavoro terapeutico stesso. Il tema apparirà un poco più complicato del solito: spero di riuscire a renderlo chiaro. Uno dei termini in gioco è la parola sintassi. Sintassi è una parola che indica una branca della linguistica che si occupa di come le parole si combinino tra di loro nel formare la frase. Stiamo dunque parlando delle regole tramite le quali si relazionano tra parole. Trasponendo il termine all’interno della terapia possiamo cercare di indicare come la sintassi stia ad indicare le regole che determina l’incontro terapeutico, il modo con cui gli attori coinvolti nella terapia (il paziente (o i pazienti!) e il terapeuta stesso) si relazionino tra di loro e diano vita a qualcosa di nuovo legato alla loro stessa relazione. A questo ‘costrutto relazionale’ viene dato il nome di sintassi terapeutica: quello che il paziente ed il terapeuta costruiscono assieme e che influisce sulle regole di funzionamento della relazione stessa. 

Vi riporto il brano di un testo che spiega in altre parole quello di cui stiamo parlando: 

Intendiamo per sintassi dell’intervento l’insieme delle regole (esplicite, implicite) che presiedono alla organizzazione presunta (dal terapeuta), in una struttura unitaria, per il materiale proposto da coloro che parlano. Si tratta delle regole utilizzate per definire la situazione vissuta, è il tentativo di dare un ordine complessivo all’immagine nuova che emergere anche il terapeuta attraverso il materiale che gli viene proposto. 

Fermiamoci ad analizzare meglio quello che viene fin qui detto. Uno degli aspetti interessanti da sottolineare riguarda il fatto che queste regole possono essere esplicitate oppure implicite alla relazione stessa. Le regole implicite possono essere sia di natura più ampia (sociale, morale, ecc.) oppure esplicitate all’atto della conoscenza tra medico e paziente, la stipula del cosiddetto contratto terapeutico. Per esempio è una regola esplicita il fatto che una seduta duri mediamente un’ora, o che costi un certo tanto e così via. All’interno di questa relazione regolata (la seduta) si cerca di arrivare a dare un ‘ordine’, un’organizzazione al materiale che il paziente stesso porta. Il paziente può portare questo materiale con un suo ordine e, all’interno dell’intervento terapeutico, questo ordine può essere confermato, cambiato, ricompreso, approfondito ecc. In una parola possiamo dire che questa visione venga risignificata, gli venga data, cioè un nuovo significato. Questo movimento avviene qualunque sia l’orientamento teorico del terapeuta stesso. Al massimo l’orientamento avrà un’influenza su quelli che sono i modi (la grammatica) con cui ci si muove in terapia. Il mio orientamento, per esempio, è di tipo sistemico-relazionale: prendo in considerazione il peso che la famiglia ha all’interno delle vicende che mi porta l’individuo, mentre uno psicoanalista freudiano potrebbe non prendere troppo in considerazione l’aspetto familiare. Questa differenza di approccio non cambia, però il valore più ampio dell’esperienza terapeutica che riguarda la risignificazione del vissuto del paziente. 

Tutte le costruzioni terapeutiche partono dalla identificazione di un fatto rilevante dal punto di vista interpersonale collegato al manifestarsi del sintomo, presupponendo:

a) Una condizione di equilibrio che precede l’inizio dello star male e che è stata messa in crisi dall’evento; indicando b) La funzione positiva svolta dal sintomo sull’equilibrio personale di colui che lo manifesta e sull’equilibrio del gruppo di cui fa parte; suggerendo c) Una forma speciale di complicità da parte del terapeuta che lo riconosce. [1]

Tutte le costruzioni terapeutiche partono dalla identificazione da parte del paziente di un punto nodale che ha attivato la messa in crisi del suo stesso sistema di vita e che sia collegato all’insorgenza di un sintomo, la ragione per cui il paziente arriva a chiedere una terapia. Può essere l’ansia, la gestione della rabbia, la paura della morte, qualcosa con la quale la persona ha difficoltà a relazionarsi. Cosa sottostà alla comparsa dello stesso sintomo? Le premesse di questo sono che la vita del paziente fosse in equilibrio prima, cioè che ‘funzionasse’, equilibrio che è stata messo in crisi dall’insorgenza del sintomo stesso. Attraverso l’aiuto del terapeuta è possibile comprendere come il sintomo sia segno di reazione alle mutate condizioni dell’equilibrio, e come sia possibile dare un significato diverso al sintomo stesso. Capita talvolta che il sintomo venga ridefinito in maniera positiva rispetto a quella che era la percezione della persona stessa. L’ansia per esempio può essere un segnale di discrepanza tra ciò che dobbiamo fare e ciò che vorremmo fare. Non è negativo sentire ansia nel momento in cui può essere un campanello d’allarme per la piega che sta prendendo la nostra vita. Va sottolineato come il sintomo possa avere una funzione positiva, sebbene spesso difficile da cogliere, anche per le persone che più sono vicine al paziente stesso. In questo movimento si instaura quella che l’autore chiama complicità e che io definisco alleanza terapeutica tra il paziente e il terapeuta stesso che può così entrare in contatto non solo con il sintomo ma con quello che il sintomo stesso rappresenta per la persona e per il sistema relazionale all’interno del quale si muove.

Quanto delineato costituisce la premessa del lavoro terapeutico ed è alla base per la costruzione della relazione coi pazienti.

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Cancrini, L. (1991), Il vaso di Pandora, Carocci, Roma, pag. 293

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