Condannati a rimanere svegli (1)

Adolescenza, Famiglia, Internet, Psicologia, Società… Nessun Commento »

ragazzi non dormonoCinque. Con l’ultima persona che è venuta questa settimana, sono cinque le persone, tra quelle che vedo, per lo più ragazzi, che fanno le ore piccolissime di fronte ad uno schermo, sempre meno televisivo e sempre più connesso ad internet. Hanno ‘problemi nel prender sonno’, stanno svegli fino a tardissimo. Parlo delle 3, 4 o anche 5 del mattino, mentre il giorno dopo (in realtà il giorno stesso!) hanno incombenze da svolgere come, per esempio, andare a scuola. Immagino i loro volti illuminati di azzurro nel buio delle loro camere, mentre i genitori spesso non si accorgono che sono ancora svegli alle 4 di mattino, oppure se ne accorgono a posteriori, dai segni che notti insonni lasciano sulle loro giovani facce, segni che si estendono ad altri aspetti della loro vita: attenzione, relazione, ecc. Sembra una epidemia, una strana malattia esplosa con l’avvento di internet tascabile, con smartphone e dispositivi che si sono fatti sempre più portabili e indossabili, dispositivi che se, da un lato, ci hanno garantito un accesso enorme alle informazioni, dall’altro mietono le loro vittime tra i più giovani, ragazzi che, effettuato l’accesso, non riescono più a trovare l’uscita, restando eternamente dentro ad un mondo virtuale, dal quale hanno sempre più difficoltà a staccarsi. I dati continuano a confermare questa tendenza, questa inclinazione a spingersi sempre più a fondo nel mondo della notte, alla conquista di quel ‘tempo perso’ che, nella mente di molti, ormai rappresenta la notte. 

Quali sono le cause di questa ‘mancanza’ di sonno? Da una lato, dovremmo considerare l’iperstimolazione, sia mentale che fisica, che i ragazzi subiscono durante tutto il giorno con i loro mille impegni quotidiani, le mille attività nelle quali sono impegnati, attività che li obbligano a stare attivi, non lasciando loro nessuno spazio per la noia, per il non fare nulla, per stare anziché dover fare. Se è possibile che questi fattori abbiano influenzato la conquista della notte, non credo ne costituiscano, però, la causa. Ho provato allora ad allargare lo sguardo, indagare la multicausalità di un problema complesso. La notte è l’ultima frontiera di una società che va sempre più veloce, cerca di essere sempre più connessa, sempre più rapida, sempre più impegnata, sempre più indaffarata, sempre più sommersa di informazioni, sempre più collegata, sempre più relazionata. Una società che chiede continuamente di più, chiede più competenze, più attenzione, più prestazioni. Questo ha coinvolto anche il mondo virtuale che da svago, si è ben presto trasformato in un cappio che stringe sempre più colli a sé. 

Molti ragazzi, così occupati nella loro giornata, sentono di non riuscire a dedicare abbastanza tempo alla coltivazione della loro vita sociale, che nel frattempo si è moltiplicata e frammentata rendendo il seguirla un vero e proprio impegno. Aggiornare il proprio status su Facebook, pubblicare qualcosa su Twitter, condividere le proprie foto su Instagram (senza considerare l’impegno di guardare lo status degli altri su Facebook, seguire i propri contatti su Twitter, guardare cosa pubblicano gli amici su Instagram), diventa una sorta di lavoro, uno dei principali modi tramite il quale, sopratutto adolescenti, si trovano ad interagire con l’altro. Un mondo che non osano tralasciare proprio perché è tramite questo che riescono a rimarcare la loro presenza, arrivando, in parecchi casi, ad una vera e propria ossessione per la quale solo la partecipazione sancisce l’esistenza. Per molti di loro, poi, è più facile intraprendere relazioni in un mondo virtuale, mediato dalla tecnologia, piuttosto che nel mondo reale percepito spesso come difficile, complicato e duro.

Vi sarete forse accorti che non ho ancora citato il massimo dell’invadenza della comunicazione attuale: WhatsApp, con le sue chat, i suoi contatti, i suoi gruppi, le sue notifiche che, se lasciate attive, obbligano continuamente ad interagire. Le due spunte blu rendono perentoria la risposta, la presenza dello status ‘online’ rende impossibile esimersi dal rispondere. ‘Ma come, ti ho mandato un messaggio, l’hai visto e non mi hai risposto?’, ‘Eri online ieri notte e mi hai mollato’. È impensabile non esserci, non fornire una risposta nel momento in cui viene fatta una domanda, è impossibile (o meglio molto difficile) estraniarsi da un processo che ti vuole connesso e disponibile 24 ore su 24. Questo ci viene reclamato ogni giorno, tutti i giorni: come può essere messo in discussione la notte? Contando che molto spesso è la notte il momento nel quale molti di noi si sentono più a loro agio, non subissati da richieste ‘diurne’. Il fenomeno dei ragazzi che non riescono a dormire è così diffuso che è stato coniato un termine per definirlo: vamping, termine assonante a vampiro creatura che, nell’immaginario, è condannata a vivere solamente di notte.

– CONTINUA –

Sul tema puoi leggere anche:

BAMBINI E INTERNET: CHE FARE (1) 

BAMBINI E INTERNET: CHE FARE (2)

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

La banalità del male

Argomenti vari, Psicologia Nessun Commento »

arton14091-b7a64Questo post ha bisogno di una piccola/grande premessa che inizia dalla visione di un film:  Hannah Arendt (2012). Il film narra la vita di Hannah Arendt tra il 1960 e il 1964. In quel periodo la Arendt ha circa cinquant’anni, ed è un’intellettuale di origine tedesca, naturalizzata statunitense per sfuggire alle persecuzioni naziste nei confronti degli ebrei della seconda guerra mondiale. Nel 1961 la rivista The New Yorker la mandò a Gerusalemme come cronista di quello che si annunciava come uno dei processi del secolo: il caso di Adolf Eichmann, uno dei più grandi criminali nazisti, catturato in Argentina e processato da un tribunale ebraico (e, per la cronaca, condannato a morte nel 1962). Da intellettuale prestata alla ‘cronaca’, la Arendt approfittò del punto di vista privilegiato che aveva sulla vicenda per una profonda riflessione circa la mancanza di mostruosità nella persona di Eichmann, sulla sua presunta normalità, sulla impossibilità di pensare che quel piccolo ometto calvo e con gli occhiali potesse essere non un burocrate ma una delle personificazioni del male per come lo aveva conosciuto il mondo pochi anni addietro. La riflessione portò la Arendt a scrivere uno dei suoi libri più famosi, La banalità del male, libro nel quale affronta appunto la banalità del male che ci circonda, dovuto non a casi eccezionali o a predisposizioni particolarmente malvagie e sanguinarie delle singole persone, quanto dell’inconsapevolezza che le scelte, anche piccole di ognuno di noi, hanno nel costruire un risultato disastroso quanto quello che si era creato durante la seconda guerra mondiale

Lasciamo qua la Arendt (vi invito naturalmente a leggere il libro o a guardare il film se voleste saperne di più delle vicende narrate) e passiamo ad un’altra piccola/grande premessa, qualcosa di più vicino a noi. Tempo fa assisto al convegno di Massimiliano Frassi (se voleste saperne di più sul tema, vi rimando al post nel quale lo intervisto. Cliccate sul link PEDOFILIA: intervista a Massimiliano Frassi) all’Exmè di Cagliari, organizzato da Domus de Luna. Il tema del convegno è di quelli che fanno timore: la pedofilia. Uno degli aspetti sul quale Massimiliano non si stanca di insistere, è che dobbiamo fare più attenzione alle situazioni ‘normali’, quelle nelle quali abbassiamo la guardia, piuttosto che quelle apertamente equivoche nelle quali, invece, la nostra attenzione può essere più vigile. Il pedofilo non è il personaggio interpretato da Bela Lugosi, non è il mostro delle fiabe, brutto, sporco e cattivo; è più probabile si celi dietro il gentile e premuroso sconosciuto che avvicina il bambino e che non desta nessuna apparente preoccupazione.

Nazismo e pedofilia: suppongo che, a questo punto, vi starete chiedendo: qual è il punto? Dove vuole arrivare questo post? Qual è il filo rosso che congiunge due premesse apparentemente così tanto distanti?

Il filo rosso è una mia personale riflessione sulla banalità del male, sulla necessità di abbandonare l’idea che il male sia una realtà sovrumana che non ci appartiene ma che rientri nella quotidianità di ciascuno di noi. È molto liberatorio e gratificante pensare che il male, le persone veramente cattive, quelle che sono nei libri di storia alla voce ‘i peggiori di sempre’, siano altra cosa da noi, siano casi eccezionali nella storia dell’umanità, siano lontani anni luce dalle nostre piccole cattiverie quotidiane, siano completamente separati dalla nostra vita. Credo che dovremmo riconsiderare questa separazione. Questo distacco risulta del tutto arbitrario perché qualsiasi atto, per quanto abietto lo si possa considerare e per quanto immense siano state le sue conseguenze, è partito da piccole cose, da piccoli aspetti sottovalutati, da piccole disattenzioni, da piccole mancanze di rispetto nel quotidiano e che hanno, giorno dopo giorno, costruito una realtà ben più grande.

Ed è a questo livello che dobbiamo intervenire per riconoscere la nostra banalità del male: dobbiamo allenarci a riconoscere i segnali, le disattenzioni, il menefreghismo, la sopraffazione che quotidianamente si affacciano nella nostra vita. E siamo sempre noi il punto di osservazione migliore dal quale partire: siamo noi che dobbiamo stare attenti alle nostre intolleranze, alle nostre invidie, alla nostra noncuranza per il prossimo, alle nostre piccole e continue cattiverie. Perché solo conoscendo queste parti di noi è possibile integrarle con le parti più accoglienti, tolleranti, comprensive e generose. Ed è grazie a questa integrazione che può esserci un equilibrio tra le nostre varie parti.

È questo, secondo me, un grande passo verso la consapevolezza di se stessi, consapevolezza il cui fine ultimo è l’accettazione di ogni parte di noi, anche quelle che non ci piacciono, parti di noi che, se non comprese e assimilate, costituiscono l’humus ideale per fatti di portata e rilevanza storica ben più ampia.

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

Prospettiva nuova

Adolescenza, Emozioni, Psicologia Nessun Commento »

Un giorno qualunque di lavoro. Nuovo appuntamento. Dopo l’incontro con i genitori, conosco finalmente Giorgia, 15 anni, spinta alla terapia dalla sua difficoltà, sempre crescente, di affrontare uno qualunque dei vari impegni della sua vita quotidiana senza ansia. Giorgia si presenta molto bene, sembra apparentemente tranquilla, anche se vari segnali parlano del suo stato di disagio anche nel momento in cui la incontro.

Ovviamente il tema sul quale incentra tutto il colloquio è l’ansia e lei non riesce a non parlare di quanto penoso sia partecipare a qualunque cosa, data la difficoltà a viversela in modo sereno. Mi parla approfonditamente della scuola, della frustrazione che prova ogni volta che viene interrogata quando, pur pronta, non riesce che a spiccicare un terzo di quello che sente di sapere e in un modo del tutto terribile rispetto a come lo ripeteva solo il giorno prima, nell’intimità della sua camera. Oppure dell’ansia che la assale ogni volta che la sua squadra (Giorgia gioca a pallavolo) deve affrontare una partita con una squadra avversaria. O ancora alle uscite con gli amici, soprattutto se nel gruppo sono presenti persone nuove o con le quali ha poca confidenza oppure se uno dei membri del gruppo propone di fare qualcosa di nuovo, qualcosa che, lei teme inesorabilmente, non saprà affrontare e permetterà a tutta l’inadeguatezza che sente di avere di manifestarsi appieno.

Sto li, con lei, ad ascoltare con interesse quello che mi racconta, pensando sempre più spesso, mano a mano che lei si addentra nei dettali di quanto invalidante senta l’ansia, a quanto questo ritratto possa essere parziale e monotematico

Ad un certo punto, come spesso mi capita di fare in terapia, sposto completamente il focus su un tema opposto rispetto a quello che il paziente mi porta come predominante. In questo caso: chi è Giorgia quando non ha ansia? Cosa le piace fare, cosa la rilassa quando capita che si senta bene? Questa domanda inizialmente spiazza Giorgia, che da tempo non si soffermava a pensare a chi fosse senza la sua fastidiosa compagna ansia. Lo spiazzamento iniziale lascia ben presto posto ad un nuovo focus e Giorgia inizia raccontarsi, a spiegare chi sia, e a dirmi cosa faccia di Giorgia… Giorgia.

Come ogni persona, inizialmente disabituata a raccontare qualcosa di sé, Giorgia inizia a riflettere su quali siano le attività che la caratterizzano, cosa le piace e cosa non le piaccia, quali attività le procurino piacere e quale invece aumentino il senso di disagio. Questo  spostamento le permette di pensarsi come qualcosa di più articolato, di più complesso rispetto al quel ritratto unidirezionale di Giorgia-con-l’ansia che da tempo caratterizza il suo racconto di sè.

Il cambio di prospettiva risulta, perciò, molto interessante perché permette alla persona di iniziare a guardarsi con occhi diversi e non più focalizzati solo su quella che è la problematica per la quale è venuta in studio. E spesso le persone sono completamente disabituate a percepirsi in questa maniera, aderendo completamente all’idea che siano solo il disturbo che manifestano.

Ritornando a Giorgia possiamo affermare come ormai si identificasse nella persona che ha una difficoltà legata all’ansia, dimenticando di ricordarsi quali altri aspetti si trovavano in lei e non riuscendo quindi ad integrare il disagio con le risorse che ognuno di noi possiede. Sono sicuro che vi starete chiedendo se questo fa passare l’ansia. Ovviamente no, ma questa nuova prospettiva, questa nuova integrazione può servire a riequilibrare la visione che noi abbiamo di noi stessi, rendendola più vera, sfaccetta e complessa. In poche parole più completa. Il tema che viene portato in terapia è quello che preoccupa di più la persona in quel momento storico della sua vita. Ma se il disagio diventa l’unico aspetto di noi stessi nel quale ci identifichiamo, e che tendiamo a mostrare agli altri, diventa difficile integrarlo con le risorse e le possibilità che sono insite in ognuno di noi.  

Ed è solo con la riscoperta della molteplicità dei nostri aspetti che può iniziare un percorso terapeutico.  

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

Che ne pensate?

A presto,

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati 

 

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

Cosa NON fare con l’ansia (2)

Emozioni, Psicologia Nessun Commento »

ansiaContinuiamo la nostra riflessione su cosa non sia funzionale fare quando una persona soffre di ansia. Abbiamo visto, nel post precedente, come il primo aspetto individuato sia minimizzare quello che succede. Vediamone altri:

Non incitare/spronare: Altra strategia che potrebbe essere poco utile , è quella di incitare o spronare la persona ad una reazione che la porti a opporsi all’insorgenza dell’ansia.

Frasi come: ‘reagisci, sennò è peggio’ hanno come unico risultato quello di esacerbare il senso di impotenza e inadeguatezza della persona che con l’ansia ha a che fare. Due infatti sono gli esiti possibili: se la persona fosse in grado di reagire, l’avrebbe già fatto e non sarebbe preda di questa sensazione; se, come più spesso accade, è palese che non riesca ad opporsi all’ansia, ricordarglielo potrebbe avere un effetto ancora più demoralizzante perché, oltre all’ansia, la persona avrebbe anche un senso di manchevolezza per non riuscire a fronteggiare questa sensazione sgradevole. 

Sentirsi incitati o spronati e produce spesso esiti ancora più disastrosi, perché va ad agire sul senso di impotenza e di inadeguatezza che è lo stesso cuore pulsante dell’ansia in adolescenza, non facendo altro che confermare il motivo per cui ci si è ammalati: che si potrebbe, ma non ci si riesce.[1] Anche in questo caso sarebbe più funzionale, anche se decisamente più complesso da portare avanti, cercare di focalizzarsi su quello che sta succedendo, comprendendone il significato. Incentrare la risposta sulla reazione che si dovrebbe tenere, spostando l’attenzione da quello che si prova ad una ipotetica reazione, ha a che fare con il passaggio di cui abbiamo parlato prima di passare dal sentire all’agire, non permettendo di concentrarsi sul sentire, sullo ‘stare’ nell’emozione.

Appoggiare questa concentrazione sull’emozione, anziché cercare di deviare il focus dell’attenzione, è una parte fondamentale del processo di accoglienza emotivo: Se è ormai chiaro che l’ansia non è un problema bensì solo la sua espressione, sentirsi legittimati a stare come si sta è di per sé una parte della cura.[1]

Non pensare che passi da sola: altra ‘tecnica’ i cui risultati andrebbero vagliati con più attenzione, è quella di pensare che sia una cosa ‘passeggera’ e che passi da sola, così come spesso sembra essere arrivata. Frasi come ‘non pensarci, adesso passa’ o ‘non concentrarti su questa cosa, pensa ad altro’, non riescono spesso a raggiungere nessun intento. Le spiegazioni possono essere molteplici: in parte dipende da quello che abbiamo già visto nei punti precedenti: cercare di distrarsi da quello che si sta provando non ha mai un grande funzione, dal momento che impedisce di capire cosa quell’emozione stia comunicando su di noi. 

Altro aspetto da tenere in considerazione credo sia il sottotesto di un atteggiamento di questo tipo che è quello di porre l’accento sulla sciocchezza del sintomo stesso, sottolineandone l’irrilevanza, quasi che fosse una cosa di poco conto. Piuttosto che cercare di capirne il senso si pensa che non dandogli troppo peso tenderà a regredire e/o scomparire da sola: questo tipo di convinzione (…) racchiude tutti gli stereotipi sull’ansia di solito sostenuti da coloro che fanno di tutto per non averci a che fare, ovvero: non si tratta di nulla di serio che meriti una cura (…), bensì è poco più di un brutto fastidio con cui non si sa bene cosa fare ma che in fondo hanno più o meno tutti. Non pensarci, passerà![1]

Queste risposte elicitano nell’individuo che non riesce a fronteggiare la sua ansia, ancora più frustrazione dal momento che:

A) per chi la vive non è per niente una cosa di poco conto;

B) non sente accolte né le sue emozioni né il suo malessere;

C) sente di non essere capito da chi gli sta intorno;

D) potrebbe tendere a non comunicare più i suoi stati d’animo con le persone che lo circondano. 

Insomma, pur comprendendo l’intenzione con la quale spesso queste frasi sono pronunciate, sarebbe necessario prestare molta più attenzione a come si interviene in casi del genere. Cercare di liquidare velocemente certi stati d’animo può, a prima vista, sembrare una buona e rapida soluzione, ma spesso, anziché d’aiuto, sono strategie di corto respiro che risultano d’ostacolo per la comprensione e il superamento del malessere manifestato. 

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Andreoli, S. (2016), Mamma, ho l’ansia, Bur, Milano, pp. 238-243

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

Cosa NON fare con l’ansia (1)

Emozioni, Psicologia 2 Comments »

ansiaUna delle richieste che spesso portano i pazienti in studio, riguarda quella che è considerata come uno dei più grandi nemici dell’uomo: l’ansia. L’ansia è descritta come elemento particolarmente sgradevole della vita delle persone ed è sicuramente vero che, a livelli alti, può rendere problematica la quotidianità. L’ansia è subdola perché si manifesta in forme e tratti diversi: per alcune persone può, per esempio, dare luogo ad una difficoltà nelle interazioni sociali, per altre può avere conseguenze nella vita lavorativa; in alcuni si manifesta con sintomi fisici (tremore, rossore,…) altri possono non manifestare nessun tipo di sintomo dal punto di vista fisico. Data la poliedricità con la quale si manifesta, è spesso difficile capire cosa la singola persona intenda usando il termine ‘ansia’. Il primo passo che compio insieme al paziente che porta questa richiesta, è quello di cercare di vagliare e comprendere cosa intenda utilizzando il termine ansia e come, per lei, si manifesti.

Generalmente, con questo termine si descrive uno stato di forte preoccupazione, che può essere dovuta o a stimoli specifici oppure a cause non individuabili con precisione. Nel primo caso l’ansia è più ‘controllabile’, dato che il soggetto potrà eventualmente evitare contatti od esposizione alla singola causa; nel secondo caso il discorso diventa decisamente più complesso, dal momento che il soggetto non si sente tranquillo in molte occasioni o con diversi stimoli. In questo secondo caso, l’ansia potrebbe interferire con la vita quotidiana, rendendola di fatto più complessa. Ovviamente, se accettiamo la premessa di cui abbiamo parlato prima e cioè che l’ansia possa manifestarsi in singoli modi nei diversi individui, non si può certo standardizzare un approccio, un trattamento generico. La richiesta andrebbe attentamente valutata e altrettanta attenzione sarebbe necessario riservare, a mio avviso, al significato che l’ansia ricopre all’interno della vita dell’individuo.

Come tutte le problematiche che una persona presenta, anche l’ansia non è una tematica che riguarda solo il singolo; assume invece rilevanza relazionale dal momento che la persona con quel disagio manifesterà la propria difficoltà all’interno di un contesto di relazione: potrà, per esempio, richiedere l’appoggio delle persone più care per fronteggiare la situazione. Da personale, la prospettiva si sposta sul piano relazionale. Le persone che circondano il nostro soggetto in questione, con le loro reazioni o le loro risposte, possono elicitare una serie di comportamenti che hanno la possibilità di aiutarlo o metterlo in difficoltà. La riflessione riguarda proprio questi comportamenti: quali sono quelli che possono aiutare e quali quelli che invece sono di ben poco aiuto in un caso di ansia (ma, secondo me, utili in generale)? L’attenzione andrà su alcuni aspetti che, pur comprendendone le motivazioni, sono secondo me poco utili e funzionali.

Minimizzare: sicuramente una delle prime cose che sarebbe meglio non fare con una persona che ha provato ansia, sarebbe quella di minimizzare quello che la persona sta provando. Frasi come ‘non è nulla’, ‘vedrai che passa’, ‘non ti può preoccupare questa cosa, non è grave…’ sono frasi che non aiutano molto la persona. Possiamo presupporre che, di contro, aiutino la persona che li pronuncia, dato che consente di non confrontarsi con la frustrazione di non poter essere utile, ma questo sarebbe decisamente un altro discorso. Infatti sentir minimizzare la propria sofferenza è sempre molto doloroso, e assolutamente non rassicurante, tanto più che l’ansia e il panico danno un forte senso di perdita di controllo e vengono sempre vissuti come gravi e spaventosi da parte li chi di prova. (…) [1]

La minimizzazione di un’emozione o di una condizione psicologica non gioca mai molto d’aiuto. La persona che sta provando ansia sentirà che quello che sta provando non è compreso, accettato dall’altro il cui unico sforzo sembrerà quello di attutire l’emozione. 

Intanto perché chi ci prova, a non pensarci, due volte su tre non ci riesce. Quella volta che ce la si fa, poi, si pagherà con gli interessi alla prima occasione: (…) l’ansia è esattamente l’espressione di pensieri non pensati ed emozioni non provate, che in quanto disturbanti sono state chiuse ermeticamente da qualche parte.

Se accettiamo la premessa che l’ansia sia la manifestazione di pensieri non pensati, pensieri cioè del quale lo stesso soggetto è all’oscuro, minimizzare diventerebbe parte dello stesso processo, ovvero la restituzione del mondo esterno che si comporterebbe nello stesso modo: non riconoscendo l’importanza di quello che sta avvenendo. Cosa sarebbe necessario fare allora? Se si volesse fare qualcosa di buono per qualcuno che si trova nel pieno di un attacco di ansia, lo si dovrebbe al contrario invitare a pensare, a stare dentro, a trovare le parole: quanto più si potrà parlare con il vocabolario, – a fatica, arrendendosi ai ‘non lo so’, odiando l’idea di doverlo fare – tanto che ci sarà bisogno di farlo attraverso l’ansia, lasciando parlare il corpo. La cosa migliore da fare, anziché spostare l’attenzione da quello che sta succedendo, sarebbe esattamente il contrario: portare l’attenzione su quello che il nostro corpo, tramite l’ansia, ci sta dicendo. Se prestassimo maggiore attenzione, anziché pensare a quanto poco importante sia quello che sta succedendo, ne potremmo trarre indubbio vantaggio. È un processo difficoltoso, dal momento che, in automatico, siamo portati a fare il contrario, siamo portati a cercare di allontanarci da quello che ci fa star male, ad eluderlo ed evitarlo. Se è un processo comprensibile, non è, però, funzionale, dato che sposta il focus dell’attenzione su un altro piano: da ‘cosa sento’ a ‘cosa faccio’, dal sentire all’agire. Questo passaggio non permette di comprendere cosa l’ansia significhi né cosa ci stia dicendo su noi stessi;

– CONTINUA IN UN PROSSIMO ARTICOLO –

 [1] Andreoli, S. (2016), Mamma, ho l’ansia, Bur, Milano, pp. 238-243

Che ne pensate?

P.s.: Alessandro, questo post è dedicato a te! Non potrai più chiedermi quando pubblico qualcosa di nuovo:)

A presto…

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

Cosa resta di Freud?

Psicologia 1 Comment »

87Avete mai sentito parlare (o letto) di ‘Psicopatologia della vita quotidiana‘? È un testo scritto da Sigmund Freud e pubblicato nel 1901. Il libro è particolarmente leggibile, pur affrontando un tema complesso, ed è fondamentalmente una serie di esempi tratti dalla vita quotidiana che Freud cerca di significare alla luce della sua (all’epoca) nuovissima teoria sul comportamento umano. Credo sia uno dei testi più ‘godibili’ di Freud, ma mi rendo conto che pochissimi l’hanno letto, anche tra colleghi, e che molti non l’hanno mai sentito nominare. E mi chiedo allora cosa rimanga dell’impianto freudiano, cosa rimanga della teorizzazione del capostipite di tutti noi, padre fondatore della nostra disciplina.
Insomma, cosa rappresenta Freud per uno psicologo ‘moderno’, uno psicologo 2.0, uno psicologo che ha a che fare con strumenti e realtà (privacy, post, blog…) che il padre della nostra disciplina non avrebbe neanche mai potuto immaginare? Come reagirebbe se leggesse quello che più di un secolo dopo scrivono i suoi figli professionali? Iniziando da me, posso dire che ho con Freud un rapporto ambivalente, di amore e odio. Amore perché, come per ogni padre, è a lui che dobbiamo la nostra stessa esistenza, ma sopratutto è a lui che dobbiamo il rivolgimento dell’attenzione dell’uomo verso se stesso, la riflessione che iniziò sul più grande mistero della natura: noi stessi.

Fu lui che portò un capovolgimento di prospettiva immenso nei confronti dell’uomo, introducendo in ognuno di noi una parte insondabile, l’inconscio, a noi stessi ignoto e per noi stessi fuori portata. E fu lui che ipotizzò questa ‘lotta’ tra diverse istanze, presenti contemporaneamente in ognuno di noi. La guerra, da esterna, fu interiorizzata in noi. È stata una rivoluzione copernicana nel modo di intendere la persona, il singolo, ognuno di noi, portatore non consapevole di istanze a lui stesso sconosciute. Questa teorizzazione si è riverberata in tutta la cultura occidentale, modificandone la visione. Al di là delle singole teorizzazioni, comunque rivoluzionarie all’epoca, è questo l’elemento a mio avviso più dirompente dell’impianto freudiano.

D’altro canto, come tutti i padri putativi e figurati, è stata anche una figura ingombrante, un punto di riferimento che, con le sue teorie, ha profondamente condizionato il dibattito per decenni, teorie spesso caratterizzate da una vena che oggi diremmo sessista, con le sue celeberrime teorizzazioni sull’invidia del pene per esempio, che non ho mai capito perché non ci fosse un complesso di invidia dell’utero, giusto per bilanciare le invidie, dando per scontato che solo una donna potesse invidiare un uomo e non il suo contrario risentendo, in questo, nell’accettazione di uno degli stereotipi più duri a morire anche oggi. Questa parzialità si ridimensiona considerando i tempi nei quali queste teorie nacquero, e non si può chiedere certo un salto di paradigma così marcato ad una sola persona; per capire la rivoluzionarietà delle sue idee basti pensare come, nel 2018, sia ancora insito in molti l’idea della superiorità maschile rispetto a quella femminile.

Detto questo, credo che il pregio maggiore di Freud possa essere riassunto nella sua capacità di relativizzare il male assoluto e parcellizzarlo in ognuno di noi. In altri termini, Freud fu rivoluzionario nella capacità che ebbe di portare il male (termine da intendere nella sua accezione più ampia: problemi, malattie, difficoltà) da categorie assolute e lontane verso ognuno di noi. Non esisteva il ‘malato mentale’ dell’iconografia classica, matto, legato, completamente avulso dall’ordinarietà delle persone normali e sane. Viceversa instillava il dubbio che un piccolo ‘matto’ abitasse ognuno di noi, relativizzava le differenze, apriva la porta su una serie di domande ancora molto scomode rispetto alle differenze tra ognuno di noi. Ancora distrusse, credo definitivamente, l’iconografia sopravvissuta fino all’inizio del Novecento della figura del bambino-angelo, il bambino asessuato e angelico che nelle società occidentali si continuava a proporre, contrapponendovi la visione secondo la quale i bambini potevano essere egocentrici, egoistici, coi loro desideri, un loro istinto di piacere e finanche una loro acerba sessualità.

Potremmo discutere all’infinito su come anche questa visione del bambino potesse risentire della considerazione piuttosto bassa che all’epoca si aveva dell’infanzia, categoria che acquistò un suo rilievo e una sua dignità nel secondo dopoguerra (e solo nei paesi occidentali). Ma se lo facessimo, ripeteremmo l’errore di guardare con occhi odierni quello che all’epoca era semplicemente rivoluzionario. È indubbio che il nuovo ritratto che ne fece Freud modificò in maniera permanente l’idea che dell’infanzia avevano gli adulti, anche in questo introducendo un elemento di rottura, un ‘male relativo’ in ogni bambino. Gli sviluppi di una teorizazione così ampia, ovviamente, non potevano che attecchire col tempo e ci sono voluti decenni di reinterpretazioni, di dibattito, di scontri e di nuove riletture per arrivare alla consapevolezza che abbiamo adesso su noi stessi, consapevolezza che neanche adesso può considerarsi arrivata, ma ancora del tutto in costruzione.

Cosa dobbiamo allora al nostro padre professionale? Credo che una riflessione sul ruolo che ricopre sia sempre doverosa, alla luce della rivoluzione che compì più di un secolo fa. E credo che sia solo conoscendo le proprie radici, in questo caso professionali, che si possa riuscire a guardare meglio al futuro. Per questo invito chiunque a leggere le sue opere e a cercare di informarsi sulla sua teorizzazione. Sopratutto miei colleghi che bollano troppo frettolosamente come sorpassate le sue costruzioni. Conoscendole, infatti, è possibile farsi un’idea di dove la riflessione psicologica abbia assunto i connotati di un sapere a sé stante e credo possa risultare più chiara la direzione nella quale si vuole (professionalmente) tendere.

Ora, naturalmente non so come avrebbe reagito Freud al contesto nel quale un suo collega si muove oggi con mail, messaggi, Facebook, blog, ma credo che, da bravo precursore dei tempi quale è stato, si sarebbe avventurato nel mondo del digitale. Nonostante il tempo intercorso tra la nascita del suo modello e oggi, credo sia doveroso tributargli il riconoscimento dell’importanza che il suo apporto ha consentito di dare alla nascita della psicologia così come la conosciamo oggi. 

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

Un caso clinico: la storia di Lucio

Adolescenza, Bambini, Emozioni, Psicologia Nessun Commento »

nathanQualche mese fa, mi contatta un ragazzo che vuole prendere un appuntamento. Mi dice che ha trovato il mio nome su internet, leggendo di psicologia, e che gli piace il modo in cui parlo delle cose e ne scrivo. Fissiamo un appuntamento. A prima vista, non sembra abbia particolari difficoltà a condurre la sua vita. È laureato da diverso tempo, ha fatto un’esperienza di qualche anno fuori casa, è fidanzato con una ragazza. Insomma, appare come un ragazzo come tanti. Come tanti altri suoi coetanei (Lucio ha 25 anni), si ritrova in difficoltà a capire quello che vorrebbe fare nella vita. Come tanti si ritrova, dopo diversi anni nei quali tutto sembrava pre-impostato ed ordinato ed una strada era in qualche modo tracciata, in difficoltà su quello che vorrebbe costruire e sui progetti che vorrebbe portare avanti.

Il dilemma non riguarda solo cosa ma anche il dove: pensano e riflettono sulla scelta di rimanere in Italia, e se Italia deve essere, specificamente dove, oppure se andare all’estero e tentare, come molti altri prima di loro, di costruirsi una vita più lontano. Inizialmente questo è il punto qualificante della richiesta di terapia: cercare un aiuto nel capire cosa fare della propria vita. Col tempo della terapia, emergono le peculiarità, le specificità della storia di questo ragazzo-come-tanti: il ragazzo-come-tanti in questione, per esempio, ha un’ottima fantasia, scrive e inventa diversi racconti. Il ragazzo-come-tanti  è molto sensibile, ha una capacità di immedesimazione negli altri particolarmente spiccata. Il ragazzo-come-tanti è un ragazzo che ha subito, fin dalle scuole elementari e per la durata intera delle scuole medie, diversi episodi di bullismo, ad opera dei suoi coetanei, perché era ‘diverso’, non si adeguava a quelli che erano gli standard dei coetanei dell’epoca, non si vestiva come loro, non si interessava alle cose che interessavano loro, non si omologava. E quando, odiando la sua differenza, ha provato ad omologarsi a quello che gli altri si aspettavano da lui, è stato ancora più deriso, schernito perché visibilmente fuori norma per i canoni imperanti. E si è odiato anche lui, per essersi imposto un modo che non era suo. Lo stesso ragazzo-come-tanti non è riuscito a trovare, nel frattempo, figure adulte che comprendessero la gravità di quello che succedeva, adulti competenti che riuscissero a supportare il suo percorso ed affiancarlo nella sua crescita, e che non fossero mossi semplicemente dalla volontà di sdrammatizzare quello che Lucio raccontava ogni giorno di più nella sua vita

Il ragazzo-come-tanti in questione ha allora imparato una lezione abbastanza fastidiosa: per andare d’accordo con gli altri, ed essere accettati, talvolta non è sufficiente adeguarsi. Lui, però, è riuscito a ritornare sui suoi passi, convinto che, se neanche la finzione di essere quello che non era funzionava per essere accettato dai coetanei, tanto valeva ritornare a vestire i propri panni, cercando di difendere la sua originalità, cercando di rimarcare le sue peculiarità, cercando di evidenziare le sue differenze. Tutto questo però ha avuto un costo, dal momento che distinguersi dagli altri e difendere la propria originalità, ha un prezzo in termini di sofferenza psicologica. Questo è ancora più vero durante l’adolescenza, perché rimarcare la propria autonomia, soprattutto in una fase di passaggio come l’adolescenza, può farci sentire  la difficoltà di gestire la differenza con gli altri. Questo costo può presentare il suo conto nel momento in cui ci rende particolarmente vulnerabili e indecisi riguardo alle nostre scelte, al percorso di vita che vogliamo intraprendere. Se per tutta la vita ci hanno fatto credere (e noi abbiamo creduto, naturalmente) che le nostre scelte fossero ‘strane’, non fossero quelle di tutti gli altri, non fossero quelle giuste, giunti all’età adulta come faremo a rovesciare questa equazione e a non dubitare delle nostre possibilità? Il dubbio che quello che facciamo sia giusto è fortemente instillato dentro di noi. Nella sua vita Lucio non ha trovato persone che riuscissero ad aiutarlo a capovolgere questa prospettiva. Gli adulti intorno a lui erano preoccupati a minimizzare quello che succedeva, a non rendersene conto oppure a cercare di distrarlo (‘lasciali perdere e pensa ad altro’ è un grande classico della (non) pedagogia).

E arriviamo a Lucio oggi, la fase di vita nella quale l’ex-ragazzo-come-tanti, nel frattempo diventato uomo, si trova a vivere, una fase nella quale molte delle cose che gli vengono in mente o molte delle cose che possa pensare di costruire, non sembrano essere la cosa giusta, non sembrano quelle adatte. Come aiutarlo a ricostruire la fiducia in sè stesso? Come dimenticare tutte le volte nelle quali ha dubitato di quello che sentiva/provava perché il mondo circostante ne rimarcava la diversità? La ricostruzione della propria autostima non può che partire, a mio parere, dall’idea che non possa né debba esserci dimenticanza. Il punto non è dimenticare quello che è stato, ma comprenderlo e integrarlo in quello che siamo diventati. Lucio non dovrebbe dimenticare il dolore per la non accettazione, la difficoltà di sentirsi bene con gli altri (e con sé stesso), non dovrebbe dimenticare la paura che ogni cosa che facesse provocasse il biasimo di coloro che aveva intorno. Lucio dovrebbe ripartire da li, dando voce al dolore provato, ammettendo quanto sia stato difficile avere a che fare con tutto questo e quanto fosse frustrante non trovare nessuno che comprendesse quello che stava avvenendo.

Solo arrivando all’integrazione del passato nel presente, possiamo provare ad arricchire quel capitolo che, in caso contrario, rischia di rimanere aperto in un doloroso presente nel quale tutto quello che facciamo può essere messo in discussione e considerato come inutile o vano. Fare pace con il proprio passato non significa semplicemente rivangarlo in eterno. Significa comprendere il valore che anche esperienze dolorose hanno avuto sulla nostra vita. Significa afferrare il perché di quello che è successo, le cause di quel dolore e non far finta che non esistano, non cercare di archiviarle ma, appunto, accoglierle e ricomprenderle in quello che siamo diventati. Solo da questa comprensione può partire la capacità di fronteggiare il mondo attuale.

Non è facile, ne sono consapevole. È la strada più impervia nella comprensione di sé stessi. Ma è anche uno dei pochi modi per non perpetuare, nei confronti di noi stessi, la stessa mancanza di ascolto che abbiamo subito in altre età della nostra vita. Non lasciando agli altri il complesso compito di fare questo al posto nostro.

 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

La psicologia al tempo dei social network

Internet, Psicologia, Società… Nessun Commento »

dipendenza-da-social-netw-590x442Viviamo in un mondo decisamente interconnesso, un mondo nel quale molti dei rapporti e delle relazioni sociali finiscono per passare tramite mediatori quali messaggi o social network. È difficile negare il peso che la mediazione di questi mezzi di comunicazione sta oramai avendo sulle nostre vite quotidiane: rapporti che prima avvenivano solamente faccia a faccia, ora avvengono quasi esclusivamente filtrati da specifiche connessioni: e-mail, messaggi, Whatsapp, social network, eccetera. Questo tipo di comunicazione, spesso definita comunicazione 2.0, ha enormi ripercussioni all’interno della nostra società, sia perché ha modificato e ampliato le possibilità di interazione tra le persone, mediandole appunto, sia perché ha provocato, nella ricchissima messe di possibilità di contatto, una dispersione sulle possibilità di contatto tra le persone.

Queste nuove modalità comunicative non potevano non coinvolgere il mondo della psicologia. Lo psicologo, persona inserita all’interno del contesto sociale nel quale vive (o perlomeno così lo si immagina!), può ricevere diverse possibilità di contatto sotto forme e con modi completamente diversi. Vi posso parlare della mia esperienza personale: durante la settimana ricevo mail, messaggi su Facebook, tantissimi messaggi su Whatspp  (questi ultimi sostanzialmente dai miei pazienti). Aggiungete a tutto questo l’opzione di richiedere un percorso di consulenza psicologica online e vi renderete facilmente conto di quante possibilità di contatto esistano.

Questa frammentazione può creare difficoltà o perplessità, e molti colleghi tendono ad ostacolare e scoraggiare modalità di contatto che non siano la semplice interazione telefonica diretta, rifiutando il contatto tramite messaggi, tramite social network o Whatsapp da parte dell’utenza.

Mi sono trovato perciò a riflettere circa l’opportunità di accogliere o meno questo tipo di interazione e la riflessione ha avuto un esito opposto. La premessa che mi si è chiarita, e che ho sempre considerato prioritaria, è che il compito principale dello psicologo debba essere quello di cercare di capire e accogliere le richieste da parte dell’utenza. Nell’infinito novero di possibilità che le persone possono utilizzare in questo momento, esiste anche la possibilità che mi contattino tramite diversi e ‘non tradizionali’ (ma quotidiani) canali di comunicazione. E di questo non posso non tenere conto.

Sono consapevole del fatto che un contatto di questo tipo, mediato e meno diretto di una telefonata, possa essere considerato ‘deficitario’. Ma, in accordo con il primo principio della comunicazione postulato da Paul Watzlawick, la possibilità, cioè, che non si possa non comunicare, è anche dalla scelta del primo contatto che si possono avere informazioni preziose sulle dinamiche relazionali che quella persona privilegia rispetto ad altre che tende magari a non utilizzare. Se una persona preferisce contattarmi la prima volta in maniera scritta, credo stia trasmettendo  informazioni circa la preferenza ad avere una modalità più distante, mediata, piuttosto che un contatto diretto. La consapevolezza di queste informazioni possono giocare un ruolo molto importante all’interno della terapia stessa, marcando un contesto relazionale che dall’essere distante può essere ricalibrato in prossimo, utilizzando questi aspetti per costruire riflessioni che portino la persona ad interrogarsi sul significato che la distanza relazionale gioca nella sua vita.

Per questo motivo sento di avere difficoltà nell’osteggiare la modalità di approccio che i pazienti scelgono di avere con me. Se è vero che questa frammentazione di comunicazione può essere difficoltosa per il professionista, che si trova a dover gestire una molteplicità di possibili interazioni comunicative, è altrettanto vero che questo costituisce comunque un ponte comunicativo tra lo psicologo e l’altro ed è un ponte comunicativo particolarmente importante all’interno delle relazioni sociali della nostra società.

La capacità evolutiva e di cambiamento dovrebbero essere connaturate alla nostra professione. Non so cosa Freud direbbe di messaggi su Whatsapp, né di status di Facebook. Non so neppure come potrebbe reagire di fronte a questo commistione all’interno del setting terapeutico. Non lo so e non credo sia importante. Il mondo (fisico, tecnologico, sociale e relazionale) è profondamente cambiato dal tempo nel quale il geniale capostipite di tutti noi costruì la sua rivoluzionaria ipotesi circa il funzionamento dell’animo umano. Immagino che, così come lui  fu rivoluzionario a suo tempo, costruendo e costituendo un punto di cesura enorme tra un prima e un dopo, allo stesso modo dovremmo essere rivoluzionari noi, non attenendoci a schemi costruiti per un mondo oramai profondamente modificato e facendo nostri gli strumenti che questa società inizia a farci avere a disposizione.

Starà, ovviamente, alla capacità del singolo professionista, affiancato da una rigorosa etica che lo aiuti ad evitare abusi ed eccessi, far sì che restino mezzi nelle sue mani evitando che, di contro, lo trasformino in un semplice mezzo nelle loro.  

Che ne pensate?

A presto,

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

 

Come rispondere alle domande dei bambini?

Adolescenza, Bambini, Famiglia, Psicologia Nessun Commento »

005SLN+bambini sono citta copiaCome ormai saprete, lavoro spesso con i bambini e, necessariamente, anche con i loro genitori. Questi ultimi mi fanno spesso delle domande chiedendomi consigli su cosa fare…, su come dire…, su quale mossa sarebbe meglio effettuare…

Tra le cose che mi vengono domandate più di frequente, posso sicuramente annoverare quella su come rispondere ad un bambino per una domanda specifica. I bambini sono molto curiosi e la voglia di fare domande è una cosa che li caratterizza nei primi anni di vita. Molte di queste domande spesso non sono facili per i genitori che possono riscontrare difficoltà nel trovare un modo di rispondere.

Esistono sostanzialmente due strategie per rispondere alle domande dei bambini ma l’aspetto che fa la differenza è, sostanzialmente, uno: conosciamo la risposta? Nel caso in cui conoscessimo la riposta alla domanda che ci è stata rivolta nulla quæstio, e non ci rimane altro che fare l’unica cosa possibile: rispondere! Ovviamente la risposta deve essere calibrata rispetto alla capacità di comprensione del bambino. È necessario tenere conto di questo aspetto per evitare che la risposta possa mettere ancora più in difficoltà il bambino. Sta all’adulto capire cosa il bambino sia in grado di comprendere e riconoscere con quali termini può essere aiutato ad avere una comprensione di quello che ha chiesto. 

Data l’interattività della loro vita, i bambini, sopratutto i bambini di oggi, si ritrovano spesso a fare domande anche abbastanza complesse, su cose slegate magari dalla vita quotidiana, che possono mettere in difficoltà il genitore al quale queste domande sono poste. Per esempio, grazie ad internet, apprendono e vedono immagini o video che solleticano la loro curiosità, cose delle quali vorrebbero sapere di più. Può anche capitare che vedano cose inadatte per la loro età, come scene di sesso. Anche in questo caso la loro curiosità potrebbe essere solleticata e sta al genitore trovare un modo per dare un significato a quello che il bambino sta domandando.

Fino a questo punto abbiamo visto il caso nel quale conosciamo la risposta alla domanda che ci è stata posta. Ma esiste una seconda possibilità: non sappiamo rispondere a quello che ci chiedono. In questo caso gli esiti possono essere due: rispondiamo inventandoci qualcosa oppure ammettiamo la verità. Vediamo il primo caso. La bimba sta guardando la televisione ed è attratta da un programma nel quale costruiscono oggetti. Chiede al padre come vengano assemblate le automobili e il padre è consapevole che l’unica cosa che conosce della sua auto è come si metta in moto. Non vuole però che sua figlia immagini che lui non sappia niente di auto e allora inizia a pescare nel serbatoio confuso e disordinato nel quale sono stipate tutte le sue conoscenze di motori. La bimba sarà momentaneamente soddisfatta della risposta e suo padre potrà rilassarsi credendo che il pericolo sia stato scampato e che la sua immagine (quella con sua figlia e quella che lui ha di se stesso) sia stata preservata.

Facendo questo, però, si è creato un precedente. Innanzitutto non è stato sincero: se la bimba dovesse avere informazioni migliori rispetto a quello che le ha detto il padre, penserebbe che il papà possa non saperne poi tanto o, peggio, possa averle mentito. Il padre pagherebbe la piccola bugia con la perdita di fiducia. Bisognerebbe chiedere al papà cosa prova nell’ammettere di fronte a sua figlia che non conosce una cosa. Non si tratta di ammettere una colpa quanto di riconoscere un limite. La bimba saprebbe che il padre non sa tutto ma, di contro, avrebbe la conferma che sia una persona sincera. Quale potrebbe essere la soluzione? Ho una possibilità: se il padre rispondesse che non sa nulla di auto e proponesse alla figlia di fare una ricerca assieme per saperne di più si avrebbero diversi vantaggi: come detto la bambina intuirebbe di non avere un padre onnisciente (cosa comunque reale) ma sincero, e in più un padre propositivo, curioso e desideroso di passare del tempo con lei, rinforzando il legame che padre e figlia hanno in un modo che potrebbe essere proficuo per entrambi: il padre potrebbe finalmente sapere com’è fatto l’oggetto che mette in moto tutti i giorni, la bambina potrebbe finalmente passare più tempo con il padre facendo una cosa che la incuriosisce.

Insomma, tornando al quesito iniziale, come si risponde alle domande di un bambino? Dipende da voi. Come avete letto, avete diverse possibilità e le possibilità sono date da quanto consideriate disdicevole non sapere le cose che un bimbo vi chiede. Se riusciste a non prendere in considerazione solo questo aspetto, avrete davanti un mondo di opportunità da condividere con loro. Mentre loro sapranno di poter contare su di voi sia per le domande che vi faranno sia, nel caso non conosciate la risposta, per passare più tempo in vostra compagnia, cercando le possibili risposte e facendo, in più, qualcosa che li/vi incuriosisce. 

Che ne pensate?

A presto,

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

Bullismo omofobico: risponde il dr. Federico Ferrari

Adolescenza, Bambini, Psicologia, Scuola 1 Comment »

omofobia-a-scuola-500x281

Il post di oggi, concomitante con questo nuovo inizio anno scolastico, ha come tema un argomento del quale ci siamo già occupati, (Bullismo omofobico: risponde il dr. Jimmy Ciliberto), un fenomeno che, come detto, ha radici profonde ma che solo ultimamente è diventato un argomento dibattuto nelle cronache nazionali. Sto parlando di bullismo omofobico e questa attenzione testimonia finalmente una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica su temi legati alla violenza omofobica. Abbiamo visto come il bullismo omofobico sia l’atteggiamento o il comportamento violento tramite il quale una persona viene presa di mira da un coetaneo (o da un gruppo di coetanei) in una relazione all’interno della quale il rapporto di potere non è paritario. La persona prescelta viene oppressa con vari atteggiamenti (derisione, minacce, insulti, esclusione…) ed il pretesto per l’attacco è dato, appunto, dalle scelte sessuali o dall’orientamento sessuale (reale o presunto) della vittima.

Per continuare a parlare di questo importante tema, ho pensato di rivolgermi ad un collega che, per professione, è un profondo conoscitore della materia. Mi riferisco a Federico Ferrari, psicologo, psicoterapeuta e autore, insieme ai colleghi Paolo Rigliano e Jimmy Ciliberto, del testo Curare i gay? Oltre l’ideologia riparativa dell’omosessualitàedito da Cortina. Federico dedica la sua attenzione e il suo impegno anche a tematiche legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Chi volesse ulteriore dettagli sul libro citato può cliccare qui mentre chi volesse saperne di più sul dr. Ferrari può cliccare qui.

Ciao Federico, innanzitutto grazie per aver accettato l’invito e benvenuto! Direi di partire dalla definizione di bullismo omofobico: come potremo descriverlo?

Quando si parla di “bullismo” di solito ci si riferisce a relazioni tra pari (compagni, colleghi, etc.) nelle quali uno o più cercano di affermarsi agendo varie forme di violenza, ci possono essere allora una o più vittime, scelte per il fatto di essere facili da isolare dagli altri, non solo deboli, ma anche portatrici di caratteristiche che le rendono meno “popolari”, almeno secondo i bulli. Infatti in queste situazioni l’obiettivo del “bullo” è di affermare la propria forza di fronte ad un pubblico, attaccando qualcuno che in qualche modo possa meritare, agli stessi occhi del pubblico, la violenza che subisce. Spesso in realtà gli spettatori della violenza non intervengono per ben altri motivi, ma il loro silenzio alimenta la sensazione del bullo di apparire forte e quella della vittima di solitudine e disvalore. Per questo il bullismo omofobico, ossia agito su qualcuno per il fatto che è o appare omosessuale, non ha bisogno di contesti strettamente antiomosessuali per proliferare: è sufficiente che siano contesti, per così dire, “eterosessisti”, ovvero in cui l’omosessualità non è presa in considerazione, e non si afferma la necessità di difenderne il valore paritario rispetto all’eterosessualità. In molti ambienti, specie tra gli adolescenti, l’omosessualità è ancora qualcosa di cui non si parla se non come insulto, e questo ne fa una caratteristica catalizzante per i comportamenti di bullismo. Per il bullo probabilmente se non fosse l’omosessualità sarebbe qualcos’altro, perché si tratta di un individuo insicuro, scarsamente empatico, che cerca pretesti per affermarsi in modo facile e prepotente, ma le persone omosessuali (o che secondo gli stereotipi correnti lo sembrano) rappresentano un gruppo a rischio per il fenomeno del bullismo. Per altro ad oggi ci sarebbe un discorso a parte da fare sulle forme della violenza e le trasformazioni cui va incontro a fronte della massiccia diffusione dei social network e delle relazioni virtuali…

In base alla tua esperienza, è una realtà diffusa oppure un fenomeno di nicchia?

In generale si tratta di un fenomeno ampiamente sottovalutato: laddove è infatti più probabile che si verifichino episodi di bullismo omofobico è anche dove di solito si presta minore importanza alla tutela delle differenze di identità sessuale. Di conseguenza si genera un substrato specialmente fertile per questo tipo di fenomeno, e contemporaneamente si distoglie l’attenzione dai segnali di un suo possibile verificarsi. Oppure, quando si identifica, si tende ad attribuirlo ad altro. Per altro anche le modalità con cui questi atti si manifestano dipendono in parte dal contesto culturale: possiamo incontrare contesti “conservatori” in cui sono presi come bersaglio ragazze o ragazzi che hanno fatto il proprio coming out contro tutto e tutti, ma capitano anche contesti per così dire “liberali” in cui vengono vittimizzati ragazzi effeminati perché non si definiscono omosessuali, e l’etichetta con cui vengono stigmatizzati diventa quella del “gay che non si accetta” (del genere: “…dillo che sei gay!”). Spesso infatti le dinamiche sono più complesse di ciò che sembra, e chi è preso di mira lo è su tutta una serie di aspetti di “divergenza” dal gruppo, di cui l’omosessualità (o l’idea di essa) rappresenta solo una categoria esplicativa stigmatizzata/ante intorno alla quale si organizzano gli “insulti” e la “maldicenza” verso il diverso. Quello che davvero hanno però in comune questi contesti è di essere luoghi in cui non c’è spazio per la diversità e il rispetto dell’unicità, in cui la sessualità viene fagocitata dalla norma sociale rimanendo in bilico tra vergogna e vanità. In questi spazi il bullo agisce la sua violenza a partire dalle norme implicite, usandole come arma di umiliazione, e i suoi spettatori, nella più classica dinamica della “banalità del male”, gli danno ragione, o non riescono a trovare un torto sufficiente nella sua violenza per intervenire, perché significherebbe mettersi a loro volta contro delle regole che in parte condividono…

Cosa provocano questi attacchi alla persona colpita, e quali sono le reazioni più comuni a questo tipo di discriminazioni?

Naturalmente il bullismo può avere diversi livelli di gravità, ma chi ne è vittima può vivere l’inferno. In generale per la vittima ne scaturiscono sentimenti di profonda solitudine, umiliazione, ingiustizia e rabbia, che facilmente però possono evolvere in senso di impotenza e di disperazione. Si aggiunga a tutto ciò il fatto che, per la natura del fenomeno, chi di solito è scelto come vittima è anche qualcuno che in quel dato contesto si profila già come più fragile, magari solo perché l’ultimo arrivato, magari perché stigmatizzato, altre volte perché in difficoltà nei rapporti interpersonali, o in crisi rispetto a sé, o per tutte queste cose insieme. Si aggiunga che gay e lesbiche scoprono la propria omosessualità in un contesto che non la prevede, dopo aver passato i primi anni della propria vita senza prevederla nemmeno loro, e non di rado in adolescenza si trovano ad essere insicuri e combattuti su come gestire ed integrare nella propria identità questa nuova informazione su di sé. Ecco quindi che la vittimizzazione può trasformare un passaggio di crisi e di fatica personale in un’idea di sé senza speranza, in un senso d’indegnità traumatico, che mina la possibilità di trovare un valore di sé. Se poi pensiamo che l’omosessualità è ancora un tabù in molte famiglie, che i e le giovani omosessuali e bisessuali spesso non sentono la possibilità di parlare di questa parte di sé con i propri genitori, chiedere aiuto può diventare impossibile. Se dunque viene a mancare qualunque sostegno e il bullismo colpisce nell’indifferenza totale, il senso di disperazione può spingere anche a decisioni drastiche, nelle quali la richiesta di aiuto e la voglia di farsi del male non sono sempre distinguibili l’una dall’altra.

La maggior parte di questi episodi avviene durante la preadolescenza e l’adolescenza, età nelle quali i ragazzi sono per molto tempo a scuola. Prendiamo in considerazione come si comportano gli altri attori di questa istituzione: gli insegnanti come affrontano questi episodi?

E’ chiaramente difficile generalizzare. Molto dipende dalla competenza e dalla sensibilità dei singoli insegnanti, dalla loro formazione sui temi della discriminazione e dell’identità sessuale, ma anche dal loro modo di intendere il proprio ruolo di educatori. E su questo non basta davvero un generico impegno ad andare oltre la trasmissione di un sapere tecnico, per garantire le buone maniere ed il rispetto reciproco, è necessario farsi carico delle relazioni con i ragazzi.

Da un lato, è fondamentale la prevenzione perché in un contesto in cui i pari valorizzano il rispetto, la dinamica del bullismo non si sviluppa. Le occasionali uscite aggressive o violente vengono respinte da chi assiste. Coloro che maggiormente faticano a mettersi nei panni degli altri, e tendono a ricorrere alla prepotenza, hanno occasione di sperimentare strategie di autoaffermazione differenti e talvolta di apprendere l’empatia. Prendersi il tempo per coltivare con la classe i temi del confronto e del rispetto, farsi promotori di uno spazio in cui il valore della pluralità e della differenza si fanno parte integrante dell’insegnamento e del modo di stare a scuola non è semplice, perché significa creare una cornice di dialogo tra sistemi di valori diversi, in cui il rispetto della persona umana rappresenti una premessa irrinunciabile. Dobbiamo riconoscere che spesso le condizioni in cui gli insegnanti lavorano semplicemente non permettono un lavoro di questo respiro. Spesso questo tipo di intervento viene però attivato ai primi segnali di bullismo, quando il clima in classe comincia a farsi teso e difficile per alcuni, e ci sono state delle prime occasioni di violenza psicologica o fisica.

Dover lavorare sull’urgenza, e muoversi di fronte a casi di violenza conclamata è per molti versi già una sconfitta, ma è soprattutto estremamente complesso, richiedendo di tenere insieme più istanze, a volte anche opposte. Da un lato è fondamentale intercettare i segnali della violenza psicologica, o agita fuori dal campo visivo degli insegnanti, oltre che quella eventualmente palese ed agita in classe. Poi si tratta di creare lo spazio e il tempo adeguato perché la vittima si senta libera di denunciare la violenza, senza sentirsi ulteriormente stigmatizzata come “quello o quella che chiede la protezione dall’insegnante”. Dall’altro lato, è necessario attivarsi verso il bullo sanzionando tempestivamente i suoi comportamenti, assicurandosi che le regole che ogni istituto dovrebbe avere per casi di questo tipo, siano attuate senza se e senza ma. Tuttavia ogni intervento “contro il bullo”, se non si riesce ad attuarlo in una cornice di preoccupazione nei suoi confronti, evitando la caccia alle streghe, coinvolgendo sinergicamente la famiglia, è destinato a fallire, rafforzando ulteriormente le sue istanze di prepotenza: trasformare il bullo nel mostro psicopatico della situazione, umiliarlo perché impari a rispettare l’autorità, e altre sciocchezze simili non fanno che aggiungere violenza ad un contesto evidentemente già disfunzionale, rischiando di spostare la violenza ad altri spazi ed altri luoghi in cui alla fine esploderà, se possibile aumentata. Infine è necessario assodare il coinvolgimento della classe, capire il ruolo degli spettatori, e considerare i pro ed i contro di un intervento con loro, recuperare un’attività di prevenzione che è mancata in partenza.

Mentre le scuole come istituti che fanno?

Le scuole sempre di più sono chiamate a pensare il problema in anticipo, creare programmi di prevenzione e protocolli di azione. Una volta di più diviene fondamentale però che siano gli interventi preventivi ad avere la priorità. Creare occasioni di formazione continua per gli insegnanti su ogni forma di differenza, inclusa le differenze di identità sessuale. Solo maneggiando con maggiore confidenza questi temi, affrontando i propri stessi pregiudizi, recuperando i dati della scienza, gli insegnanti possono farsi promotori e mediatori di spazi di confronto e di dialogo tra gli studenti. Oggi, se possibile, è ancora più difficile per due ragioni. La prima, propria piuttosto di alcune realtà di frontiera, è che sono gli stessi insegnanti a sentirsi “bullizzati”: in contesti che ne sminuiscono la dignità e l’autorevolezza, e in cui un allievo violento può trovare nel resto della classe un pubblico supportivo ad uno scontro con i rappresentanti stessi di un’istituzione di cui la maggioranza del suo gruppo non capisce più il significato. In questi casi è il contesto istituzionale allargato che sta mancando nell’offrire senso e risorse ad intere fette di popolazione, alimentando una violenza diffusa che certamente finirà per trovare sfogo sui soggetti divergenti, quale che sia la caratteristica che li rende tali.

La seconda, più legata a certi contesti “conservatori”, è che sembra crescere il numero di quelli che considerano i propri valori come un “diritto alla discriminazione”. Questo lo abbiamo visto banalmente nel caso di progetti di educazione all’affettività, accusati di farsi promotori di una fantomatica “ideologia del genere” perché semplicemente incoraggiavano gli studenti a superare alcuni stereotipi sessuali, che sono provati essere alla base della violenza sulle donne e di quella omofobica. Quando questo modo di intendere i valori diviene dominante, l’insegnante può sentirsi incapacitato ad affermare la regola del rispetto proprio a causa del suo “mandato di rispetto dei valori di tutti”, o per timore di dover affrontare genitori che difendono il diritto dei figli ad esprimere idee omofobiche, o che contestano l’idea che l’insegnante intervenga sui valori insegnati in famiglia. In questi casi è fondamentale che la scuola (dal preside al ministro) sostenga gli insegnanti, perché non si trovino lasciati soli nell’affermare il proprio mandato educativo.

All’interno della famiglia, come pensi dovrebbero comportarsi i genitori dei ragazzi presi di mira? 

Chiaramente la famiglia dovrebbe essere prima di tutto un luogo protettivo in cui non debbano ripetersi le dinamiche che hanno reso possibile il bullismo altrove. Un ragazzo gay o una ragazza lesbica o bisessuale devono poter parlare della propria identità sessuale, e quindi del fatto che questa è divenuta il pretesto per prenderli di mira. Diversamente, il rischio è che per paura di dover fare un coming out a casa, le vittime di bullismo non parlino delle prese in giro nemmeno con i propri genitori. Anche quando si tratti solo di una percepita omosessualità, se il ragazzo o la ragazza pensa che i propri genitori trovino la cosa sbagliata o vergognosa, possono provare vergogna nel dire di essere trattati come tale.

In secondo luogo quando il proprio figlio riferisce di essere vittima di bullismo è fondamentale attivarsi immediatamente, prima di tutto con la scuola, poi, se appare indicato dalle circostanze, con i genitori del bullo, in casi estremi con le forze dell’ordine. E’ importante avere determinazione senza alimentare un clima di scontro: l’obbiettivo è quello di garantire la sicurezza del ragazzo senza metterlo al centro di un conflitto tra fazioni. L’aspetto fondamentale, in ogni caso, è che il senso di solitudine venga spezzato, che i ragazzi sentano il supporto e la fiducia negli adulti. Poi può essere utile provare a lavorare con questi ragazzi sulle loro strategie interpersonali, per capire se nel contesto specifico queste risultino funzionali o se per qualche ragione li stiano predisponendo in modo particolare alle prevaricazioni dei prepotenti.

Mentre le famiglie dei bulli a cosa dovrebbero prestare attenzione?

Certamente a non sottovalutare i comportamenti del figlio, non etichettarli come “bravate” o “ragazzate”, che è poi un modo di non occuparsi di loro, di sminuire il problema ed in definitiva di non occuparsene. Il “bullo” ha molto bisogno della sua famiglia: ha bisogno di sapere che non ne perderà l’affetto per ciò che ha fatto, ma che ciò che ha fatto avrà delle conseguenze. Spesso manca un sistema etico di riferimento forte, dei modelli coerenti e affettivamente presenti in grado di trasmettere il senso del bene e del male. Talvolta, quando il “bullo” è parte di un “branco”, di un gruppo cioè in cui si è assistito ad una diffusione della responsabilità, e ciascuno si è sentito solo di andare dietro agli altri, ciò che è importante è aiutarlo a sviluppare la forza di opporsi agli altri quando viene passato un limite, nonché modi diversi di affermarsi nel gruppo, credere in sé, scoprire di avere qualità diverse e più importanti che non la capacità di attaccare ed umiliare gli altri.

Come possiamo collaborare per far si che episodi come questi diventino sempre più ostracizzati?

Mi vengono in mente due cose: offrire formazione per gli insegnanti e per i ragazzi spazio e tempo per imparare a confrontarsi, conoscersi e rispettarsi.

Un grazie di cuore a Federico per la disponibilità nell’essersi prestato alle mie domande. Il tema è vasto e ci torneremo ancora con altri interventi. Credo sia un ulteriore, importante passo per introdurre questo argomento in un dibattito che coinvolga più sedi possibili. 

Se ci fossero persone interessate a testimoniare o a condividere la loro esperienza, naturalmente in forma assolutamente anonima (a meno che non desiderino il contrario!), possono contattarmi telefonicamente (3920008369) o per mail (fabrizioboninu@gmail.com).

Come sempre fatemi sapere che ne pensate.

A presto…

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

La responsabilità

Psicologia, Società… 1 Comment »

responsabilitàMi sono reso conto che spesso, nei miei post ma anche quando lavoro, parlo di responsabilità, di prendersi la responsabilità, di avere la responsabilità di guidare le proprie scelte, le proprie decisioni, la propria vita. Le parole, e anche questo è un mio leitmotiv abbastanza ricorrente, hanno un peso e costituiscono l’impalcatura attraverso la quale costruiamo e creiamo la realtà all’interno della quale ci muoviamo. Per questo mi è sembrata doverosa una riflessione sul termine stesso: responsabilità. Cosa vuol dire essere responsabili? In che modo ci si può prendere la responsabilità? Come per tutte le cose, credo sia meglio partire dall’inizio, dal significato del termine. Secondo la definizione dell’enciclopedia Treccani, la parola responsabilità deriva dal latino responsum «risposta» e sarebbe la capacità di rispondere dei propri comportamenti, rendendone ragione e accettandone le conseguenze. Cercando la stessa parola su Google, abbiamo questa definizione: ‘congruenza con un impegno assunto o con un comportamento, in quanto importa e sottintende l’accettazione di ogni conseguenza, specie dal punto di vista della sanzione morale e giuridica: assumersi, addossarsi, prendersi la responsabilità di un’azione; una grande, una grave responsabilità; mi assumo per intero la responsabilità; non voglio alcuna responsabilità’.

Queste prime definizioni riescono a darci un’idea generale di cosa sia, nel senso comune, la responsabilità e il significato è contenuto nell’etimologia stessa della parola. Responsabilità è parola formata da altre due parole: responso (risposta appunto in latino) e abilità. La responsabilità sarebbe dunque l’abilità di dare risposta, la capacità di rimandare il perché della propria azione, l’idea di riuscire a rispondere delle conseguenze dei propri atti. Ecco un primo punto: rimandare a chi? A chi si deve rispondere delle proprie azioni? Generalmente ci si immagina che il primo al quale si debba rendere questa risposta sia l’altro ed è per l’altro che ci si prende la responsabilità di quello che si è fatto, sia che la cosa fatta abbia valenza positiva sia che la cosa fatta abbia valenza negativa. Se, giocando a pallone, rompessi il vetro di una finestra, il pensiero immediato sarebbe prendermi (o non prendermi, naturalmente!) la responsabilità rispetto agli altri di quello che ho fatto. Se fossi ancora a scuola e prendessi un bel voto, il primo pensiero, probabilmente, sarebbe di immaginare cosa penseranno gli altri quando sapranno che ho preso un voto così bello. La responsabilità sembra acquistare senso compiuto quando la si relaziona agli altri quando, cioè, si pensa alle conseguenze di quell’azione e alla capacità di rispondere di quell’azione in relazione al vissuto degli altri.

Questo, però, è solo un primo passo nella riflessione. Se è vero che nell’accezione immediata il riferimento è agli altri, all’esterno, si può, nello stesso tempo, parlare di responsabilità nei confronti di sé stessi? Si può essere responsabili nei confronti di quello che è la propria storia, la personale esperienza e il proprio vissuto? La risposta dovrebbe essere si, ma non sempre è quello che viene in mente quando si tratta questo tema, dal momento che la responsabilità la si immagina, come abbiamo appena detto, in relazione agli altri.

Credo sia necessario rivalutare la dimensione personale della responsabilità e iniziare a pensarla non più come solo in relazione all’altro, ma prendendo come punto di partenza sé stessi. La responsabilità di sé è la capacita di rispondere in primo luogo a noi stessi, l’abilità di capire il perché di quel comportamento, di quell’azione a partire, ripeto, da noi stessi. E in qualche modo di non pensare che l’unica responsabilità sia da riferire al mondo esterno. Questo processo non è automatico, anzi: non siamo abituati a pensare di dover chiarire innanzitutto a noi stessi il perché di quello che facciamo, sentire di avere l’abilità di risposta in primo luogo a noi, convinti, come siamo, che gli unici verso i quali siamo responsabili siano gli altri. Solo recuperando questa dimensione saremo veramente più responsabili. Anche con gli altri. Perché considerare questa prospettiva non vuol dire negare l’altra, anzi. Essere responsabili in primis per sé stessi non vuol dire non esserlo rispetto agli altri. Le due dimensione non sono contrapposte ma profondamente integrabili. Nel momento in cui io sono responsabile di quello che faccio (o penso o credo, ecc), non posso necessariamente che esserlo anche per l’altro perché conscio che quello che ho fatto rappresenta me stesso. Se parto da me, cercando di assumermi la responsabilità di capire cosa mi rappresenti di quello che faccio, avrò la possibilità di essere altrettanto responsabile anche nei confronti dell’altro. Se invece penso alla mia responsabilità partendo da quello che credo si aspetti l’altro, potrei anche portare avanti delle azioni (o delle idee o delle convinzioni) che non so quanto mi rappresentino, correndo il rischio di essere solo apparentemente responsabile di quello che sto portando avanti.

Questa presa di responsabilità nei confronti prima di sé stessi che dell’esterno è particolarmente importante perché segna un ideale passaggio dall’attribuire il perché di quello che facciamo dall’esterno all’interno di noi. Come detto, se pongo il focus della responsabilità all’esterno, allora crederò di dover essere responsabile per quello che gli altri si aspettano da me; ma potrei non essere del tutto in sintonia con quello che in realtà penso. Se pongo il focus all’interno di me stesso, non potrò non essere responsabile di quello che porto avanti.

Come detto fin qua sembra un discorso tutto sommato semplice. Ma esistono situazioni nelle quali la responsabilità del singolo e quella collettiva non sono facilmente districabili. Un esempio che possa fare intuire la complessità di quello su cui stiamo ragionando potrebbe essere questo: immaginiamo un soldato tedesco in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Quel soldato è responsabile di quello che avviene intorno a lui? Se poniamo il focus al suo esterno possiamo dire che c’è una guerra in corso, o che lui non prende le decisioni ma esegue soltanto gli ordini, che la situazione generale è ben più complessa e così via. Se poniamo il focus della responsabilità al suo interno, non possiamo dire nulla di tutto questo, perché quel soldato è nelle condizioni di comprendere quello che sta succedendo attorno a lui. È responsabile? Naturalmente so che è un quesito estremamente complesso, ma il modo in cui immaginate di rispondere lascia intravedere come vi poniate rispetto all’idea di responsabilità. Senza semplificare troppo, perché l’esempio costruito non lo consentirebbe, il soldato avrebbe potuto fare qualunque cosa per rifiutarsi di fare quello che sta facendo. Finanche non diventare un soldato. Invece si trova lì, di guardia, e suppongo si possa affermare che abbia già parte della responsabilità di costruire quello che sta succedendo attorno a lui. Anche perché, e ne sono sempre più convinto, le cose dipendono in grandissima misura da ognuno di noi. Tornando all’esempio, quello che è successo durante la Seconda Guerra Mondiale non è qualcosa comparso dal nulla, ma un processo costruito da milioni di singoli comportamenti, singole responsabilità rivolte verso lo stesso obiettivo e allineate nella stessa direzione. Ogni singola persona è stata responsabile di quello che è stato costruito, ma la maggior parte ne attribuiva all’esterno le cause. I cittadini tedeschi sono stati responsabili alla stregua di un soldato? Già questo singolo esempio può essere utile per rivelarci la complessità e l’intreccio di piani (personale, sociale, fisico ed emotivo) che il tema necessariamente comporta.

Tornando al nostro tema, rivolgere il focus attentivo al nostro interno, piuttosto che all’esterno, è decisamente articolato perché, come appena accennato, implica prendersi in toto la responsabilità del nostro agito/vissuto senza la possibilità di poter addossare agli altri le conseguenze di quello che succede nella nostra vita. Ed è questo l’aspetto che più mette in difficoltà ognuno di noi, sentirsi costruttori attivi di quello che è la vita nella quale ci muoviamo. Ed è per questo che possiamo vivere in maniera consolatoria l’attribuire ad altri le responsabilità delle cose ‘brutte’ che ci succedono. 

Ma forse mi sto dilungando troppo in questa riflessione: ho sicuramente la responsabilità di essere prolisso e scrivere post lunghi, ma vi lascio quella di avermi seguito fino a questo punto.

Se voleste prendervi anche quella di dirmi che ne pensate, sapete come fare!

A presto…

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

Il lutto per i bambini (2)

Adolescenza, Bambini, Psicologia Nessun Commento »

White balloon flying in the sky

Ma quali sono le fasi del lutto nei bambini? Schematicamente si possono individuare le seguenti fasi:

La fase dell’impatto e dello shock in cui predomina la confusione, l’incredulità, il rifiuto, il ricorso alla negazione, il sentimento di vuoto o di catastrofe: ‘Non è possibile!’, ‘È un incubo, un sogno non può essere vero.’, ‘Non può capitare proprio a me!’. Questa fase può essere particolarmente intensa.

La fase della turbolenza affettiva, caratterizzata dal dolore, dalla dolorosa alternanza di sentimenti contrastanti quali la pena, la tristezza, la negazione, la rabbia, lo sconforto, e il senso di colpa. Dopo un lutto può essere naturale sentirsi in colpa, e nei bambini il senso di colpa è ancora più enfatizzato. Spesso i bambini si sentono in colpa della morte di qualcuno perché pensano che sia stato il loro comportamento ‘cattivo’ o ‘non abbastanza buono’ a causarla. Il senso di colpa può insorgere nel bambino anche quando scopre di essere ancora capace di ridere e di sentirsi felice, nonostante la morte di qualcuno. Un bambino ha bisogno di essere rassicurato sulla continuità della vita e sul fatto che ritrovare la felicità non vuole dire non avere amato abbastanza la persona scomparsa.

Vi è poi una fase di pena e di sconforto, dove i vissuti tendono a diventare meno marcati, meno oscillanti, e meno eterogenei. Rabbia e senso di colpa si ridimensionano, ma predomina ancora la tristezza in forme più o meno intense.

Infine vi è la fase della riorganizzazione e della riconciliazione con la vita e con il mondo. A volte però compaiono aspetti patologici dovuti alla difficoltà nell’elaborazione della perdita, vi può essere una caduta nell’indifferenza e nel distacco affettivo, nell’isolamento, nel rifiuto della realtà esterna oppure in reazioni patologiche, depressive o paranoiche. [1]

Le quattro fasi delineate, vanno gestite con particolare cura e attenzione da parte degli adulti vicini al bambino. Spesso non sembra essercene la possibilità, dato che anche gli adulti sono troppo indaffarati. La fase della turbolenze affettiva andrebbe gestito con particolare attenzione, cercando di far esplicitare, far comprendere ed accogliere il senso di colpa per l’ambivalenza emotiva che il bambino può esperire in queste circostanze.

Purtroppo, invece, uno degli atteggiamenti più comuni in queste occasioni riguarda l’allontanamento, l’ipotetica ‘preservazione’ del bambino dal dolore, il distacco da ciò che sta succedendo nella vita del nucleo familiare, una sorta di rimozione impossibile da attuare e difficile da sostenere e che può avere conseguenze importanti nella vita emotiva del bambino che si trova, così, privato della possibilità di esperire una componente emotiva essenziale per la sua crescita. Se, infatti, l’intento è comprensibile, non sempre altrettanto comprensibili sono le conseguenze di questa sorta di censura emotiva, che può costituire un precedente importante per comprendere la vita emotiva di un bambino in occasioni così dolorose.

Il coinvolgimento in quello che sta accadendo, nei modi e nei tempi propri dell’età del bambino, può costituire un aiuto alla condivisione e comprensione di ciò che avviene, non costituendo per il bimbo una separazione, una disgiunzione all’interno della sua esperienza:

A volte mi chiedono:”Cosa devo dire a mio figlio quando un membro della famiglia muore?”. Rispondo di dire la verità, ma con grande sensibilità. Non lasciate che i bambini pensino che la morte sia qualcosa di strano o di terrificante. Fateli partecipare, per quanto è possibile, alla vita di un morente e rispondete con sincerità alle domande che vi rivolgeranno. L’innocenza e la spontaneità dei bambini possono infondere una dolcezza, una leggerezza e a volte anche una nota di buonumore nel dolore che accompagna la morte. Esortati a pregare per il morente, così si sentiranno utili anche loro. A morte avvenuta, abbiate cura di circondare i bambini di un attenzione e un affetto speciali. [2]

Credo che la condivisione, per quanto la realtà possa essere dolorosa, sia la scelta migliore da portare avanti per aiutare i bambini a comprendere quello che sta accadendo intorno e dentro loro. Comprendo che sia la scelta più complessa perché prevede un forte coinvolgimento anche degli adulti attorno al bambino, ma è dalla capacità di supporto degli adulti che bisognerebbe partire per comprendere la possibilità di supportare questa scelta.

È oggi fondamentale proporre al mondo intero una visione illuminata della morte e del morire, a tutti i livelli educativi. I bambini non vanno ‘protetti’ dalla morte ma informati, già da piccoli, della vera natura della morte e della lezione che essi ne possono trarre. [3]

Tenendo a mente la profondità del principio per cui imparare a morire è imparare a vivere. [3]

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369). 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

Sul tema leggi anche: 

Come parlare della morte ai bambini (1)

Come parlare della morte ai bambini (2)

 

[1] Bolognini, N. (2010), Come parlare della morte ai bambiniSie Editore, Torino, pp. 19-20

[2] Rinpoche Sogyal (2011), Il libro tibetano del vivere e del morire, Ubaldini, Roma, pag. 193 

[3] Rinpoche Sogyal (2011), Il libro tibetano del vivere e del morire, pp. 359-366

 

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

Il lutto per i bambini (1)

Adolescenza, Bambini, Emozioni, Famiglia, Psicologia Nessun Commento »

White balloon flying in the skyLa morte di una persona alla quale siamo legati e il successivo lutto costituiscono da sempre un momento di passaggio nella vita dell’individuo che spesso è difficile gestire, soprattutto per la nostra sempre più manifesta incapacità di maneggiare, verbalizzare e interiorizzare il concetto di morte. Se questo meccanismo riguarda tutti noi, una attenzione maggiore andrebbe prestata nel caso in cui il lutto coinvolga un bambino: la sua elaborazione potrebbe essere ancora più complessa, soprattuto in relazione alla capacità che hanno (o non hanno) gli adulti intorno a lui di significare quello che è successo nella vita del bambino. Vale dunque la pena soffermarci su quelli che possono essere i meccanismi di elaborazione del lutto nei bambini e le fasi che contraddistinguono questo passaggio.

Punto di partenza può essere la definizione dell’elaborazione del lutto. Con questa espressione intendiamo il: complesso meccanismo che permette, col tempo, il superamento della tristezza, dell’ambivalenza per ciò che si è perduto e che porta alla riorganizzazione dell’attività mentale (idee, sentimenti e fantasie) e degli aspetti esterni della propria vita dopo lo sconvolgimento creato dal dolore.

L’esperienza della perdita spesso induce profonde trasformazioni che portano a riflettere su se stessi e sui propri errori, facendo trovare il coraggio di apportare cambiamenti significativi alla propria vita. (M.G. Sforza, J. L. Tizòn, 2009, p. 16). [1] 

ll lutto, e questo vale sia per i bambini che per gli adulti, costituisce un momento di grande cambiamento nella vita dell’individuo. La morte generalmente costituisce una fase di passaggio da un equilibrio relazionale ad un altro. La scomparsa di una persona significativa comporta sempre la riorganizzazione funzionale e relazionale del gruppo familiare che viene colpito dalla perdita, e questo evidenzia una diversa organizzazione dei ruoli e delle funzioni all’interno del gruppo relazionale nel quale questo cambiamento avviene. Nella definizione data poc’anzi viene utilizzato il termine ambivalenza: la morte è ambivalente nella sua accezione più ampia. Il termine ambivalenza rimanda alla compresenza di emozioni diverse nello stesso istante o per lo stesso fatto, momenti nei quali l’individuo può provare un’emozione e, in contemporanea, l’emozione contraria.

L’ambivalenza può essere naturalmente presente nell’individuo, ma può arrivare ad intensificarsi nel caso di un forte cambiamento come nella fase di lutto. Se per un adulto questa ambivalenza può essere facilmente comprensibile e significabile (anche se questo aspetto non è scontato), può assumere invece contorni diversi per un bambino che, con difficoltà, può rendersi conto della peculiarità di picchi emotivi completamente altalenanti che un lutto può provocargli. Poniamo, per esempio, il caso che muoia, dopo lunga malattia, il nonno paterno. La conoscenza che il bambino aveva del nonno non era molto approfondita: lo vedeva solo una volta all’anno o solo in occasione di grandi feste come Natale o Pasqua. Pensandoci bene, al bambino suo nonno non piaceva molto: era spesso di malumore, era spesso sofferente, stava sempre a borbottare riguardo ai giochi che gli piaceva fare. Non era una presenza simpatica e capitava che non vedesse l’ora di andare via. Alla morte del nonno il bambino vive sentimenti contrastanti, ambivalenti: può essere triste, comprendendo la perdita subita o percependo quello che gli adulti intorno a lui provano (soprattutto del papà per la perdita del suo papà). D’altro canto potrebbe insinuarsi in lui un sentimento opposto, liberatorio, dal momento che è venuta a mancare una persona alla quale non si sentiva legato da particolare affetto e che non gli piaceva molto. Il risultato può essere una serie di emozioni contrastanti, tra le quali si alternano dolore e indifferenza, pena e distacco.  

In occasioni del genere, però, sussiste la considerazione che siano ammissibili solo alcune emozioni mentre altre emozioni non lo sono, insinuando l’idea che siano fuori luogo. Infatti la manifestazione del dolore è facilmente comprensibile da parte degli adulti che lo circondano, l’indifferenza potrebbe non essere accolta allo stesso modo, nè significata in maniera altrettanto accogliente. Questo potrebbe indurre il bambino a credere di vivere sentimenti inaccettabili, da nascondere o da censurare. Solo sentendosi supportato da adulti competenti che possano comprendere e aiutarlo a manifestare anche emozioni non prevedibili o normalmente attese, riuscirà a validare ed accogliere in sé,  oltre che condividere, queste emozioni con gli altri non sentendosi sbagliato o inaccettabile.

– CONTINUA –

 

Fabrizio Boninu

Sul tema leggi anche:

Come parlare della morte ai bambini (1)

Come parlare della morte ai bambini (2)

 

[1] Bolognini, N. (2010), Come parlare della morte ai bambiniSie Editore, Torino, pp. 19-20

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

Gli adolescenti in terapia

Adolescenza, Psicologia Nessun Commento »

adolescenzaL’argomento di questo post nasce da una considerazione circa la presunta differenza tra il comportamento degli adolescenti nella vita quotidiana e in terapia. Mi spiego meglio. Dalla mia posizione professionale la cosa più macroscopica che mi trovo spesso a dover fronteggiare quando un adolescente arriva in terapia è la discrepanza tra come lo stesso adolescente è raccontato dai suoi genitori e come invece si comporta durante la seduta stessa. E, in generale, durante la durata del lavoro con me. Nella professione, quando ho a che fare con un minore, il primo colloquio è organizzato con i genitori del ragazzo stesso di modo che possa farmi un’idea dell’organizzazione familiare.

Durante questo primo colloquio capita spesso che i genitori facciano del proprio figlio un quadretto non proprio edificante. Immaginatevi la sorpresa quando al posto dell’essere selvaggio descritto dai genitori viene in seduta un ragazzo educato, rispettoso, attento, spesso molto sensibile e in grado di relazionarsi con un adulto. Ovviamente, questa discrepanza potrebbe essere legata al fatto che il nostro sia un primo incontro. Nel momento in cui acquisirà più confidenza, penso, vedrò anche io quegli aspetti deleteri che mi hanno descritto i suoi genitori. Invece no, la ‘magia’ continua anche dopo la prima seduta e il lavoro continua, talvolta attraversando temi complessi, ad essere piacevole e produttivo. Come è possibile questa discrepanza? Come possono essere così diversi da un ambiente all’altro? Ho trovato a questo proposito interessante un passaggio del testo dello psicoterapeuta Pietropolli Charmet che vi riporto: 

Alla temperatura relazionale adatta al suo temperamento, la fragilità narcisistica dell’adolescente di oggi diventa una risorsa impensabile in altri contesti e a diversi climi relazionali. Ne posso portare devota testimonianza professionale: gli adolescenti fragili che ho incontrato in questi anni di consultazioni durante le crisi evolutive -anche di una certa gravità per i rischi che comportavano, se ritenevano di potersi fidare dell’interlocutore, se cioè lo ritenevano adatto a condividere la loro verità, assumevano nei confronti della relazione responsabilità elevatissime, ed erano capaci di sincerità e generosità relazionali altissime, quasi commoventi soprattutto non sapendo come ricambiare tanta fiducia e creatività relazionale. Non è un’esperienza solo di qualche psicologo particolarmente esperto o seduttivo, ma fa parte del bagaglio di esperienze di qualsiasi adulto sia stato disponibile ad ingaggiare una relazione con un’adolescente alla ricerca di adulti competenti. Si avvera in questi casi un evento relazionale quasi sorprendente, del tutto impensabile se ricondotto all’afasia simbolica che lo stesso adolescente presenta in classe, in gruppo, in famiglia o in palestra. Nella relazione investita affettivamente, l’adolescente fragile sfoggia una sensibilità strepitosa ed una capacità introspettiva che rendono ragione della sua fragilità, e che gli regalano un contatto intenso e veritiero con alcune rappresentazioni mentali profonde, generalmente inaccessibili, perché scomode da pensare e fonti di malessere per chi non si abituato a mantenere un contatto con i contenuti più profondi della propria mente. È molto probabile che sia questo il motivo che rende sorprendenti certi prodotti creativi dell’adolescente fragile, che sembrerebbero incompatibili con lo stile comunicativo trasandato e scontato con cui si esprime nella quotidianità scolastica e familiare; e che, del tutto inopinatamente, sono prodotti espressivi di qualità. [1]

Ma allora cosa contribuisce a costruire quella che l’autore chiama temperatura relazionale adatta? Una delle grandi doti che è necessario avere è la capacità di ascolto e l’interesse per quello che l’altro condivide. Sono due ingredienti fondamentali e per niente scontati nelle relazioni in generale e nelle relazioni con adolescenti in particolare. In un momento della loro vita nel quale stanno cambiando, è necessario che abbiano una figura adulta di riferimento che possa aiutarli a far venire fuori quanto di non detto caratterizza le loro vite perché, pensano spesso, ‘tanto di me che gliene importa’. Quando si accorgono quanto a qualcuno gliene importi di loro, si può avere in cambio una relazione che ha risvolti sorprendenti e che consente di aprire spiragli inediti sulla loro storia. Ripeto, non è una magia e non credo di avere poteri magici. Anzi, spesso, paradossalmente, chiedo loro quale magia avvenga in studio che non sia possibile replicare all’esterno dello studio stesso. Questo li obbliga a pensare come quello che hanno appena sperimentato con me possa essere replicato anche fuori. Li costringe ad uscire dalle risposte più scontate, come ‘ma qui è diverso‘ o ‘ma tu sei uno psicologo‘, e permette loro di autorizzarsi a far si che ciò che hanno costruito con me sia possibile anche in altri contesti. In questo caso le possibilità di condividere la loro storia è decisamente molto più probabile e porta a risultati insperati.

Chi volesse condividere le esperienze con adolescenti (genitori, fratelli, nonni, professionisti) è invitato a farlo (mail: fabrizioboninu@gmail.com oppure telefono 3920008369). Se poi volessero parlare gli stessi protagonisti di questo post… beh, non potrebbero farmi un regalo migliore. 

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

[1] Pietropolli Charmet, G. (2008), Fragile e spavaldo, Editori Laterza, Roma, pp. 106- 108

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​

FILM: Stelle sulla terra

Cinema, Psicologia 1 Comment »

49377

Qualche tempo fa ho visto un film particolarmente bello ed indicato per coloro che si vogliano occupare di disturbi dell’apprendimento. Il titolo del film è Stelle sulla terra (Taare Zameen Par) ed è diretto dal regista indiano Aamir Khan. Il film racconta la storia di Ishaan, un bimbo di otto anni, che ha un rapporto complicato con la scuola e, in generale, con quasi tutte le persone che lo circondano, che non capiscono perché si ostini ad essere così poco amabile. La verità è che Ishaan è affetto da DSA, disturbo specifico di apprendimento, ma senza nessuna diagnosi specifica. Non compreso e deriso per la sua difficoltà, Ishaan si trova a vivere un’esperienza scolastica altamente frustrante. Il bimbo infatti, non riuscendo a comprendere cosa viene spiegato e fatto a scuola, rimane molto indietro rispetto ai compagni e gli insegnanti, poco attenti alle sue esigenze, si chiedono perché non possa essere come gli altri. Ovviamente, ricevendo questo stimolo dagli adulti, anche i suoi compagni lo prendono in giro. Le difficoltà di Ishaan non sono limitate al contesto scolastico: anche all’interno della sua famiglia non gode di molta comprensione se non da parte della mamma, che però non riesce a capire come comportarsi con lui. Il padre è particolarmente severo ed è molto arrabbiato per il fatto che non sia ‘perfetto’ come il fratello maggiore. Questo continuo paragone non fa che accentuare le difficoltà di Ishaan anziché essere stimolo per la sua crescita. Questa rimarcata polarizzazione tra i due fratelli (fratello grande=buono, fratello piccolo=cattivo) è ulteriore fonte di frustrazione e quindi di rabbia del bimbo. Oltretutto viene spesso colpevolizzato perché la madre, per seguirne l’educazione, è stata costretta a lasciare il suo lavoro. Gli adulti attorno a lui non si rendono conto della difficoltà del bambino e non cercano di attuare delle strategie che possano aiutarlo a ridurla. L’ennesimo episodio nel quale il bimbo viene rimproverato, è causa della sua fuga da scuola. Questo episodio determina una reazione particolarmente dura da parte dei genitori che decidono di mandarlo in un collegio dove pensano che i metodi coercitivi applicati avranno una buona influenza sulla sua educazione.

Il bambino reagisce malissimo a questa novità. Non prende bene il cambio di scuola  l’allontanamento dalla sua famiglia. Inizialmente l’esperienza in collegio è spaventosa: Ishaan non riesce a legare con nessuno dei suoi nuovi compagni ad eccezione di Rajan, ragazzo con un handicap fisico ma anche miglior alunno della classe. Anche in collegio ha rapporti scarsi e conflittuali con gli insegnanti che lo giudicano stupido.

In un contesto nel quale le regole sono diventate ancora più ferree, Ishaan si sente ancora più trascurato e reagisce isolandosi sempre di più, non riuscendo a comprendere quale possa essere la strategia migliore per rapportarsi con gli altri e con la nuova realtà che lo circonda. Le cose sembrano destinate a peggiorare quando all’interno della scuola arriva un nuovo insegnante il maestro Ram Shankar Nikumbh. Da subito il maestro sembra molto più sensibile e molto più attento alle esigenze dei suoi alunni. Non preoccupato unicamente del rispetto delle regole, il suo metodo educativo sembra finalizzato a stimolare la fantasia e la creatività dei suoi alunni per quanto questo metodo sia inizialmente malvisto dei suoi colleghi e dalle autorità scolastiche. L’inizio del rapporto con Ishaan è molto complicato e il bimbo, forte delle esperienze particolarmente negative con gli altri insegnanti, si tiene a distanza anche dall’attività del nuovo maestro. Ma l’attenzione e la costanza di quest’ultimo iniziano, lentamente, a fare breccia nel cuore del bambino che si sente per la prima volta compreso e accettato per quello che è e non screditato per quello che gli altri si aspettano sia. Assistiamo così alla costruzione di un rapporto meraviglioso basato sulla fiducia e sulla comprensione capendo più avanti nel film il motivo per il quale il maestro sia così bravo. Mi fermo qua per non svelarvi troppo della trama. Spero di avervi incuriosito abbastanza per guardarlo.

Il film è interessante perché fornisce una perfetta rappresentazione delle conseguenze che possono subentrare nel momento in cui l’esperienza scolastica diventi particolarmente frustrante per un bambino. Le varie strategie che gli adulti intorno a lui cercano di attuare si rivelano profondamente fallimentari perché ognuno di loro parte da ciò che il bambino DEVE fare senza minimamente preoccuparsi di ciò che il bambino sia. Nessuna persona può essere collaborativa, fiduciosa e aperta nel momento in cui si sente intimamente rifiutata, esclusa e non accettata. Se gli adulti intorno a lui deridono, prendono in giro, marcano in continuazione la sua incapacità di stare al passo con gli altri o di non essere bravo come gli altri, aumentano questo divario spingendo il bambino all’isolamento. Necessariamente, all’isolamento e alla non accettazione seguirà la rabbia. E da qui comportamenti etichettati come devianti.

La grande scoperta avviene nel momento in cui ci si avvicina al bimbo partendo da noi stessi, dal bambino che noi stessi siamo stati, dalle esperienze che abbiamo vissuto, non dimenticando quanto può essere frustrante, quanto può far arrabbiare l’essere ignorati dagli adulti che ci circondano. Solo partendo da noi riusciamo a contattare l’altro. Solo se noi facciamo esperienza di ciò che l’altro prova possiamo comprendere i suoi sentimenti. In questo senso uno degli episodi più rappresentativi avviene quando il maestro fa sperimentare al padre di Ishaan cosa significhi la frustrazione di non saper eseguire un compito riuscendo per la prima volta a fargli intuire l’esperienza del figlio. Solo partendo da questo contatto con noi stessi e da questa sensibilità è possibile trovare la chiave di volta per comunicare con Ishaan, e finalmente aiutarlo a superare le sue difficoltà, riuscendo a far finalmente emergere le sue risorse e le sue abilità.

Spero, come detto, di avervi incuriosito abbastanza. Consiglio a tutti i genitori che hanno figli in età scolare, sia con disturbi di apprendimento che senza disturbi di apprendimento, la visione di questo film che costituisce un utile strumento per cercare di avvicinarsi ad un approccio più comprensivo e sensibile al mondo dei più piccoli.

Come sempre chi volesse/potesse condividere la sua esperienza può farlo contattandomi per mail (fabrizioboninu@gmail.com) oppure per telefono (3920008369).  

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio Boninu

Tutti i diritti riservati

Vuoi ricevere tutti i post de LO PSICOLOGO VIRTUALE?

Iscriviti GRATUITAMENTE alla newsletter e riceverai ogni nuova pubblicazione direttamente sulla tua mail. 

​Per iscriverti, clicca su NEWSLETTER e segui le semplici istruzioni. ​